JOYCE CAROL OATES.
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LA FIGLIA DELLO STRANIERO.
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Titolo originale: The Gravedigger's Daughter.
Traduzione di: Giuseppe Costigliola.
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2008. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Le si straziava il cuore a vedere il figlio tormentato da un incubo, l'avrebbe svegliato per evitargli quell'esperienza. Ma
no, era meglio di no. La mamma non poteva risparmiargli tutto.
Doveva imparare a difendersi da solo. Rebecca  una donna dai molti segreti. Mentre
si sposta senza una meta precisa lungo l'East Coast americana, tenendo stretto per mano il
figlio Niley, lascia dietro di s pezzi enormi del suo passato: due genitori giunti dall'Europa dilaniata
dalla Seconda guerra mondiale e che l'hanno messa al mondo sulla nave che li trasportava
lontano dagli orrori del nazismo; un marito che trova sfogo alla durezza della vita
quotidiana nella violenza sulla propria moglie; la lettera da un lontano cugino, sopravvissuto
all'Olocausto, che le rivela di suo padre e di sua madre pi di quanto essi avrebbero mai voluto
confessare. L'unica soluzione, per Rebecca e Niley, sembra dunque quella di partire. Partire
e annullarsi, reinventandosi in grembo all'America.
Perch in fondo l'America  anche questo. E suo padre del resto, con la diffidenza
spaurita dell'immigrato di prima generazione, spesso le ripeteva: Tu sei nata qui, non ti faranno del male. Ma davvero riuscir quel giovane, immenso e violento paese a proteggere una madre e suo figlio? Dopo il successo di La
madre che mi manca, torna un'autrice considerata uno dei massimi scrittori americani viventi, con un romanzo che ha segnato in patria un vero trionfo di critica e di pubblico.
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L'AUTRICE.
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Joyce Carol Oates  nata a Lockport, Stati Uniti, il 16 giugno 1938. Dopo essersi laureata comincia la sua fertilissima attivit di autrice e si stabilisce con il marito a Detroit. Insegna quindi all'Universit di Windsor in Canada e dal 1978 al 2014 all'Universit di Princeton. Dal 1978  anche membro dell'American Academy of Arts and Letters nonch Professor Emerita in the Humanities col corso di Scrittura Creativa. Successivamente  professore alla University of California di Berkeley, dove insegna "short fiction".
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Gi nel 1970 venne consacrata come una delle massime scrittrici del suo paese con il National Book Award, il pi importante premio letterario degli Stati Uniti ed ha vinto anche numerosi altri premi letterari, inclusi due O. Henry Award, la National Humanities Medal e il Jerusalem Prize;  stata inoltre finalista del Premio Pulitzer.
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Autrice e intellettuale americana eclettica, tra le pi prolifiche della letteratura americana. Ha frequentato ogni genere letterario in prosa e in versi: romanzi, racconti, narrativa per l'infanzia, poesie, drammaturgie, saggi; ha pubblicato nell'arco di sessant'anni oltre cento libri. Come ha osservato lo scrittore John Barth "L'opera di Joyce Carol Oates copre ogni angolo della mappa estetica". Oggi  unanimemente annoverata tra i pi importanti autori mondiali.
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LA FIGLIA DELLO STRANIERO.
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Avvertenza.
Brani della Prima parte sono stati pubblicati, in versione lievemente diversa, in "Witness", estate-autunno 2003. I capitoli 6 e 7 sono stati pubblicati in "Conjunctions", autunno-inverno 2003. I capitoli 16 e 17 sono
stati pubblicati, con qualche variazione, in Childhood, a cura di Marian
Wright Edelman, Houghton Mifflin, Boston 2003.
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Per mia nonna Bianche Morgenstern, la "figlia del becchino" IN MEMORIAM 
e per David Ebershoff, per vie traverse.
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Parte prima.
Nella Chautauqua Valley.


Prologo.

1.

Nel regno animale i deboli soccombono presto.
Era morto da dieci anni. Sepolto, il corpo straziato, da
dieci anni. Senza nessuno che lo piangesse da dieci anni.
Sarebbe lecito pensare che la figlia ormai adulta, moglie e
madre, dopo tutto quel tempo si fosse sbarazzata di lui.
Accidenti, se ci aveva provato! Lo odiava. Quegli occhi di
brace, la faccia paonazza, come un pomodoro spellato. Si
mordeva le labbra fino a farle sanguinare per quanto lo
detestava. L dove si sentiva pi vulnerabile, al lavoro. Alla
Niagara Fiber Tubing, quando il rumore della catena di
montaggio, ipnotico, la faceva cadere in trance: allora lo
sentiva. Quando le vibrazioni del nastro trasportatore la
costringevano a battere i denti, lo sentiva. Quando in bocca
avvertiva il sapore dello sterco secco di vacca, lo sentiva.
S, lo odiava! Si rannicchiava, pensando che si trattasse
dello scherzo volgare di qualche bastardo dei suoi colleghi,
che le urlava nelle orecchie. Come se le stessero infilando
le mani nella tuta per palpeggiarla, o tra le cosce, e
lei l, immobilizzata, incapace di distogliere l'attenzione dai
tubi trascinati via dal nastro trasportatore che scorreva a
balzi, sempre troppo veloce. Quei dannati occhiali di sicurezza
le facevano male. Respirava con la bocca l'aria polverosa
e mefitica e chiudeva gli occhi, pur consapevole
del rischio che correva. In alcuni momenti, quando si sentiva
esausta e affranta, la assaliva un'improvvisa sensazione
di vergogna, di inaridimento, una totale indifferenza
per la vita; allora cercava a tastoni l'oggetto sul nastro, divenuto
ignoto, anonimo e inutile, rischiando la mano sotto
la punzonatrice prima di riscuotersi e liberarsi di quella
presenza che le si rivolgeva pacatamente, certa di farsi
udire malgrado il frastuono delle macchine. Quindi non
bisogna mostrare la propria debolezza, Rebecca. Accostava
il volto al suo, come fossero due cospiratori. Ma erano
lungi dall'esserlo, non avevano nulla in comune. Non
si somigliavano affatto. Detestava l'odore acre del suo fiato.
Quel viso come un pomodoro spellato, scorticato. Aveva
visto la sua testa esplodere, sangue, cartilagine e materia
cerebrale schizzarle addosso, sulle braccia, perfino sul
suo dannato viso! Brandelli di quel volto finanche tra i capelli.
Dieci anni prima. Dieci anni e quasi quattro mesi,
per la precisione. Mai avrebbe dimenticato quel giorno.
Non gli apparteneva. Non gli era mai appartenuta. Nemmeno
alla madre. Non assomigliava a nessuno dei due.
Era arrivata a ventitr anni senza sapere come. Era sopravvissuta
a entrambi. Adesso non era pi una bimba
terrorizzata. Aveva sposato un vero uomo, non un lagnoso
e codardo assassino, un uomo dal quale aveva avuto
un maschietto che il suo defunto padre non avrebbe mai
conosciuto. Quella certezza la rallegrava. Non avrebbe
avvelenato il bambino con le sue parole. Eppure la ossessionava
ancora. Conosceva la sua debolezza. Quando era
sfinita, senza pi energia vitale. In mezzo a quel fracasso,
dove le sue parole acquisivano il poderoso ritmo perentorio
delle macchine martellanti inebetendola e privandola
di ogni volont.
Nel regno animale i deboli soccombono presto. Quindi
non bisogna mostrare la propria debolezza, Rebecca. Non
possiamo permettercelo.


Chautauqua Falls, New York.


1.

Un pomeriggio di settembre del 1959, una giovane donna
stava tornando a casa dopo aver terminato il turno di lavoro
in fabbrica. Aveva imboccato il sentiero che costeggiava il
canale Erie Barge, a est della cittadina di Chautauqua Falls,
quando si accorse di essere pedinata. A una decina di metri
scorse un tale con un panama.
Che cappello ridicolo! Per di pi indossava bizzarri abiti
dai colori chiari, come non se ne vedevano a Chautauqua
Falls.
La giovane donna si chiamava Rebecca Tignor. Era il cognome
del marito, e ne andava estremamente fiera.
Tignor.
Era molto innamorata, e, malgrado non fosse pi una
ragazzina, ma una donna sposata e con un figlio, se ne
vantava come un'adolescente. Pronunciava quel nome,
"Tignor", decine di volte al giorno.
Affrett il passo, pensando: Farebbe bene a non seguirmi,
a Tignor la cosa non garberebbe.
Non le andava per niente di essere avvicinata da quell'individuo
con il panama; non era certo una novit, ogni tanto
qualcuno ci provava. Per scoraggiarlo prese a camminare
affondando i tacchi delle scarpe da lavoro nel terreno con
fare sgraziato. Era tesa, irascibile come un cavallo tormentato
dalle mosche.
Quel giorno per poco non le era finita la mano sotto una
pressa. Diamine se era turbata!
Ci mancava solo quel tizio. Forse un'occhiataccia gli
avrebbe fatto capire che non era aria.
Lo conosceva?
Non sembrava di quelle parti.
A Chautauqua Falls capitava che qualcuno la seguisse,
per lo meno con lo sguardo. Di solito non vi prestava attenzione.
Aveva dei fratelli, conosceva gli "uomini". Non era
certo una ragazzina timida e spaurita. Era forte, robusta.
Alle brutte, sapeva badare a se stessa.
Ma quel pomeriggio, per qualche ragione, si sentiva
strana. Era una di quelle giornate afose, scialbe, in cui ogni
cosa assume una tonalit color seppia. Di quelle che ti metteresti
a piangere, Dio sa perch.
Non che Rebecca Tignor piangesse. Mai.
Comunque in giro non c'era anima viva. Se anche avesse
invocato aiuto...
Conosceva a menadito quel tragitto. Impiegava quarantacinque
minuti per arrivare a casa, distante pi di tre
chilometri. Lo percorreva cinque volte a settimana, andata
e ritorno. Pi in fretta che poteva, con quelle dannate
scarpacce da lavoro.
Alle volte lungo il canale il passaggio di una chiatta ravvivava
un po' la monotonia. Salutava qualche giovanotto,
ci scambiava una battuta. Ne aveva conosciuto qualcuno.
Ma adesso il canale era deserto.
Al diavolo, era tutta agitata! Sentiva la nuca madida e il
sudore colarle dalle ascelle. Il cuore le batteva forte, fin quasi
a farle male, come se una punta acuminata le premesse
tra le costole.
Tignor, dove diavolo sei?
In realt non ce l'aveva con lui. E invece s, all'inferno.
Era stato lui che l'aveva portata a vivere l. Sul finire dell'estate
del 1956. Appena stabilitasi a Chautauqua Falls,
sul giornale locale aveva letto una notizia incredibilmente
raccapricciante: un individuo del posto aveva picchiato a
sangue la moglie, scaraventandola nel canale, proprio in
quel tratto deserto, e prendendola a sassate finch non era
annegata. A sassate! Aveva impiegato una decina di minuti,
come aveva poi confessato alla polizia. Senza vantarsene,
ma nemmeno pentito.
Quella troia voleva lasciarmi aveva dichiarato.
Voleva portarsi via mio figlio.
Una storia rivoltante, avrebbe fatto meglio a non leggerla.
Ma la cosa peggiore era che tutti quelli che l'avevano
sentita, compreso Niles Tignor, avevano scosso il capo, con
una risatina maliziosa.
Rebecca aveva chiesto al marito cosa diavolo c'era da
ridere.
Hai voluto la bicicletta? E ora pedala!
Ecco come aveva risposto Tignor.
Rebecca immaginava che tutte le donne della Chautauqua
Valley conoscessero quella vicenda, o una simile, e si
fossero poste il problema di cosa fare se un uomo ti butta
nel canale (o in un fiume,  uguale). Cos, quando aveva
cominciato a lavorare in citt, mentre percorreva quell'alzaia
si lambiccava il cervello a escogitare un modo per salvarsi
se e quando fosse capitato a lei.
Si immedesimava a tal punto nella situazione da convincersi
quasi che le fosse gi capitata. Qualcuno (un individuo
senza volto n nome, pi corpulento di lei) la scaraventava
nelle acque melmose, e lei lottava per non annegare. Prima
devi sfilare la scarpa sinistra con le dita del piede destro e subito
dopo l'altra. E poi... Aveva a disposizione solo pochi secondi,
le pesanti scarpe da lavoro l'avrebbero trascinata gi come
zavorre. Se fosse riuscita a liberarsene almeno avrebbe avuto
una possibilit di salvarsi, strappandosi via la giacca prima
che s'inzuppasse. Non sarebbe stato facile sfilare quei
dannati pantaloni della tuta da lavoro, aderenti com'erano
alle cosce e con quella patta piena di bottoni. E poi, merda,
avrebbe dovuto nuotare per sfuggire all'assalitore...
Cristo! Cominciava davvero ad avere paura. Ma probabilmente
quel tipo che aveva alle calcagna, con il panama,
stava solo facendo la sua stessa strada. Non la stava seguendo,
era solo dietro di lei.
Non era volontario, era solo una pura coincidenza.
Per quel bastardo doveva essersi accorto che l'aveva notato
ed era impaurita. Un uomo che segue una donna, in un
posto deserto come quello.
Dannazione, non sopportava di essere pedinata! Detestava
persino sentirsi addosso lo sguardo dei maschi.
Da piccola, la madre le aveva inculcato il timore di Dio. Devi
fare attenzione, Rebecca! Gli uomini vanno dietro alle ragazze sole.
Non puoi fidarti nemmeno dei ragazzi che conosci.
La madre temeva che persino Herschel, il fratello maggiore
di Rebecca, potesse farle del male. Povera ma'!
Ma non le era mai capitato nulla, malgrado le preoccupazioni
di sua madre.
O, almeno, niente che ricordasse.
La madre si sbagliava su un mucchio di cose, dannazione...
Sorrise ripensando a quei tempi, quando non era che una
ragazza, a Milburn. Era ancora nubile. "Vergine." Non rievocava
mai il passato. Niles Tignor l'aveva tratta in salvo.
Era il suo principe azzurro. L'aveva rapita con la sua automobile
ed erano fuggiti verso le cascate del Niagara, per
l'invidia delle sue amiche. A Milburn tutte le ragazze adoravano
Niles Tignor. Infine l'aveva condotta l, a nord-est
di Chautauqua Falls. Un posto che chiamavano Four Corners,
i quattro angoli.
L era nato Niles Tignor junior. A fine novembre Niley
avrebbe compiuto tre anni.
Era orgogliosa di essere la signora Tignor, e di avere un
figlio. Avrebbe voluto gridare a quel tipo col panama: Non
hai nessun diritto di seguirmi! So difendermi.
Ed era vero. Nella tasca della giacca teneva un pezzo di
metallo affilato. Lo tast di nascosto, nervosamente.
Fosse l'ultima cosa che faccio, mister, TI TAGLIO LA GOLA.
Ai tempi della scuola, a Milburn, qualche volta litigava.
Era la figlia del becchino, e i compagni la prendevano in giro.
Li ignorava, per quanto poteva. Seguiva il consiglio della
madre: Non devi abbassarti al loro livello. Ma non sempre
era possibile. Si era trovata coinvolta in liti furibonde, in cui
volavano calci e pugni; doveva difendersi. Finch un giorno
quel fottuto bastardo del preside l'aveva espulsa.
Naturalmente non aveva mai aggredito nessuno. Non
aveva mai fatto davvero male ai suoi compagni di classe,
nemmeno a quelli che lo avrebbero meritato. Ma era certa
che in caso di pericolo avrebbe difeso la vita a caro prezzo.
Ahi! Quel pezzo d'acciaio era acuminato come un punteruolo.
Gliel'avrebbe affondato nel petto, o nel collo...
Credi che non ne sia capace, stronzo? Provaci e vedrai.
Rebecca si chiese se quel tale col panama, mai visto prima,
conoscesse Tignor. O se questi conoscesse lui.
Il marito era nel commercio della birra. Stava spesso fuori
casa, giorni, a volte settimane. Di solito gli affari non gli
andavano male, ma capitava che si lamentasse di essere a
corto di quattrini. Parlava di fabbricazione della birra, del
mercato, dello smercio del prodotto e della concorrenza
spietata tra i commercianti dello Stato di New York, un ambiente
di tagliagole. E la veemenza con cui si esprimeva
suggeriva davvero l'immagine di individui sgozzati e sanguinanti.
A sentire lui sembrava una cosa buona.
Era una realt piuttosto conflittuale. Sindacati, scioperi,
cassa integrazione, scontri e picchetti. Vi si trovava gente come
Niles Tignor, che sapeva cavarsela nelle situazioni pi
difficili. Tignor le aveva confidato di avere nemici che non
avrebbero mai osato avvicinarsi a lui, "ma a sua moglie s".
E aveva aggiunto che avrebbe ucciso con le sue mani chi
l'avesse molestata.
Quel tale con il panama non sembrava avere niente a che
fare con l'attivit del marito. L'appariscente cappello di paglia,
gli occhiali scuri, i pantaloni color crema parevano
pi in tono con il lungolago d'estate piuttosto che con la
zona industriale di Chautauqua Falls in autunno. Sfoggiava
una camicia bianca a maniche lunghe, probabilmente di
fine cotone o forse anche di lino, con tanto di papillon. Un
papillon! Era raro vederne a Chautauqua Falls, e tanto meno
nell'ambiente di Tignor.
Era come incrociare per la strada Bing Crosby, o quell'agilissimo
ballerino, Fred Astaire. L'individuo col panama
ricordava quel genere di persone. Uno di quelli che sembrano
non sudare mai, che contemplano la bellezza con
un sorriso, un uomo al di fuori della realt.
Non certo il tipo da seguire una donna in un luogo deserto
per abbordarla.
(O si sbagliava?)
Se solo non fosse stato cos tardi. In pieno giorno si sarebbe
sentita pi tranquilla.
Era settembre, le giornate si accorciavano sempre di
pi. Una volta passata la festa del lavoro si cominciava a
farci caso. Si aveva la sensazione che il tempo accelerasse.
Le ombre si levavano dal sottobosco che costeggiava il
canale dalle sinuose acque luccicanti, come certi pensieri
sgraditi che affiorano nei momenti di debolezza. Una fitta
coltre di nubi copriva il cielo, simile a una sostanza fibrosa
compressa e infine esplosa. Emanava una fremente
e ostile vitalit. Attraverso quella massa compatta il sole
faceva capolino come l'occhio di un folle, dallo sfolgorante
sguardo feroce che rendeva nitido ogni filo d'erba lungo
l'alzaia. Era una visione troppo vivida, abbagliante. E
quando scompariva ogni cosa sembrava sfocata, si annebbiava.
Il vento sospingeva nubi minacciose dal lago Ontario.
Con quell'umidit le zanzare pungevano feroci.
Le ronzavano voraci intorno al capo; le scacci con un gridolino
di disgusto e di apprensione.
Nella fabbrica l'aria era afosa e soffocante come in piena
estate, superava i 40 gradi. I vetri delle finestre opachi per
lo sporco erano bloccati, e la met dei ventilatori fuori uso
o malfunzionanti, praticamente inutili.
Si trattava solo di un lavoro temporaneo, l alla Niagara
Tubing. Poteva sopportarlo qualche altro mese...
La mattina timbrava il cartellino alle 8,58, all'uscita alle
17,02. Otto ore. Cinque giorni a settimana. Doveva indossare
occhiali di protezione e guanti. A volte un grembiule
incredibilmente pesante e caldo. E scarpe da lavoro con le
punte rinforzate. Di tanto in tanto il caposquadra effettuava
dei controlli. Sulle donne.
Prima della fabbrica, Rebecca aveva lavorato in un hotel,
come cameriera. Aveva l'obbligo di indossare un'uniforme.
La detestava.
La paga per otto ore di lavoro ammontava a 16 dollari
e 80. Lordi.
Lo faccio per Niley. Solo per lui.
In fabbrica non portava mai l'orologio. La polvere fine vi
si sarebbe insinuata, danneggiandolo. Ormai dovevano
essere quasi le sei. A quell'ora passava a prendere Niley
dai vicini. Nessun figlio di puttana che la seguiva per quel
sentiero avrebbe potuto impedirglielo.
Era pronta a correre. Se fosse stato il caso sarebbe scattata,
all'improvviso. Se lui l'avesse fatto. Conosceva un nascondiglio
non molto distante da l, al di l del terrapieno,
non visibile dal sentiero: un canalone fetido, di lamiera
ondulata, un tunnel circa tre metri e mezzo sotto il livello
stradale, del diametro di un metro e mezzo. Poteva infilarsi
l dentro e, procedendo curva, raggiungere un campo,
augurandosi che non fosse un acquitrino; quel tale col panama
non avrebbe capito dov'era sgusciata, o se anche l'avesse
vista magari non l'avrebbe seguita l sotto...
Ma scart subito l'idea: la conduttura sfociava in un fetido
pantano, se vi si fosse avventurata avrebbe corso il rischio
di inciampare, di cadere e...
A quanto pareva, quell'alzaia era il posto ideale per un
agguato. Il terrapieno ostruiva la visuale, l'orizzonte appariva
innaturalmente soffocante. Per vedere il cielo bisognava
alzare la testa e allungare il collo.
Era un autentico sopruso, quel tizio che la stava seguendo
proprio l, dove si sentiva libera, finalmente fuori
dalla fabbrica. Percorrendo quella strada si godeva il panorama,
per quanto fosse solo una zona incolta tutt'altro
che amena. E immancabilmente pensava al figlio che
aspettava con ansia il suo ritorno.
Sapeva bene di non dover cedere, non doveva mostrarsi
impaurita.
Si sarebbe voltata ad affrontare quel tizio col panama.
Mani sui fianchi, l'avrebbe guardato dritto negli occhi, come
faceva Tignor.
Ripet tra s le parole con cui l'avrebbe apostrofato: Ehi,
tu, mi stai seguendo?.
Oppure: Ehi, mister, non seguirmi, chiaro?.
Oppure, e il cuore prese a batterle pi forte in preda all'odio:
Dannazione, perch mi stai seguendo?.
Non era una ragazzina timida, tanto meno debole. N fisicamente,
n per indole. Non era una donna particolarmente
femminile. Non c'era niente di dolce, di fragile, di tenero
in lei; tutt'altro, si considerava forte e muscolosa.
Aveva un viso dai tratti marcati, occhi neri infossati, scure
sopracciglia folte come quelle di un uomo, e un atteggiamento
mascolino. In sostanza, detestava la femminilit.
Ma questo non le impediva di amare Tignor. Non voleva
assomigliargli, desiderava solo esserne amata. D'altronde,
a suo giudizio Tignor non era un uomo come gli altri. A
parte questo, disprezzava profondamente la fragilit delle
donne. Ne provava vergogna, la mandava in bestia. Era
l'antica fragilit delle donne, e di Anna Schwart, sua madre.
La fragilit di una stirpe sconfitta.
In fabbrica, di solito gli uomini non la molestavano. Sapevano
che era sposata. E comunque non li incoraggiava.
Non ricambiava mai gli sguardi. Pensassero pure quello
che volevano.
Eppure la settimana prima aveva dovuto affrontare un
testa di cazzo che davanti alla catena di montaggio le passava
sempre troppo vicino, e con un ghigno idiota la squadrava
dalla testa ai piedi per metterla in imbarazzo. L'aveva
minacciato a muso duro: dannazione, se non la lasciava
in pace avrebbe avvertito il caposquadra, ma nella concitazione
si era mangiata le parole, la voce le era mancata e
quello stronzo le aveva scoccato un sorriso ebete. Mmmm,
pupa! Mi piaci.
Ma non si sarebbe licenziata. Diamine, no.
Era stata assunta alla Niagara Tubing a marzo. Alla catena
di montaggio, manodopera non specializzata. Comunque
in fabbrica il lavoro femminile era meglio retribuito
rispetto ad altri: cameriera, donna delle pulizie, commessa.
Non eri costretta a sorridere ai clienti, a essere gentile. Come
aveva detto alla sua amica Rita, che lavorava anche lei
alla Niagara Tubing, era solo un lavoro temporaneo. Rita
aveva riso, e le aveva risposto che certo, anche per lei lo era.
Va avanti da sette anni.
L'orizzonte cos limitato la rendeva inquieta, non riusciva
a individuare una via di fuga. Rifugiarsi nel sottobosco?
Era pieno di rovi, rose selvatiche, grovigli di edera velenosa.
Tra gli alberi? Peggio, ancora pi fuori mano, poteva
accadere di tutto.
Mancava almeno un chilometro e mezzo al ponte della
Poor Farm Road. Quanto avrebbe impiegato ad arrivarci,
venti minuti? Non poteva certo farli tutti di corsa. Cosa
poteva succederle in quel lasso di tempo?
La superficie increspata delle acque del canale sembrava
il dorso di una bestia in letargo, la testa invisibile. Se ne
scorgeva solo il corpo, che si stendeva lungo tutto l'orizzonte.
Anche se in realt davanti non si apriva alcun orizzonte.
In lontananza il canale svaniva in una bruma indistinta.
Come un binario che sembra rimpicciolirsi sempre pi
man mano che si allontana, quasi fuggisse dal presente,
proteso verso un futuro inafferrabile.
Non mostrare la tua debolezza. Non puoi restare sempre una
bambina.
Bambina non lo era pi. Era una donna sposata, nonch
madre. Lavorava alla Niagara Fiber Tubing, Chautauqua
Falls, Stato di New York.
Non era una minorenne che dipendeva dalla carit degli
adulti. Non era sottoposta a tutela. La figlia del becchino,
una ragazza da compatire.
Erano anni di boom industriale in America, nel periodo
postbellico. Cos si diceva. E cos sembrava. Le fabbriche
producevano a pieno ritmo, a Chautauqua Falls come in
ogni grande o piccola citt nella parte settentrionale dello
Stato di New York dove il centro pi fiorente era Buffalo.
Di giorno il cielo della Chautauqua Valley era solcato da
nubi di due tipi: quelle naturali, dalla conformazione orizzontale,
e quelle a forma di colonna, il fumo delle fabbriche,
dal caratteristico colore, che si innalzava da ciminiere
tutte uguali. Il miasma che esalava dalla Niagara Fiber
Tubing, un pulviscolo grigiastro che puzzava di gomma,
era inconfondibile.
Al lavoro Rebecca legava i lunghi capelli folti in spesse
trecce, raccolte attorno al capo coperto con un foulard. Eppure,
quando li scioglieva erano impregnati dell'odore della
fabbrica. La chioma un tempo d'un nero lucente - capigliatura
da zingara, la definiva Tignor - era diventata secca,
fragile e sfibrata come ferro corroso. Ad appena ventitr
anni si ritrovava gi con qualche capello grigio! E aveva
calli alle mani, le unghie scolorite, malgrado indossasse i
guanti. Gli occhiali protettivi lasciavano un pallido alone
sul volto e segni attorno al naso.
Era una donna sposata, perch le accadeva questo?!
Un tempo Tignor era pazzo di lei. Non sopportava l'idea
che non fosse pi cos.
Lui non aveva preso bene la sua maternit. Il pancione
ingrossato e teso come un tamburo. Il corpo cosparso di vene
bluastre che sembravano sul punto di scoppiare. Le caviglie
e i piedi gonfi. Il fiato corto. Lo strano calore interno,
una febbre che respingeva l'uomo.
Era alta, un metro e settantasette. Pesava cinquantadue
chili. Durante la gravidanza era arrivata a sessanta tr chili
e mezzo. Forte come una giumenta, diceva Tignor.
Il tizio che la seguiva doveva aver capito che era una donna
energica, riflett. Di quelle che reagiscono.
Si chiese se in qualche modo la conoscesse. In tal caso
sapeva che viveva sola con il figlio, in una vecchia casa colonica
fuori mano, in campagna. Se era cos, probabilmente
sapeva anche che nei giorni lavorativi lasciava il bambino
a una vicina; e quindi se Rebecca avesse tardato a riprenderlo,
se non si fosse fatta viva, la signora Meltzer
avrebbe arguito che le era accaduto qualcosa.
Ma quanto tempo sarebbe passato prima che chiamasse
la polizia?
I Meltzer non erano tipi da rivolgersi alle forze dell'ordine
se non era proprio necessario. Come Tignor, del resto.
Piuttosto, sarebbero andati loro stessi a cercarla. E se
non l'avessero trovata avrebbero deciso il da farsi.
Ma quanto tempo sarebbe trascorso? Ore, probabilmente.
Se almeno quella mattina avesse portato il coltello per il
pane. Quel sentiero era un luogo desolato. Se Tignor avesse
saputo che la moglie camminava lungo il canale come
una sgualdrina... Alle volte si vedevano dei barboni lungo
la ferrovia. O qualche isolato pescatore nei pressi del ponte.
Uomini solitari.
Il canale era incantevole, ne era attratta. Quando al mattino
il cielo era sereno, le acque ne riflettevano la limpidezza.
Se invece era plumbeo, carico di nubi, la superficie delle
acque appariva opaca. Come se ci si potesse camminare
sopra.
Ignorava quanto fosse profondo. Ma certo lo era. Non
si toccava. Tre metri? Bisognava nuotare se ci si finiva
dentro. L'argine era scosceso, per uscire bisognava issarsi
a forza, zuppi d'acqua, e se qualcuno da sopra ti prendeva
a calci eri spacciato.
Ma lei era una nuotatrice provetta! Anche se non nuotava
da quando era nato Niles. Temeva che il fisico avesse
perso il vigore di un tempo. Sarebbe vergognosamente colata
a picco come un sasso. Paventava quel momento della
verit, quando ci si trova in acque profonde e bisogna
tenersi a galla a forza di braccia e gambe.
Si volt di scatto per controllare: l'individuo con il panama
la seguiva alla stessa distanza. Quanto meno non cercava
di avvicinarla. Per non desisteva. Gli occhi puntati
addosso.
Ehi! Lasciami in pace.
La voce aspra, acuta. Non sembrava nemmeno la sua.
Acceler il passo. Le era parso che quel tale avesse sorriso.
Le aveva davvero sorriso?
Un sorriso pu anche essere di scherno. Come il suo, o
quello del padre defunto. Derisorio. Beffardo.
Bastardo. Non hai alcun diritto di...
D'un tratto si ricord di aver gi visto quell'uomo, il giorno
prima.
Sul momento quasi non ci aveva fatto caso. Stava uscendo
dalla fabbrica, alla fine del turno, alle cinque del pomeriggio,
nella fiumana degli operai. Se pure lo aveva notato,
non aveva ragione di supporre che fosse interessato a lei.
Forse era un caso che la stesse seguendo. Non poteva conoscerla...
o s?
La mente galoppava, frenetica. Era anche possibile che
quello sconosciuto avesse scelto a caso una donna da seguire.
Forse era in agguato fuori dalla fabbrica, come un
cacciatore in attesa della preda, pronto a tutto. Magari
aspettava qualcun'altra che non aveva incontrato, oppure
non aveva ritenuto opportuno seguirla a quell'ora.
Era furibonda, ma anche impaurita.
Mio marito ti uccider...
Preferiva non pensare che quel tale potesse conoscere
Tignor, che avesse dei conti in sospeso con lui. Uno di quei
tizi che credono di conoscermi.
Non era chiaro cosa intendesse Tignor con quella frase. Se
avesse dei nemici, o se certi individui non meglio identificati
per qualche ragione fossero convinti di esserlo.
Uno di quelli a cui piacerebbe strapparmi le palle.
Quando diceva quelle cose rideva, Tignor. Aveva un'alta
opinione di s, e una risata pronta, sicura.
Inutile chiedergli spiegazioni. Tignor non rispondeva
mai direttamente a una domanda, soprattutto se a porla
era una donna.
Non hai il diritto! Non hai nessun diritto di seguirmi!
Stronzo.
Con la mano destra nella tasca accarezz la punta del
pezzo d'acciaio.
Le sembr che lo sconosciuto avesse fatto il gesto di togliersi
il cappello.
Aveva sorriso?
Quel dubbio improvviso la disarm. In fondo non aveva
fatto alcun gesto minaccioso nei suoi confronti. Non
l'aveva apostrofata, come a volte facevano gli uomini,
spaventandola. Nemmeno un tentativo di abbordarla.
Forse il pericolo era solo immaginario. Pens al piccolo
che la stava aspettando, desiderava disperatamente stringerlo
tra le braccia, per rincuorare se stessa e il figlio. Al limitare
della vegetazione, tra la coltre di nubi fece capolino
un raggio di sole, come l'occhio di un folle. Con la foga
di una donna in procinto di annegare che si aggrappa a
qualsiasi cosa pur di salvarsi, pens: Quegli abiti.
Pantaloni di un improbabile color crema, camicia bianca
a maniche lunghe e papillon.
Quell'uomo sembrava avere un che di etereo, l'espressione
serena, non aveva l'aspetto di uno intenzionato ad
aggredire e fare del male a una donna.
"Forse abita da queste parti, sta solo tornando a casa,
come me."
L'alzaia era un luogo pubblico. Non poteva scartare l'ipotesi
che avesse preso anche lui quella scorciatoia. Non
lo aveva mai visto prima. Parallela al canale correva la
Stuyvesant Road, una carrozzabile asfaltata, e a meno di
un chilometro c'era il ponte di legno a una corsia da cui si
dipartiva la Poor Farm Road, una strada di ghiaia. All'incrocio
sorgeva un piccolo insediamento abitativo, Four
Corners. L'edificio che alloggiava l'ufficio postale, uno
spaccio con una vistosa insegna della Sealtest sulla vetrina,
e una pompa di benzina con annessa officina, "Riparazioni
Auto Meltzer". Un granaio, una vecchia chiesa in
pietra, un cimitero. Il marito di Rebecca aveva preso in affitto
una decrepita casa colonica, quando era rimasta incinta
per la seconda volta.
Avevano perso il primo figlio. Aborto spontaneo.
La natura corregge gli errori l'aveva consolata il dottore,
forse suggerendo che non tutti i mali vengono per nuocere...
Affanculo!
Rebecca rimpianse di non essersi levata la giacca appena
uscita dalla fabbrica. Adesso non poteva: togliersi un
indumento davanti a quel bastardo poteva essere interpretato
come un segnale. Poco ma sicuro. Ne avvertiva lo
sguardo sul sedere, sui fianchi, sulle gambe mentre procedeva
a passo spedito. Avrebbe voluto mettersi a correre, ma
non osava.
Era come avere un mastino alle calcagna: se corri ti aggredisce.
La paura ha un odore. E un predatore lo fiuta.
Quando l'aveva visto, il giorno prima, quell'uomo non
portava il cappello. Era dall'altra parte della strada di
fronte al cancello della fabbrica, appoggiato a un muro
sotto un tendone da sole. In quello sparuto isolato c'erano
un bar, un calzolaio, una macelleria e una piccola drogheria.
L'uomo bighellonava tra il bar e il calzolaio. C'era
parecchia gente in giro a quell'ora. A Rebecca non sarebbe
mai rimasto impresso se non fosse stata costretta a ricordarsene.
Ma  facile avere memoria del passato. Se si potesse conoscere
il futuro, ci si potrebbe salvare...
Il traffico era sempre congestionato alle cinque del pomeriggio,
orario di chiusura degli stabilimenti. La Niagara
Tubing, l'Empire Paper Products, l'Arcadia Canning
Goods, la Chautauqua Sheet Metal. Un isolato pi gi c'era
la Union Carbide Steel, la fabbrica con il maggior numero
di dipendenti della citt. Al termine del turno giornaliero,
centinaia di uomini e donne sciamavano in
strada, come vomitati dall'inferno.
Sembravano pipistrelli vomitati dall'inferno.
Ogni volta che usciva dalla Niagara Tubing, Rebecca si
guardava intorno in cerca di Tignor. Quando il marito era
via da casa per un certo periodo, lei viveva in una sorta di
stato di attesa-di-Tignor e, quasi inconsapevolmente, ne
cercava ovunque l'alta e robusta figura. Sperava di vederlo,
ma al contempo lo temeva, perch non sapeva mai quali
emozioni le avrebbe suscitato la sua apparizione, n era
in grado di immaginare i suoi sentimenti. Da marzo era
rientrato nella sua vita cos due volte: parcheggiava con
aria indifferente l'automobile, una Pontiac verde argento
del 1959, davanti al marciapiede, aspettandola come se la
lontananza da lei e dal figlio - giorni o settimane, di recente
ben cinque di fila - fosse solo una fantasia di Rebecca.
Poi la chiamava: Ehi, piccola, qui.
Le faceva segno di avvicinarsi, e lei ubbidiva.
Era gi successo due volte. Era vergognoso, eppure era
andata cos. Correva da lui, il marito sorridente che la chiamava.
A vederlo sembrava proprio un bravo maritino che
va a prendere la moglie al lavoro, come facevano tante donne
con i propri coniugi.
Ehi, piccola, datti una calmata, la gente ci guarda.
Oppure diceva: Dammi un bacio, piccola. Mi sei mancata.
Ma Tignor non c'era. Non si era visto n il giorno prima,
n oggi.
Si aspettava vagamente una sua telefonata la domenica.
Se ne era convinta. L'ultima volta l'aveva chiamata da Port
au Roche, al confine canadese sul lago Champlain; l possedeva
un albergo, o ne era comproprietario, o forse si trattava
di una taverna, o di un porticciolo turistico. Rebecca
non c'era mai stata, ma sapeva che era una localit turistica,
ben pi amena di Chautauqua Falls in quel periodo dell'anno,
sempre pi fresca di almeno dieci gradi. Non si
poteva certo biasimare un uomo se preferiva stare sul lago
Champlain piuttosto che a Chautauqua Falls.
Tignor non c'era, ma Rita, dandole di gomito, le aveva
fatto notare qualcun altro.
Guarda quante arie si d quello. Chi ?
Un forestiero, sui trentacinque anni, ciondolava pigramente
sotto un tendone da sole al di l della strada. Non
indossava calzoni color crema, ma era vestito con una certa
bizzarra eleganza. Una giacca sportiva a righe, pantaloni
beige. Aveva capelli biondo-grigi ondulati e occhiali con
lenti fum che gli conferivano un'aria da attore.
Dopo otto ore alla catena di montaggio Rita provava ancora,
o voleva darlo a intendere, una bramosa per quanto
beffarda attrazione sessuale per quell'affascinante sconosciuto.
L'hai mai visto?
No.
Rebecca non lo aveva quasi degnato di uno sguardo.
Chiunque fosse, non le interessava.
Nessun altro oltre Tignor.
Quel pomeriggio era uscita da sola dalla fabbrica. Si era
imposta di non guardarsi intorno in cerca di Tignor, sapendo
che non c'era, eppure l'aveva fatto, aveva lanciato
una rapida occhiata in giro, osservando di sfuggita le figure
maschili. Con un certo sollievo si era assicurata che
lui non era l.
Cominciava a detestarlo, le aveva lacerato il cuore.
E per il suo orgoglio. Qualcosa le diceva che avrebbe fatto
meglio a lasciarlo, prendere il bambino e mollarlo. Ma
non ne aveva la forza.
L'amore! Somma debolezza. E adesso il figlio, il legame
che li avrebbe uniti per sempre.
Si era tolta il dannato fazzoletto sudaticcio dal capo e lo
aveva infilato in tasca. Un rivolo di sudore le colava lungo
la nuca come un insetto strisciante. Si era allontanata a passo
rapido. I fumi della fabbrica le procuravano la nausea.
A un isolato cominciava la ferrovia Buffalo-Chautauqua,
la attraversava per tagliare verso il canale. Ormai conosceva
il tragitto a menadito, non doveva nemmeno alzare lo
sguardo. Aveva notato l'uomo che la seguiva solo quand'era
gi a met strada, per puro caso.
Cos fuori posto, con quei vestiti. E quel panama. Attraversava
adagio i binari ingombri di carrozze che emanavano
un sentore di bestiame e di fertilizzanti chimici.
Chi ? Che ci fa qui?
Le era gi capitato di vedere uomini in abiti eleganti
gironzolare per la ferrovia, o per le strade intorno alla fabbrica,
ma non era uno spettacolo usuale. Si trattava di sconosciuti,
certo ispettori di qualche societ venuti con
un'automobile ultimo modello; li vedevi intenti a ispezionare
qualcosa o a conversare tra loro con espressioni gravi,
e poi sparire.
Ma quel tale con il panama era diverso. Non dava certo
l'idea di sapere dove stesse andando. Camminava sul
terreno coperto di erbacce come se gli facessero male le
scarpe.
Rebecca procedeva decisa, conoscendo la strada, tra
l'erba chiazzata d'olio, pezzi di cemento come lastroni di
ghiaccio seghettati. Il passo sicuro di una capra di montagna.
I giorni alla Niagara Tubing trascorrevano tutti uguali,
nello squallore e nel frastuono assordante, l'aria irrespirabile,
priva di ossigeno, che puzzava di fibre bruciate. Ci si
abituava a quel fragore diventando totalmente insensibili,
come un arto paralizzato. Non si era mai soli, non esisteva
privacy, se non al gabinetto, dove non si poteva indugiare
pi di tanto; l i cattivi odori erano ancora pi insopportabili.
Quanti giorni aveva contato dal primo marzo, settimana
dopo settimana, cercando di mettere da parte pi
denaro possibile, nel timore di un'emergenza per lei e il
bambino. Lo aveva nascosto in casa, qualche dollaro, una
manciata di spiccioli.
In caso di bisogno, come si dice. Una donna sposata mette
da parte dei soldi in segreto, non li versa in banca ma li
nasconde in casa, in qualche posto, per disporne in caso di
bisogno.
Rebecca salt una canalina di scolo. Super un reticolato
squarciato. Arrivata a quel punto, in prossimit del canale,
vicina ai sobborghi della citt, cominciava a sentirsi meglio.
Di solito l'alzaia era deserta, e nell'aria pi fresca si percepiva
l'odore dell'acqua, delle foglie marcite e della terra. Veniva
da un posto di campagna, era cresciuta scorrazzando
per i campi, i boschi e le strade campestri di Milburn, centocinquanta
chilometri a est di quel posto, e quando arrivava
l la prendeva una piacevole euforia. Presto sarebbe arrivata
dalla signora Meltzer, dove l'aspettava il trepidante
Niley; appena l'avesse vista il piccolo si sarebbe fiondato tra
le sue braccia gridando: Mam-ma!, con uno sguardo di tale
dolente amore da riuscire quasi insopportabile.
Era stato in quel momento, per puro caso, che lo aveva
notato: uno strano individuo con il panama, mai visto prima,
che faceva la sua stessa strada. Non aveva ragione di
pensare che la stesse seguendo, o che fosse consapevole
della sua presenza. Ma era stato allora che l'aveva scorto.
Aveva deciso di non darci peso.
Aveva superato un altro fosso, da cui esalava un tremendo
tanfo di zolfo. Da qualche parte stavano sganciando dei
vagoni, si udivano come secchi colpi di scimitarra. Stava
pensando, per quanto non si trattasse di un pensiero articolato,
intenzionale o definito, che l'uomo con il panama e
vestito in quel modo sarebbe presto tornato sui suoi passi.
Non era tipo da bazzicare un posto del genere, frequentato
pi che altro da ragazzi e barboni.
Tignor non avrebbe approvato che lei attraversasse luoghi
come quelli. Come la madre, anni prima. Ma lui, come
gi Anna Schwart a suo tempo, non era al corrente di quello che Rebecca faceva di nascosto.
In seguito avrebbe ricordato che a quel punto, a met
strada, si era resa conto di quanto fosse rischioso fare quel
percorso, eppure aveva continuato. Una volta scesa dal
terrapieno e imboccata l'alzaia che costeggiava il canale
sarebbe rimasta sola, e se quel tale la stava effettivamente
seguendo la situazione si faceva pericolosa. Doveva scegliere:
tornare subito indietro e affrettarsi verso una via laterale
dove stavano giocando dei bambini, o proseguire.
Non era tornata indietro. Aveva proseguito.
Non le era nemmeno passato per la testa: Non c' bisogno
di spaventarsi, quell'uomo non mi fa paura.
Tuttavia, poich dopotutto era la figlia del becchino, da
una catasta di rottami aveva preso un pezzo di acciaio
lungo pi di quindici centimetri, spesso quasi tre, e se l'era
infilato nella tasca destra della giacca color cachi, con un
gesto cos rapido che difficilmente l'uomo con il panama
avrebbe potuto accorgersene.
Bene, il pezzo di acciaio era affilato. Con un manico sarebbe
somigliato a una piccozza.
Se avesse dovuto servirsene si sarebbe ferita. Ma sorrise,
pensando: Almeno gli far male. Se si azzarda a toccarmi se ne
pentir.
Il cielo imbruniva, era quasi buio. Una sera cupa, fosca. Il
canale aveva perso ogni attrattiva. All'orizzonte si profilava
un chiarore indistinto, come brace.
La Poor Farm Road distava meno di mezzo chilometro,
distingueva le assi del ponte. Il cuore le batteva forte. Non
vedeva l'ora di raggiungere il ponte, superare il terrapieno
e salire sulla strada. L sarebbe stata salva. Avrebbe
corso fino all'abitazione dei Meltzer, a ottocento metri di
distanza...
A quel punto l'uomo con il panama fece la sua mossa.
Sent un suono come di vetro infranto, inaspettatamente
vicino: il calpestio di foglie secche. Fu pres'a dal panico.
Non si volt a guardare, ma si gett alla cieca sul terrapieno.
Si aggrapp ai rovi, ai cardi, all'erba alta per tirarsi su.
Era in preda alla disperazione, terrorizzata. In quegli attimi
le balenarono, come lampi, ricordi di quando cercava
di scavalcare faticosamente recinti, di arrampicarsi sui tetti,
mentre i suoi fratelli ci riuscivano senza sforzo. L'uomo
alle sue spalle parl, la stava chiamando; cominci a scivolare,
il pendio era troppo scosceso. Si storse una caviglia
e cadde rovinosamente. Il dolore lancinante le provoc
uno shock. Cerc di attutire la caduta con il palmo
della mano destra.
Ma si ritrov a terra, indifesa. In quel momento la vista le
si annebbi, come in un'eclissi di sole. Era una donna, ecco
perch la seguiva, adesso le sarebbe piombato addosso.
Signorina, aspetti. Mi scusi! La prego! Non voglio farle
del male.
Rebecca giaceva accasciata, ansimante. L'uomo con il panama
le si avvicin, con aria offesa. Avanzava con circospezione,
come davanti a un cane che ringhia.
Fermo! Non si avvicini! Vada via.
Rebecca si frug in fretta e furia alla ricerca del pezzo di
acciaio. La mano insanguinata era intorpidita. Non riusciva
a infilarla nella tasca.
L'uomo con il panama, vista l'espressione sul volto della
donna, si era bloccato. Visibilmente preoccupato, si tolse
gli occhiali da sole e la fiss. C'era un che di strano in lui,
che Rebecca avrebbe ricordato a lungo: gli occhi curiosi,
sbarrati, come nudi. In quegli occhi lesse meraviglia, calcolo,
brama. Sembravano non avere ciglia. Il destro doveva
aver subito un trauma, sembrava il filamento bruciato
di una lampadina. La sclera era scolorita come avorio antico.
Aveva l'aria giovanile eppure matura, univa un comportamento
fanciullesco a una faccia grinzosa, vagamente
attraente, dai lineamenti come sfuocati, incorporei. Rebecca
si rese conto che poteva essere pericoloso solo se avesse
avuto un'arma. E in tal caso l'avrebbe gi tirata fuori.
Avvamp per la vergogna, rilassandosi; era stata una
stupida a giudicare male quello sconosciuto!
Lui si stava scusando goffamente: La prego, mi perdoni!
Non intendevo spaventarla. Lungi da me, mi creda. Si
 ferita, cara?.
Cara! Rebecca avvert un moto di disprezzo.
No, non mi sono fatta niente.
Ma... posso aiutarla? Temo che si sia slogata una caviglia.
Si offr di aiutarla a rialzarsi, ma Rebecca gli fece segno di
non avvicinarsi. Signore, non ho bisogno del suo aiuto. Se
ne vada.
Rebecca si rialz, barcollando. Il cuore le batteva ancora
forte. Era furibonda, furiosa verso quell'uomo che l'aveva
spaventata e umiliata. E ancora di pi con se stessa. Se qualche
conoscente l'avesse vista accucciata in quel modo...
Non sopportava che quello sconosciuto la fissasse cos, con
quei grotteschi occhi senza ciglia.
All'improvviso, in tono quasi nostalgico, l'uomo chiese:
Sei Hazel, vero? Hazel Jones?.
Rebecca lo squadr, incredula.
Sei Hazel, non  vero? Eh?
Hazel chi?
Hazel Jones.
No.
Ma sei identica a lei. Di certo sei Hazel...
Le ho detto di no. Chiunque sia, non sono io.
L'uomo con il panama sorrideva, esitante. Era agitato almeno
quanto lei, e sudava. Il cravattino a scacchi era sbilenco,
e la camicia a maniche lunghe umida di sudore lasciava
prosaicamente intravedere il segno della canottiera.
I denti erano troppo perfetti, dovevano essere finti.
Mia cara, le assomigli proprio tanto... Hazel Jones.
Non posso credere che esistano due ragazze, due ragazze
cos belle, che si somigliano come due gocce d'acqua, e
che vivono nella stessa regione...
Rebecca era tornata claudicante verso l'alzaia. Prov a
caricare il peso sulla caviglia, valutando se fosse in grado
di camminare, o addirittura correre. Era rossa per la vergogna.
Si spolver i vestiti, sporchi di terriccio e pieni di cardi.
Era furibonda! L'uomo con il panama continuava a fissarla,
convinto che fosse un'altra.
Not che si era tolto il cappello, che si rigirava tra le
mani. Aveva capelli ondulati biondo-grigio, simili alla
capigliatura di un manichino, per nulla scompigliati dal
panama.
Senta, devo andare. Non mi segua.
Oh, ma... aspetta! Hazel...
Nella voce si avvertiva una nota di rimprovero. Come
se entrambi sapessero che lo stava ingannando, e lui non
ne comprendesse il motivo. Chiaramente non aveva cattive
intenzioni, era un gentiluomo, non avvezzo a essere
trattato in modo sgarbato, e non se ne capacitava. In tono
cortese, con irritante ostinazione e sempre pi concitato,
disse: Gli occhi sono proprio quelli di Hazel, anche se mi
sembra che i capelli siano leggermente pi scuri. E hai un
modo di camminare un po' pi rigido, ma forse per causa
mia, ti ho spaventata. Non sapevo come avvicinarmi, cara.
Ti ho visto ieri per strada, cio ero convinto che fossi
tu, Hazel Jones, dopo tutti questi anni, e cos oggi... ti ho
seguito.
Rebecca lo fiss, calma. Aveva l'impressione che quell'individuo
cos posato non stesse mentendo, che fosse
davvero convinto di quanto sosteneva. Pensava che lei lo
stesse ingannando, eppure non ne sembrava turbato. Aveva
parlato con relativa tranquillit, e il suo discorso, considerate
le circostanze, aveva una sua logica.
Crede che sia lei, e che stia mentendo.
Rebecca rise, una risata strana, che risuon inaspettata.
Le sarebbe piaciuto raccontarlo a Tignor, quando l'avesse
chiamata. Ne avrebbero riso insieme. Ma il marito era
un tipo geloso, e a un uomo cos non si va a dire che un tale
ti ha seguita prendendoti per una vecchia fiamma.
Senta, mi dispiace, mi ha scambiato per qualcun'altra.
Ma...
Si stava avvicinando, lentamente, malgrado gli avesse
intimato di stare lontano. Dava l'impressione di non rendersi
conto della situazione, e Rebecca era disorientata. In
realt sembrava innocuo. Era poco pi alto di lei, e portava
delle scarpe Oxford marroni impolverate. I risvolti dei
calzoni color crema erano imbrattati di terra. Emanava un
odore dolciastro di acqua di colonia, o di dopobarba. Proprio
come appariva stranamente giovane eppure vecchio,
sembrava debole e al tempo stesso forte. Un uomo che nascondeva
la propria forza dietro l'aspetto delicato. Si intuiva
una volont simile a quella di un giovane mocassino
d'acqua attorcigliato. Pensi che il serpente sia paralizzato
dalla paura, dal terrore di venire ucciso, ma non  cos; attende
solo il momento opportuno, si prepara a colpire. Il
padre di Rebecca, il becchino di Milburn Jacob Schwart,
era un uomo apparentemente debole ma in realt forte;
tanto tempo prima la sua famiglia ne aveva saggiato tutta
la forza, la volont da rettile celata sotto un aspetto mansueto.
Rebecca avvert una simile doppiezza in quell'uomo.
Si scusava, ma senza umilt. Nemmeno un briciolo di
modestia nella sua anima. Era evidente che nutriva una
grande opinione di s. Conosceva Hazel Jones, aveva seguito
Hazel Jones, non si sarebbe arreso facilmente.
Tignor avrebbe sbagliato nel giudicare un individuo del
genere, lui aveva delle opinioni ben precise, incrollabili.
Ma quello era un uomo facoltoso, istruito. Probabilmente
un figlio di pap. Aveva l'aria dello scapolo, anche se doveva
avere qualcuno che si prendeva cura di lui. Indossava
indumenti di qualit anche se adesso erano sgualciti e
stropicciati.
Alla mano destra portava un anello d'oro con un sigillo,
con una pietra nera.
Non capisco perch fai finta di non conoscermi, Hazel.
Cosa ho fatto per alienarmi cos le tue simpatie? Sono il figlio
del dottor Hendricks... non puoi non riconoscermi.
Us un tono quasi malinconico, eppure insinuante.
Rebecca rise, non conosceva nessun Hendricks. Malgrado
ci rispose, come per lusingarlo: Il figlio del dottor
Hendricks?.
Mio padre  scomparso lo scorso novembre. Aveva ottantaquattro
anni.
Oh, mi dispiace. Ma...
Sono Byron. Non ti ricordi di me?
Temo di no. Gliel'ho detto.
Avevi dodici o tredici anni. Eri solo una ragazzina. Mi
ero appena laureato in medicina. Mi consideravi un adulto.
Ci separava l'abisso di una generazione. Ma adesso la differenza
non  pi incolmabile, no? Ti sarai domandata che
fine avevamo fatto, Hazel. Adesso sono medico, seguo le
orme di mio padre. Ma svolgo la professione a Port Oriskany,
non in questa valle. Un paio di volte l'anno torno a Chautauqua
Falls a trovare dei parenti, e per occuparmi di alcune
propriet di famiglia. Oltre che per curare la tomba
di mio padre.
Rebecca rimase in silenzio. Che fosse dannata se avesse
risposto a quest'ultima affermazione!
Byron Hendricks continu concitato: Se sei convinta che
siete state trattate male, Hazel... tu e tua madre....
Le ho detto di no! Io non sono nemmeno di Chautauqua
Falls. Ho seguito mio marito, qui. Sono sposata.
Lo disse rabbiosamente, spazientita. Si rammaric di non
portare la fede per sbattergliela sul muso. Ma non la metteva
mai quando lavorava in fabbrica.
Byron Hendricks sospir. Sposata! A quanto pareva,
non aveva preso in considerazione quell'eventualit.
Disse: Ho qualcosa per te, Hazel. Per tutta la sua lunga
e talvolta travagliata esistenza mio padre non vi ha mai
dimenticate. Mi rendo conto che  troppo tardi per la tua
povera madre, ma... Almeno vuoi accettare il mio biglietto,
cara? Se un giorno volessi contattarmi.
Le diede un piccolo biglietto da visita bianco. Le nitide lettere
nere stampate parvero a Rebecca una sorta di rimprovero.
DR. BYRON HENDRICKS
MEDICO GENERICO
WIGNER BUILDING, SUITE 414
1630 OWEGO AVENUE
PORT ORISKANY, NEW YORK
TEL. 693-4661
Rebecca replic, furiosa: Perch diavolo dovrei contattarla?.
Scoppi a ridere, strapp il cartoncino in mille pezzi e lo
gett a terra. Hendricks la fiss sbigottito. Gli occhi miopi
privi di ciglia ebbero un tremito.
Rebecca si volt, incamminandosi. Forse commetteva
un errore a volgere le spalle a quell'individuo. Lui si stava
scusando: Sono mortificato se ti ho offeso! Avrai certo le
tue ragioni, cara, per questa scortesia. Io non giudico gli
altri, Hazel. Sono un uomo di scienza e uso la ragione. Io
non ti giudico. Questi modi bruschi che non ricordavo in
te, questa... insensibilit. Ma io non giudico.
Rebecca non rispose. Non aveva intenzione di girarsi.
Dannazione, le aveva fatto prendere un bello spavento!
Stava ancora tremando. Ma l'uomo non si arrese: Hazel!
Forse ho capito. Sei offesa, o qualcuno ti ha convinto che
devi esserlo. E cos adesso vuoi offendermi a tua volta.
Come ti ho detto, cara, ho qualcosa per te. Mio padre non
ti ha dimenticata nel suo testamento.
Rebecca avrebbe voluto tapparsi le orecchie. No, no!
Mi chiamerai, cara? A Port Oriskany? O... verrai a trovarmi?
Dimmi che ci hai perdonati. E accetta da me quello
che il dottor Hendricks ti ha destinato, un lascito.
Ma Rebecca stava gi scalando il terrapieno che conduceva
sulla strada. Un sentiero stretto e scosceso che conosceva
bene. Faceva attenzione alla caviglia dolorante, ma
non sarebbe caduta. Byron Hendricks non la segu; rimase
fermo a guardarla. Probabilmente se ne stava impalato
con quel ridicolo panama tra le mani, in posa supplice.
Tuttavia Rebecca aveva percepito la volont dell'uomo,
rabbrividiva al solo pensiero. Era dovuta passargli accanto,
avrebbe potuto allungare le mani e afferrarla. Il modo
furtivo in cui le si era avvicinato, se n'era accorta solo per
lo scricchiolio delle foglie, lo avrebbe ricordato a lungo.
Nel suo testamento.
Lascito.
Doveva essere una menzogna. Un inganno. Non credeva
a una sola parola. Rimpiangeva quasi che non avesse
cercato di toccarla. Gli sarebbe piaciuto pugnalarlo con il
pezzo di acciaio, o almeno provarci.


2.

Mamma!
Non appena fece il suo ingresso nella cucina dei Meltzer,
il bambino le si precipit incontro e le si aggrapp alle
gambe. Il corpicino ciondolante trasudava energia ed eccitazione.
Gli occhi sembravano quelli di una bestiola selvatica,
luccicanti e fieri. Rebecca si chin per prenderlo in
braccio, ridendo. Ma anche lei fremeva. Quel grido le lacerava
il cuore, si sentiva colpevole per averlo lasciato.
Niley, credevi che la mamma non sarebbe tornata, vero?
Ma io torno sempre.
Il sollievo che il piccolo provava al suo arrivo era assurdo,
quasi doloroso. Era come se volesse punirla. E voleva
punirla anche per l'assenza di Tignor. Accadeva spesso.
Dannazione, le bruciava quell'ingiustizia, un doppio castigo
da parte di suo figlio e del marito!
Niley, lo sai che la mamma deve lavorare, vero?
Il piccolo scosse ostinatamente il capo.
Rebecca gli stamp un bacio sul faccino sovreccitato.
Poi dovette sopportare le lamentele di Edna Meltzer,
Niley era stato irrequieto tutto il giorno, aveva chiesto di
ascoltare la radio e appena il sole era tramontato dietro gli
alberi aveva passato il tempo a sgambettare di finestra in
finestra tutto agitato, aspettando la mamma.
Gli d fastidio che le giornate si stiano accorciando, se
ne accorge. Chiss che far quest'inverno spieg l'accigliata
signora Meltzer, agitata. Tra le due donne si avvertiva
una tensione strisciante, come il ronzio di un telefono.
Oh, quel piccolo si sarebbe precipitato per strada se non
l'avessi sempre tenuto d'occhio aggiunse ridendo. Si sarebbe
avviato trotterellando lungo il canale per venirti incontro
come un adolescente infatuato, se l'avessi lasciato
andare.
Un adolescente infatuato! Rebecca detestava quel linguaggio
forbito.
Nascose la faccia nel collo caldo del bimbo e lo strinse a
s. Il cuore batteva per il sollievo che non le fosse accaduto
nulla sul canale, e che nessuno l'avrebbe mai saputo.
Gli chiese se aveva fatto il bravo. Lo ammon che se faceva
il cattivo il Grande Ragno l'avrebbe catturato. Il piccolo
cacci un risolino acuto mentre la madre gli faceva il
solletico sui fianchi per allentare la sua morsa attorno alle
gambe.
Edna Meltzer osserv: Sei di buonumore stasera, Rebecca.
La signora Meltzer era una donna solida, dalla corporatura
robusta, con un petto abbondante e il viso zuccheroso
di un budino. Aveva modi materni e benevoli, eppure
sottilmente accusatori.
Certo che sono di buonumore. Sono viva.
Star fuori da quell'inferno fino a domani, ecco perch
sono allegra.
Rebecca emanava un odore di sudore femminile, la pelle
febbricitante era diafana e appiccicaticcia, gli occhi arrossati.
Si ritrasse dalla signora Meltzer che la stava scrutando
attentamente. Forse si stava chiedendo se avesse
bevuto. Un cicchetto con i colleghi gi in citt, invece di
correre subito a casa. Perch la ragazza sembrava eccitata,
distratta. Rideva in modo piuttosto sguaiato.
Oh, cosa ti  successo, cara, sei caduta?
Prima che Rebecca potesse evitarlo, Edna Meltzer le
prese la mano e la alz verso la luce. Dal bordo carnoso
del palmo escoriato e sporco di terra colavano piano delle
stille di sangue, luccicanti come gemme. Sulle dita c'erano
dei taglietti causati dall'affilato pezzo d'acciaio che teneva
in tasca e che aveva tenuto stretto.
Rebecca ritrasse la mano. Mormor che non era niente,
non sapeva come si era procurata quelle ferite, non era caduta.
Stava per pulirsi le mani sul camice, ma Edna Meltzer
la ferm.  meglio lavarle, cara. Non vorrai beccarti
quella malattia, il titano.
A gran voce Niley volle sapere cosa fosse il titano. Edna
Meltzer gli spieg che si trattava di una cosa molto brutta
che viene quando ci si taglia e non ci si lava per bene con
un buon sapone.
Dietro le insistenze della signora Meltzer, Rebecca si lav
le mani nel lavello della cucina. Era arrossita per l'irritazione,
non sopportava che le venisse detto cosa fare. Davanti
a Niley, poi! Si lav le mani come una bambina con
una saponetta grigia, il nome della marca era Mule Team
20, un sapone usato dagli operai, buono per rimuovere lo
sporco dalla pelle, anche quello pi ostinato. Howie Meltzer,
il marito di Edna, era il proprietario della stazione di
benzina della Esso.
Il padre di Rebecca usava del sapone altrettanto ruvido
per pulirsi le mani dalla terra, ma rimaneva sempre un
alone di sporco.
Niley gridava tutto eccitato: Titano! Titano! aggrappandosi
a Rebecca, voleva lavarsi anche lui le mani. Era nell'et
in cui ogni nuova parola lo eccitava come fosse un allegro
uccello piumato svolazzante intorno alla sua testa.
Il vetro della finestra sopra il lavandino si era appannato.
Rebecca vi scorse il riflesso della signora Meltzer che la stava
osservando. Tignor non sopportava i Meltzer per il semplice
fatto che erano affettuosi con la moglie quando lui era
via. La stessa Rebecca si dibatteva tra l'affetto che provava
verso Edna Meltzer, una donna che avrebbe avuto l'et
di sua madre se questa non fosse morta giovane, e un certo
risentimento nei suoi confronti. Sempre cos virtuosa, cos
materna! Sempre a imbeccare Rebecca, giovane madre inesperta,
su cosa fare.
La signora Meltzer era madre di cinque figli. Da quel
corpo compatto e bene in carne erano venuti al mondo
cinque esserini. A quel pensiero Rebecca si sentiva mancare.
Una volta cresciuti, i figli erano andati per la loro strada.
Rebecca si chiedeva come Edna Meltzer potesse tollerare
una cosa simile: avere dei bambini, amarli con ferocia
e tenerezza, sopportare di tutto per loro, e poi d'improvviso
perderli. Era come guardare fisso il sole, si rimane accecati,
e lei non riusciva a capacitarsi che un giorno Niley
sarebbe cresciuto e l'avrebbe abbandonata. Il suo piccolino
che l'adorava e le si avvinghiava al collo.
Mamma! Ti voglio bene!
Anche la mamma ti vuole bene, tesoro. Ma non gridare!
 andato avanti cos tutto il giorno, Rebecca. Non ha
fatto nemmeno il riposino. Non ha quasi toccato cibo. Siamo
usciti in giardino e ha voluto che mettessi la radio sulla
ringhiera del portico, a tutto volume, per sentirla da fuori
spieg la signora Meltzer, ridendo e scuotendo il capo.
Il bambino era convinto che alcuni annunciatori della
radio fossero il padre, le loro voci somigliavano a quella
di Tignor. Rebecca aveva cercato di spiegargli che non era
cos, ma Niley non aveva cambiato idea.
Mi spiace si scus Rebecca, imbarazzata. Era confusa,
non sapeva cosa dire.
Oh, niente si affrett a replicare la donna. Lo sai come
sono i bambini, fanno solo finta di credere a certe cose.
Un po' come noi.
Mentre preparava il bambino per portarlo a casa, Rebecca
domand con fare casuale alla signora Meltzer se
conoscesse una certa Hazel Jones.
Abita da queste parti?
Vive a Chautauqua Falls, credo.
Ma come faceva a dirlo? Le sembrava che quel tale con
il panama le avesse detto che da ragazza Hazel Jones viveva
l.
Perch me lo chiedi? Chi ?
Oh, qualcuno mi ha chiesto se mi chiamassi cos.
Ma anche questo non era esatto. Il figlio del dottor Hendricks
aveva scambiato Rebecca per Hazel Jones. Era ben
altra cosa.
Ti ha chiesto se ti chiamavi cos? E perch mai qualcuno
ti ha fatto una domanda del genere?
Il faccione grassoccio si contorse in una smorfia e Edna
Meltzer scoppi a ridere.
Era la tipica reazione della gente di quelle parti a ci
che reputavano fuori dall'ordinario: un riso beffardo.
Niley corse fuori, facendo sbattere la zanzariera. Rebecca
stava per seguirlo quando la signora Meltzer la prese per il
braccio, per sussurrarle qualcosa. Avvert un moto di repulsione
a quel contatto, costretta a un'intimit non desiderata.
Tignor torner presto, Rebecca?  un po' che  via.
Rebecca si sent avvampare.
Gi!
Ma la donna non si arrese. Proprio cos. Sono settimane.
E il bambino...
Rebecca replic, nel suo modo gaio e vivace, per arginare
quell'invadenza: Mio marito  un uomo d'affari, Edna.
Viaggia,  sempre in giro. Ha delle propriet cui badare.
Con gesto meccanico apr la zanzariera, che si richiuse
alle sue spalle. Niley scorrazzava sull'erba, agitando le
mani e strillando con eccitazione fanciullesca. Che bambino
sano, come una bestiola in salute! Rebecca non sopportava
che la donna le si rivolgesse con quel tono; non era
una ragazzina, era la madre del bambino. Dalla cucina la
signora Meltzer stava dicendo con quella sua voce paziente,
pungolante ed esasperante: Niley chiede in continuazione
del suo "pap" e io non so che dirgli.
Giusto, Edna replic freddamente Rebecca. Non lo
sai. Buonanotte.
Tornati nella piccola casa colonica a due piani presa in affitto
da Tignor, situata al limitare di una strada sterrata limitrofa
a Poor Farm Road, Rebecca scrisse su un foglio la nuova
parola imparata da Niley: tetano.
Prima ancora di togliersi gli abiti impregnati di sudore
e di levarsi di dosso e dai capelli arruffati la sporcizia
della Niagara Tubing, controll la parola sul dizionario
Webster's, un volume malridotto che risaliva ai tempi in
cui frequentava le elementari, a Milburn. Lo aveva vinto
in una gara di ortografia, patrocinata da un giornale locale.
Niley era affascinato dall'ex libris:
CAMPIONE D'ORTOGRAFIA DEL DISTRETTO N. 3 DI MILBURN
*** 1946 ***
REBECCA ESHTER SCHWART
All'epoca, a Milburn, era la figlia dei suoi genitori, portava
il nome che il padre aveva preso nel Nuovo Mondo:
Schwart.
(Rebecca non aveva corretto l'errore nel suo nome di
battesimo, "Esther", non volendo rovinare la bella targhetta.)
Da quando Niley aveva compiuto due anni, Rebecca cercava
le parole sul vocabolario per insegnargliele. Da piccola
non l'avevano incoraggiata a compitare, leggere, e
nemmeno a pensare, e per l'educazione di suo figlio non
intendeva certo seguire l'esempio dei suoi genitori. Per prima
cosa, trascrisse accuratamente la parola su un cartoncino.
Poi Niley cerc di imitarla, brandendo con i ditini tozzi
una matita colorata, che muoveva sulla carta con una concentrazione
intensa, ferrea. Rebecca rimase Colpita dalla
profonda mortificazione manifestata dal bimbo quando si
rese conto che la parola che aveva laboriosamente tracciato
non somigliava a quella scritta dalla madre; proprio come
avveniva in occasione di altri inconvenienti, per esempio
quando vomitava o faceva la pip a letto. A volte scoppiava
in lacrime, altre s'infuriava, tirando calci e piagnucolando.
Con i pugnetti serrati percuoteva la mamma. E si colpiva
il viso.
In quei casi Rebecca si affrettava ad abbracciarlo. Lo teneva
stretto!
Lo amava in modo viscerale, come amava suo marito, eppure
era allarmata, manifestava lo stesso carattere collerico
del padre. Ma era avido di conoscenza, in questo molto
diverso da Tignor. Negli ultimi mesi l'aveva stupita, era
sempre pi affascinato dalle lettere dell'alfabeto e dal modo
in cui si univano per formare "parole" che indicavano
delle "cose".
Lei aveva abbandonato gli studi. Non aveva frequentato
le superiori, la sua esistenza aveva subito un'interruzione.
A volte era sopraffatta dalla vergogna al pensiero
di quello che non sapeva e non avrebbe saputo, che andava
al di l di quanto potesse persino immaginare. Si vedeva
intrappolata in una palude, inghiottita inesorabilmente
dalle sabbie mobili.
Questa terra  una lurida fogna. Ignoranza! Stupidit! Crudelt!
Confusione! E follia ovunque, s, follia.
Rebecca rabbrivid al ricordo. Quella voce. La leggerezza
con cui lui dava sfogo alla sua rabbia.
Mamma? Guarda.
Niley aveva scritto, con straziante lentezza, la parola
tetano su un foglio di carta. La guardava di sotto in su,
ansioso. Non assomigliava per niente al padre, tanto meno
al nonno materno. Aveva bei capelli castano chiaro, la
carnagione delicata, soggetta a eritemi, i lineamenti piuttosto
piccoli, smunti. Da lei aveva preso gli occhi, infossati
e dallo sguardo profondo.
Come al solito Niley aveva tracciato le lettere obliquamente
verso il basso, le prime troppo grandi, cos che le
ultime erano ammassate: TANO. Rebecca sorrise, Niley era
cos divertente. Da neonato somigliava a uno scimmiotto,
il visino raggrinzito, intenso.
Rebecca temeva che non avendo pi spazio per scrivere
Niley si sarebbe lasciato prendere da uno dei suoi attacchi
di rabbia, cos si affrett a dargli un altro foglio.
Va bene, tesoro! Scriviamo insieme di nuovo la parola
"tetano".
Tutto entusiasta Niley impugn la matita rossa, deciso a
fare meglio.
Rebecca si era ripromessa di non commettere errori nell'educazione
del figlio a quell'et, quand'era cos piccolo e
ancora non andava a scuola. In quel periodo un bambino
 alla completa merc dei genitori. Per questo Rebecca cercava
le parole sul dizionario. Possedeva anche dei libri di
testo delle superiori. Per non sbagliare. Per apprendere le
nozioni giuste, tra le tante che non puoi imparare.


3.

Rebecca ud una voce, aspra e imperiosa: Ges, attenta!.
Si dest dallo stato catatonico in cui era piombata. Si lasci
andare a un riso nervoso. La mano destra, infagottata
nel guanto di protezione, indugiava pericolosamente vicino
alla punzonatrice.
Ringrazi chi l'aveva avvertita, chiunque fosse. Avvamp
per l'imbarazzo, sdegnata. Dannazione, era tutta la mattina
che andava avanti cos; pensieri turbinanti che le facevano
perdere la concentrazione. Correva rischi, come una
novellina inconsapevole dei pericoli di quel lavoro.
Lo strepito delle macchine. L'aria irrespirabile. Il puzzo
di gomma bruciata. Il sudore sotto la tuta da lavoro. E mista
a quel frastuono una voce imperiosa che non riusciva
a decifrare, fiduciosa, seducente, beffarda.
HAZEL JONES HAZEL JONES HAZEL JONES.
Il caporeparto si avvicin. Non per parlarle, ma per farle
avvertire la sua presenza. S, ti ho visto, figlio di puttana.
Alla Niagara Tubing sapevano poco di lei. Anche Rita,
la sua amica. Magari sapevano che era sposata, e forse
qualcuno anche chi era il marito; Niles Tignor era conosciuto
in certi ambienti di Chautauqua Falls. Sapevano
che era una persona riservata, tutto qui. Aveva un atteggiamento
ostinato, un uomo tutto d'un pezzo. Non dava
retta a nessuno.
Anche quando era stanca fino allo stordimento. Malferma
sulle gambe e bisognosa di sciacquarsi il viso con acqua
tiepida. In quella fabbrica non erano solo le donne a
cadere in quello stato di torpore, succedeva anche agli uomini.
Gente esperta che lavorava da anni alla catena di
montaggio.
La prima settimana di lavoro Rebecca era stata sopraffatta
dai cattivi odori, dal fragore, dalla forsennata velocit del
montaggio. Rumore-rumore-rumore. A quei livelli il frastuono
non  semplice vibrazione acustica, ma un'entit
fisica, viscerale, come una scarica elettrica che ti attraversa
il corpo. Ti atterrisce, ti avvolge e ti serra in una morsa sempre
pi stretta. Il cuore batte forte per mantenere il ritmo.
Anche il cervello corre, ma a vuoto. Non riesci a formulare
un pensiero coerente. Le idee si riversano fuori come perline
da una collana spezzata...
Era terrorizzata, sull'orlo della follia. Il cervello poteva
andare in frantumi. Per farsi sentire bisognava urlare nelle
orecchie, e gli altri ti gridavano nelle orecchie, in faccia.
Era la cruda, vibrante vita primordiale. L non c'era spazio
per l'individualit, le sottigliezze dello spirito. L'anima
delicata di un bambino, come Niley, sarebbe stata disintegrata
all'istante. Tra le macchine, in quel buco d'inferno
della fabbrica, si conduceva una convulsa esistenza primitiva,
parodia del battito vitale della vita in natura. Il cuore,
il cervello, venivano sopraffatti da quella caricatura. Le
macchine avevano un loro ritmo, una pulsazione peculiare.
Il frastuono che producevano si sovrapponeva a quello
di altre apparecchiature, cancellando ogni suono naturale.
Non articolavano parole, ma rumori, che finivano per travolgerti.
Regnava la confusione, sebbene si trattasse di
una ripetizione meccanica, di un falso ordine, di un ritmo
fittizio. La parodia della pulsazione naturale. E alcune di
quelle macchine, le pi complicate, imitavano rozzamente
una sorta di pensiero umano.
Rebecca non riusciva a sopportarlo!
Ma poi, con calma, si ripeteva che non aveva scelta.
Tignor le aveva promesso che una volta sposata non
avrebbe lavorato. Era un uomo orgoglioso, che si adombrava
facilmente. Non approvava che la moglie lavorasse in
una fabbrica, per non le dava denaro a sufficienza. Non
aveva scelta.
Entro l'estate aveva cominciato ad abituarsi. Ma, Cristo,
non si sarebbe mai abituata.
Naturalmente si trattava solo di un'occupazione temporanea.
Fino a quando...
Quel tale l'aveva fissata con uno sguardo cos sicuro di s!
HAZEL JONES.
Sembrava conoscerla. Non Rebecca con la sudicia tuta da
lavoro rinforzata, ma un'altra persona, oltre l'apparenza.
Lui aveva riconosciuto il suo cuore, hazel jones hazel
VERO SEI TU HAZEL JONES TU SEI HAZEL JONES SEI TU. Quell'interminabile
mattina le risuonavano nelle orecchie come
una ninnananna le parole hazel jones hazel jones,
simili al mormorio di una voce seducente, che nel pomeriggio
si era tramutato in uno strepito beffardo, hazel jones
hazel jones.
No, non sono Hazel Jones. Dannazione, lasciami in
pace.
Lui che si toglie gli occhiali. Lenti colorate dalla montatura
leziosa. Cos gli aveva visto gli occhi. Lo sguardo sincero,
implorante. Un'iride danneggiata, come bruciata.
Probabilmente era cieco da quell'occhio. Le sorrideva, fiducioso.
Come se fossi una persona speciale. "Hazel Jones."
Non voleva pensare a quella donna. Tanto meno all'uomo
con il panama. Gli avrebbe riso in faccia. Per vedere di
nuovo lo sbalordimento dipingersi sul suo viso, come quando
aveva strappato il biglietto da visita. Non si era pentita
di averlo fatto.
Ma per quale ragione, perch detestava quello sconosciuto?
Doveva ammettere che era una persona educata. Un
gentiluomo. Un uomo colto, benestante. Non conosceva
nessuno cos, n l'aveva mai conosciuto. L'aveva quasi
supplicata.
Una persona di buon cuore, giusta.
Forse ero "Hazel Jones", oppure... forse ero io.
Ti ha ricordato. Nel suo testamento.
Un lascito.
Senta, mi ha scambiato per qualcun'altra.
Ti ricorderai certo di me, il figlio del dottor Hendricks.
Gliel'ho gi detto, no.
Cavolo se glielo aveva detto, era stata chiara sin dall'inizio.
Ma lui non aveva desistito, ostinato come un bambino
di tre anni che travisa la realt. Aveva continuato a
parlarle come se gli avesse risposto s invece che no. Come
se le leggesse nell'anima, la conoscesse meglio di
quanto lei non conoscesse se stessa.
Senta, gliel'ho detto. Non sono quella persona.
Era esausta. Nel tardo pomeriggio si  pi soggetti agli
infortuni. Anche i lavoratori pi esperti. I movimenti sono
pi lenti, affaticati, la sicurezza prima di tutto! recitano i
cartelli a cui nessuno presta pi attenzione, abituati come
si  ad averli sotto gli occhi, 10 regole per la sicurezza.
Una era: concentrarsi sempre sul lavoro.
Quando lo sguardo le si annebbiava, e attraverso gli occhiali
percepiva gli oggetti come se si trovasse sott'acqua,
era segno che stava per appisolarsi in piedi. Ma era una
sensazione cos... cos rilassante. Come quando si addormentava
Niley, le palpebre che si abbassavano Era stupefacente
pensare che gli esseri umani si addormentano come
gli animali. Tignor aveva un sonno profondo, alle
volte il respiro era talmente irregolare che temeva potesse
smettere di respirare, che il suo grosso cuore smettesse di
pompare sangue, e poi... Cosa sarebbe accaduto? L'aveva
sposata con una cerimonia civile a Niagara Falls. Lei aveva
diciassette anni. Da qualche parte, tra le sue cose, lui
conservava il certificato di matrimonio.
Sono io. Sono la signora Tignor. Il matrimonio era autentico.
Rebecca alz la testa di scatto. Dov'era stata...?
Infil le dita sotto gli occhiali di protezione, per stropicciarsi
gli occhi. Ma prima aveva dovuto togliere i guanti. I
movimenti cos impacciati! Era frustrante, avrebbe voluto
mettersi a gridare... offesa, o qualcuno ti ha convinto che devi
esserlo. Io non giudico. La stava osservando dall'ingresso,
parlava di lei con uno dei principali. Lo scorse con la coda
dell'occhio; evit di guardare, non voleva si accorgessero
che li aveva visti. Indossava un vestito color crema e il panama.
Alcuni operai gli lanciarono sguardi beffardi. Evidentemente
era uno dei proprietari. Doveva avere una
compartecipazione. Non un dirigente, non vestiva come
loro. Eppure era anche un medico...
Perch aveva strappato il suo biglietto da visita? La villania
che si portava dentro, retaggio del padre, un becchino.
Prov vergogna al pensiero di come quell'uomo
fosse rimasto scosso dal suo gesto, dall'offesa che gli aveva
recato.
Eppure non l'aveva giudicata.
Sveglia! Ragazza, faresti bene a svegliarti.
Ancora una volta si era quasi addormentata. C'era mancato
poco che non rimanesse mutilata, stavolta alla mano
sinistra.
Sorrise all'assurdo pensiero: che importa? Tanto non sei
mancina.
Ma certo, l'uomo con il panama non era l in fabbrica.
Probabilmente, con gli occhi annebbiati, aveva intravisto il
direttore dello stabilimento. Un uomo grosso modo di
quella et e altezza, che indossava quasi sempre una camicia
bianca a maniche corte. Non il cravattino, e di certo nemmeno
il panama.
Dopo il lavoro le sembr di scorgerlo di nuovo. Dall'altra
parte della strada, sotto il tendone del calzolaio. Lei si
volt in fretta, allontanandosi senza guardarsi indietro.
Non c'. N Tignor, e adesso nemmeno lui.
Si assicur che nessuno la vedesse.
Si mise a cercare i pezzi del biglietto da visita che aveva
strappato. Sull'alzaia ne rinvenne qualche frammento.
Non era sicura che fossero quelli. La scritta era sbiadita, illeggibile.
Fa niente. Non voglio saperlo.
Disgustata di se stessa, appallottol i pezzetti di carta e li
gett nel canale, dove galleggiarono sulle acque scure come
un insetto palustre.
La domenica trascorse senza che Tignor la chiamasse.
Per distrarre il bambino irrequieto cominci a raccontargli
la storia dell'Uomo del canale. L'Uomo con il panama.
Niley, quest'uomo, questa strana persona, mi ha seguito
lungo il sentiero che costeggia il canale, e indovina un po'
cosa mi ha detto?
La voce della mamma era vivace, vibrante. A colorarla
con i pastelli sarebbe stata d'un giallo vivido come il sole,
venato di rosso.
Niley ascoltava eccitato, incerto se sorridere: era una
storia allegra o c'era da preoccuparsi?
Mamma, chi era?
Un uomo, Niley. Non lo conosciamo:  un forestiero.
Ma...
Fo-stiero...
"Fore-stiero." Significa qualcuno che non conosciamo,
capisci? Un uomo che non abbiamo mai visto.
Niley si guard intorno inquieto. (Dormiva in una sorta
di bugigattolo con il tetto obliquo, contiguo alla stanza da
letto della madre.) Sbatteva le palpebre lanciando occhiate
alla finestra. Era buio, e l'unica apertura rifletteva solo l'interno
della stanza sfocato come un paesaggio sottomarino.
Adesso non  qui, Niley. Non aver paura.  andato via.
Ti sto parlando di un uomo buono e gentile, credo. Una
persona cordiale. Vuole essermi amico. Mio e tuo. Aveva
un messaggio speciale da darmi.
Ma Niley era ancora inquieto, continuava a guardarsi intorno.
Per catturare la sua attenzione la mamma dovette abbracciarlo
per le spalle minute e tenerlo stretto.
Era come una piccola anguilla sgusciante. Voleva scuoterlo.
Stringerlo tra le braccia e proteggerlo.
Mamma? Dove?
Sul sentiero lungo il canale, tesoro. Mentre tornavo a casa
dal lavoro, per venirti a prendere dalla signora Meltzer.
Oggi, mamma?
Non oggi. L'altro giorno.
Era pi tardi del solito, e il bambino non era ancora a
letto. Erano le dieci, aveva pensato di raccontargli per gioco
quella storia solo per infilargli il pigiama. Farlo stare
tranquillo mentre lo svestiva e gli toglieva le scarpe. Edna
Meltzer si era lamentata con lei, era stata una giornata difficile.
Sulla fronte del bambino vide pulsare una vena.
Lo baci proprio l. Ricominci a narrare la storia. Era
esausta.
Il bimbo di tre anni era stato particolarmente irrequieto,
non le aveva permesso di fargli il bagnetto nella grossa vasca,
aveva dovuto faticare per lavarlo alla meglio con una
spugna umida. Era troppo smanioso anche per starla a
sentire mentre gli leggeva qualcosa. Solo la radio lo tranquillizzava,
quel dannato aggeggio che avrebbe voluto
scaraventare fuori dalla finestra.
Un uomo, molto gentile. Con un cappello panama...
Cosa, mamma? Un cappello banana? chiese Niley ridendo
incredulo. Anche Rebecca scoppi a ridere.
Perch diavolo aveva cominciato a raccontargli quella
storia, non sapeva spiegarselo. Per impressionare un bambino
di tre anni? Dalla scatola dei pastelli scelse una matita
nera per disegnare la figura stilizzata di un uomo, e sulla
testa ridicolmente tonda tracci con la matita gialla una
banana a mo' di cappello. La banana era esageratamente
grande, e dritta all'ins. Niley ridacchiava, agitando le
gambine e dimenandosi. Afferr la matita colorata per disegnare
anche lui un omino con un cappello sulle ventitr
a forma di banana.
Per pap. Un cappello banana.
Pap non porta il cappello, tesoro.
Perch no? Perch pap non porta il cappello?
Be', possiamo regalargliene uno. Un cappello banana.
Possiamo fare un cappello a forma di banana per pap...
Risero a quel pensiero. Rebecca indulgeva in quelle
sciocchezze infantili, convinta che fossero innocue. Che
fantasia aveva quel bambino! diceva la signora Meltzer,
scuotendo il capo, non si capiva se divertita o preoccupata.
Rebecca sorrideva, scuoteva anche lei il capo. Temeva
che Niley non stesse crescendo come gli altri bambini. Il
suo piccolo cervello sembrava funzionare come un nastro
trasportatore che procede a scatti. Aveva una notevole capacit
di concentrazione, che per non era in grado di mantenere.
Non riusciva a seguire un ragionamento o un racconto
troppo lungo. Dopo qualche secondo perdeva la
pazienza. A meno che non gli si imponesse la propria volont,
come talvolta Rebecca faceva, in preda all'esasperazione.
Altrimenti il bambino ti faceva perdere il filo. Una
valanga di idee frammentarie, parole smozzicate udite
male. Alle volte temeva di smarrirsi nel cervellino febbrile
di suo figlio, si sentiva come un'adulta in miniatura prigioniera
di quella mente.
Aveva desiderato disperatamente di avere un figlio. Adesso
l'aveva.
Con altrettanto ardore aveva desiderato di diventare la
moglie di Niles Tignor. Adesso lo era.
Stava cercando di spiegare questi fatti incontrovertibili
all'uomo con il panama che la osservava, con quel suo sorrisetto
offeso. Aveva gli occhi miopi, le sembrava di vedere
il sottile velo della miopia che li ricopriva, come schiuma
sull'acqua. I capelli biondo-grigi con quella curiosa pettinatura.
Quando sorrideva gli si formavano delle rughe
profonde sul viso giovane eppure vecchio, avvizzito ma
nello stesso tempo fanciullesco, speranzoso. Si vedeva che
era una persona cortese, un gentiluomo. Era convinto che
la sciatta ragazza vestita con la tuta da lavoro gli stesse
mentendo, e malgrado ci continuava a rivolgersi a lei.
Un uomo di scienza e di pensiero.
Almeno prendi il mio bigliettino.
Se mai dovessi decidere di...
Cerc "Jones" sull'elenco telefonico di tutta la Chautauqua
Valley. Vi comparivano undici persone con quel nome,
tutti uomini, o con iniziali da cui non si poteva arguire
il sesso. Nemmeno una donna. Nessuna "H. Jones".
Non era sorpresa. Ovviamente Byron Hendricks doveva
aver consultato l'elenco, pi d'una volta. Forse aveva
persino chiamato molti di quei numeri, in cerca di Hazel
Jones.
Cretina! Che stupidaggine.
Una notte Rebecca si dest da un sonno inquieto con la
consapevolezza, che la colp come un pugno allo stomaco,
di essere una madre snaturata, sciagurata: aveva riposto
l'arma improvvisata, il pezzo d'acciaio lungo pi di quindici
centimetri, nel cassetto del com, dove Niley era solito
rovistare tra le sue cose.
Lo recuper e prese a esaminarlo. Incuteva timore, ma
non era poi cos acuminato. Avrebbe dovuto sferrare il
colpo con tutta la sua forza per difendersi.
A ogni modo, si era sbagliata sull'uomo con il panama.
Non aveva cattive intenzioni, l'aveva solo scambiata per
qualcun'altra. Non sapeva spiegarsi come mai quell'incontro
l'avesse turbata tanto. Lei e i suoi sospetti meschini, da
persona rozza.
Per non gett il pezzo d'acciaio; lo avvolse in un vecchio
maglione sbrindellato e lo ripose su un ripiano alto dell'armadio,
dove Niley e Tignor non l'avrebbero mai trovato.
Due sere dopo Tignor chiam.
S? Chi ?
Chi credi che sia, piccola?
Aveva quella capacit: farla sentire un'inetta.
Rebecca si accasci su una sedia, improvvisamente spossata.
Chiss come, Niley aveva capito. Arriv come un fulmine
dall'altra stanza, gridando: Pap? Pap?.
Si precipit in grembo alla madre, in preda all'entusiasmo,
fremendo per l'eccitazione, inafferrabile come un'anguilla.
Verso il padre nutriva una devozione fervida e incondizionata
come quella di uno scolaretto per il suo maestro.
Per sapeva che non doveva agguantare subito il telefono,
come desiderava; avrebbe parlato con il padre quando questi
avesse chiesto di lui, non prima.
In seguito Rebecca avrebbe ricordato di non aver presentito
in alcun modo la telefonata di Tignor. Da quando
si era innamorata di lui era diventata superstiziosa, una
debolezza indotta dall'amore, immaginava; anche una
mente scettica comincia a badare ai presagi, ai segni premonitori.
Ma quella sera non si aspettava che chiamasse,
rimase stupefatta.
Tignor le stava dicendo che sarebbe tornato da lei e dal
bambino per il fine settimana.
Tignor non diceva mai torno a casa, bens torno da te e dal
bambino.
Rebecca chiese al marito dove fosse, era ancora a Port
au Roche? Ma lui la ignor. Non rispondeva mai a domande
dirette. Inoltre aveva la sensazione che la sua fosse
un'allegria simulata, il tono della voce era piuttosto quello gioviale e impersonale di un annunciatore radiofonico.
Solo nell'intimit Tignor si lasciava andare. Quando poteva
toccarla, accarezzarla, abbracciarla. Solamente quando
facevano l'amore Rebecca era certa che lui fosse l con
lei.
Per lo meno fisicamente.
Le stava dicendo che aveva avuto dei problemi. Ma adesso
erano risolti.
Problemi? Di che tipo...? gli chiese, pur sapendo che
non avrebbe risposto. Questioni di affari, probabilmente
delle rivalit con qualche fabbrica di birra concorrente.
Non aveva sentito in giro di inconvenienti di sorta, quindi
non c'era da preoccuparsi. Risolti.
Quando Tignor era via, Rebecca teneva una cartina dello Stato di New York aperta sul pavimento per mostrare a
Niley dov'era il padre, o dove la mamma credeva che fosse.
Non voleva che il bambino pensasse che la mamma
non era al corrente degli spostamenti del pap. Che fosse
disinformata. Perch il territorio dove spaziava pap era
vasto, da Chautauqua Falls dove vivevano ai confini occidentali
dello Stato verso la Hudson Valley, a nord fino alle
Adirondack Mountains, a est sino al lago Champlain, dove
una citt della grandezza di Port au Roche era solo un
puntino su una mappa, persino pi piccolo di Chautauqua Falls.
E adesso che le stava dicendo Tignor? Una frase divertente?
Intu i suoi desideri: Devo ridere.
Era importante. All'inizio della relazione con Niles Tignor
aveva imparato che doveva ridere delle sue battute, e
tirarne fuori lei stessa. Nessuno sa che farsene di una ragazza
triste, per amor di Dio.
Inoltre i posti frequentati dal marito pullulavano di ragazze
e donne che facevano a gara a sghignazzare alle sue
spiritosaggini. La situazione non era cambiata con il matrimonio,
sarebbe sempre stato cos. Sono una di loro. Devo essere
sempre allegra, glielo devo.
Niley, sta' buono. Comportati bene bisbigli al figlio,
che stava diventando impaziente.
Tignor stava parlando con qualcuno; aveva la mano sulla
cornetta e lei non riusciva a sentire cosa diceva. Stava litigando?
O stava solo dando spiegazioni?
Non era certo a suo agio su quella sedia, con il bimbo che
si dimenava, il cuore che le batteva cos forte da dolerle, i capelli
appena lavati tutti arruffati, ancora umidi, che gocciolavano
sulla schiena, bagnandole i vestiti.
Chiss cosa avrebbe pensato l'uomo con il panama, vedendola
in quelle condizioni. Almeno avrebbe avuto la
conferma che era una madre, ed era sposata. Non l'avrebbe
scambiata per...
Tignor chiese di parlare con il figlio, e Rebecca pass il
ricevitore al bambino.
Pap! Ciao pap!
Il visino contratto era illuminato dalla gioia. S'intuiva
l'angoscia, il dolore che doveva celarsi dietro un tale rigurgito
di felicit. Gli lasci il telefono, e si trascin barcollando
nell'altra stanza. Si sentiva turbata, sfinita. Si abbandon
sul divano, dalle molle rotte, su cui era stesa una
coperta sporca. Nelle orecchie aveva il frastuono della
fabbrica. Un rumore simile alle cascate della diga di Milburn,
che da ragazza contemplava per ore, ammaliata dal
fascino perverso che emanavano.
Perch non riusciva a dire a Tignor che si sentiva abbandonata?
E che lo amava ancora, che lo perdonava?
Lui non aveva bisogno del suo perdono. Non glielo
avrebbe mai chiesto. Oh, se avesse accettato il suo perdono!
Mi hai chiamato solo tre volte. Mi hai mandato quei
fottuti sessantacinque dollari senza un messaggio, un indirizzo
dove rintracciarti. Vaffanculo.
E dal modo in cui Niley chiacchiera allegramente con il
padre, capisce che deve farsene una ragione. Vuole pi bene
al pap che alla mamma.  sempre stato cos.
Rebecca torn in cucina, decisa a parlare con il marito.
Niley! Di' a pap che devo dirgli una cosa, prima che...
Ma quando Niley le pass il ricevitore, Tignor aveva gi
attaccato.
Non era la musica a darle sui nervi, ma le voci degli annunciatori.
Le voci della radio. Le rclame. Quei messaggi
pubblicitari declamati quasi di corsa, insopportabilmente
chiassosi e squillanti, allegri e briosi! E Niley accovacciato
accanto, intento ad ascoltare con spasmodica concentrazione.
La testolina reclinata, l'espressione attenta, in una
posa che di fanciullesco non aveva niente. Ascoltava la
voce del pap alla radio! Rebecca prov una fitta di dolore,
un moto di rabbia al pensiero che suo figlio dovesse essere
cos proditoriamente ingannato, dimentico di lei.
Niley, spegni quell'affare.
Ma Niley non voleva obbedire. Non prestava ascolto alla
mamma.
Niley, ti ho detto di spegnere quel maledetto aggeggio.
E cos Niley a malincuore abbassava il volume. Ma non
spegneva la radio, e Rebecca era costretta a sentire il ciangottio
delle voci che si susseguivano rapide come i suoi
pensieri.
Gli ripeteva in continuazione che non era pap alla radio.
Non era pap. No!
Nessuna di quelle voci.
(Credeva alla mamma? La stava ad ascoltare?)
(E perch mai avrebbe dovuto crederle? Erano entrambi
impotenti, non sapevano se stavolta pap sarebbe tornato
da loro.)
Ma anche lei trovava conforto nella radio. Nella musica.
La teneva accesa mentre dormiva. Sorridendo immersa
in un sogno meraviglioso. Niley, non il bambino pelle e
ossa che temeva non stesse crescendo bene, ma un adolescente
di una quindicina d'anni; non pi un bimbo vulnerabile,
non ancora un uomo capace di fare del male; un ragazzo
il cui volto sfocato era comunque avvenente, dalla
figura elegante, che suonava il pianoforte davanti a un vasto
pubblico, che si stendeva a perdita d'occhio.
Lo far. Diventer un pianista. Lo giuro.
Parve a Rebecca che fosse stata sua madre a fare quella
promessa. Avevano ascoltato insieme la radio, di nascosto.
Come si sarebbe arrabbiato pa' se l'avesse saputo! Ma
non l'aveva scoperto.
L'aveva sospettato, naturalmente. Ma non l'aveva saputo.
Da ragazza Anna Schwart suonava il pianoforte. Una
vita fa, nella madrepatria. Prima della traversata.
Nel sogno Rebecca era felice. Scopriva com' semplice
la felicit. Come lisciare un tessuto raggrinzito, inumidirlo e stirarlo con cura. Bastava poco.
Sei una madre, Rebecca. Sai quello che bisogna fare.
Ma Niley non era particolarmente attratto dai brani per
pianoforte. Preferiva melanconiche e lamentose melodie
country e western. Briose canzoni pop che ti mettevano
voglia di ballare. Anche nei momenti di maggior sconforto,
a vedere quel bambino di tre anni che si dimenava a
tempo di musica con quelle gambette tozze e paffute da beb
non riusciva a trattenere le risa. Come in preda a un'ispirazione,
Niley agitava le braccia, emetteva gridolini, canticchiava.
Rebecca lasciava perdere quello che diamine stava
facendo e si metteva a ballare con lui, stringendo le sue manine
tozze. In quei momenti veniva presa da una frenesia,
lo amava con tutta se stessa. A Tignor non piaceva quand'era
incinta e, be', che andasse al diavolo. Ecco il frutto di
quei mesi, il bimbo le apparteneva.
Sbandavano e urtavano oggetti, cozzavano incuranti contro
i mobili, rovesciavano sedie, si procuravano lividi sulle
gambe, come una coppia di ubriachi euforici.
Vuoi pi bene alla mamma, vero? Certo.
La musica smise all'improvviso, come sempre.
Di nuovo le voci degli annunciatori, cos gracchianti. Dio!
Si comincia a detestarle, come persone che si vedono troppo
spesso, a scuola o al lavoro. Sempre le stesse voci (maschili).
Niley cambi espressione, adesso si aspettava di sentire
la voce del pap.
Rebecca aveva cercato di spiegarglielo. Alle volte non
ne era convinta nemmeno lei, e ci rinunciava.
Cogli il lato comico della faccenda, ragazza. Lascia
perdere.
Non toccare il bambino. Non lasciar trapelare la tremenda
rabbia che hai dentro.
Quello che pi temeva era fare del male a Niley. Scuotere
scuotere scuotere l'ostinato piccolo monello fino a fargli
sbattere i denti e roteare gli occhi. Perch lei era stata una
bambina disciplinata. Voleva credere che fosse stato il padre
a educarla cos, ma in realt il merito era di entrambi i
genitori. Cercava di convincersi che la disciplina fosse giusta
e necessaria, ma non ne era certa.
Forse Tignor sarebbe tornato domenica.
Ignorava perch le fosse venuto quel pensiero. Era solo
una premonizione.
Per era possibile che il marito andasse a prenderla all'uscita
della fabbrica venerd pomeriggio, o il luned. La
sua Pontiac verde argentata del 1959 accanto al marciapiede,
il motore acceso.
Ehi, piccola, qui.
Le pareva quasi di sentirne la voce. Sorrise, come
avrebbe fatto se l'avesse udita.
Ehi, nottambuli in ascolto, questa  Radio Meraviglia wben
di Buffalo. Zack Zacharias vi trasmette il miglior jazz della
notte.
Quasi ogni sera Niley si addormentava ascoltando quel
programma. Lei non poteva entrare nella stanza e spegnere
la radio perch il bambino aveva il sonno leggero; non
si azzardava nemmeno a spegnere la luce. Con ogni probabilit
si sarebbe svegliato impaurito, e Rebecca sarebbe
dovuta rimanere con lui.
Almeno la sera acconsentiva a tenere basso il volume
della radio. Giaceva tranquillo nel letto, attaccato alla radio
che lo consolava.
Chiudeva la porta tra le stanze per non essere disturbata
dalla luce.
Quando torna pap, la finiamo con questa storia.
Accanto al letto di Niley c'era una lampada di vetro
opalescente a forma di coniglietto, acquistata in un negozio
di arredi di Chautauqua Falls. L'animaletto aveva le
orecchie dritte e il naso rosa, con un piccolo paralume color
pesca di tessuto lanuginoso. A Rebecca piaceva quella
lampada, il tenue e tiepido chiarore che illuminava il volto
addormentato del bambino la tranquillizzava. La lampadina
era solo sessanta watt. Una luce pi potente non
era adatta alla stanza di un bimbo.
Chiss se sua madre si chinava su di lei per osservarla nel
sonno, tanti anni prima. S, forse s, e a quel pensiero sorrise.
Il pericolo insito nella maternit: rivivere l'infanzia attraverso
gli occhi della propria madre.
Sulla soglia della porta passava minuti che potevano
diventare ore incantata a contemplare Niley che dormiva.
Il cuore martellante di gioia, pieno di certezze. Una madre
sa che il bambino esiste, perch  stata lei a dargli la vita.
Naturalmente c' anche un padre, ma non sempre.
Niles Junior. Si augurava che ereditasse un po' della
forza di Tignor. Le sembrava un bambino smanioso, impulsivo.
Come se dentro avesse una molla carica pronta a
scattare, come quella di un giocattolo cigolante, tutto
sgangherato. Ma nel sonno era sereno. In quei momenti la
sua anima tormentata era tranquilla.
Un rivolo di saliva luccicante gli colava dalla bocca, come
un pensiero randagio. Avrebbe voluto asciugarlo con
un bacio, ma meglio di no.
Un ciuffo di capelli madidi sulla fronte. Avrebbe voluto
scostarli, ma non osava.
Il figlio segreto di Hazel Jones.
Dalla radio sul davanzale si diffondevano le note di un
brano jazz, a volume basso. Anche quell'oggetto, come la
lampada, emetteva un chiarore tranquillizzante. Rebecca
cominciava ad abituarsi, non la infastidiva pi. La voce del
conduttore era del tutto diversa da quelle dei programmi
diurni. Quello Zach Zacharias era un nero? L4 modulava
morbidamente, una voce canora, gioiosa, dal tono ironico.
Una voce profonda che ti entra nell'anima.
E quella musica. A Rebecca cominciava a piacere.
Cool jazz. Moody jazz. Un ritmo affascinante. A parte il
pianoforte, riconosceva pochi strumenti. Il clarinetto, il
sassofono, forse? Detestava la propria ignoranza.
Una donna incolta, un'operaia. Moglie e madre. Non aveva
nemmeno preso il diploma. Vergogna!
Solo una volta aveva ascoltato della musica classica, alla
radio del padre. Una sola volta, insieme alla madre. Il
padre non l'aveva saputo, glielo avrebbe proibito. Questa
radio  mia. Questa notizia  mia. Io sono vostro padre, tutti i
fatti mi appartengono. Tutta la conoscenza del mondo al di fuori
di questa casa di dolore  mia e non ve la riveler, bambini
miei.
Tignor non aveva fatto troppe domande sui suoi genitori.
Quel poco che sapeva gli bastava.
Herschel, il fratello di Rebecca, si lamentava: Cristo, non
 nemmeno quello il nome. "Schwart" non  il nostro fottuto
nome.
Per lui era solo una battuta, e sghignazzava scoprendo i
grossi denti da scimmia, umidi di saliva.
Rebecca gli chiedeva allora quale fosse il loro nome, se
non "Schwart".
Herschel si limitava a scrollare le spalle. Chi diavolo lo
sapeva, e a chi cavolo interessava?
Stronzate buone nel vecchio mondo, rispondeva. Negli
Usa quelle cose l non fregavano a nessuno, e di certo non
a lui.
Rebecca lo supplicava di rivelarle il vero nome di famiglia,
ma Herschel si allontanava con un gesto villano.
Se Jacob Schwart fosse stato vivo, adesso avrebbe avuto
sessantatr anni.
Sessantatr! Anziano, ma non troppo.
Per era sempre stato vecchio dentro. Rebecca lo ricordava
cos, un uomo ormai logorato.
Quei pensieri la turbavano. Era raro, da quando aveva cominciato
la sua nuova vita, che vi si abbandonasse.
Hazel Jones non ne aveva.
Mamama...
Niley gemette nel sonno, d'improvviso. Come se fosse
consapevole della sua presenza.
Il visino liscio da bimbo si era raggrinzito e imbruttito.
Oh, sembrava un vecchio! La pelle era bianca come cera. Le
palpebre presero a tremare, e quella vena sulla fronte! Come
se un sogno troppo grande, dai contorni acuminati, gli
fosse penetrato nel cervello.
Niley.
Le si straziava il cuore a vedere il figlio tormentato da
un incubo, l'avrebbe svegliato per evitargli quell'esperienza.
Ma no, era meglio di no. La mamma non poteva risparmiargli
tutto. Doveva imparare a difendersi da solo.
Un sogno dura poco, sarebbe passato. Tra un minuto
Niley si sarebbe rasserenato. Apparteneva a una nuova
epoca, era nato nel 1956. Non avrebbero etichettato Niles
Tignor Junior come un figlio del "dopoguerra" (quell'aggettivo
ricorreva di continuo) ma della generazione successiva.
Il passato non avrebbe avuto troppa importanza
per lui. Come la grande guerra per la generazione di Rebecca,
cos sarebbe parso il secondo conflitto mondiale
per la generazione di Niley. Stronzate buone per il vecchio
mondo, come diceva Herschel.
Non aveva conosciuto gli Schwart, niente di loro avrebbe
prevalso in lui.
Quel ramo si era estinto, l'antica, marcia discendenza
europea era cancellata.
Il sogno di Niley sembrava svanito. Dormiva come prima,
respirava piano con la bocca umida di saliva. La lampada
a forma di coniglietto brillava sul comodino accanto
al letto. Dalla radio sul davanzale proveniva la melodia
pacata e tranquillizzante di un piano jazz. Rebecca sorrise
e usc dalla stanza. Adesso poteva dormire. Niley era calmo,
non c'era stato bisogno di svegliarlo. Non gli diede
un bacio, come avrebbe desiderato. Comunque il bambino
sapeva (ne era certa) che sua madre lo amava, non l'avrebbe
mai lasciato, avrebbe vigilato su di lui, l'avrebbe
protetto. Per tutta la vita. S, lo sapeva.
Nessun Dio mi  testimone, ma lo giuro.
Mancavano tre giorni a domenica. Rebecca cont con le
dita. Sorrise al pensiero che il pap di Niley sarebbe tornato
da loro. Aveva un presentimento.


4.

Zingara. Ebrea...
La voce di Tignor era un gemito debole, un sussurro che
le scivolava lungo il corpo, meraviglioso da ascoltare. Le
sue membra muscolose fremevano di desiderio come percorse
da una scossa elettrica.
Rebecca sorrise al ricordo. Ma era avvampata in volto.
Non era una zingara, e nemmeno ebrea!
E il sangue pulsava denso e caldo tra le gambe, era cos
sola.
Dannazione. Non riusciva a dormire. Nel letto suo e
di Tignor. Erano passati giorni da quell'incontro lungo il
canale, eppure, Cristo, aveva i nervi tesi come la corda di
un violino!
Infine il tempo stava cambiando. Dalle scure acque torbide
dello sconfinato lago che stava sessantacinque chilometri
a nord da l soffiavano folate di vento che facevano
vibrare i vetri della vecchia cascina. Quella mattina l'estate
di san Martino sarebbe stata spazzata via, l'aria sarebbe
rinfrescata, diventando pi umida e pungente. Il primo
assaggio dell'inverno. Quello nella Chautauqua Valley, ai
piedi delle montagne...
No, non doveva pensarci. Doveva concentrarsi solo sull'immediato
futuro, sui giorni successivi.
Come facevano i suoi genitori, che pian piano avevano
smesso di preoccuparsi dell'avvenire.
Alla fine erano diventati come degli animali. Senza un futuro,
ecco il tuo destino.
Non riusciva a prendere sonno! E tra qualche ora avrebbe
dovuto alzarsi per andare in quella maledetta fabbrica. Non
di un tenue, leggero sonno spumoso che ristorava il suo cervello
afflitto recandole un po' di conforto, aveva bisogno,
ma di uno pi profondo, che rallentava il ritmo cardiaco fin
quasi a fermarlo, il sonno che toglieva ogni coscienza del
tempo, dello spazio, dell'identit.
Tignor, ti voglio! Dentro di me. Ti desidero...
Lui la esortava a dirgli quelle parole che tanto lo eccitavano:
scopami, fottimi. Fammi un po' male.
E pi esitante, imbarazzata e pudica si dimostrava, pi
Tignor godeva. Era evidente che il suo piacere aumentava
a dismisura, alto boccale in cui si versava birra, sempre,
sempre pi, fin quando non ne traboccava la schiuma.
Rebecca non aveva avuto altri uomini. Niles Tignor era
l'unico. Le aveva insegnato ad amare, a fare certe cose.
Com'era penoso giacere in quel letto ed evitare di pensare
a lui, al modo in cui si amavano. Si struggeva di desiderio.
Un desiderio vano. Perch se anche si toccava non era di
Tignor quella mano.
Prima di incontrare Tignor non aveva mai dormito in un
letto cos grande. Non ne aveva bisogno. (Eppure era un
letto normale. Acquistato di seconda mano, l a Chautauqua
Falls. Aveva una testata di ottone lievemente annerito,
e un materasso nuovo, duro e rigido, che recava le macchie
del sudore salato di Tignor.)
Cambi posizione, mettendosi supina. Nella stanza accanto,
quella dannata radio era ancora accesa, il volume
basso. Non riusciva a cogliere la melodia, ma udiva il ritmo
pulsante. Distese le braccia, aveva le ascelle sudate. I capelli
spessi, folti come la criniera di una giumenta, si erano
ormai asciugati, ed erano sparsi a ventaglio intorno alla testa
sul cuscino, nel modo in cui alle volte Tignor, il viso
contratto dal piacere, li disponeva con gesti impacciati.
 questo che vuoi, eh, zingara? Vero?
Aveva altre donne, ne era certa. Lo sapeva gi prima di
sposarsi. Nell'albergo dove lei aveva lavorato giravano storie
su Niles Tignor. E per tutta la Chautauqua Valley, e anche
oltre. Non era logico, lo capiva, che la donna di Tignor
si aspettasse che lui fosse fedele come lo  un uomo comune.
Non le aveva forse detto, poco dopo il matrimonio, non
per crudelt ma reagendo con genuina sorpresa alla sua gelosia:
Ges, piccola, anche le altre mi piacciono?
Rebecca rise, a quel ricordo. Le nocche serrate tra le labbra.
Eppure era divertente. Bisognava avere senso dell'umorismo
per apprezzare Niles Tignor. Si aspettava che lo si facesse
ridere.
Giaceva supina. Alle volte funzionava. I muscoli cominciarono
a contrarsi. Quella maledetta mano che indugiava
vicino a quella dannata punzonatrice... L'aveva tirata indietro
giusto in tempo.
In qualche altro universo sarebbe potuto accadere. La mano
affettata come una polpetta. Tranciata di netto dal braccio.
Se lo sarebbe meritato, stupida stronza che non era altro,
invece di stare attenta.
Che faccia avrebbe fatto Tignor! A quel pensiero scoppi
a ridere.
Durante la gravidanza, lui detestava quel ventre da balena.
Lo fissava affascinato, senza resistere alla tentazione di
toccarlo.
Fuori il vento scuoteva i tassi, producendo un suono come
di voci beffarde. Era la vecchia fattoria dei Wertenbacher,
come ancora la chiamavano da quelle parti. Adesso,
tre anni dopo, Rebecca sognava di avere una casa tutta loro.
Lui amava lei e Niley. In cuor suo non era infedele.
In cuor suo, il padre, Jacob Schwart, l'aveva amata. Amava
tutta la famiglia. Non era stata sua intenzione far loro del
male, voleva solo cancellare la storia.
Tu sei una di loro. Sei nata qui.
Era cos? Si abbracci, sorridendo. Infine scivol nel sonno
come in un pozzo senza fondo.


Milburn, New York.

1.

Novembre 1936. La famiglia Schwart arriv con l'autobus
in una piccola cittadina nella parte settentrionale dello Stato
di New York. Sembravano essersi materializzati dal nulla,
le valigie rigonfie, zaini, borse. L'aria smarrita, i vestiti
sgualciti, i capelli arruffati. Era evidente che si trattava di
stranieri. "Immigranti." Degli Schwart si sarebbe detto che
avevano tanta fretta di fuggire dal Fhrer (nel 1936, in posti
come Milburn, New York, era possibile pensare a Hitler
in termini comici, con i baffetti, la postura militaresca e lo
sguardo fisso risoluto, un po' come Charlie Chaplin) che
non si erano fermati nemmeno per mangiare, riprendere
fiato e lavarsi.
Dovevate sentire come puzzavano! avrebbe commentato
l'autista dell'autobus, roteando gli occhi.
Sembrava naturale che Jacob Schwart, il capofamiglia,
avesse trovato lavoro come custode del cimitero comunale
di Milburn, un luogo di sepoltura non confessionale
che sorgeva ai bordi frastagliati della citt. Lui e la sua famiglia
- moglie, due figli maschi e una femminuccia in fasce
- si stabilirono in un cadente cottage di pietra che sorgeva
dentro il cimitero. Il "villino" veniva ceduto a titolo
gratuito al guardiano del cimitero, circostanza che rendeva
appetibile quell'impiego per chi non aveva un posto
dove vivere.
Il signor Schwart si profuse in mille ringraziamenti verso
i funzionari comunali che gli avevano concesso quel lavoro
anche se non aveva alcuna esperienza come custode di
un cimitero, e tantomeno come becchino.
Assicur loro che era un gran lavoratore. Dedito a occupazioni
manuali nonch mentali.
Non avrete di che pentirvene, signori, potete credermi.
All'epoca in cui si trasferirono nella casa di pietra ricoperta
di ragnatele nel cimitero, che era stata pulita solo occasionalmente
dopo la partenza dei vecchi inquilini, e da
cui emanava un forte odore come di soda caustica, la figlia
minore degli Schwart era una cagionevole bimba di cinque
mesi, avvolta strettamente nel sudicio scialle della madre.
Per gran parte del tragitto in autobus dalla parte meridionale
dello Stato di New York, lo scialle aveva anche svolto
le funzioni di pannolino di scorta per l'inquieta beb.
Era cos piccola, avrebbe in seguito ricordato suo fratello Herschel, che somigliava a un esserino glabro, un maialino,
e come quell'animale puzzava.
Pa' ti guardava a malapena, mi sa che credeva che saresti
morta.
Allora era gi Rebecca Esther Schwart? Cos piccola non
aveva nome n identit. Di quei primi giorni, settimane,
mesi, e poi anni a Milburn ricordava pochissimo. C'era poco
da ricordare nella famiglia Schwart.
C'era ma', che la allevava. Ma' che alle volte l'allontanava
con un grugnito, come se il contatto le provocasse
dolore.
C'era pa', Jacob Schwart. Era un uomo imprevedibile.
Mutevole come il cielo. A volte covava sotto la cenere come
la minacciosa stufa a carbone installata in cucina, altre dava
in escandescenze. Non ci si arrischiava a mettere le dita
sulla stufa quando era accesa.
Altre volte la stufa era spenta. Gelida, come morta.
Jacob Schwart era infinitamente grato agli sconosciuti di
quella cittadina rurale per averlo assunto. Tuttavia, rimuginando
tra le pareti domestiche, esprimeva un sentimento
diverso.
Ti trattano come un cane, eh? Mi chiamano Gi-gobbo,
eh? Perch sono straniero, non sono ricco, non sono uno di
loro! Ma un giorno vedranno chi  un cane e chi un uomo.
Sin da quand'era in fasce cominci ad acquisire un'istintiva
coscienza che suo padre, quell'imponente presenza che
si chinava sulla culla, la accarezzava con incredulit, a volte
la prendeva persino in braccio, era stato gravemente ferito
nell'anima; e ne avrebbe portato le cicatrici per tutta la
vita, come una deformit fisica. Pareva sapere, pur rifuggendo
da quell'orrenda consapevolezza, che lei, l'ultima
nata della famiglia, la piccolina, non era stata desiderata
da Jacob Schwart e rappresentava il segno visibile di quella
ferita.
Non ne comprendeva il motivo, un bambino non chiede
spiegazioni.
Ricordava l'espressione terrorizzata della madre che accorreva
incespicando verso il lettino e le serrava la bocca
con la mano umida, per soffocarne il pianto, per non svegliare
lo stremato pa' che dormiva nella stanza accanto.
Zitta! Ti prego! Ci uccider tutte e due.


2.

E cos Jacob Schwart dormiva. Si agitava e gemeva nel
sonno come una belva ferita. In quei primi giorni, dopo
dieci, dodici ore di lavoro al cimitero stramazzava sul letto
con i panni da lavoro, puzzolente di sudore, senza nemmeno
togliersi gli stivali sporchi di fango.
Li aveva trovati nel ripostiglio. Probabilmente erano appartenuti
al guardiano che lo aveva preceduto.
Gli andavano larghi. Per calzarli ne imbottiva le punte
con degli stracci.
Pesanti com'erano, aveva l'impressione di avere gli zoccoli,
come una bestia. Sognava di immergersi nell'acqua,
nell'oceano, con indosso quegli stivali che non riusciva a
slacciare, di nuotare e di salvarsi.


3.

La storia non esiste. Esistono solo gli individui, e di essi solo singoli
momenti slegati come vertebre fracassate. Aveva vergato di
suo pugno queste parole, stringendo goffamente una matita
tra le dita anchilosate. Elucubrava senza posa. Al cimitero
la sua testa era invasa da pensieri come sciami di calabroni,
incontrollabili.
Li trascriveva in una grafia rozza, chiedendosi se fossero
suoi. Fissava le parole, le ponderava, poi appallottolava il
foglio e lo gettava nella stufa.


4.

Lo osservavi da lontano: Schwart il becchino.
Sembrava uno gnomo. Ingobbito, la testa china.
Nel cimitero, circondato dalle lapidi. Il volto deformato
da smorfie, recando in mano una falce, una roncola, un rastrello;
sospingendo con furibondi gesti meccanici il tosaerba
arrugginito, tracciando solchi lungo la sanguinella;
scavando fosse e trasportando terra con una carriola barcollante;
fermandosi ad asciugarsi la fronte e bere un sorso
da una fiaschetta che portava nella tasca dei pantaloni
da lavoro, la testa gettata indietro, gli occhi chiusi, bevendo
a garganella come un cane assetato.
Alle volte dei monelli si accovacciavano dietro il muro di
cinta del cimitero, alto un metro e fatto in pietra grezza e
malta, che versava in pessime condizioni. Lungo il suo perimetro
crescevano rovi, edera velenosa e sommacco. All'ingresso
principale c'era un cancello di ferro battuto che
si chiudeva con difficolt, da cui partiva un vialetto di
ghiaia sgretolata, e pi oltre il tugurio in pietra del custode,
con intorno tettoie e capanni. Le lapidi pi antiche
giungevano a ridosso dell'abitazione e dello spazio erboso
dove Anna Schwart stendeva la biancheria, su fili tesi
tra due pali rovinati dalle intemperie. Se i monelli non riuscivano
ad avvicinarsi troppo al signor Schwart per sbeffeggiarlo,
o per tirargli castagne o pietre, ripiegavano sulla
moglie, che reagiva con stridule grida allarmate, offesa,
addolorata e impaurita, abbandonava sul prato quello che
aveva in mano e colta dal panico si dava a una comica fuga
rifugiandosi nel retro della casupola.
A ogni modo anche il predecessore di Jacob Schwart era
stato oggetto di molestie, cos come colui che l'aveva preceduto.
A Milburn, analogamente ad altre cittadine dell'epoca,
angherie contro i becchini e atti di vandalismo nei cimiteri
erano tutt'altro che rari.
I monelli che si divertivano a tormentare Jacob Schwart
erano ragazzini di dieci o undici anni. Con il tempo, vi si
aggiunsero altri ragazzi pi grandi; alcuni avevano gi finito
le scuole, erano giovani di oltre vent'anni. Ma questo
avvenne in seguito, non negli anni Trenta. Le grida stridule
e bizzose apparentemente incoerenti che emettevano erano
simili alle strida rauche dei corvi appollaiati sulle grosse
querce che sorgevano dietro il cimitero.
Becchino! Mangiapatate! Nazista! Ebreo!


5.

Anna?
Jacob aveva avuto una premonizione. Accadde all'inizio
dell'inverno del 1936, erano arrivati da qualche settimana.
Mentre ripuliva il cimitero dai detriti portati da una bufera
si era fermato ad ascoltare...
Quel giorno non erano comparsi i soliti monelli che lo
prendevano in giro. Era solo, il cimitero era deserto.
Corri, corri! Il cuore gli balz in petto.
Era sconcertato. Chiss perch pensava che Anna stesse
per partorire, il neonato bloccato nel suo corpo ingrossato,
Anna che urlava, dimenandosi sul sudicio materasso impregnato
di sangue...
Eppure sapeva di trovarsi altrove. In un cimitero ricoperto
di neve e di croci.
In un luogo che non avrebbe saputo descrivere se non
come di campagna, con una sua crudele e desolata bellezza
adesso che quasi tutte le foglie erano state spazzate via dagli
alberi, e il cielo era gravido di nubi cariche di pioggia.
Anna!
Non era in cucina, e nemmeno nella stanza da letto. In
nessuna delle anguste quattro camere della casa. La trov
nella legnaia, un locale limitrofo alla cucina; la scorse rannicchiata
sul pavimento di terra riversa in un angolo buio,
in mezzo a quel disordine: era proprio lei?
Si sentiva un intenso puzzo di kerosene, tale da provocare
conati di vomito, eppure Anna se ne stava raggomitolata
con una coperta sulle spalle, i capelli scarmigliati, i seni flaccidi
in quella che sembrava una lurida camicia da notte.
Aveva la bambina in grembo, parzialmente avvolta nella coperta
sudicia, la bocca aperta, gli occhi inumiditi semichiusi
sul viso da bambola, rigida come fosse in coma. E lui, marito
e padre, lui, Jacob Schwart, tremava come una foglia senza
avere il coraggio di chiedere cosa fosse successo, per quale
dannata ragione la moglie era l, da cosa si nascondeva,
cos'era accaduto, forse qualcuno aveva bussato alla porta di
casa, cosa aveva fatto alla figlia, l'aveva soffocata?
Perch era terrorizzato, ma anche furibondo. Non si capacitava
che sua moglie crollasse in quel modo dopo tutto
quello che avevano sopportato.
Anna! Cosa succede!
Lentamente Anna divenne consapevole della sua presenza.
Dormiva, o era caduta in uno di quegli stati di trance cui
era soggetta. In quei momenti potevi schioccare le dita davanti
al suo viso senza che se ne accorgesse. Si guard intorno.
In quella localit chiamata Milburn, tra croci, cherubini
di pietra e quegli altri che per le strade la fissavano a occhi
sgranati, era diventata furtiva come un gatto selvatico.
Anna, ti ho chiesto...
Lei si inumid le labbra ma non rispose. Era raggomitolata
sotto la sudicia coperta come volesse sfuggirgli.
Le strapp la coperta di dosso, per scoprirla.
Che donna ridicola!
Dammi la piccola. Vuoi che la strangoli?
Ovviamente non diceva sul serio. Era una frase dettata
dall'ira, di quelle che Anna riusciva a strappargli.
Non era Jacob Schwart a parlarle, ma... chi? L'uomo del
cimitero. Il becchino. Uno gnomo sogghignante, con i pugni
serrati, in indumenti da lavoro e stivali imbottiti con
degli stracci. Non era l'uomo che un tempo l'adorava, l'aveva
implorata di diventare sua moglie, promettendole di
proteggerla per sempre. E ovviamente non era il padre
della bimba. Chino su di loro come un toro ansimante.
Eppure, senza dire una parola, Anna sollev la bambina
verso di lui.


6.

In America. Circondato dalle croci.
Aveva attraversato l'oceano Atlantico con la famiglia per
arrivare l: in un cimitero disseminato di croci di pietra.
Che scherzo! Una burla, come il mio nome: Gi-gobbo.
Scoppi a ridere, sinceramente divertito. Si grattava le
ascelle, la pancia, l'inguine, Dio  proprio un buontempone.
A volte rimaneva esausto per il gran ridere, sbuffava
in preda all'ilarit curvo sul badile, con le lacrime che colavano
lungo le guance e sui baffi, gocciolando sulla vanga
arrugginita.
Gi-gobbo si stropiccia gli occhi per svegliarsi dal sogno!
Mi sono cacato addosso, ecco il mio sogno! Ame-er-i-ka.
Ogni giorno lo stesso sogno, eh? Gi-gobbo, lo spettro che
si aggira qui per prendersi cura dei morti cristiani.
Parlava da solo, non c'era nessun altro. Non poteva sfogarsi
con Anna, con i figli. Leggeva nei loro occhi la paura
che avevano di lui. E negli occhi di quegli altri scorgeva
piet.
Ma c'era la piccolina. Non le si era affezionato perch
era convinto che sarebbe morta. Ma era sopravvissuta all'infezione
bronchiale, n era morta di morbillo.
Rebecca.
Cominciava a pronunciarne il nome, lentamente. A lungo
non aveva osato.
Presto Rebecca impar a camminare. Giocava a nascondino
con il padre. Prima in casa, poi fuori, nel cimitero.
Oh, oh! Dov' nascosta la mia piccolina?
Dietro quella lapide, vero? E fingeva di non vederla.
Lei ridacchiava e squittiva tutta eccitata, facendo capolino,
ma pa' non la vedeva.
Strizzava gli occhi per mettere a fuoco, aveva perso da
qualche parte quei maledetti occhiali. Gli erano caduti e si
erano rotti.
La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo.
Una frase di Hegel: autentico sacerdote della filosofia,
che aveva ammesso il fallimento della ragione umana.
Oh! Gli occhi di pa' scrutavano la piccolina senza vederla!
Un gioco divertente come il solletico.
Non era un uomo grande e grosso, ma tenace e ingegnoso.
Non alto, piuttosto tozzo, con mani e piedi pi simili a
quelli di una donna, cosa di cui si vergognava. Eppure indossava
gli stessi stivali del suo predecessore, che aveva sagacemente
imbottito di stracci.
Ai funzionari comunali di Milburn si era presentato con
urbanit inusitata per un comune operaio, aveva fatto colpo
su di loro, no?
Signori, sono la persona adatta per questo lavoro. Non
ho un fisico molto robusto, ma sono forte, vi assicuro. E di
me potete - (quali erano le parole? Lui le conosceva!) - fidarvi.
Io non mi licenzio.
Quando giocavano a nascondino la piccolina sgattaiolava
fuori di casa e lo seguiva nel cimitero. Era cos divertente!
Nascondersi era come essere invisibili, sbirciava da
qualche riparo senza che lui la vedesse, si acquattava dietro
una lapide fremendo come una bestiola, e gli occhi di pa'
le si posavano addosso scambiandola per una di quelle
farfalline bianche che si libravano nel prato...
No, non c' nessuno l. Oppure... cosa vedo, uno spiritello?
No!... Non c' nessuno.
Di prima mattina pa' non beveva. Non era impaziente
con lei. Le faceva l'occhiolino e le mandava baci schioccanti,
anche se (oh, se ne accorgeva, era come una luce che
si affievoliva) stava per dimenticarsi di lei.
I pantaloni da lavoro dentro gli stivali di gomma, la camicia
di flanella infilata alla bell'e meglio nei calzoni, che
portava senza cintura. Le maniche arrotolate, sulla fronte
ciocche di capelli ispidi luccicanti come metallo. E in testa
un berretto di stoffa grigio. La camicia aperta sul collo.
Muoveva la bocca, sorrideva e faceva smorfie mentre sollevava
la falce, dandole le spalle.
Spiritello, adesso torna a casa, eh? Avanti, vai.
Il fantastico gioco del nascondino era finito... oppure
no? Come si capiva che il gioco era finito? All'improvviso
pa' non la vedeva pi, come se fosse diventato cieco. Come
gli occhi degli angeli di pietra del cimitero, che la turbavano
quando vi si avvicinava. Perch se pa' non la vedeva
pi, non era pi la sua piccolina; non era Rebecca; non aveva
nome.
Come le minuscole lapidi, alcune delle quali giacevano
sull'erba simili a tavole abbandonate, talmente lise e consunte
che non si leggevano pi le iscrizioni. Erano tombe di
neonati e bambini.
Pa'...!
Non desiderava pi essere invisibile. Tremava, si trovava
dietro una piccola lastra tozza che pendeva su una collinetta
d'erba.
Poteva salire sulla carriola? L'avrebbe spinta? Si era ripromessa
di non fare i capricci e di non comportarsi da
stupidina! Se nella carriola c'era solo erba, e non rovi o terra,
glielo avrebbe permesso. Quella divertente vecchia carriola
che traballava e sobbalzava come un ronzino ubriaco.
La vocina querula si alz lievemente di tono: Pa'...?.
Lui sembrava non udirla. Era assorto nel lavoro. Ormai
era irraggiungibile. Il cuore da bambina avvert una fitta
di dolore e di vergogna.
Era gelosa dei suoi fratelli. Herschel e August aiutavano
pa' perch erano maschi. Herschel era diventato alto quasi
quanto pa', ma Gus era ancora un ragazzino mingherlino,
i capelli rasati a zero sulla testa bitorzoluta, piccola e buffa
come quella di un bambolotto calvo.
Gus era stato rispedito a casa dalla scuola perch aveva
i pidocchi. Piangeva, lo avevano insultato: "Pidocchio! Pidocchio!",
e qualche compagno gli aveva tirato le pietre.
Era stata ma' a rasargli i capelli, perch pa' non gli si sarebbe
nemmeno avvicinato.
Chi era lei: Rebecca? "Reb-ek-ah." Ma' diceva che era un
nome bellissimo, cos si chiamava la sua bis-bisnonna,
vissuta tanto tempo prima dall'altra parte dell'oceano. Ma a
Rebecca non piaceva. Come non le piaceva essere femmina.
C'erano due tipi: maschi e femmine.
I suoi fratelli erano maschi. Cos lei doveva essere la
femmina.
Esisteva una logica in questo, certo. Eppure non era
giusto.
Perch i suoi fratelli potevano giocare nella palude, fra le
alte piante di erba serpentaria. Lei invece no. (Era stata punta
da un'ape, aveva pianto forte? O era stata ma' a spaventarla,
dandole un pizzicotto al braccio per farle capire com'
la puntura di un'ape?)
Ogni mattina la madre le pettinava i capelli da femmina
e glieli intrecciava cos stretti da farle male. E se si lamentava
la rimproverava. Come quando si strappava il vestito
o si sporcava. O se faceva chiasso.
Rebecca! Sei una femmina, non un maschio come i tuoi
fratelli.
Le pareva quasi di sentire la voce di ma'. Ma adesso trotterellava
nel cimitero dietro a pa', per chiedergli se poteva
aiutarlo. Poteva aiutarlo?
Pa'?
Ma certo che poteva aiutare pa'! Poteva strappare le erbacce,
riempire la carriola con i detriti e i rami spezzati portati
dalla bufera. Non si sarebbe graffiata con quei dannati
rovi, come li chiamava pa', non sarebbe caduta, non si sarebbe
fatta male. (Aveva le gambe piene di lividi e i gomiti
ricoperti di croste.) Desiderava tanto aiutare pa', rendersi di
nuovo visibile, fargli emettere quel suono delizioso con le
labbra che riservava solo a lei.
Agognava di vedere riaccendersi la luce negli occhi di
pa'. Il lampo d'amore rivolto a lei, anche se svaniva subito.
Si mise a correre e cadde.
Pa' la rimprover all'istante: Dannazione! Ti ho detto
di no!.
Non sorrideva pi. La faccia era serrata come un pugno.
Spingeva la carriola nell'erba alta come se volesse fracassarla.
Le dava le spalle, la camicia di flanella era madida
di sudore. In un improvviso terrore di infantile impotenza
lo guard allontanarsi, come se l'avesse dimenticata. Stavolta
non era nascondino. Era la morte.
Pa' grid qualcosa ai suoi fratelli che stavano lavorando
a una certa distanza. Le sue parole erano poco pi che grugniti
stizziti, senza ombra di affetto, eppure lei desiderava
che si rivolgesse in quel modo anche a lei, una sua aiutante,
e non una femmina che deve rientrare in casa.
Torn dalla madre, nelle stanze che puzzavano di kerosene
e odori di cucina.
Profondamente ferita. Di continuo. Fin quando alla fine si convinse
di odiarlo. Molto prima che morisse in quelle terribili circostanze,
aveva preso a odiarlo. Da tempo aveva dimenticato che una
volta lo adorava, quando era una bambina e le sembrava che lui
l'amasse, qualche volta.
Giocavano a nascondino.


7.

Herschel ringhi: Prometti che non glielo dici?
Oh, certo che prometteva!
Perch se lo faceva, l'ammon il fratello, le avrebbe ficcato
l'attizzatoio nel sederino, e rovente, per giunta.
Rebecca ridacchi, ma rabbrivid. Il fratello maggiore
Herschel la spaventava sempre cos. Oh, no, oh, no. Non
ne avrebbe mai parlato.
Fu Herschel a spiegarle com'era nata.
Era stata lei a nascere in quel modo, ma non se ne ricordava
pi, era passato cos tanto tempo.
Mai i suoi genitori glielo avrebbero detto. Mai e poi mai!
Non avrebbero mai affrontato un argomento cos scabroso,
come non si sarebbero mai mostrati nudi davanti ai
figli.
Cos era stato Herschel. Le aveva rivelato che lei, un esserino
che si dimenava, era nata sulla nave proveniente
dall'Europa, proprio nel porto di New York.
Sulla nave, capisci? Sul mare.
L'unica di quella dannata famiglia, cos si espresse Herschel,
a essere venuta al mondo su questa sponda dell'ozeano 'Tlantico, senza bisogno di quei fottuti visti o documenti.
Rebecca era sbalordita, ascoltava bramosa. Nessuno al
mondo le avrebbe raccontato quelle cose come faceva suo
fratello Herschel.
Ma aveva paura di quello che poteva rivelarle. Le parole
fluivano dalla sua bocca come pipistrelli. Perch nel cimitero
di Milburn, tra croci, funerali, parenti dei defunti e
tombe ornate con vasi da fiori, in quel paese dove i ragazzi
lo insultavano: Becchino! Mangiapatate! Herschel stava diventando
lui stesso un giovane rude e sgarbato. La sua infanzia
era finita presto. Aveva occhietti privi di ciglia che
davano l'impressione inquietante di trovarsi ai lati del viso,
come quelli di un pesce. Il volto era spigoloso, la fronte
ossuta e la mascella robusta, da predatore. La pelle ruvida,
cosparsa di macchie, nei e foruncoli che si infiammavano
quando era agitato o arrabbiato, come gli accadeva di frequente.
Dal padre aveva ripreso le labbra carnose, simili
a grossi vermi, solitamente atteggiate in un'espressione
sprezzante. I denti erano grossi, spessi e scoloriti. Gi a
dodici anni era alto quanto il padre, un uomo non molto alto,
sul metro e settantadue, sebbene le spalle tonde e la testa
curva lo facessero apparire pi basso. Aiutando il genitore
nei lavori al cimitero, Herschel stava sviluppando un collo
taurino e dorso e spalle muscolose; assomigliava sempre
pi a Jacob Schwart, ma uno Jacob Schwart dall'aspetto pi
sudicio, deforme, volgare: aveva le fattezze di un nano
cresciuto a misura d'uomo. Era fonte di profonda delusione
il fatto che a scuola andasse male, e fosse stato bocciato
per ben due volte.
Non appena giunti a Milburn, Jacob Schwart aveva proibito
di parlare tedesco in famiglia, perch a quell'epoca in
America odiavano la Germania, e si sospettavano spie
ovunque. Inoltre ormai a Jacob ripugnava la lingua madre;
la definiva "un idioma per bestie". E cos Herschel
non poteva usarla; purtroppo conosceva appena la "nuova"
lingua. Spesso comunicava con balbetti frenetici, altre
volte dava l'impressione di trattenere a stento le risa.
Parlare era una cosa ridicola? Davvero? Per esprimersi bisognava
conoscere i suoni giusti, come articolare la lingua,
dannazione, gli altri lo sapevano fare, ma come avevano
imparato? La connessione tra un suono prodotto dalla bocca
(dove quella dannata lingua si incagliava) e il suo significato
lo faceva uscire dai gangheri. Per non parlare delle
parole stampate! I libri! Quella maledetta scuola! Dove
degli estranei, persone adulte, si rivolgevano a lui, e dov'era
costretto a tenere il culo dietro un banchetto che non
conteneva nemmeno le sue gambe, perch quella era la
legge di quel cazzo di Stato di New York, e a guardare
quelle dannate facce. Insieme a bambocci che gli arrivavano
all'ombelico, che lo fissavano impauriti, come se fosse
un fenomeno da baraccone. E quelle vecchie baldracche
senza tette delle insegnanti, che diavolo volevano? Herschel
Schwart, di gran lunga il ragazzo pi anziano della
classe, era stato inserito in seconda media, ma necessitava
di "lezioni di recupero", e secondo le leggi di quello Stato
era soggetto all'obbligo degli studi sino al compimento
del sedicesimo anno di et. Che sollievo sarebbe stato per
i suoi insegnanti e i compagni di classe! Non sapendo parlare
correttamente nessuna lingua, non era nemmeno in
grado di leggere. Gli sforzi del padre per insegnargli i principi
elementari dell'aritmetica si rivelarono vani. Tutto ci
che era carta stampata gli suscitava disprezzo, e se non ci
si affrettava a togliergliela da sotto gli occhi torvi, s'infuriava.
Aveva fatto a pezzi e gettato sul pavimento i libri del
fratello, Gus, e persino il sillabario della sorellina. Nel giornale
di Port Oriskany, che il padre occasionalmente portava
a casa, l'unica cosa ad attirare la sua attenzione erano le
strisce dei fumetti, alcune delle quali - "Terry e i Pirati",
"Dick Tracy" - seguiva con difficolt. Herschel era sempre
stato particolarmente affezionato a Rebecca, la piccolina
come la chiamavano; malgrado ci la tormentava spesso,
una luce malvagia gli brillava negli occhi giallognoli, e
finiva per farla piangere. Le tirava le trecce che la madre
le aveva fatto con tanta cura, sogghignava soddisfatto dandole
il tormento con il solletico sotto le braccia, sul pancino,
tra le gambe, mentre lei strillava e scalciava. Eccolo!
l'avvisava. Il boa strangolatore! Era un serpente gigantesco
che ti avvolgeva fra le sue spire e ti faceva il solletico.
Si comportava cos anche davanti alla madre, che accorreva
urlando in tedesco Schwein! Fiegel! e prendendolo a
schiaffi e a pugni sulla testa, ma lui non la smetteva. Rideva
di quei colpi, anche se a picchiarlo era il padre. Rebecca
aveva paura di quel fratello grande e grosso, pure ne era
affascinata, ammaliata da quelle labbra da cui fuoriuscivano
le parole pi strabilianti come fossero saliva.
Come quel giorno, quando Herschel le rivel com'era
venuta al mondo.
Venuta al mondo! Era cos piccola, e doveva gi afferrare
il concetto che non era sempre stata al mondo.
S, aveva proprio una faccina rossa tutta rugosa come
una scimmietta, le disse con tenerezza Herschel. La creatura
pi brutta che avesse mai visto, con la pelle scorticata e
senza capelli.
Perch ci aveva messo un casino a nascere, cazzo, pi di
undici ore, erano tutti sbarcati da quella cazzo di nave eccetto
loro, la sua testina a rovescio e le braccia contorte. S,
c'era voluto un sacco di tempo. C'era sangue dappertutto.
Cos era venuta al mondo. Tutta viscida e rossa, era uscita
da ma'. Dalla come si chiama... 'gina. Cio il buco di ma'.
Una cavit pelosa, Herschel non aveva mai visto nulla di
simile. Disgustosa! Come una grossa bocca aperta insanguinata.
L'aveva vista anche un'altra volta, tutti quei peli
tra le gambe di ma' e sulla pancia, come i baffi di un uomo,
per caso aveva aperto quella dannata porta della stanza da
letto, e ma' aveva cercato di nascondersi, si stava togliendo
la camicia da notte o si stava lavando. L'hai mai vista? Peli
fitti come quelli di uno scoiattolo.
Ehi, disse Herschel, schioccando le dita davanti al volto
assente di Rebecca.
Ehi, pensi che ti sto raccontando stronzate? Perch mi
guardi cos?
Rebecca si sforz di sorridere. Nelle orecchie aveva un
rombo, come migliaia di zanzare.
Vuoi che venga il boa strangolatore, eh?
No, il boa strangolatore no. Ti prego.
Herschel godeva nel vedere la sorella terrorizzata, lo rasserenava.
Forse lei credeva che si era inventato tutta quella
storia, ma non era cos. Come credevi che eri nata, eh? Che
sei speciale? Come credi che nasciamo tutti quanti? Dai buchi
delle nostre madri. Non dal buco del culo, non come la
merda, ce n' un altro, quel buco che prima  piccolo e poi
si allarga, ce l'hanno le femmine e le donne, anche tu ce
l'hai, vuoi che te lo faccio vedere?
Rebecca scosse il capo. No. No!
Sei ancora picciola e ce l'hai picciolino come un pisellino,
ma stai sicura, ce l'hai in mezzo alle gambe l dove fai
la pip e dove adesso ti do i pizzicotti, se non credi a tuo
fratello Herschel.
S, gli credeva, si affrett a rispondere Rebecca. Certo che
gli credeva.
Herschel si raddrizz, la fronte aggrottata nello sforzo
di ricordare. Quella lurida fogna di cabina dove avevano
viaggiato, su quella nave. Grande quanto la cuccia di un
cane. Senza finestre. "Letti a castello." Dappertutto un casino
di stracci, scarafaggi schiacciati e puzzo di vomito,
perch Gus stava male, e soprattutto di merda. E poi il
sangue di ma'. Quella roba che usciva da lei che giaceva
sul letto a castello. Finalmente erano arrivati nel porto di
New York e tutti non vedevano l'ora di lasciare quella nave
puzzolente tranne loro, non erano potuti scendere perch
lei voleva nascere. Pa' diceva che nascevi dopo un
mese, come se poteva decidere lui. Stavamo morendo di
fame, Cristo santo. Ma' dilirava, non sembrava manco lei
ma n'animale selvaggio. Urlava, forse s' rotto qualche
muscolo o quaccosa nella gola perch adesso parla male.
E sai che non c'ha la testa tanto a posto.
Una donna anziana doveva aiutare ma' a farti uscire, ma
dovevamo "imbarcarci" e dovette scendere dalla nave. Cos
c'era solo pa'. Povero pa' fuori di testa. Pa' diceva che per
tutto il tempo stava impazzendo per la preoccupazione. Diceva,
e se non ci fanno sbarcare? Negli Iu Ess? Se ci rimandano
da quei maledetti nazzisti, ci uccideranno come cani.
Sai, questi nazzisti andavano ad acchiapparlo dove
lavorava, era dovuto scappare. Noi tutti siamo scappati
dal posto dove vivevamo. Sai, allora non vivevamo come
animali, come adesso... Merda, non ricordo bene, ero solo
un bambino sempre spaventato. Ci dicevano che c'erano
dei sottomarini nazzisti - "siluri" - che volevano affondarci,
ecco perch andavamo a zigzag e non arrivavamo
mai. Povero pa', controllava sempre quella borsetta dove
teneva i soldi che portava legata alla pancia pe' paura di
perde' i documenti, i visti. Bisognava avere quei cazzo di
visti coi bolli e tutto in regola, se no non eri un cittadino
degli Iu Ess, sai quegli stronzi non ti facevano entrare se
potevano. Certo gli stronzi non ci potevano vedere per
quanto puzzavamo! Tipo eravamo peggio dei cani perch
non parlavamo bene. Pa' tutto il viaggio si preoccupava
che ci rubavano quei documenti. Vedi, fregavano tutto
quello che potevano.  l che ho imparato a rubare. Se corri,
i vecchi non ti prendono. Se sei piccolo puoi nasconderti
come un topo. Un topo  pi piccolo di me, l'ho imparato
da loro. Pa' va in giro a dire che i topi gli avevano
mangiato il fegato in quella traversata.  una battuta, devi
saper 'prezzare il senso dell'umorismo del vecchio. I topi
mi hanno divorato il fegato sull'ozeano 'Tlantico, ho sentito
che diceva qui nel cimitero a una vecchia che metteva
fiori su una tomba, e pa' si  messo a parlare con lei, mentre
a noi ci proibisce di parlare con quegli altri perch non
ci si pu fidare, ma lui ci parlava e rideva co' quella risata
che pare un cane e quella lo guardava impaurita. Cos ho
pensato che pa' era ubriaco, e dice un sacco di scemenze.
Sulla nave mangiavamo quello che ci davano. Cibo
avariato, pieno di vermi, scarafaggi. Li prendevi, li schiacciavi
sotto i piedi e li mangiavi, tanta era la fame. O facevi
cos o morivi. Non avevamo pi le budella quando siamo
arrivati e tutti cacavano sangue come pus ma pa' stava
peggio perch aveva le ulcere, diceva che anni prima i
maledetti nazzisti gli avevano fatto venire le ulcere. Sai, il
fegato di pa' non  normale. Pa' non  sempre stato com'
adesso.
Rebecca voleva sapere com'era un tempo pa'.
Sul viso di Herschel apparve un'espressione confusa,
come fosse alle prese con un pensiero troppo grande per lui.
Si gratt l'inguine.
Oh, merda, chess. Non era cos nervoso, mi sa. Era pi
allegro, mi sa. Prima che cominciavano i guai. Quando ero
piccolo mi portava in giro, sai? Come fa co' te. Mi chiamava
Lib... qualcosa cos. E mi dava i baci! S, me li dava. E
'sta musica a lui e a ma' gli piaceva, la sentivano forte alla
radio... "oper-a". A casa cantavano. Pa' cantava qualcosa,
e ma' che stava in un'altra stanza gli rispondeva cantando,
e ridevano, roba cos.
Rebecca cercava invano di figurarsi i genitori che cantavano.
Non riusciva a immaginarsi il padre che baciava
Herschel!
Insomma, era diversi. Era pi giovani. Vedi, lasciare la
casa dove vivevano li ha esauriti. Era terrorizzati, come se
qualcuno l'inseguiva. Tipo la polizia, forse. I "nazzisti".
Prendevamo i treni, era cos rumorosi. Pieni di gente. E
quella nave maledetta, credevi che era bello vedere l'ozeano
'Tlantico, macch, soffiava sempre il vento, un cavolo di
freddo, e la gente ti spingeva e ti tossiva in faccia. Allora ero
piccolo, non come adesso, sai alla gente non gliene frega
niente di un bambino, mi calpestavano, i bastaddi! La traversata,
questo li ha esauriti. Hai quasi ucciso ma', e pure
lui. Naa, non era colpa tua, tesoro, non dispiacerti. La colpa
 dei nazzisti. Le "camicie brune". Ma' aveva dei bei capelli
soffici e era bella. Vedi, parlava 'na lingua divessa. Cristo,
anch'io parlava 'na lingua divessa, il "te-desco", meglio di
come parlo questa qua, come cazzo si chiama... "In-glese."
Dannazione, non so perch dev'essere cos di vessa!  un casino.
Ormai quell'altra non me la ricordo, ma cazzo non so
bene questa merda di inglese. Pure pe' pa'  cos. Sapeva
parlare molto bene. Dicono che era un insegnante. E adesso,
Cristo che risate! 'Maggina pa' che insegna a scuola!
Herschel sghignazzava. Rebecca ridacchiava timidamente.
Era divertente: pa' davanti a una classe, vestito
con quei vecchi indumenti e il berretto di stoffa, in mano
un pezzo di gesso, che batteva le palpebre e guardava di
traverso.
No, era impossibile. Non riusciva a figurarselo.
Al tempo della traversata dell'Atlantico Herschel aveva
nove anni, e per tutta la sua fottuta vita non l'avrebbe mai
dimenticato, per non ricordava chiaramente tutto. Nel
suo cervello era scesa come una sorta di nebbia che non si
diradava. Perch quando Rebecca gli chiese quanto tempo
c'era voluto ad attraversare l'oceano, quanti giorni,
Herschel prese a contare lentamente con le dita, ma poi ci
rinunci, rispose che c'era voluto un casino di tempo e
che molte persone erano morte e le avevano buttate a mare
come sacchi di spazzatura, che li avevano mangiati i
pescecani, avevano tutti paura di morire, per quella "dizen-teria"
che avevi nelle budella... non ricordava altro.
Era stata lunga.
Dieci giorni? ipotizz Rebecca. Venti?
Naa, non dur giorni, cazzo, dur settimane, sbuff
Herschel.
Rebecca era solo una bambina, ma voleva sapere: numeri,
fatti. Cosa era vero e cosa era solamente inventato.
Chiedi a pa', scatt Herschel, improvvisamente imbestialito.
Se non sapeva rispondere a una domanda s'infuriava,
com'era successo una volta a scuola, quando aveva quasi
aggredito un'insegnante, che era corsa via in cerca di aiuto.
Assumeva uno sguardo vacuo e scopriva i denti giallastri
come un cane. Chiedi a pa', sbott, se ti frega di sapere
tutte 'ste vecchie stronzate.
Si stagli con la sua mole su di lei, la mano pronta a colpire,
e ciaff!, le appiopp un ceffone in pieno viso. Rebecca
si ritrov a ruzzolare in terra come una bambola di pezza,
troppo sorpresa per mettersi a piangere, mentre Herschel
usciva dalla stanza pestando i piedi.
Chiedi a pa'. Ma Rebecca sapeva di non poter chiedere
niente a suo padre, nessuno di loro osava avvicinare pa'
perch temevano di farlo esplodere.


8.

Schivart!  un nome ebreo, vero? O dovrei dire... ebraico?
No.  un nome tedesco. Lui e la sua famiglia erano tedeschi
protestanti. La loro fede cristiana derivava da una setta
protestante fondata da un contemporaneo di Martin Lutero,
nel Sedicesimo secolo.
Una setta molto piccola che aveva un pugno di seguaci
in America.
Reprimi l'orgoglio come il flemmatico Gi-gobbo.
In quel buco dell'America misterioso e mutevole come
un sogno non suo: Milburn, New York.
Sulle rive di quel canale dal nome cos bizzarro: Erie.
Aveva una certa musicalit, a suo modo - "Ear-ee" -
entrambe le sillabe accentate.
E a mezzo chilometro a nord del cimitero scorreva il fiume
Chautauqua, oltre le propaggini della cittadina: era un
vocabolo indiano, "Cha-taa-kwa". Per quanto avesse ripetuto
infinite volte quel nome, non riusciva a pronunciarlo,
la lingua s'incagliava goffamente nel palato.
La regione dove si era stabilito con la famiglia, il luogo
in cui avevano trovato temporaneo rifugio, era la Chautauqua Valley.
Alle pendici delle Chautauqua Mountains.
Il paesaggio era magnifico, terreni agricoli, foreste,
campi che si stendevano a perdita d'occhio. Sempre che lo
si potesse apprezzare, con la schiena a pezzi, gli occhi pieni
di terra e il cuore gretto da gnomo.
E poi c'erano gli "Iu Ess". Quelle parole non le articolava
con un borbottio, la lingua non si incagliava, ma le pronunciava
con chiarezza, quasi inorgoglito. Non la chiamava
"America" - "Amerika" - perch quella parola la usavano
solo gli immigrati. Il termine corretto era "Iu Ess".
Cos come un giorno avrebbe imparato il vocabolo "Alle-lati":
"Alleati". Le forze alleate. Quelle che avrebbero
"liberato" l'Europa dalle potenze dell'Asse.
"Fascisti." Quell'orrenda parola Jacob Schwart non aveva
difficolt a pronunciarla, anche se evitava di farlo in
presenza di estranei.
Come il termine "nazisti." Parole che conosceva bene,
anche se non le diceva ad alta voce.


9.

Reprimi l'orgoglio. La riconoscenza ti render felice. Sei un
uomo felice.
Lo era davvero. Perch l a Milburn lo conoscevano tutti:
il custode del cimitero, il becchino. Il camposanto si stendeva
per parecchi ettari di terreno collinoso e roccioso. Secondo
i criteri americani era un cimitero antico, le lapidi
pi vecchie risalivano al 1791.
Erano i morti pi tranquilli. C'era quasi da invidiarli.
Da uomo prudente qual era, Jacob Schwart non indag
sulla sorte del suo predecessore, e nessuno gli forn di sua
spontanea iniziativa informazioni su "Liam McEnnis". (Era
un nome irlandese? Gli Schwart continuarono a ricevere posta
a suo nome mesi e mesi dopo il loro arrivo. Si trattava di
corrispondenza inutile, pi che altro volantini pubblicitari,
eppure ostinatamente Jacob vi scriveva sopra trasferito e
la imbucava nella cassetta delle lettere che si trovava sulla
strada.) Non era una persona curiosa, non ficcava il naso negli
affari altrui. Lavorava duramente, si guadagnava il rispetto
e il salario corrisposto dai funzionari del comune che
gli avevano affidato l'incarico e che seguitavano a chiamarlo con affabilit e goffaggine tutta americana "Gi-gobbo".
Come se avessero assunto un cane. O uno di quei loro ex
schiavi negri.
Da parte sua, Jacob faceva attenzione a rivolgersi a
quelle persone con il massimo rispetto. Da insegnante
aveva imparato quanto fosse importante assecondare la
vanit di tali funzionari. Si rivolgeva a loro immancabilmente
con l'appellativo di "signori". Esprimendosi a fatica
nel suo goffo inglese, sempre perfettamente rasato e vestito
decentemente. Stringeva il berretto tra le mani e alzava
titubante gli occhi su di loro. Ma lo sguardo, tutt'altro che
timido, era feroce, traboccava rancore.
Li ringraziava per la loro gentilezza. Gli avevano concesso
un lavoro e una casa dove vivere, l nel cimitero.
Vi sono immensamente grato. Grazie, signori!
(Una casa! Definizione alquanto esagerata per quell'umido
tugurio di pietra. Quattro anguste stanzette con l'assito
in legno, mura di pietra grezza e un'unica stufa a carbone, le
cui esalazioni impregnavano tutti gli ambienti e seccavano
le narici fino a farle sanguinare. E la sua bambina, Rebecca,
gli si spezzava il cuore a vederla tossire, vomitare e perdere
sangue dal naso.)
In quest'epoca di follia in Europa. Vi ringrazio anche a nome di
mia moglie e dei miei figli.
Era un uomo distrutto. Un uomo cui i topi avevano mangiato
le budella. Ma era anche testardo. Dalla mente contorta.
Notava i sorrisi impietositi di quegli altri, e una lieve ripugnanza.
Naturalmente non desideravano stringergli la
mano. Eppure credeva che manifestassero una certa solidariet
nei suoi confronti. Cercava di convincere Anna,
questa gente  comprensiva con noi, non ci disprezza. Si
sono resi conto che siamo persone a modo, con una nostra
dignit, e che lavoriamo sodo, siamo diversi da quelli che
in questo paese chiamano "fezzia", "feccia".
Perch se si convincono che sei "fezzia" non esitano a
licenziarti.
Ti sbattono fuori, per usare una colorita espressione americana.
Aveva i documenti in ordine. Il visto rilasciato, dopo
tanto penare e dietro pagamento di bustarelle alle persone
giuste, dal console americano a Marsiglia. E i documenti
regolarmente vidimati dall'ufficio immigrazione a Ellis
Island.
Per a quegli altri non rivel i suoi trascorsi in Germania:
era stato insegnante di matematica in una scuola media
maschile di Monaco, nonch un popolare allenatore di
calcio, e dopo la destituzione dal corpo insegnante era stato
assunto come assistente stampatore da una tipografia specializzata
in testi scientifici. Era rinomato per la sua abilit
di correttore di bozze, per la pazienza, l'accuratezza con cui
svolgeva il suo lavoro. Non percepiva una retribuzione
adeguata come sarebbe avvenuto in altre circostanze, ma
era una paga decente, e lui e la sua famiglia vivevano in un
appartamento di loro propriet, ammobiliato, possedevano
persino un pianoforte, che suonava sua moglie, in una zona
residenziale, vicino ai loro genitori e ai parenti. Non disse a
quegli altri, che gi nel 1936 percepiva come nemici, che era
una persona istruita, poich si era reso conto che nessuno di
loro aveva un'istruzione che andava al di l delle superiori;
comprendeva che la sua laurea, e la sua intelligenza,
l'avrebbero fatto passare per un tipo strano agli occhi di
quella gente, e inoltre li avrebbe insospettiti.
A ogni modo, Jacob Schwart non era istruito quanto desiderava,
e si era ripromesso di dare ai propri figli un'educazione
migliore. Non voleva certo che rimanessero i figli
del becchino di Milburn, il suo soggiorno l era solo temporaneo.
Un anno, al massimo due. Si sarebbe umiliato, avrebbe
messo da parte del denaro. I suoi figli avrebbero imparato
l'inglese e parlato come autentici americani: in maniera
sciolta, con nonchalance, senza dover pensare a essere corretti.
In quel paese esisteva l'istruzione pubblica, avrebbero
studiato per diventare... ingegneri? medici? uomini
d'affari? Forse un giorno avrebbe visto la luce la tipografia
Schwart & Sons. Un'eccellente tipografia. Dove si sarebbero
stampati i pi complicati testi scientifici e matematici.
Ovviamente non a Milburn, ma in una citt pi grande,
fiorente: Chicago? San Francisco?
Sorrise, era raro che Jacob Schwart si concedesse il lusso
di un sorriso e si lasciasse andare a simili fantasticherie. Su
Rebecca Esther, la piccolina, aveva progetti meno definiti.
Sarebbe cresciuta, avrebbe sposato uno di quegli altri. Prima
o poi l'avrebbe persa. Ma non Herschel e August, i figli
maschi.
Di notte, sul materasso bitorzoluto, avvolti dalla puzza,
diceva ad Anna:  solo questione di lasciar passare i
giorni, vero? Fare il nostro dovere. Non mollare mai. E
mai mostrarci deboli davanti ai bambini. Dobbiamo tenere
duro, tutti. Metter da parte centesimo dopo centesimo,
dollari. Ce ne andremo da questo posto orribile entro la fine
dell'anno, lo giuro.
Accanto a lui, girata verso la parete di pietra solcata
dalle crepe dove si annidavano ragni, la moglie di Jacob
Schwart rimaneva in silenzio.


10.

Nemmeno ma'. Vivevi con la paura di farla esplodere.
Come diceva Herschel, per certi versi era peggio di pa'.
Con lui se te ne uscivi con qualche dannata cosa che non andava,
arrivava e te le suonava, ma la povera ma', lei si metteva
a tremare e si agitava tutta come se se la stesse facendo
addosso, e scoppiava a piangere. E tu ti sentivi una merda.
Volevi solo scappare da l e non tornare pi.
Perch vuoi saperlo? Chi ti ha chiesto queste cose? Te le
ha chieste qualcuno? A scuola? Qualcuno che ci spia?
Era come gettare un fiammifero nel kerosene, ma' si infiammava
e si metteva a balbettare anche alla domanda pi
innocente. Se dicevi certe parole lei non capiva o non ti sentiva
bene (ma' canticchiava in continuazione, o parlava e
rideva tra s in cucina, e ti ignorava quando entravi, non si
voltava nemmeno, come fosse sorda) o se le facevi delle domande
non ti rispondeva. Torceva la bocca in una smorfia
orrenda. Il corpo flaccido e cadente cominciava a tremare.
Gli occhi, che Rebecca trovava bellissimi, si riempivano subito
di lacrime. La voce le usciva aspra e stridula come secchi
steli di granturco scossi dal vento. Per tutta la sua vita
parl la nuova lingua con la fiducia di uno storpio che
cammini su una pericolosa lastra di ghiaccio cedevole. Pareva
non riuscisse a ripetere i suoni che i suoi figli apprendevano
cos prontamente, che persino il marito sapeva imitare
con quei suoi modi bruschi: Anna, devi sforzarti. Non
"da", "th". Non "ta", "to". Ripeti!.
La povera Anna Schwart parlava in un sussurro, facendosi
piccola per la vergogna.
(Anche Rebecca provava vergogna, dentro di s. Lei non
la derideva mai, come facevano i fratelli.)
Quando si recava in qualche negozio, per esempio dal
droghiere, in farmacia, o persino da Woolworth's, Anna
Schwart non osava parlare, consegnava in silenzio la lista
della spesa scritta dal marito (i primi anni, in seguito la redigeva
Rebecca) per evitare incomprensioni. (Ma si creavano
comunque.) Si lamentava che tutti ridevano di lei.
Non aspettavano nemmeno che voltasse le spalle o che si
fosse allontanata. La chiamavano storpiando il nome: "signora
Schwarz", "signora Schwartz", "signora Schwazz",
"signora Warts". Li sentiva!
I ragazzi, soprattutto Herschel, provavano imbarazzo per
la madre. Non solo venivano etichettati come i figli del becchino,
ma anche della moglie del becchino. Dannazione!
(Non era colpa sua, la giustificava Gus, erano i nervi che
non andavano, e Herschel replicava che lo sapeva, cazzo se
lo sapeva, ma questo non facilitava le cose, no? Cazzo, erano
tutti e due fuori di testa, ma almeno pa' sapeva prendersi
cura di s, parlava inglese e se non altro capivi quello che
diceva e poi aveva, come si chiama, glielo doveva riconoscere,
pa' aveva dignit.)
Una volta, Rebecca non andava ancora a scuola, era in cucina
con ma' quando bussarono alla porta di casa.
Un estraneo! Era una donna di mezza et con i fianchi
larghi e le cosce grasse, un faccione rubizzo, come se l'avesse
strofinato con uno straccio, e un foulard di cotone legato
attorno al capo.
Era la moglie di un agricoltore che abitava a una decina
di chilometri da l. Aveva sentito parlare degli Schwart,
venivano da Monaco? Che combinazione, anche lei era di
quella citt: ci era nata nel 1902! Quel giorno era venuta al
cimitero a portare i fiori sulla tomba del padre, e aveva portato
ad Anna Schwart un dolce alle mele preparato con le
sue mani quella mattina...
E ma' aveva cominciato a tremare sulla porta come una
donna appena destata da un incubo. Aveva il volto terreo
come fosse dissanguata. Batteva in continuazione le palpebre
e gli occhi erano inondati di lacrime. Balbett una
scusa, era molto occupata. Rebecca sent che la visitatrice
si rivolgeva alla madre in una strana lingua dai suoni gutturali,
ma in tono affettuoso, come fossero sorelle, parlava
troppo velocemente perch Rebecca potesse afferrare le
parole. Sie? sent... haben?... Nachbarschaft? Eppure ma'
chiuse la porta in faccia a quella donna. Poi si diresse incespicando
nella camera da letto sul retro della casa e si barric
dentro.
Per il resto del pomeriggio ma' rimase nascosta nella
stanza da letto. Rebecca, spaventata, chiusa fuori, sentiva
cigolare le molle del letto e il mormorio della madre, litigava
con qualcuno in quella lingua proibita.
Ma'?... Rebecca si port la mano alla bocca per non farsi
sentire.
Desiderava disperatamente starle vicino, rannicchiarsi
contro ma', alle volte glielo consentiva, si metteva a canticchiare
accanto al suo lettino e mentre le intrecciava i capelli
le soffiava nell'orecchio, o sui riccioli sul collo, facendole
un leggero solletico, non come quello rude con cui la tormentava
Herschel. Desiderava persino sentire l'odore del
sudore di ma' misto al sentore dei grassi di cucina e al puzzo
di kerosene.
Ma' riapparve solo dopo il crepuscolo, il viso lavato e i
capelli strettamente intrecciati e avvolti attorno al capo; a
Rebecca ricordavano i serpentelli che a volte vedeva aggrovigliati
l'uno all'altro nell'erba quando faceva freddo, che si
muovevano lenti e intorpiditi. Aveva abbottonato il vestito
sino al collo. Guard Rebecca con gli occhi arrossati, lo
sguardo smarrito, e in un sibilo con quella sua voce aspra
le intim di non raccontarlo a pa'. Non doveva dirgli che era
venuta una persona a trovarli.
Mi ucciderebbe se lo sapesse. Ma non l'ho fatta entrare.
Le ho detto qualcosa?... No. Oh, no. Non lo farei mai!
Dalla finestra si intravedeva un certo movimento all'estremit
del cimitero. Un funerale, con numerosi partecipanti;
una volta finito, pa' avrebbe avuto un gran daffare.
Ehi! Qualcuno ci ha portato un dolce.
Era Herschel, appena tornato da scuola. Si era fiondato
in cucina con in mano una tortiera coperta con della carta
oleata: il dolce alle mele lasciato dalla moglie dell'agricoltore
sulla soglia di casa.
Sentendosi in colpa, ma' si port le mani al petto, incapace
di parlare. Sul viso comparve un violento rossore, come
per un'emorragia.
Rebecca si mise le dita in bocca e non disse niente.
Pa' dir che c' qualche bastaddo che vuole romperci il
cazzo disse ridendo Herschel, prendendo un pezzo abbondante
di dolce e masticandolo rumorosamente. Ma il vecchio
non  ancora arrivato, eh?


11.

Per il momento dobbiamo accontentarci.
Cos aveva detto. Pi volte. Erano passati mesi, anni.
Ma i bambini erano spesso malati. August era poco sviluppato
per la sua et, somigliava a un topolino, sbatteva
in continuazione le palpebre come se gli occhi fossero
troppo deboli per rimanere aperti. (Cosa aveva? Il dottore
era troppo lontano, bisognava arrivare a Chautauqua Falls,
la citt pi vicina.) Rebecca invece soffriva di disturbi respiratori.
E Anna, poi.
La famiglia Schwart, nella baracca del becchino.
Notava sempre pi il terreno scosceso del cimitero. Naturalmente
vi aveva fatto caso sin dall'inizio, ma aveva
preferito ignorarlo.
Il cimitero sorgeva in una valle, alle spalle scorreva il fiume,
e si alzava in un lieve pendio verso nord. Sulla strada,
all'ingresso dove sorgeva la casa, il terreno era piano. La
morte cola gi.
Quando era andato a implorare che gli concedessero
quel lavoro, si era timidamente informato sull'acqua del
pozzo, non intendeva offendere i funzionari comunali.
Era chiaro che gli stavano facendo un favore, no? Gi solo
stare l a parlare con lui, a sopportare quel modo straziante
di esprimersi in un inglese stentato e sgrammaticato.
Sorridendo cordialmente gli avevano assicurato che
quella del pozzo era "pura" acqua sorgiva, non contaminata
dai putridi liquami delle tombe.
S, certo. L'acqua era stata controllata dagli organi preposti
della contea.
"A scadenze prefissate" si procedeva all'analisi dei pozzi
della contea di Chautauqua. Certamente!
Jacob Schwart aveva ascoltato e annuito.
Bene, signori. Grazie. Mi preoccupa solo...
Non aveva approfondito la questione. Era esausto e frastornato,
aveva un mucchio di problemi da risolvere: dove
alloggiare la sua famiglia, come procurarsi i mezzi di sostentamento.
Oh, era disperato! Quella devastante volont
di cui aveva parlato in maniera cos efficace Schopenhauer:
esistere, sopravvivere, perseverare. L'ultima nata
che gli aveva lacerato il cuore con la sua strabiliante bellezza
in miniatura, che tuttavia lo esasperava, si agitava
per tutta la notte, lanciava urla simili a muggiti, rigurgitava
il latte materno come fosse veleno. Un pianto disperato
che gli procurava incubi densi come colla in cui vedeva le
sue mani serrarsi sulla boccuccia umida della figlia.
Anna diceva tutta preoccupata che la colpa era dell"'acqua
delle tombe", era convinta che fosse contaminata. Jacob
cercava di tranquillizzarla, non era cos, non dicesse
assurdit. Le rifer che i funzionari del comune gli avevano
assicurato che l'acqua del pozzo era stata controllata di
recente, ed era risultata pura acqua di fonte.
E comunque non rimarremo qui a lungo.
E aveva bruscamente aggiunto: Per il momento dobbiamo
accontentarci.
Si sbagliavano o c'era uno strano odore nel cimitero? Quando
pioveva non si sentiva un nauseabondo sentore dolciastro,
come di materia in decomposizione? Un puzzo di carne
rancida, verminosa, un fetore putrescente?
Ma non quando il vento soffiava da nord. E a quanto pareva,
su quelle pendici delle Chautauqua Mountains a sud
del lago Ontario, soffiava sempre da nord.
Il cimitero di Milburn odorava di terra e di erba. Erba falciata
che si decomponeva in mucchi di concime organico.
D'estate, un odore pungente dovuto al calore solare. Materia
organica in putrefazione, un olezzo non esattamente gradevole,
pensava Jacob Schwart.
Con il tempo divent l'odore inconfondibile di Jacob
Schwart. Permeava la sua pelle avvizzita e i radi capelli
scompigliati. E i vestiti, che presto nemmeno il detersivo
pi potente riusciva a far ritornare puliti.
Ovviamente lo sapeva: i suoi figli dovevano sopportare
ogni sorta di presa in giro da parte di quei bifolchi. Herschel
era ormai abbastanza robusto per difendersi, ma
August era un ragazzino timido e gracile, riservato, altra
fonte di delusione per il padre. E c'era la piccola Rebecca,
cos vulnerabile.
Il pensiero della figlia indifesa, che un giorno sarebbe
stata derisa dai compagni di classe, persino da insegnanti
ignoranti, lo faceva star male.
La figlia del becchino!
Una volta le disse solennemente, come se avesse gi l'et
per comprendere le sue parole: Vedi, l'umanit  terrorizzata
dalla morte.  per questo che ci scherza su. In me vedono
un servo della morte, te ti considerano la figlia di quel
servo. Ma non ci conoscono, Rebecca. N te, n me. Nascondi
ai loro occhi la tua debolezza, e un giorno gliela faremo
pagare. Ai nostri nemici che si fanno beffe di noi.
Ogni azione umana ha per fine il bene.
Cos sosteneva Hegel, seguendo Aristotele. Ai tempi di
Hegel (scomparve nel 1841) era ancora possibile credere
che il "progresso" caratterizza la storia dell'umanit; la
storia stessa progredisce dall'astratto al concreto, e cos si
realizza nel tempo. Hegel era anche convinto che la natura
portasse il segno della necessit e fosse predeterminata,
al contrario dell'umanit che conosce la libert.
Naturalmente Jacob aveva letto anche Schopenhauer.
Nel suo ambiente tutti conoscevano i suoi libri. Ma lui
non aveva ceduto al pessimismo di quel filosofo. Il mondo
 una mia idea. L'individuo  confusione. La vita  conflitto, una
lotta incessante. Tutto  volont: la cieca frenesia degli insetti
che li spinge a copulare prima che le gelate precoci li uccidano.
Lui prediligeva Ludwig Feuerbach: lo entusiasmava la
critica feroce alla religione, considerata da Feuerbach come
una creazione della mente umana, la proiezione dei
pi alti valori umani nell'immagine di Dio. Ma certo! Era
proprio cos! Gli di pagani dell'antichit, il tonante Jahv
degli ebrei, Ges Cristo martirizzato e pianto sulla croce,
il suo trionfo nella resurrezione. Era tutto un trucco. Un
sogno si ripeteva Jacob, all'epoca ventenne. Che cecit,
che superstizione, gli antichi riti sacrificali esclusivi di
una casta "civilizzata": tutti retaggi del passato, in via di
estinzione nel Ventesimo secolo.
Quando lesse Karl Marx divenne un ardente socialista.
Con gli amici si definiva un agnostico, un libero pensatore,
e un tedesco.
... un tedesco! Che amara ironia, col senno di poi.
Hegel, quel visionario, su una cosa aveva avuto ragione:
la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo.
Perch la filosofia arriva sempre troppo tardi. Si
capisce sempre troppo tardi. Nel momento in cui l'intelligenza
umana comprende quello che accade,  ormai nelle
mani dei bruti, diviene storia.
Frammenti separati, come vertebre.
Oh, se potessi ascoltarti sempre, sei cos saggio.
Cos gli aveva detto la giovane Anna all'inizio del loro
amore. Gli occhi brillavano adoranti. Le aveva parlato appassionatamente
dei suoi ideali socialisti, e lei era rimasta
stupefatta, anche un po' scandalizzata, dalle sue certezze.
Niente religione? Niente Dio? Nessuno? Avevano ricevuto
la stessa educazione religiosa, provenivano dallo stesso
ambiente, gente che andava fiera della propria "integrazione"
nella cultura borghese tedesca. Davanti a lui Anna
ne condivideva le idee, impar a scimmiottare le sue parole.
Il futuro. L'umanit. Forgiare il proprio destino.
Ormai parlavano di rado. Tra di loro era sceso un pesante,
palpabile silenzio. Pietre ingombranti e muti macigni. Si
muovevano in intima prossimit, simili a creature sottomarine,
acutamente consci l'uno dell'altro, alle volte si rivolgevano
la parola, venivano in contatto, ma ormai tra loro c'era
solo indifferenza. Nessuno lo conosceva bene quanto
Anna: era un uomo distrutto, un codardo. Privo di virilit. I
topi ne avevano divorato anche la coscienza. Aveva dovuto
lottare per salvare se stesso e la sua giovane famiglia, aveva
tradito parecchi parenti che confidavano in lui, e la stessa
Anna; e avrebbe fatto anche di peggio, se ne avesse avuto
l'opportunit. Anna non lo accusava, era stata sua complice
e gli aveva dato dei figli. Non gli aveva mai chiesto come
avesse fatto a procurarsi l'enorme somma di denaro necessaria
per la partenza precipitosa da Monaco, la fuga in Francia
e il biglietto per la nave su cui si erano imbarcati a Marsiglia.
In quel periodo era incinta del terzo figlio, Herschel
e August erano ancora bambini. Era giunta alla conclusione
che nulla contava se non i suoi figli, doveva salvarli a tutti i
costi.
Vivremo per loro, vero? Non ci guarderemo indietro.
Il marito faceva quelle promesse solenni, pur non essendo
un uomo, bens un essere asessuato. I topi ne avevano
divorato anche il sesso. Al posto dei genitali aveva degli
organi inutili, polposi frutti marciti. Un uomo patetico,
ridicolo. Con quella protuberanza carnosa urinava, talvolta
con difficolt. Oh, nient'altro!
Ho detto che per il momento dobbiamo accontentarci.
Cos come non gli parlava del suo timore per l'acqua
contaminata, nemmeno dopo le piogge violente, quando
l'acqua del pozzo era tutta torbida e i bambini, preda dei
conati, la vomitavano, cos Anna non parlava mai del loro
futuro. Non gli avrebbe chiesto niente. Per esempio, quanti
soldi avesse messo da parte il marito, o quando sarebbero
potuti andare via da Milburn.
Non sapeva nemmeno a quanto ammontasse il salario
del guardiano del cimitero.
Se avesse avuto l'ardire di porre quelle domande, Jacob
le avrebbe risposto che non era affar suo. Lei era la moglie,
la madre dei figli. Era una donna. Ogni settimana le
consegnava il denaro per la spesa: uno, cinque, dieci dollari.
Contava accigliato le monete gettandole sul tavolo della
cucina, sudando sotto la nuda lampadina che pendeva
dal soffitto.
Ebbene s: Jacob Schwart aveva un libretto di risparmio.
Lo aveva aperto alla First Bank di Chautauqua, un imponente
edificio in stile neoclassico che sorgeva su Main
Street. Non sarebbe esagerato affermare che Jacob pensava
al suo conto bancario, alla somma esatta, in ogni momento
della giornata; anche inconsciamente quel pensiero
non lo abbandonava mai.
Il mio denaro. Mio.
Aveva nascosto cos accortamente il libretto nero con il
nome Jacob Schwart, avvolto in una tela impermeabile su
una mensola nel capanno dove teneva la falciatrice, che
nessuno a parte lui avrebbe potuto trovarlo.
Ogni settimana sin dal primo salario aveva cercato -
oh, se l'aveva fatto! - di mettere da parte qualcosa, anche
solo pochi centesimi. Perch un uomo deve risparmiare.
Malgrado ci nell'ottobre del 1940 aveva accumulato appena
duecentosedici dollari e settantacinque centesimi. Dopo
quattro anni! A ogni modo, la somma fruttava un interesse
del tre per cento, una manciata di dollari.
Non bisognava essere dei geni in matematica per sapere
che la somma cresceva, anche se di poco.
Presto avrebbe chiesto un aumento.
Ci aveva gi provato al secondo anno di lavoro. Lo aveva
fatto con grande umilt. Aveva ricevuto risposte fredde,
evasive.
Be', Gi-gobbo! Forse l'anno prossimo.
Dipende dal bilancio. Dalle tasse, capisci?
Educatamente aveva fatto notare loro che il figlio maggiore
lo aiutava lavorando diverse ore a settimana, e non
veniva retribuito. E alle volte anche il figlio minore.
Al che ribattevano che gli avevano concesso di abitare
nella casa del custode senza pagare l'affitto. Esimendolo
dal versare le tasse di propriet.
Al contrario di noi, Gi-gobbo. Noi le tasse le paghiamo.
E gi risate. Erano uomini gioviali e cortesi. Quegli altri,
che lo consideravano un cane malfermo su due zampe
che chiedeva un misero boccone.
Erano soddisfatti del suo lavoro? Be', s, svolgeva la sua
attivit in modo soddisfacente. Si trattava di una mansione
che non richiedeva particolari specializzazioni, anche
se per provvedere alla manutenzione di un cimitero una
certa abilit bisognava averla. Ma non si era protetti da alcuna
associazione sindacale. Non si aveva diritto alla pensione
n a forme di assicurazione, come invece avveniva
per gli altri dipendenti comunali.
Ma d'altra parte temeva di dare l'impressione di stare l
a lamentarsi. Che a Milburn, New York, si spargesse la voce
che lui fosse Schwart-che-si-lamenta.
Schwart-il-mangiapatate, come lo chiamavano alle sue
spalle. Ma lui lo sapeva.
Schwart-l'ebreo.
(Non aveva forse un naso da ebreo? Nessuno prima
d'allora a Milburn aveva visto un ebreo, solo adesso alcune
riviste, come "Life" o "Collier's", pubblicavano vignette
e caricature naziste antisemite accanto a divertenti fotografie
di inetti civili britannici che venivano addestrati
per la difesa della loro patria.)
Diavolo se aveva giurato di fargliela vedere! A quegli altri
che insultavano lui e la sua famiglia. Quegli altri segretamente
alleati con Hitler. Anche lui aveva un segreto: il denaro
che metteva da parte per la sua fuga. Era fuggito da
Hitler, e sarebbe fuggito da Milburn, New York. Risparmiando
accortamente centesimo dopo centesimo, perch
pur non essendo ebreo possedeva l'antica astuzia dei giudei,
sfuggire alle grinfie del nemico, prosperare e prendersi
la propria vendetta. Era solo questione di tempo.


12.

Il giorno che Gus torn di corsa da scuola, col moccio al
naso, e piangendo chiese a ma' cosa fosse un ebreo, cosa
diavolo  un ebreo, perch quei bastardi per strada lo avevano
preso in giro e Hank Diggles gli aveva tirato dietro
delle pannocchie mangiucchiate, e tutti ridevano di lui come
se lo odiassero, anche quelli che credeva amici. Ma' era
sul punto di svenire, sembrava una persona in procinto di
annegare, si leg un foulard intorno al capo e corse fuori a
cercare pa', barcollando e ansimando, e fu la prima volta a
quanto ricordava che Jacob vide sua moglie cos lontano
da casa, l fuori nel cimitero, dove lui stava falciando l'erba
alta e le rose selvatiche che infestavano le pendici del poggio;
rimase sconvolto da quell'espressione terrorizzata, era
tutta scarmigliata in quella vestaglia informe, le calze calate
sulle caviglie, le vistose gambe bianche grassocce ricoperte
di una peluria bruna, il viso gonfio e tumefatto, lei
che un tempo era una ragazza attraente, slanciata, che
guardava il marito insegnante con un sorriso estatico, che
suonava Chopin, Beethoven, Mendelssohn, Dio come l'aveva
amata!... e adesso quella donna farfugliava in un inglese
talmente sgrammaticato che lui non riusciva a capire
cosa diavolo stesse dicendo, pensava che a ridurla in quelle
condizioni fossero stati quei dannati monelli che si nascondevano
dietro il muro e lanciavano pannocchie a lei e al
bucato appena steso, ma poi ud quella parola, ebreo ebreo
ebreo, la prese per le spalle e la scosse intimandole di chiudere
la bocca e tornare a casa; e quella sera, quando vide
Gus che all'epoca aveva dieci anni, frequentava la quinta
elementare a Milburn, Jacob Schwart gli assest un ceffone
a mano aperta in pieno viso apostrofandolo con quella frase
che il ragazzo avrebbe ricordato a lungo, proprio come
sua sorella Rebecca, che assistette alla scena:
Non lo dire mai pi.


13.

Fu una delle sue azioni pi sbalorditive in America.
Nella fredda primavera del 1940, da un commerciante di
Milburn acquist una radio. Lui, Jacob Schwart! Quel gesto
impulsivo lo spavent. L'assurda fiducia riposta nell'onest
di un estraneo. Perch la radio era di seconda mano, era
sprovvista di garanzia. Con quell'atto incauto aveva violato
i suoi principi di sana sfiducia verso quegli altri che intendeva
inculcare nei figli per proteggerli dalle sventure.
Cos'ho fatto! Cosa...
Era stato come un adulterio casuale. O un atto di violenza.
Lui, proprio lui! Di certo non un individuo violento, ma
una persona civile, un esule dalla sua vera vita.
Eppure aveva premeditato l'acquisto per settimane. Le
clamorose notizie che giungevano dall'Europa erano tali
da non poter essere ignorate. I giornali locali erano inadeguati.
Solo la radio sarebbe riuscita a soddisfare la sua
brama di notizie, avrebbe potuto ascoltare giorno e notte
ogni novit da pi fonti possibili.
In uno stato di agitazione che stentava a controllare, si
present all'impiegato della First Bank di Chautauqua. Timidamente
ma con gesto risoluto spinse il libretto di risparmio
sotto lo sportello. Il cassiere, un individuo che non
rivestiva alcuna importanza se non per il fatto che stringeva
in mano il libretto di Jacob Schwart, leggendo le cifre
vergate con l'inchiostro inarc le sopracciglia, come se fosse
sul punto di sollevare lo sguardo severo su di lui - un uomo
dalle fattezze di uno gnomo che lo guardava umilmente,
con indosso sudici indumenti da lavoro e un berretto di
stoffa - per informarlo che quel conto era inesistente, doveva
esserci un errore. Invece, come se si trattasse di un'operazione
ordinaria, con gesti meccanici cont il denaro, per
ben due volte; erano banconote per nulla gualcite, stampate
di recente, che a Jacob Schwart piacquero in maniera
incredibile. Mentre il cassiere spingeva i soldi e il libretto
sotto lo sportello, Jacob ebbe l'impressione che gli ammiccasse.
So quello che farai con questo denaro, Jacob Schwart!
Per giorni Jacob soffr di crampi allo stomaco e di diarrea,
tanto forte era il senso di colpa, ma anche per l'eccitazione.
Una radio! In quella topaia. Era una Motorola, il miglior
produttore di radio al mondo. Il mobile era di legno, e
quando si accendeva il quadrante si illuminava. Era un
miracolo che, ruotando la manopola, dall'interno del mobiletto
giungesse immediatamente come un'anima ronzante
la vita palpitante del meraviglioso apparecchio.
Naturalmente l'aveva acquistata senza farne menzione
ad Anna. Non si preoccupava pi di informarla sulle sue
decisioni. Oscuramente, avevano sviluppato un certo risentimento
l'uno verso l'altra. I gelidi silenzi tra di loro si protraevano
per ore. Un giorno intero. Chi aveva offeso l'altro?
E quando? Come creature marine sorde e cieche vivevano
insieme nella loro caverna buia incuranti l'uno dell'altro. Jacob
prese a comunicare i suoi desideri con dei grugniti, dei
cenni del capo, una smorfia, una scrollata di spalle, cambiando
repentinamente posizione sulla sedia, lanciando
uno sguardo all'indirizzo di Anna. Lei era sua moglie, la
serva. Doveva obbedire. Lui controllava le loro finanze,
qualsiasi transazione con il mondo esterno era di sua pertinenza.
Avendole proibito di parlare l'idioma nativo anche
nell'intimit, persino la notte quando erano a letto, Anna
era in svantaggio e cominci a provare fastidio nel doversi
esprimere sempre in inglese.
Anche lei rimase profondamente scossa dall'acquisto
impulsivo della radio; lo interpret non solo come un atto
di insolita prodigalit, ma anche di infedelt coniugale. 
impazzito. Questo  solo l'inizio. Con il poco denaro di cui
disponevano, i bambini che avevano bisogno di vestiti e
del dentista. E il prezzo del carbone, del cibo... Anna era
allarmata e sconvolta, non riusciva a parlarne senza mettersi
a balbettare.
Jacob la interrompeva: La radio  di seconda mano,
Anna. Un affare.  una Motorola.
Era convinta che si facesse beffe di lei. Perch Anna
Schwart non aveva idea di cosa significasse o cosa fosse
una Motorola; per quanto le constava poteva anche essere
il nome di una luna di Giove.
La prima sera Jacob era preda dello stordimento, si sentiva
in vena di generosit: invit la famiglia nel salotto per
ascoltare quel voluminoso oggetto a forma di scatola sistemato
accanto alla sua poltrona. Anna si tenne alla larga,
ma i ragazzi e Rebecca ne rimasero ammaliati. Fu un errore
di giudizio, cap in seguito Jacob, perch quella sera la
notizia riguardava un'azione di guerra nel mare del Nord,
una flotta tedesca aveva affondato un cacciatorpediniere
britannico, il Glowworm, e i superstiti erano stati soccorsi
da una delle navi della flotta nazista... Jacob cambi subito
idea riguardo all'opportunit che i figli ascoltassero la
radio, e ordin loro di lasciare il salotto.
Navi da guerra tedesche! Che mettono in salvo marinai
britannici! Cosa significava...
No, sono imprevedibili. Ripugnanti. Non sono adatte
a dei ragazzi.
Intendeva le notizie. In quanto imprevedibili, le giudicava
malvagie.
Diciannove anni dopo, ascoltando i mormorii e i ronzii
provenienti dall'apparecchio nella stanza di Niley, Rebecca
si ricord della radio del padre e di come era divenuta
un'autentica istituzione in famiglia. Era come una divinit
malvagia, esigeva attenzione, esercitava un'irresistibile
influenza, pur rimanendo inavvicinabile, inconoscibile.
Perch nessuno osava sedere sulla poltrona di pa' (una
vecchia poltrona di pelle tutta crepata, con un cuscino
poggiapiedi e lo schienale rigido, quasi dritto perch pa'
soffriva di dolori alla schiena,) e lui era l'unico a cui era
permesso accendere o persino toccare la radio.
Avete capito? Nessuno.
Con voce grave, tremante.
L'avvertimento era indirizzato soprattutto a Herschel e
a August. Sapeva che Anna detestava la radio, e che Rebecca
non avrebbe mai disobbedito.
Pa' era geloso di quel dannato aggeggio come se fosse
una donna (fu Herschel a fare quell'osservazione, sghignazzando).
C'era da chiedersi che ci faceva il vecchio la
notte con quell'arnese, eh?
Di giorno, quando pa' lavorava nel cimitero, non poteva
controllarla. In pi d'un'occasione piomb all'improvviso
in casa, entrando di soppiatto in salotto per verificare
che le valvole non fossero calde: se anche erano tiepide faceva
il diavolo a quattro, e a pagarne le conseguenze di solito
era Herschel.
La ragione di una tale frugalit era che la corrente elettrica
non cresce sugli alberi.
E, come ripeteva torvamente, le notizie della guerra non
sono adatte ai giovani.
Alle sue spalle Herschel bofonchiava sdegnato: Affanculo
alle nodizie di guerra. Come se non trasmittesse altri
cazzi di programmi, tipo muzica e barselette, bisognaria
uccide il vecchio bastaddo pe' sentilla. Herschel era abbastanza
grande da sapere cosa fosse una radio, in citt parecchi
amici ne avevano una in casa, l'ascoltavano sempre
e non solo quelle fottute nodizie di guerra!
Ma ogni sera pa' li sbatteva fuori dal salotto e chiudeva
la porta.
Pi beveva a cena, pi si asserragliava l dentro.
Alcune sere il desiderio di ascoltarla era tale che i fratelli di Rebecca si mettevano a piagnucolare dietro la porta.
Possiamo senti' pure noi, pa'?
Stiamo zitti, non parliamo...
S, stiamo zitti.
Herschel osava persino bussare piano alla porta con le
nocche scorticate. Cresceva cos in fretta che i polsi sporgevano
dalle maniche della camicia, il colletto troppo
stretto da abbottonare. Poi sulle guance apparve una sottile
peluria, e prima di andare a scuola doveva radersi, altrimenti
gli insegnanti lo rispedivano a casa.
Dietro la porta Rebecca e i suoi fratelli ascoltavano le
voci della radio che aumentavano d'intensit e si abbassavano
come onde, senza riuscire a distinguere le parole
perch pa' teneva il volume basso. Cosa dicevano quelle
voci? Perch il "radiogiornale" era cos importante? Rebecca
era troppo piccola per sapere cosa fosse la guerra
(Un combattimento con fucili, bombe, e pure gli aeroplani
le aveva spiegato Herschel), comunque ma' le aveva
detto che stava succedendo lontano, in Europa, a migliaia
di chilometri da l. Herschel e August ripetevano
saccenti le parole "Nazzisti", "Hitler", e anche loro confermavano
che erano lontani. Nessuno voleva che la
guerra si allargasse anche negli Iu Ess. E comunque in
mezzo c'era l'ozeano 'Tlantico. La guerra non sarebbe
mai arrivata in un posto come Milburn, che aveva un canale
navigabile con una sola chiusa. Questo posto sentenzi
sprezzante Herschel, non gli frega niente ai fottuti
nazzisti.
La madre disdegnava la radio, lo considerava un giocattolo
che il marito aveva comprato senza poterselo permettere.
Non glielo avrebbe mai perdonato.
Il 1940 pass. E l'anno seguente. Cosa stava succedendo?
Pa' diceva che le notizie sulla guerra erano brutte, e
peggioravano in continuazione. Gli Iu Ess ne rimanevano
fuori come fottuti codardi per non subirne le conseguenze
negative. Ti faceva pensare che non gliene fregava un accidente
della Polonia, della Francia, del Belgio, della Russia,
e nemmeno della Gran Bretagna.
Ma' era nervosa, e prese l'abitudine di canticchiare a
voce pi alta. A volte sibilava con quella sua voce aspra e
stridula: Le notizie della guerra non sono adatte ai giovani.
Rebecca era confusa: pa' voleva che la guerra arrivasse
anche l? Era questo che desiderava?
Certe sere, nel bel mezzo della cena, pa' era cos distratto
che si capiva stava pensando alle notizie sulla guerra.
Quello sguardo cos sofferente, disgustato. Finiva per allontanare
il piatto e ingollare lunghe sorsate di birra, come
una medicina. A volte beveva del sidro (acquistato alla
distilleria che sorgeva sul fiume, a un chilometro e
mezzo dal cimitero; quando il vento soffiava in quella
direzione se ne sentiva l'odore intenso), e qualche volta
whisky. I topi gli avevano divorato lo stomaco, come
amava ripetere. Su quella dannata nave presa a Mas-siglia. Ci aveva lasciato le budella e la giovinezza, si lamentava.
Rebecca sapeva che era una battuta, ma la diceva in
modo cos triste! Inconsciamente pa' spostava lo sguardo
su di lei, non vedeva proprio lei, ma la piccolina, la figlia
non desiderata; la bimba venuta al mondo dopo undici
ore di travaglio in una sudicia cabina di una sudicia nave
ancorata nel porto di New York, da cui erano gi scesi tutti
i passeggeri. Era troppo piccola per comprendere quelle
cose, eppure sapeva. Quando pa' se ne usciva con quelle
sue battute prorompeva in una risata pi simile a un ghigno.
Herschel vi faceva eco, e alle volte anche August.
Ma' mai. Rebecca non ricordava che la madre si fosse mai
messa a ridere per una battuta o un motto di spirito del
marito.
La cosa peggiore era quando pa' rientrava a casa di cattivo
umore, zoppicando e imprecando, troppo stanco persino
per lavarsi dopo dieci, dodici ore di lavoro, e senza
nemmeno la prospettiva che le notizie di guerra potessero
sollevargli il morale. A cena masticava il cibo come se gli
procurasse dolore, o lo facesse star male. Beveva in continuazione.
Con la forchetta spingeva fuori dal piatto grassi
pezzi di carne buttandoli sull'incerata e infine allontanava
la scodella con un gemito disgustato. Bah! Qualcuno crede
che questa  una famiglia di maiali, come si possa
mangiare questa brodaglia.
La madre di Rebecca s'irrigidiva. Al suo viso roseo,
morbido e liscio come quello di una ragazza, se ne sovrapponeva
un altro, pi stanco e pi vecchio, che non
mostrava alcun segno di offesa, sembrava non aver nemmeno
sentito quelle parole. I ragazzi scoppiavano a ridere,
ma Rebecca avvertiva la fitta di dolore nel cuore della
madre, come fosse lei a provarla.
Pa' grugniva che ne aveva abbastanza. Spingeva via la
sedia dal tavolo, afferrava la bottiglia e andava a rintanarsi
in salotto, sbattendosi la porta alle spalle. A tavola seguiva
un silenzio imbarazzato. Persino Herschel, arrossito
fino alla punta delle orecchie, aveva il capo chino sul
piatto e si mordeva le labbra. Dal salotto proveniva il suono
indistinto di una voce straniera che parlava una lingua
straniera, allettante e irresistibile. Ma' si alzava in fretta
da tavola e si metteva a canticchiare, senza posa, furiosa
come uno sciame d'api, sbattendo con gran fracasso pentole
e posate nel lavandino, mentre li lavava con l'acqua
riscaldata sulla stufa. Ogni sera, adesso che era grandicella,
Rebecca aiutava ma' ad asciugare le stoviglie. Erano
bei momenti per lei. Senza che la madre desse segno di
notarlo, ancora meno di provarne fastidio, Rebecca si accostava
alle sue gambe, che emanavano un gran calore.
Con gli occhi socchiusi guardava in su, e sorprendeva la
madre a sbirciarla. Era un gioco? Una sorta di nascondino
con la madre?
La cena si era interrotta bruscamente. I ragazzi erano
andati via. Pa' era rintanato nel salotto. In cucina rimanevano
lei e ma', che lavava i piatti. Ogni tanto la donna
mormorava delle parole in quella arcana lingua sibilante
che aveva parlato la moglie dell'agricoltore quando era
venuta a trovarli, troppo velocemente perch Rebecca afferrasse
qualcosa, e lei sapeva che non erano rivolte a lei.
Quando l'ultimo piatto era stato asciugato e riposto, all'improvviso
ma' le diceva, l'espressione seria, la voce
aspra come fosse stata destata dal sonno: Ti volevamo, Rebecca.
Dio ti voleva. Io ti volevo. Non credere mai a quello
che dice quell'uomo.


14.

Non dirlo mai.
E c'erano altre cose che era vietato dire. Ma col tempo
svanirono nell'oblio.
Marea era una di quelle.
Marea: un suono musicale, misterioso.
Rebecca aveva cinque anni, nell'estate del 1941.
In seguito, il ricordo di quella parola sarebbe stato cancellato
dall'emozione del padre al tempo di "Pearl Harbor".
Marea, "Pearl Harbor", "Seconda guerra mondiale". A
quell'epoca, quando Rebecca non aveva ancora l'et per
andare a scuola.
Una sera dopo cena invece di ritirarsi nel salotto pa' rimase
in cucina. Lui e ma' avevano una sorpresa in serbo per loro.
A Herschel e August fu chiesto: Vi piacerebbe avere un
fratellino?.
A Rebecca, invece: Ti piacerebbero due sorelline?.
Era pa' a parlare cos, con aria di mistero. Alle sue spalle,
ma' era molto nervosa. Sembrava una ragazzina eccitata,
le brillavano gli occhi.
Davanti agli sguardi attoniti dei figli, da una busta pa'
tir fuori delle fotografie, che appoggi con cura sull'incerata
che ricopriva la tavola. Era una calda sera di giugno,
il cimitero risuonava dei richiami degli insetti notturni, e
nella cucina svolazzavano alcune falene, che sbattevano
contro la lampadina che pendeva dal soffitto. In preda all'eccitazione,
pa' vi picchi la testa contro, e l'alone di luce
che emanava prese a vorticare, oscillando attorno al tavolo
come i movimenti di un ubriaco; fu ma' ad allungare
una mano per fermare la lampadina.
I loro cugini. Della citt di Kaufbeuren, Germania, al di
l dell'oceano.
E quei due adulti: zio Leon e zia Dora, la sorella pi
giovane di ma'.
I ragazzi fissavano le fotografie. I vostri cugini. Vostro
zio, la zia. Era la prima volta che sentivano quelle parole
pronunciate dal padre.
Herschel se li ricorda, vero? Zio Leon, zia Dora. Elzbieta,
la vostra cuginetta, forse no. Era appena nata, a quell'epoca.
Herschel si chin sul tavolo e aggrott la fronte osservando
quegli estranei ritratti in fotografia, figure minuscole
che lo guardavano di traverso dietro il grosso dito
teso di pa'. L'uomo respirava affannosamente dal naso.
Perch dovrei ricordarmeli?
Perch li hai conosciuti, Herschel. Da bambino, a Monaco.
Mo-naka?... Che diavolo ?
Pa' rispose in fretta, come se le parole gli procurassero
dolore. La citt dove vivevamo. Dove sei nato. L'altro
posto prima di questo.
Naa rispose Herschel scuotendo il capo con tale veemenza
che le labbra tremarono. Nato l? No.
La madre tocc il braccio di pa' e disse sommessamente:
Forse Herschel non ricorda, era piccolino. Ed  passato
cos tanto tempo....
Pa' replic bruscamente: Se lo ricorda.
Cazzo, non mi ricordo! Io sono nato in questi cazzo di
Iu Ess.
Herschel lo richiam la madre.
La situazione stava per degenerare. Le mani di pa' tremavano.
Spinse una fotografia verso Herschel, perch la
osservasse meglio. Rebecca vide che le foto erano increspate
e sgualcite come se fossero vecchie, o venissero da
molto lontano. Quando Herschel la prese e la avvicin alla
luce, strizzando gli occhi mentre scrutava la coppia, Rebecca
temette che potesse strapparla; non era nuovo a gesti
inconsulti.
Ma Herschel si limit a bofonchiare che non era sicuro,
con una scrollata di spalle.
Pa' si plac, afferr la fotografia dalle mani del figlio, la
appoggi sul tavolo e si mise a lisciarla, come fosse un oggetto
prezioso.
C'erano cinque fotografie, tutte increspate e sbiadite. Ma'
stava dicendo a Rebecca: Le tue nuove sorelline, vedi?.
Rebecca chiese come si chiamassero.
Ma' pronunci i nomi dei bambini della fotografia come
fossero speciali: Elzbieta, Freyda, Joel.
Rebecca li ripet zelante, con la sua vocina infantile:
Elz-bee-ta. Frey-da. Jo-el.
Elzbieta era la maggiore, spieg ma'. Aveva dodici o
tredici anni. Freyda era la pi piccola, aveva l'et di Rebecca,
e Joel era quello di mezzo.
Rebecca aveva visto immagini di persone su giornali e
riviste, ma mai delle fotografie da poter tenere in mano.
Gli Schwart non possedevano una macchina fotografica,
non potevano permettersi un lusso simile, diceva pa'. A
Rebecca sembrava cos strano e meraviglioso che esistesse
una fotografia di una persona conosciuta, di cui sapevi
il nome. E persino di bambini! Una bimba della sua
et!
Ma' disse che quelli erano i suoi nipotini. I figli di sua
sorella, Dora.
Era cos strano sentire Anna Schwart parlare di nipoti e
nipotine. Sorella!
Quegli affascinanti estranei non avevano il loro stesso
cognome, si chiamavano Morgenstern. Quel nome mai
udito aveva un che di melodioso.
Nelle fotografie i bambini avevano un sorriso incerto. A
osservarli da vicino sembrava proprio che ti stessero guardando.
Elzbieta esibiva un sorriso accigliato. O forse non
era nemmeno un sorriso. Come Joel, del resto, che aveva
gli occhi socchiusi come infastidito dalla luce. La pi piccolina,
Freyda, era la pi bella, anche se il viso non era
perfettamente visibile, perch aveva il capo chino. Sorrideva
timidamente come implorando: Per favore, non mi
guardate!
In quell'istante Rebecca riconobbe in Freyda una sorella.
In quell'istante Rebecca si rese conto che Freyda aveva i
suoi stessi occhi scuri. E a parte la soffice frangetta riccioluta,
che lei non portava, avevano entrambe le trecce. Nella
fotografia preferita di Rebecca, in cui la bambina si vedeva
pi nitidamente, Freyda aveva una mano stretta
intorno alle trecce, come se le stesse tirando, proprio come
faceva lei quando era agitata.
Frey-da. Pu dormire nel mio lettino.
Giusto, Rebecca approv ma' stringendole il braccio,
pu dormire nel tuo lettino.
Pa' stava dicendo che i Morgenstern avrebbero "fatto la
traversata" con altri novecento passeggeri su una nave
che si chiamava Marea, a met luglio, salpando da Lisbona,
in Portogallo. Sarebbero arrivati a New York e da l
avrebbero proseguito il viaggio fin su a Milburn, per rimanere
con gli Schwart fin quando non si fossero "stabiliti"
in questo paese.
Rebecca era tutta eccitata a quella novit: i suoi cugini
avrebbero attraversato l'oceano come gi avevano fatto i
suoi familiari prima della sua nascita? Le pass per la
mente una strana storiella, come in sogno, le accadeva
spesso, rapida come un battito di ciglia, svanita prima ancora
di capire se fosse vera: che allora sarebbe nata un'altra
bambina. Cos com'era nata lei. Voleva dire che quando
i Morgenstern sarebbero venuti ad abitare con loro... ci
sarebbe stata un'altra bimba?
A Rebecca sembrava di s, a casa ci sarebbe stata un'altra
bambina. Ma non l'avrebbe detto a nessuno, nemmeno
a ma', perch cominciava a capire che alcune cose che reputava
vere si rivelavano solo fantasie.
Herschel dichiar tutto imbronciato che in quella casa
non c'era spazio per tutti se venivano a stare l, Cristo, o
no? Gi  dura vivere come porci.
Gus replic prontamente che suo cugino Joel poteva
dormire nel suo letto.
E ma' si affrett a chiarire che di spazio ce n'era eccome!
Pa' non sembrava sicuro come lei, era pi preoccupato;
se ne stava incurvato a stropicciarsi gli occhi, sembrava
molto stanco e invecchiato. Certo, diceva, la casa era piccola,
ma forse lui e il cognato avrebbero potuto ingrandirla.
Ricavare un'altra stanza dal capanno di legno. Leon
era falegname, poteva aiutarlo. Prima del loro arrivo, lui e
i ragazzi potevano cominciare i lavori. Sgombrare il ciarpame,
livellare il sudicio impiantito e pavimentarlo con
delle assi di legno. Stenderci uno strato di carta catramata
per isolarlo.
Carta catramata! sbuff Herschel. Come una discarica,
eh?
A circa un chilometro e mezzo, sulla Quarry Road, c'era
la discarica comunale di Milburn. Herschel e Gus ci andavano
spesso in perlustrazione, come altri ragazzi dei paraggi.
Ogni tanto recuperavano qualche oggetto e lo portavano
a casa, per esempio indumenti smessi, sedie, paralumi.
Si diceva che lo stesso Jacob Schwart esplorasse la discarica,
in orari particolari per non farsi vedere.
In quel posto a Rebecca era severamente proibito andare,
sia sola che con i fratelli.
Ma' stava dicendo con quella sua voce calda e quel suo
modo di parlare tutto d'un fiato che poteva rendere pi
accoglienti le stanze. Non aveva mai fatto quello che si era
riproposta, era cos stanca quando si erano stabiliti l. Adesso
avrebbe messo le tende; le avrebbe cucite lei stessa. I figli
erano a disagio, non avevano mai sentito parlare cos
ma'. Sorrideva nervosamente, un sorriso radioso che lasciava
intravedere gli spazi dei denti mancanti, e si passava
le mani tra i capelli come se vi fossero rimaste impigliate
delle falene.
S, vedrete afferm convinta, spazio ce n'.
Herschel scroll le spalle nella camicia cui mancava
met dei bottoni, e ripet che la casa era troppo piccola
per abitarci in cos tanti. Quanti sarebbero stati, dieci?
Dieci cazzo di persone rinchiuse come animali in un recinto,
Cristo, non ci si sta. Quella fottuta stufa riscalda solo la cucina, e l'acqua di quel maledetto pozzo  fetente
come una puzzola, e io e Gus facciamo gi fatica a stare in
due in quella stanza, come possiamo farci entrare un altro
fratello? Merda.
Senza preavviso, rapida come il morso di un serpente,
la mano di pa' scatt e colp Herschel in pieno viso. Il ragazzo
rincul, e si mise a strillare che gli era scoppiato il
timpano.
Non ti scoppier solo quello se non la smetti e non tieni
chiusa quella boccaccia.
Oh, vi prego li supplic ma'.
Gus, ancora chino sul tavolo, immobile, timoroso di guardare
il padre, ripet che Joel poteva dormire con lui, non
c'era problema.
Herschel disse ad alta voce: Chi diavolo  questo che
dormir con lui, pisciando nel letto ogni notte? E gi dura
dormire in due in quella cazzo di stanza come porci.
Ma poi si mise a ridere. Si massaggiava l'orecchio sinistro
colpito dal padre, per dimostrare che non gli faceva
tanto male.
Poi aggiunse: 'Fanculo, non me ne frega niente, non rimarr
in questo merdaio. C' la guerra, sapete, ho intenzione
di ar-ruolarmi. Certa gente che conosco si ar-ruola,
vado anch'io, voglio guidare aeroplani e sganciare bombe
come... come si chiama, l'incursione? S, me ne vado.
Rebecca si sforzava di non ascoltare quelle grida. Scrutava
Freyda, la sorellina che (sembrava proprio cos!) la
stava guardando a sua volta. Ormai si conoscevano. Avrebbero
condiviso dei segreti. Ebbe l'ardire di avvicinare la
fotografia alla luce per osservarla meglio. Oh, voleva vedere
le sue scarpe! Sicuramente Freyda aveva delle scarpette
pi carine delle sue. Perch il golfino era molto pi
bello di tutti i vestiti che aveva lei. Kaufbeuren, rifletteva,
in Germania al di l del mare.
S, adesso li vedeva meglio. I cugini stavano davanti a
una casa. Dietro c'erano degli alberi. Sull'erba s'intravedeva
un cagnolino, con delle macchie bianche sul musetto,
il naso appuntito, la coda tesa.
Rebecca mormor: Frey-da.
Era proprio cos, anche Freyda aveva la riga in mezzo, e
i capelli acconciati in grosse trecce, come ma' pettinava i
suoi, dicendole che somigliavano a piccoli nidi di ragno.
Glieli intrecciava tanto stretti da farle male alle tempie,
spiegandole che era l'unico modo per domare capelli cos
ribelli.
L'unico modo di domare bambine ribelli.
Frey-da. Si sarebbero pettinate a vicenda, sicuro!
Per i pi piccoli era ora di andare a letto. Herschel usc di
casa strascinando i piedi senza aggiungere altro, ma Rebecca
e Gus indugiavano, desideravano sapere altre cose
sui cugini di Kaufbeuren, in Germania.
Pa' disse di no. Ripose le fotografie in una busta a cui
Rebecca non aveva fatto caso, di sottile carta azzurrina.
Le falene svolazzavano ancora attorno alla lampadina
accesa. Erano aumentate, sfarfallavano freneticamente
con le alucce bianche. Gus stava dicendo che non aveva
mai saputo di avere dei cugini. Accidenti, non aveva mai
sentito parlare di altri parenti!


15.

Quelle settimane d'estate in cui non fu mai sola, Rebecca
le avrebbe ricordate. Ormai giocava con la nuova sorellina
Freyda. Le bimbe schiamazzavano e si bisbigliavano segreti.
Oh, adesso Rebecca non era pi sola! Non doveva
pi ciondolare tutto il tempo intorno alla madre, aggrapparsi
alle sue ginocchia fin quando veniva allontanata
perch faceva troppo caldo per giocare.
Herschel le portava sempre dei regali trovati nella discarica;
tra questi c'erano due bambole, Maggie e Minnie.
Adesso Maggie apparteneva a Freyda, Minnie a lei, e tutte
e quattro giocavano fuori casa nei cespugli di malvarosa.
Maggie era pi carina, e Rebecca la regal alla sorellina
perch Freyda era pi carina di lei, e anche pi speciale
perch veniva da Keufbeuren in Germania al di l dell'oceano.
Maggie aveva capelli di plastica castani e increspati, e occhi
azzurri spalancati, invece Minnie era una bambola di
gomma senza capigliatura, tutta sporca, con la faccia consumata
e il naso rincagnato. Prima di dargliela Herschel
l'aveva buttata in aria mimando con la bocca il vagito di
un neonato, e la bambola era caduta ai piedi di Rebecca
con un tonfo sordo; si era cos spaventata che per poco
non si era fatta la pip addosso. Cos quando Minnie faceva
la cattiva per punizione la scagliava a terra facendole
male, ma con Maggie non l'avrebbe mai fatto, poteva rompersi,
e comunque si comportava meglio e ovviamente tra
le due bambole era la pi intelligente perch era pi grande.
Sapeva anche compitare qualche parola. Sapeva leggere
i vecchi giornali e le riviste di pa', mentre Minnie era
solo una lattante e non era ancora in grado di parlare. Rebecca
e Freyda bisbigliavano in continuazione di queste
cose, mentre giocavano negli incolti cespugli di malvarosa
nell'afa del mezzogiorno, costringendo ma' a uscire di
casa per controllare cosa stessero combinando, le mani sui
fianchi.
Chiedeva a Rebecca cosa mai facesse l fuori con quel
caldo in mezzo alla polvere; con chi stava parlando? Aveva
una voce gutturale e stridula, e Rebecca girava la testa
per non vederla, arrossendo imbronciata, continuando a
guardare le bambole e fingendo di non aver sentito.
Va' via! Va' via io e Freyda non abbiamo bisogno di te.
Ma il luned era giorno di bucato, e le due bambine erano
impazienti di aiutare.
Anna Schwart usciva di rado dalla casa in pietra, era un
momento speciale. Si avvolgeva in fretta e furia un foulard
intorno al capo per celare il viso. Anche nei giorni pi
caldi indossava una giacchetta di Herschel sulla vestaglia
informe. Cos, nel caso qualcuno la stesse spiando (dal cimitero,
da dietro il cadente muro di pietra) non l'avrebbe
vista. Jacob Schwart aveva cercato di dissuaderla, rimproverandola
per quel comportamento eccentrico, perch i
visitatori del cimitero di certo lo notavano, scuotevano il
capo ridendo della moglie pazza del becchino, ma Anna
Schwart ignorava quei rimbrotti, era convinta che, per
quanto il marito ascoltasse la radio e leggesse i giornali,
sui vicini non sapeva niente. Lei s che sapeva.
Per il bucato andava lavato nella vecchia lavatrice che
si trovava nel capanno, i panni bagnati andavano strizzati
a mano nell'asciugatoio e ammucchiati nella cesta di vimini,
che bisognava trascinare fuori in giardino, alla luminosa
luce del sole e al vento. Rebecca l'aiutava a portare la
cesta. Lei e Freyda prendevano i panni e li passavano a
ma', che li stendeva sul vecchio filo legato tra due pali,
dove rimanevano a sventolare scossi dalle folate. Rebecca
faceva ridere Freyda tirandosi la maglietta sulla testa quando
ma' era girata, o lasciando cadere di proposito un paio
di calzoncini, facendo finta che le fossero sfuggiti di mano,
ma Freyda li raccoglieva e li passava a ma' perch lei
era una brava bambina, seria, e spesso la ammoniva con
un dito sulle labbra di fare silenzio se Rebecca gridava e
faceva i capricci.
Quando andavano a dormire si rannicchiavano nel letto
di Rebecca, si abbracciavano e si coccolavano, e qualche
volta si facevano il solletico. Rebecca le si avvinghiava, cos
Freyda poteva dormire senza sentire le voci notturne
che provenivano dalla radio di pa'.
Oh, che meraviglia perdersi in quel sogno: Rebecca e
Freyda, la nuova sorellina, che andavano insieme a scuola
vestite con maglioncini identici e lucide scarpe di pelle
verniciata, attraverso Quarry Road e Milburn Post Road,
una passeggiata di un paio di chilometri fino alla scuola
elementare, mano nella mano come sorelle. E in due non
avrebbero avuto paura. Per ma' aveva detto che era ancora
troppo presto, quell'anno non l'avrebbe mandata a
scuola. Voglio tenere la mia bambina al sicuro con me il pi a
lungo possibile. Pa' aveva detto che Rebecca doveva andare
a scuola, cominciare dalla prima elementare, perch no,
sin da quell'anno, visto che conosceva l'alfabeto e i numeri
e sapeva gi compitare qualche parola, ma la madre si
era ostinata. No. Non ancora. Non per quest'anno. Se vengono
a chiedercelo diremo che  troppo piccola, non sta bene, ha la tosse
e piange in continuazione.
Ma Rebecca pensava: adesso con me ci sar Freyda. Ed
Elzbieta.
Le due sorelle sarebbero andate a scuola insieme.
Rebecca avvert un fremito di trionfo, adesso la madre
non avrebbe potuto impedirglielo.
Che strane quelle settimane di luglio del 1941 con quell'insolita
eccitazione che pervadeva la loro casa come il
ronzio di api fra le polverose piante di serpentaria dove le
era proibito giocare per paura delle punture, e una strisciante,
fastidiosa sensazione come quando si scende a
precipizio gi per una collina e si teme di cadere. Tuttavia
la parola Morgenstern veniva pronunciata di rado e solo a
bassa voce. Con quel nome si intendevano sia gli adulti
che i bambini, ma Rebecca non pensava mai ai genitori
dei suoi cuginetti. Freyda! Ecco l'unico nome che le importava.
Era come se gli altri, persino Elzbieta e Joel, non esistessero.
E gli adulti ancor meno.
Oppure, se anche esistevano, erano degli estranei visti
in fotografia, un uomo e una donna in bianco e nero, che
cominciavano a svanire come fantasmi.
E cos aspettavano, nella casa di pietra del custode che
sorgeva dietro al cancello del cimitero di Milburn.
Dapprima pazienti, poi sempre pi irrequieti e ansiosi,
nella seconda met di luglio e nella terribile umida calura
di agosto nella Chautauqua Valley.
Ma i Morgenstern, i parenti di Anna Schwart, non arrivavano.
Lo zio, la zia e i cugini non arrivavano. Malgrado
la casa fosse stata preparata per accoglierli, la legnaia ripulita,
le tende appese alle finestre, non arrivavano. Un
giorno, quando infine fu chiaro che non sarebbero pi venuti,
Jacob Schwart si rec a Milburn a telefonare per scoprire
cosa fosse accaduto.
Chiedilo a Dio perch, non a me. Perch succedono queste
cose.
La voce irosa del padre le feriva il cuore riempiendola
di vergogna.
Al solo udirla si sentiva svenire, le girava la testa come
se le assi del pavimento s'inclinassero sotto i suoi piedi
nudi. Eppure in quella voce si percepiva anche una curiosa
allegrezza. Come un sollievo perch il peggio era accaduto,
come lui aveva previsto sin dall'inizio. Aveva avuto
ragione, Anna aveva sbagliato a coltivare quella speranza.
Li hanno rimandati indietro! Hanno rimandato indietro
novecento profughi, a morire.
Sopra quel ruggito che le risuonava nei timpani e il battito
spaventato del suo cuore, Rebecca sentiva i suoi genitori
parlare in cucina. Le parole del padre erano brusche e distinte,
la madre emetteva solo singhiozzi, gemiti di dolore.
Lo shock di sentirla piangere! Orribili singulti soffocati,
come un animale in preda al dolore.
Rebecca os aprire appena la porta, quel tanto che bastava.
Il padre si stagliava di schiena, a un passo da lei.
Aveva la camicia inzuppata di sudore. I capelli ingrigiti
gli scendevano sul colletto, cos radi sulla sommit del capo
che il cuoio capelluto baluginava pallido come una falce
di luna. Adesso parlava con voce quasi calma, ma si
percepiva ancora quella nota di allegria, un'oscena gioia
maligna. Perch ormai aveva perso ogni speranza, non ne
avrebbe mai pi avute. Per settimane Jacob Schwart aveva
nutrito speranze laceranti; a chi teme il peggio, accade
il peggio, e la sua vita era finita. Rebecca aveva solo cinque
anni, eppure lo aveva capito.
Perch non ucciderli sulla nave, dargli fuoco? Nel porto
di New York, cos che tutto il mondo possa vedere?
"Questo  il destino degli ebrei." E la chiamano misericordia
cristiana. Ipocrita bastardo di Roosevelt, che la sua
anima possa marcire all'inferno, meglio ammazzarli qui
che rimandarli indietro a morire come bestie.
Desiderava disperatamente correre dalla madre, ma la
figura del padre le sbarrava il passo, insuperabile.
Inconsciamente, Rebecca allung la mano in cerca di
quella di Freyda. Sin dalla sera in cui aveva visto le fotografie,
erano diventate inseparabili. Nessuno avrebbe potuto
dividere le due sorelline! Avevano la stessa altezza, i
capelli con le trecce, gli occhi infossati di un'identica sfumatura
scura, vigili e circospetti. Ma adesso protese la
mano e afferr il nulla.
Non riusciva pi a vedere Freyda che si portava un dito
alle labbra per ammonirla: Shhhh, Rebecca!, perch Freyda
era soltanto aria.
Rebecca apr la porta ed entr in cucina. Era scalza, tremava.
Il padre si volt, l'espressione spazientita; il viso
avvamp, gli occhi lividi in quel momento del tutto privi
di amore per lei, quasi stentasse a riconoscerla. Balbett
qualche parola, cos'era successo? Dov'era Freyda? Non
sarebbe venuta?
Il padre le intim di togliersi dai piedi.
Rebecca piagnucolava ma'? ma'? La madre la ignor, si
volt verso il lavandino, singhiozzando. Si nascose il volto
con le mani rovinate e pianse in silenzio, il corpo molle
e incurvato come scosso dalle risa. Rebecca si slanci verso
di lei per aggrapparsi al suo braccio, ma il padre la afferr
saldamente. Ho detto no.
Rebecca alz gli occhi per guardarlo, e vide quanto la
odiava.
Cosa aveva visto in lei, una bambina di cinque anni, per
disprezzarla tanto?
Era troppo piccola per capire.  se stesso che odia, attraverso
me. E ancor meno poteva pensare: Odia la sua vita, in
tutti i suoi figli.
Corse via. A piedi nudi, incespicando. Il cimitero era un
luogo proibito, non le era permesso andare tra le pietre
tombali che segnalavano i luoghi di riposo dei defunti
sulla terra, appartenevano ad altri, a coloro che pagavano
il salario di Jacob Schwart; le avevano ripetuto infinite
volte che quegli altri non volevano vedere una bambina gironzolare
nel loro cimitero. Anche ai suoi fratelli era proibito,
se non per aiutare il padre. ,
Rebecca usc di corsa, accecata dalle lacrime. Avvertiva
un dolore pulsante alla spalla, dove pa' l'aveva afferrata.
Freyda... mormor, ma era inutile, lo sapeva, adesso era
e sarebbe stata sola, non avrebbe avuto nessuna sorella.


16.

Il cimitero era deserto, non c'erano visitatori. Era una
giornata umida e ventosa, le cortecce striate di bianco delle
betulle rifulgevano d'un chiarore innaturale. Sugli alberi
pi alti, i corvi gracchiavano i loro richiami. L fuori,
dove la voce del padre non arrivava, dove non poteva vedere
la madre voltarsi e singhiozzare in silenzio, affranta,
sembrava che niente fosse accaduto.
Per sentiva le grida dei passeggeri della Marea avvolti
dalle fiamme. Avevano dato fuoco alla nave, le sembrava
di averlo visto con i propri occhi, di aver visto Freyda bruciare.
Perch?... Chiedilo a Dio perch, non a me. Perch succedono
queste cose.
Era rimasta ore nascosta nel cimitero, in preda al terrore.
Nessuno la cerc. Nessuno sentiva la sua mancanza.
Il giorno prima c'era stato un funerale, una processione
di automobili e persone che trasportavano una bara verso
una fossa che Jacob Schwart aveva scrupolosamente scavato.
Rebecca aveva osservato da lontano gli sconosciuti
in lutto, quegli altri, ne aveva contati ventinove; alcuni si
erano soffermati davanti alla tomba, riluttanti ad andar
via, e quando l'ultimo di loro si era allontanato era arrivato
Jacob Schwart, vestito di nero, silenzioso come un avvoltoio,
per riempire la fossa, ricoprire la bara di terra
umida e friabile, fin quando non era rimasto un monticello e una liscia lapide di granito con delle lettere e una data
incisi. E vasi colmi di fiori disposti con cura tutt'intorno.
Rebecca si avvicin a quella tomba, situata a una certa
distanza dalla casa. Procedeva a piedi nudi, a fatica. Si era
tagliata il piede sinistro su una pietra. In quelle estati era
cos sporca e abbronzata da sembrare una bambina indiana,
avanzava con movimenti furtivi, le trecce legate strette
che cominciavano a disfarsi. Era normale che le proibissero
di aggirarsi per il cimitero, dove i visitatori si sarebbero
sorpresi, seccati di averla tra i piedi.
Solo quando vide il camioncino di suo padre che si allontanava
riemerse dal nascondiglio e torn in casa, da sua
madre. Voleva portarle un mazzetto di fiori azzurri caduti
da un vaso.


17.

Da quel giorno, nella casa di pietra nel cimitero di Milburn
si aggiunsero altre parole impronunciabili: "cugini",
"Morgenstern", "nave", "Marea". Naturalmente nessuno
avrebbe osato dire "Kaufbeuren", "zia Dora", Freyda",
"Germania". Per lo meno, non in presenza dei genitori;
solo a sentirle pa' avrebbe avuto uno dei suoi attacchi d'ira
che gli facevano venire la bava alla bocca.
Rebecca domand ai fratelli cosa fosse accaduto, che fine
avevano fatto i loro cugini. La Marea era stata data alle
fiamme? Ma Herschel faceva spallucce, se ne usciva con
una smorfia, come cazzo faceva a saperlo? E comunque lui
non aveva mai creduto che qualcuno veniva a Milburn, era
troppo lontano e l'ozeano era pericoloso co' tutti quei sottomarini
e le bombe. E poi c'erano certo dei problemi co' quei
dannati visti, anche pa' aveva avuto quei problemi.
Vedi, non c' spazio per tutti qui. Quei poveracci, forse
so' un milione, ci aggravano. Eppoi sta' fottuta casa, si capisce
che non  grande abbastanza, non c'entra altra gente!
Si capisce. E lo capisce anche l'ammigrazione degli Iu Ess.
Rebecca domand cosa fosse quell'ammigrazione degli
Iu Ess.
Tipo una polizia. Soldati. Fanno la guardia agli Iu Ess,
cos che non fanno entra' i proffughi. La gente cerca di
scappare via da Hitler, c'hanno ragione. Ma c'hanno ragione
pure qui che cercano di non fanno entra' la gente. Perch
a noi c'hanno fatto entrare concluse Herschel con un
ghigno, grattandosi la tuta all'altezza del cavallo, chesso
dannato se lo so. Sai, appena posso io mi vado a ar-ruolare
nei piloti delle navi. Spero che entriamo subito in guerra.
Quella tarda estate del 1941, e buona parte dell'autunno,
ma' la pass a letto. Dormiva, o vegliava a occhi chiusi,
o giaceva con lo sguardo spento, gli occhi coperti da un
velo sottile che, asciugandosi, si attaccava alle ciglia. Se
Rebecca la chiamava con un sussurro, ma'?, lei non rispondeva.
Al massimo un rapido battito di palpebre, come
se una mosca si fosse avvicinata troppo.
Il pi delle volte la porta della camera da letto dei genitori
era chiusa, ma ovviamente pa' poteva entrare a suo
piacimento (in casa non c'era luogo che gli fosse precluso)
e certe volte Rebecca vi si avventurava, tutta esitante, per
portare il cibo alla madre, o per sgombrare i piatti e i bicchieri
sporchi, che avrebbe lavato lei stessa, in piedi su
una sedia davanti al lavello. La stanza da letto conteneva
appena un letto matrimoniale e una cassettiera. C'era sempre
una maleodorante aria viziata, stantia come quella di
una caverna. Ma' non voleva che si aprisse la finestra,
nemmeno uno spiraglio. Cos come diceva che l'acqua del
pozzo sapeva di morte, altrettanto sosteneva dell'aria
umida e fresca del cimitero. Gli scuri rotti e scoloriti erano
costantemente chiusi, giorno e notte, per evitare che qualcuno
curiosasse nella stanza.
Perch quegli altri erano sin troppo consci degli Schwart
che vivevano nella casa di pietra nel cimitero. Tutta Milburn
lo era. Di certo avevano saputo che la Marea era stata
spedita indietro, e dovevano averne riso, un riso da iene.
C'era da immaginarsi come sghignazzavano parlando della
"signora Schwarz", o "Warts", "la moglie del becchino",
che non si faceva pi vedere in citt, chiss, magari giaceva
moribonda per qualche devastante malattia, come la tubercolosi,
o un tumore al cervello, un cancro all'utero.
Quando Jacob Schwart era sobrio, entrava nella stanza,
si svestiva in silenzio e scivolava accanto al corpo inerte e
sudato della moglie senza dire una parola, gelido come il
marmo. Di buon mattino, prima del sorgere del sole, si alzava,
si vestiva e usciva. Non si poteva chiamare il dottore,
perch se qualche estraneo avesse cercato di irrompere
nel suo rifugio Anna Schwart si sarebbe messa a urlare e
avrebbe lottato come un gatto selvatico terrorizzato, e comunque
Jacob non riteneva che stesse cos male da giustificare
il ricorso a un medico. La frugalit era diventata
cos innata in lui, che non aveva nemmeno bisogno di servirsi
di quelle insulsaggini che aveva appreso a scimmiottare
da un'infinit di formule linguistiche a lui disponibili
in quella nuova lingua con cui si esprimeva in modo ancora
goffo e improvvisato: I dollari non crescono sugli alberi.
Chi non consuma non spende.
Ma quando pa' beveva diventava chiassoso e aggressivo,
e inciampava dappertutto. Rebecca lo sentiva dalla
sua stanza, mentre giaceva al buio con gli occhi spalancati,
temendo che accadesse qualcosa, come successe otto
anni dopo. Alle volte, quand'era ubriaco, diventava gioviale
e ciarliero, si lanciava in lunghi monologhi. Malediceva
qualcuno e scoppiava a ridere. Ma Anna Schwart
non gli rispondeva mai. Quando si lasciava andare pesantemente
sul letto, sentiva le molle cigolare come se la rete
stesse per cedere, e non di rado veniva colto da un accesso
di tosse catarrosa. Probabilmente non si prendeva nemmeno
la briga di svestirsi, non si toglieva neanche gli stivali
sudici di fango, perch non riusciva a slegare quei
dannati lacci.
Dopo la sua morte furono costretti a tagliare quelle calzature
sformate, attaccate alla sua pelle come zoccoli.
Non si riunivano pi a mangiare insieme, ognuno pensava
da s a mettere qualcosa sotto i denti. Spesso il cibo veniva
divorato direttamente dalla pesante padella di ferro usata
per friggere, che in pratica stazionava sulla stufa, cos incrostata
di grasso che non bisognava neppure pi pulirla.
O ci si riduceva alla farina d'avena, consumata in una pentola
che non veniva mai lavata, anch'essa posta sulla stufa.
Qualche tozzo o crosta di pane non mancava mai, o i cracker
Ritz, trangugiati a manciate; poi c'erano i cibi in scatola:
piselli, mais, barbabietole, crauti, fagioli crudi e cotti,
ingurgitati a cucchiaiate. Da un caseificio che sorgeva nei
paraggi si acquistavano uova, che venivano immerse nel
grasso e fritte nella padella, e latte fresco, in bottiglie, conservato
nella ghiacciaia, perch Jacob Schwart era convinto
che il latte facesse bene ai bambini (Cos le vostre ossa
non cederanno come le mie). Quando era sobrio, lo beveva
anche lui, dalla bottiglia, come fosse birra, mandandolo gi con avide sorsate apparentemente senza assaporarlo,la testa gettata all'indietro e le gambe divaricate, nella
tipica posizione di chi beve a garganella. Aveva cominciato
a masticare tabacco, e cos spesso il latte sapeva di tabacco
misto a saliva.
Rebecca lo beveva, anche se le procurava dei conati di vomito.
Era quasi sempre cos affamata che non aveva scelta.
Dopo qualche tempo, Anna Schwart cominci pian piano
ad alzarsi dal letto e ad assolvere di nuovo ai suoi doveri di
moglie e madre, sebbene solo in parte. E con la catastrofe di
Pearl Harbor del 7 dicembre 1941, in seguito alla quale venne
annunciata la tanto attesa dichiarazione di guerra degli
Stati Uniti contro le potenze dell'Asse, Jacob Schwart recuper
parte della sua antica per quanto amareggiata energia.
Nel regno animale i deboli soccombono presto. Quindi
non bisogna mostrare la propria debolezza, Rebecca.
S, pa'.
Quando quegli altri ti chiedono di dove sei, da dove
viene la tua famiglia, devi rispondere "dagli Iu Ess. Sono
nata qui".
S, pa'.
Perch questo mondo  una lurida fogna. Chiedi a Lui
che lancia i dadi! Perch  questo che siamo, dadi. Nient'altro
che ombre sempre in procinto di precipitare nel baratro.
Si portava all'orecchio la mano deturpata ricoperta
di croste, in un gesto teatrale, e ridendo diceva: Senti?
Eh? Il battito d'ali? "La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo."
Lei sorrideva tetramente. S, pa'. S.
Intanto si chiedeva: c'era una nottola? S, la notte, dalle
cime degli alberi alti si udivano gracchiare: quelle misteriose
strida acute, come velocissime note musicali di una
scala discendente, erano i loro richiami. Ma quella "Minerva"
non aveva proprio idea di chi fosse.
E l'alito di pa', che aveva un sentore rancido e dolciastro,
come di un organismo putrefatto, che le provocava il
vomito. I suoi vestiti induriti dalla terra, il corpo che non
lavava mai. I capelli untuosi, i baffi incolti. Eppure non
poteva scappare via da lui. Non osava. Perch lei, la piccolina,
colei che non era stata voluta, cominciava a essere
la sua prediletta. I figli maschi lo avevano deluso, spesso
non sopportava nemmeno la loro presenza. Herschel era
sempre burbero e sudicio, traboccava risentimento perch
era costretto a lavorare con il padre nel cimitero, senza alcun
compenso; Gus stava venendo su un ragazzo macilento,
con gambe e braccia che sembravano le zampe di
un ragno, lo sguardo perennemente furtivo, come se avesse
paura di tutto. (Quando sua madre si ritir nella sua
stanza da letto, Gus smise di parlare di lei e, settimane dopo,
quando Anna ricomparve, evitava di guardarla, come
se la sola vista del volto da bambina invecchiata di Anna
Schwart lo turbasse, facendolo vergognare.)
E cos quelle sere pa' rivolgeva a lei le sue attenzioni, alla
piccolina, le prendeva le mani e la tirava a s, ridendo,
canzonandola, mormorandole strani discorsi fantasiosi
che non poteva comprendere. E lei si costringeva a resistere;
oh, se desiderava scappare via, ma non poteva!
E c'era ma', che pareva immutabile. A Rebecca, per il resto
della sua infanzia, parve non cambiare mai.
Tuttavia, in seguito alla sua protratta malattia si era sempre
pi allontanata dalla famiglia. Sembrava non vedere i
propri figli, ragazzi smilzi e goffi; loro, invece, erano acutamente
consapevoli di lei, provavano imbarazzo per
quella madre, come avviene per gli adolescenti, per i quali
l'aspetto fisico e sessuale  predominante. Perch il corpo
di Anna Schwart era diventato pingue, compresso nelle
vesti da casa; il petto un tempo florido, con i capezzoli
grossi, era ormai cascante; lo stomaco gonfio, le gambe
deturpate da vene varicose, le caviglie ingrossate: come
potevano non notarlo? Eppure, in modo quasi perverso, il
viso rimaneva relativamente giovane, la pelle rosea, accesa,
quasi avesse la febbre. I figli non si capacitavano di come,
malgrado fosse morbosamente sospettosa, sempre timorosa
di essere spiata, non si curasse del suo aspetto
trasandato quando usciva a stendere i panni, con le vesti
aperte che lasciavano intravedere le cosce, la schiena e il
sedere. Pieni di vergogna osservavano la madre, che immancabilmente
usciva proprio quando la processione di
un funerale sfilava lenta davanti casa. Herschel si lagnava:
con quelle mammelle flosce che la facevano sembrare
una dannata vacca, perch non indossava un reggiseno
come tutte le donne per tenerle su? Gus cercava di giustificarla,
non lo sapeva che non aveva i nervi a posto? Al che
Herschel replicava merda, certo che lo so! Lo so ma questo
non migliora le cose.
Rebecca era meno consapevole dell'aspetto di sua madre.
Ne era talmente affascinata e intimorita che non si
chiedeva come apparisse agli occhi degli altri. Rebecca avvertiva
la distanza che si era creata tra loro, persino nelle
anguste stanze di quella casupola. Anche durante i pasti,
quando metteva il cibo a tavola, il viso umidiccio e accaldato
di ma' aveva un'espressione assente, preoccupata, lo
sguardo vago e trasognato come se nella sua testa risuonassero
delle voci che solo lei udiva, molto pi interessanti
di quelle rozze e litigiose dei suoi familiari. In quei momenti
Rebecca si sentiva dolorosamente trascurata, ed era
gelosa. La odiava quasi, perch l'abbandonava in balia
degli altri. Il padre, i fratelli! Lei, che desiderava solo sua
madre.
Perch Rebecca non aveva pi una sorella. Persino nei
sogni aveva perduto Freyda. E con la ferrea logica dell'infanzia,
aveva incolpato la madre per quella perdita. Che
diritto aveva di parlare delle mie nipotine, i nipoti, la tua cuginetta? Di mostrarne le fotografie, e poi improvvisamente
starsene in disparte come se avesse dimenticato tutto?
Ma pi di tutto a Rebecca dava fastidio che la madre
parlasse da sola. Perch non si rivolgeva a lei, invece che a
quegli altri? Quelli erano fantasmi, che facevano sorridere
Anna Schwart mentre la sua famiglia non poteva pi farlo.
Rebecca la sentiva parlottare, ridere in tono mesto, sospirare.
Mentre caricava di legna la stufa, o pompava con gran
frastuono acqua dal lavello, o passava in modo ossessivo
il battipanni sui tappeti consunti, Anna Schwart mormorava
tra s con voce allegra, come acqua che scorre sulle rocce.
Parla con i morti, cominci a rendersi conto Rebecca.
Parla con i parenti che ha lasciato in Germania.
Un giorno d'inverno, rientrando a casa gli uomini si accorsero
che ma' aveva tolto le tende dalle finestre. Le stesse
che aveva cucito con tanto entusiasmo il luglio precedente.
In cucina aveva appeso tende increspate color
giunchiglia, nel salotto un tessuto rosa pallido trasparente,
altrove stoffe stampate con motivi floreali.
Perch, le chiesero. Perch era venuto il momento.
E alla domanda cosa diavolo significava quella frase, lei
spieg imperturbabile che era venuto il momento di toglierle
perch aveva bisogno di stracci puliti per spolverare,
quelli che aveva erano inservibili.
Nella cesta degli stracci che stava nel ripostiglio, ecco
dov'era finito il bottino di Anna Schwart! Jacob scherz con
i figli, dicendo che un giorno si sarebbe raggomitolato nella
cesta degli stracci, ridotto a un mucchio d'ossa spolpate.
Herschel e Gus se ne uscirono con un riso imbarazzato.
Rebecca si morse un'unghia fino a farla sanguinare, a vedere
la madre sorridente che fissava in silenzio il pavimento.
Ma poi, irritata, all'improvviso Anna aveva detto, accompagnando
la frase con una sprezzante risata, A chi
servono un mucchio d'ossa spolpate in una cesta degli
stracci? Non certo a lei.
Pa' aveva replicato freddamente, Mi disprezzi, eh?
E altrettanto gelidamente aveva aggiunto, Sai che c',
ma'? Comprer un fucile. Una carabina. Cos potrai far
saltare la testa a Jacob Schwart, ma'. Farai schizzare le sue
cervella su queste mura preziose.
Ma Anna era gi alla deriva, indifferente.
Quella solitudine continu anche dopo aver cominciato a
frequentare la prima elementare. Seguiva ma' come un cagnolino,
sperando che le dicesse, Aiutami a fare questo,
Rebecca. Oppure, Rebecca, vieni qui! E lei sarebbe accorsa
tutta entusiasta.
Quegli anni. Rebecca non avrebbe mai dimenticato i
momenti in cui erano intente in qualche incombenza domestica,
una accanto all'altra, in silenzio. Da quando era
bambina fino ai tredici anni, alla morte della madre.
 morta, si ripeteva. Non osava dire:  stata uccisa.
Non riusciva a dire: E stata assassinata.
Eppure, per tutti quegli anni (passati a preparare pasti,
a lavare panni, a spolverare, strofinare e sbattere tappeti)
non parlarono mai di argomenti seri, di cose importanti.
La madre sembrava rianimarsi, con un sussulto nella voce,
solo quando la metteva in guardia da qualche pericolo.
Non allontanarti dalla strada! Non dar retta agli sconosciuti!
E non accettare passaggi nemmeno da chi conosci!
E sta' lontana da quel canale! Ci sono i pescatori,  pieno di
uomini, con le barche.
Non vorrai che ti capiti qualcosa, eh, Rebecca? E colpa
tua se ti succede qualcosa.
Perch, sai, tu sei una ragazza.
Anche a scuola devi stare attenta, alle ragazze pu succedere
qualcosa anche a scuola. Un sacco di brutte cose.
Ragazzi che ti portano in uno scantinato, o in qualche posto
isolato, o si nascondono in un fosso lungo la strada; se
ti capita scappa pi veloce che puoi, perch, sai, sei una
ragazza.
Ma' si accalorava quando le diceva quelle cose. Le intimava
persino di non fare l'errore di seguire i fratelli, loro
erano ragazzi, sarebbero andati via e l'avrebbero lasciata
sola. Tu sei una ragazza.
Rebecca cominci a pensare che essere ragazza era come
una macchia.
La scuola! Fu il grande evento della sua giovane vita.
La madre si era fieramente opposta a che vi andasse.
Aveva cercato di tenerla a casa fino all'ultimo. Perch Rebecca
doveva fare a piedi da sola quasi un chilometro prima
di raggiungere gli altri bambini; e comunque la madre
non aveva alcuna fiducia in quegli estranei, che vivevano
in catapecchie nei pressi della discarica comunale.
E poi, a parte quegli ipotetici pericoli, ma' non manifest
mai alcun interesse per la scuola. Anche quando quei rischi
non si concretizzarono, disprezz comunque la scuola cos
come faceva con gli abitanti di Milburn e con i vicini. Naturalmente
non la accompagn mai, a differenza degli altri
genitori. (N vi and mai Jacob.) Il padre e la madre si degnavano
appena di dare una fugace occhiata alle sue pagelle.
Solo anni dopo Rebecca si rese conto che la madre
non sapeva leggere l'inglese, e quindi spregiava tutto ci
che era scrittura. Era capace di gettare via i suoi libri di
scuola insieme ai vecchi giornali e alle riviste di suo padre,
che non avevano alcun significato per lei. Solo saltuariamente
si fermava a guardare qualche fotografia. Una volta,
in cucina, Rebecca la vide osservare un servizio fotografico
su "Life", dove comparivano cadaveri di uomini, donne e
bambini seminudi, insanguinati, sparsi tra le macerie, in
qualche citt lontana. Quando si avvicin per leggere il titolo,
la madre afferr la rivista e con essa la schiaffeggi.
No. Una ragazza non deve vedere queste cose.  male.
E una volta la vidi uccidere un serpente con una zappa, lei che
aveva terrore di quelle bestie. Stavamo stendendo i panni quando
salt fuori un serpente mocassino a trenta centimetri dai
miei piedi, ma' non disse niente, per and a prendere la zappa
appoggiata al muro della casa e cominci a colpirlo con forza, pi
volte, selvaggiamente, fin quando il serpente giacque privo di
vita, insanguinato e ridotto a brandelli.
Alla scuola elementare di Milburn la maestra di Rebecca
era la signorina Lutter; il primo giorno di scuola dichiar
alla classe di appartenere alla religione cristiana. Era una
donna con un fisico minuto, i capelli color grigio polvere,
i denti che sporgevano dalle labbra contratte quando sorrideva.
Spieg ai bambini che nei loro corpicini albergava
una "fiammella", all'altezza del cuore, che, diversamente
dal fuoco normale, non si sarebbe mai spenta.
Rebecca non aveva mai sentito una cosa simile, e si convinse
all'istante che era vero.
La stufa a carbone e quella a legna mantenevano calda
la casa persino nel gelido inverno, quindi anche le persone
dovevano avere una fiamma dentro che non le faceva
gelare. A Rebecca sembrava quasi di vedere quelle fiamme
ardere negli occhi dei suoi genitori; per sapeva che
con loro non poteva parlarne. Ogni autorit estranea alla
famiglia li faceva arrabbiare.
Ogni convinzione che quegli altri trasmettevano ai loro
figli li faceva infuriare.
C' un fuoco anche dentro di me.
Quella rivelazione la rese felice, avrebbe tanto voluto
condividerla con Freyda.
"Rebecca Esther Schwart."
Quell'uomo si prendeva forse gioco di lei? L'aveva chiamata?
Oppure... chi era lei?
Avvert l'impatto di quel nome, pronunciato davanti a
tutti quegli estranei. L'ultima sillaba, Schwart, articolata
cos seccamente, la colp come una badilata.
Rebecca... ci sei?
La signorina Lutter la chiam con voce incoraggiante.
Si dest dallo stato di trance, si alz in piedi e tutta tremante
si avvi lungo il corridoio tra i banchi, verso il palco
illuminato. Il fragore del sangue nelle orecchie si mescol
agli applausi che si levarono dai banchi, cos forti!
Come fiamme crepitanti. File e file di sconosciuti, quegli
altri che pa' disprezzava, le sorridevano mentre applaudivano
convinti, come se in quei pochi istanti la piccola
Schwart, dai capelli scuri e l'aspetto da zingarella, la figlia
del becchino, non fosse una bimba da compatire.
"Rebecca"?... Congratulazioni.
Era troppo spaventata per mormorare un grazie. Non
riusciva a scorgere distintamente il viso dell'uomo che le
stava parlando, con le lenti degli occhiali luccicanti, un
cravattino a righe; le avevano detto il suo nome e chi era,
ma naturalmente l'aveva dimenticato. Allung disperata
la mano per prendere quello che l'uomo le stava porgendo
- un grosso libro, un vocabolario - e tra il pubblico si
udirono dei risolini quando, non aspettandosi che il volume
fosse cos pesante, a Rebecca sfugg quasi di mano.
L'uomo con le lenti luccicanti lo prese al volo: Opl, signorina!
e glielo rimise tra le mani. In quell'istante vide
che la fissava incuriosito, come se stesse ripetendo tra s,
Questa  la piccola Schwart, la figlia del becchino, povera bambina
mandata in giro come una selvaggia.
Confusa e imbarazzata, Rebecca trotterell incerta al
proprio posto, dove la signorina Lutter l'aspettava sorridente,
e venne chiamato un altro alunno.
Era l'aprile del 1946. Aveva dieci anni, ed era la vincitrice
della gara scolastica di ortografia organizzata dal comune
di Milburn. Lei era stata scelta per rappresentare la
scuola elementare che frequentava, nel Distretto n. 3. Aveva
trascorso settimane a memorizzare liste di vocaboli. Parole
quali: dissoluto, precipitante, precipitato, epiteto, disforia,
espurgare, quotidiano, lapidario, lacrimoso, stazionario, ineguagliabile,
incipiente, efferato, palco, arcigno, errare, assillare, empio,
vigoria, abisso, profezia, profetizzare, rinunciare, precedere,
rianimare, genealogia, sacrilego, spaccone, sentenzioso, ambiguo,
accidentale, circostanza, autarchia, temerario, encomio. Come
altri alunni che avevano mandato a memoria l'ortografia
di quelle parole, Rebecca non aveva la pi pallida idea
del loro significato. Erano suoni arcani, sillabe che potevano
benissimo appartenere a una lingua sconosciuta. Imparare
a scriverli era come un gioco, per quanto faticoso, che
per la rendeva nervosa e irritabile per tutta la sera. La signorina
Lutter aveva insistito sulle sue qualit, sostenendo
che poteva competere con gli altri alunni, e quindi, per la
grande paura che aveva di fallire e deludere la sua maestra,
Rebecca aveva memorizzato tutti i vocaboli e aveva
vinto la gara, e adesso la signorina Lutter era fiera di lei, e
le stringeva la manina gelida. Solo adesso il frastuono nelle
orecchie cominciava a svanire.
Ma non avrebbe mai dimenticato che li cercava tra il pubblico
sul fondo dell'auditorium della scuola pur sapendo che
non sarebbero mai venuti. N sua madre Anna Schwart, n suo
padre Jacob Schwart. Non sarebbero mai venuti in quel luogo
pubblico per assistere alla premiazione della figlia. Dopo la cerimonia
sgusci via furtiva come un animale nell'atrio
della scuola, dov'era stato organizzato un "ricevimento"
per i vincitori del concorso, i parenti, gli insegnanti e altri
adulti. Si sentiva goffa e impacciata in mezzo a quegli sconosciuti,
una bimba sola senza famiglia. Il viso le bruciava
per la vergogna. Sapeva bene che i suoi genitori avrebbero
disprezzato quel posto e quella gente.
Non fidarti mai di quegli altri, sono nostri nemici.
Rebecca? Sent pronunciare il proprio nome nella
confusione di voci e risa. Delle persone che si trovavano
nei pressi della porta con la scritta uscita la stavano chiamando.
Rebecca Schwart? Per favore, vieni qui.
Qualcuno la prese per un braccio. Si ritrov circondata
da adulti. C'era una donna con la testa che sembrava un
casco con gli occhi fissi su di lei, e anche l'uomo con gli
occhiali luccicanti e il cravattino a righe, il preside della
scuola superiore di Milburn, che la afferr saldamente per
un braccio e la condusse verso un gruppo di scolari e
adulti in posa per la fotografia del "Milburn Weekly Journal"
e della "Chautauqua Valley Gazette". Rebecca, la
pi giovane e pi minuta tra i vincitori del concorso, fu
fatta mettere davanti, al centro. Le dissero di sorridere,
ubbid. Le macchine fotografiche lampeggiarono con i loro
flash. La immortalarono con un sorriso furtivo e allarmato.
I flash balenarono di nuovo. Capt frammenti di
conversazione.
Dove sono i genitori della piccola Schwart?
Non sono venuti.
Per amor di Dio, perch mai no?
Non ci sono.
Alla fine la lasciarono andare e l'accompagnarono all'uscita.
Mentre andava via sent alle sue spalle la signorina
Lutter che le chiedeva: Rebecca, vuoi un passaggio a casa?,
ma stavolta non si volt.


18.

Aveva deciso di non mostrare il vocabolario. A nessuno
della famiglia. Aveva raccontato al padre del concorso e
della cerimonia di premiazione ma lui l'aveva ascoltata
distrattamente, e sua madre per niente. Cos lo aveva nascosto
sotto il letto, sapendo quanto avrebbero disprezzato
quell'oggetto.
E poi temeva che potessero gettarlo nella stufa.
Tanto tempo prima Jacob Schwart aveva sperato che i
suoi figli si sarebbero distinti negli studi, ma i due maschi
non andavano bene, e lui aveva finito per diventare
indifferente al loro rendimento. Disprezzava i testi scolastici
di Rebecca, ogni tanto li sfogliava, sosteneva che
erano tutte fandonie, menzogne. A casa portava giornali
e riviste che leggeva dalla prima all'ultima riga, con un ardore
che aveva qualcosa di perverso, eppure anche quelli
li bollava come frottole. Da quando era finita la guerra,
aveva perso l'abitudine di ascoltare la radio dopo cena, e
proibiva agli altri di accenderla. Le parole sono menzogne
era solito ripetere, contorcendo il viso in una smorfia
grottesca. E se stava masticando tabacco, sputava in
terra.
Dopo quella guerra ormai quasi tutto gli sembrava uno
scherzo. Ma era difficile capire davvero cosa lo fosse e
cosa no, quello che lo faceva ridere, a volte in maniera cos
violenta che il riso cedeva il posto ad accessi di tosse
che lo lasciavano senza fiato, o quello che lo induceva a
esplodere.
Per esempio, qualche notizia letta sul giornale.
Scrutava la prima pagina, il viso contratto in un'indignata
smorfia di derisione. Sbatteva il pugno sul giornale
che aveva gettato sul tavolo della cucina foderato da una
tovaglia d'incerata. Jacob Schwart nutriva una spiccata
avversione per il governatore dello Stato di New York, un
omino con lucidi capelli neri e baffi altrettanto scuri;
quando ne vedeva la foto, montava su tutte le furie, per
una qualche oscura ragione. I suoi familiari non se lo spiegavano.
Jacob Schwart detestava i repubblicani, per detestava anche F.D.R.(1), un democratico. Rebecca cercava di
ricordare correttamente quei nomi. Se significano cos tanto
per pa', erano importanti anche per lei.
Quegli altri, i nostri nemici. Ci considerano come immondizia,
nemmeno degni di pulirgli le scarpe.
Che diavolo  questo? Tu?
Fu un autentico shock per Rebecca vedere il padre scaraventare
il "Milburn Weekly" sul tavolo, abbattervi il pugno,
e voltarsi ad affrontarla.
Era esasperato, si sentiva insultato. Raramente lo aveva
visto cos turbato. Perch sulla prima pagina del giornale
c'era una fotografia che ritraeva un gruppo di persone, con
al centro la figlia, e la didascalia "Rebecca Esther Schwart
di Milburn, Distretto n. 3. Vincitrice della gara di ortografia.
Cerimonia di premiazione tenutasi nella scuola superiore
di Milburn". Pa' la stratton avvicinandola al tavolo,
per mostrarle la foto; Rebecca vide un'immagine rimpicciolita
di se stessa, una bambina con l'espressione sgomenta
in mezzo a sconosciuti sorridenti. Aveva dimenticato quell'avvenimento,
non si aspettava conseguenze da quei flash
e dall'allegro invito dei fotografi: Un sorriso, grazie! E adesso
suo padre le stava chiedendo cos'era quella storia! che
significava! Asciugandosi la bocca inve: Non mi hai detto
niente, eh? Dannazione, non mi piace che i miei figli mi
nascondano le cose.
Rebecca balbett che glielo aveva raccontato, aveva cercato
di farlo, ma pa' era infuriato. Era uno di quegli accessi
d'ira che si alimentavano da soli, come in un rapimento
estatico. Torceva il giornale sotto la luce, lo rigirava per
meglio vedere la pagina incriminata. Infine si rivolse incredulo
a Rebecca: S, sei proprio tu! Dannazione. Alle
mie spalle, mia figlia.
Te l-l'avevo d-detto, pa'. La gara di ortografia.
Gara di che?
Di ortografia. Come si scrivono le parole. A scuola.
Le "parole"! Te lo dico io cosa sono le parole: menzogne!
Ogni parola pronunciata dall'umanit  una menzogna.
Attirati dal trambusto, Herschel e Gus esaminarono la
scandalosa fotografia con relativo articolo, sbalorditi. Era
una bella cosa, no?, comment Gus.
Pa' borbott: Tira fuori quel dannato "premio", voglio
proprio vedere quel maledetto "premio". Subito!.
Rebecca si precipit a recuperare il vocabolario dal nascondiglio,
sotto il letto. Che vergogna, lo sapeva che le
avrebbe procurato dei guai, per questo l'aveva nascosto
sotto il suo letto.
Come se a Jacob Schwart si potesse nascondere qualcosa.
Come se ogni segreto non venisse scoperto, prima o
poi, come le macchie sulla biancheria intima o sulle lenzuola.
Rebecca era avvampata, sul punto di piangere.
(Dov'era ma'? Perch non era l a intercedere per lei? Si
era rifugiata in camera da letto perch aveva sentito il marito
alzare la voce?)
Rebecca consegn il dizionario Webster al padre, gli
obbediva pur detestandolo, perch lo temeva. Prevedeva,
con infantile rassegnazione, come un animale destinato a
essere azzannato alla gola da un predatore, che l'avrebbe
scaraventato nella stufa con un'imprecazione.
In seguito a Rebecca sembr davvero di aver assistito a
quella scena, il padre sghignazzante che scaraventava il
vocabolario nella stufa.
In realt non lo fece. Afferr il pesante volume e lo appoggi
sul tavolo, improvvisamente acquietato, come intimidito.
Un libro cos pesante, che doveva costare un mucchio
di soldi!
Ne calcol rapidamente il prezzo: cinque dollari? Forse
sei?
Le lettere sulla copertina e lungo il dorso erano a caratteri
dorati. I risvolti marmorizzati. Quasi duemila pagine.
Con gesto ostentato lo apr e lesse l'ex libris:
CAMPIONE D'ORTOGRAFIA DEL DISTRETTO N. 3 DI MILBURN
*** 1946 ***
REBECCA ESHTER SCHWART
Pa' not subito l'errore di ortografia del nome e se ne
usc in una stridula risata trionfante. Lo vedi, eh? Ti
hanno insultata... "Eshter." Ci insultano. Non  un caso,
 premeditato. Sbagliare il nome della figlia per insultare
chi le ha dato quel nome. Pa' mostr la targhetta a Herschel,
che la fiss senza riuscire a leggere. In preda alla
frustrazione colp il vocabolario come si colpisce un serpente
con un bastone, dicendo: Gez. Allontana quel libro
fottuto, sono lergico. Il padre rise di cuore della battuta,
aveva un debole per il rozzo umorismo del figlio
maggiore.
Gus invece obiett: Dannazione, Herschel, non  bello
che una volta tanto qualcuno della nostra famiglia ha vinto
qualcosa?. Avrebbe voluto aggiungere altro, ma pa' e
Herschel presero a canzonarlo.
Pa' chiuse il dizionario. Rebecca temeva che fosse giunto
il momento in cui l'avrebbe gettato nella stufa con un
grugnito...
Invece disse, come rimuginando tra s: Dannazione,
non mi piace che i miei figli fanno cose a mia insaputa come
dei traditori. In questo buco d'inferno dove tutti ci
spiano, sicuro. Quella maledetta fotografia sul giornale,
che tutti possono vedere. La prossima volta....
Rebecca disse disperata: No, pa'. Non lo far pi.
Con suo gran sollievo il padre sembr perdere interesse
per l'argomento, come spesso accadeva quando nessuno
lo contrariava. Improvvisamente annoiato, allontan il dizionario
con un gesto.
Porta via questo dannato libro e non farmelo pi vedere.
Rebecca afferr il pesante volume. Pa' e i fratelli ridevano
di lei, era cos disperata e impacciata che quasi le cadde
addosso.
Si precipit nella sua stanza. L'avrebbe nascosto di nuovo
sotto il letto.
Sentiva il padre che arringava i figli: Che sono le parole?
Le parole sono balle, menzogne! Lo imparerete anche voi.
E immancabile risuon la risata sguaiata di Herschel.
Allora raccontaci qualcosa che non sono balle, pa',
cazzo, tu sei il giennio, no?

Note.
1. Franklin Delano Roosevelt, il presidente degli Stati Uniti durante
la Seconda guerra mondiale. [N.d.T.]


19.

Una luminosa giornata d'estate. Gli scuri nel salotto erano
chiusi. Rievocando quel giorno, Rebecca si sforzava di
calcolare quanti anni potevano avere lei e la madre, quanti
mesi prima della sua morte. Ma invano, la sfolgorante
lucentezza di quel giorno abbacinava persino i ricordi.
Era estate, di questo era certa: durante le vacanze estive
non andava a scuola. Aveva scorrazzato in una zona boschiva
alle spalle del cimitero, lungo l'alzaia del canale a
osservare i barconi, salutando i piloti che rispondevano,
malgrado le fosse stato proibito. Si era anche spinta sino
alla discarica comunale. Sola, senza le amichette.
Adesso aveva delle amiche. Per lo pi bambine come
lei, che abitavano alla periferia di Milburn. Quarry Road,
Milburn Post Road, Canal Road. Vivevano in vecchie case
coloniche cadenti, baracche in carta catramata, roulotte sistemate
su blocchi di calcestruzzo in campi infestati di erbacce
e cosparsi di immondizie. Loro non la trattavano
con disprezzo, in quanto figlia del becchino. Perch i loro
padri, se pure li avevano, non erano molto diversi da Jacob
Schwart.
I loro fratelli, se ne avevano, erano come Herschel e Gus.
E le loro madri...
Cos'ha tua madre? le chiese un'amica. Sta male? Ha
qualche problema? Non le piacciamo?
Rebecca fece spallucce, la muta espressione imbronciata
che pareva dire: Non sono fatti tuoi.
Nessuna delle sue amiche aveva mai visto Anna Schwart,
anche se le loro madri ricordavano di averla incontrata anni
prima, quando ancora si recava a Milburn. Ormai da tempo
Anna non si avventurava pi in citt, non si spingeva
mai lontano da casa. E ovviamente Rebecca non poteva portare
le amichette a casa.
Quel giorno Rebecca assistette a un funerale nel cimitero.
Osserv la lenta processione di veicoli, nascosta dietro uno
dei capanni. Gli ispidi capelli scuri cadevano disordinati
sulle spalle come una criniera, aveva la pelle ruvida e abbronzata.
Indossava pantaloncini color kaki e una sudicia
camicetta senza maniche. Non fosse stato per i capelli, la si
sarebbe scambiata per un ragazzo smilzo e allampanato.
Il carro funebre! Riluceva scuro nella sua imponenza,
con i finestrini oscurati. Rebecca lo fissava, turbata. Ecco la
morte, l dentro c' la morte. Sette automobili seguivano il carro,
i pneumatici scricchiolanti sulla ghiaia. Rebecca scorse
dei volti all'interno, donne con il cappello e il velo, uomini
con lo sguardo fisso davanti a s. Pochi giovani. Rebecca temeva
soprattutto che qualcuno della sua et potesse riconoscerla.
Un funerale nel cimitero di Milburn significava che il
giorno prima Jacob Schwart aveva scavato una fossa. Quasi
tutte le tombe nuove venivano approntate nella parte
collinosa, nella zona retrostante dove crescevano alte querce
e olmi, con radici aggrovigliate nel terreno roccioso.
Scavare una fossa era un compito gravoso. Jacob Schwart
aveva solo una pala, era un lavoro da spezzare la schiena,
non aveva attrezzi meccanici ad alleviargli la fatica.
Rebecca si ripar gli occhi scorgendo il padre in fondo
al cimitero. Era in tutto simile a uno gnomo, una creatura
sorta dalla terra, lievemente ingobbita, la schiena rotta e la
testa piegata in modo grottesco, che dava l'impressione di
guardare con sospetto il mondo. Si era rotto un legamento
del ginocchio e zoppicava, le spalle sghembe. Indossava
sempre gli stracci da lavoro e un berretto. Sapeva come
comportarsi a un funerale, si rivolgeva a chiunque con instancabile
deferenza chiamandolo signore, signora. Herschel
raccont di averlo visto gi in citt in Main Street,
diretto alla First Bank di Chautauqua: che spettacolo il
suo vecchio con i vestiti e gli stivali da becchino, che camminava
a testa china, incurante degli sguardi che gli lanciavano,
intento solo a scansare la gente.
Herschel avvis Rebecca: se incontrava il padre in citt,
avrebbe fatto meglio a non farsi vedere: Il vecchio bastaddo
s'incazzerebbe di brutto. Come se i figli lo vogliono
spiare, mentre va alla banca. Come se fregasse un cazzo a
qualcuno quello che fa il vecchio bastaddo.  convinto che
nessuno lo sa.
Milioni di morti gettati nelle fosse, carne da macello.
Chiedilo a Dio perch succedono queste cose.
Alle volte, guardando il padre di nascosto, Rebecca rabbrividiva,
come se lo vedesse con altri occhi.
Ma'...?
L'interno della casa era buio, umido e pieno di ragnatele,
un contrasto stridente con quella giornata di sole. In cucina
i piatti erano in ammollo nel lavandino, la padella per
friggere era ancora sulla stufa, dopo la colazione. L'ambiente
era impregnato del puzzo di grasso. Da quando si
era ammalata, la madre trascurava la casa. Dal mancato
arrivo della Marea, pensava Rebecca.
Era mezzogiorno, gli scuri erano tutti chiusi.
Dal salotto proveniva un rumore insolito, repentino e
fragoroso, come di vetri in frantumi. La porta era chiusa.
Ora che pa' non ascoltava pi le notizie la sera dopo cena,
la radio veniva accesa di rado. Pa' non permetteva agli
altri di ascoltarla quando era in casa, brontolava: L'elettricit
non cresce sugli alberi, non bisogna sprecarla. Ma quel rumore
era proprio la radio accesa.
Ma'? Posso... entrare?
Nessuna risposta. Rebecca apr cautamente la porta.
La madre era seduta accanto all'apparecchio, come per
riscaldarsi accanto a una stufa. Aveva avvicinato uno sgabello,
non si era seduta sulla poltrona di pa'. Il quadrante
emanava un bagliore arancione, pulsava come un essere
vivente. Dagli altoparlanti impolverati fluivano suoni meravigliosi,
rapidi ma perfettamente eseguiti: Rebecca si ferm
in preda allo stupore. Un pianoforte? Era musica eseguita
da un pianoforte?
La madre le lanci un'occhiata come per accertarsi che
non ci fosse il padre, che non c'era pericolo. Sbatt le palpebre.
La madre era completamente assorta, non desiderava
essere distratta. Le fece segno con un dito sulle labbra:
Non parlare! Rimani in silenzio! Rebecca ubbid, sedette ai
suoi piedi e rimase ad ascoltare.
Al di l della Motorola, del salotto semibuio che odorava
di muffa di quella casa nel cimitero, nulla esisteva.
Al di l di ma' protesa verso la radio, che annuiva sorridente
alle note del pianoforte, oltre quel momento, la felicit
di quell'attimo, nulla esisteva.
Quando la musica cess, nella brevissima interruzione
che separa i movimenti di una sonata, la madre le sussurr:
 Artur Schnabel. Sta suonando l'Appassionata di
Beethoven. Rebecca ascoltava bramosa, senza la minima
idea del significato di quelle parole. Sapeva solo chi era
Beethoven. Il morbido viso fanciullesco della madre, solcato
da venature color ocra, riluceva di lacrime; ma non di
dolore o di umiliazione. Gli occhi scintillavano in tutto il
loro splendore, scuri, con un'intensit sorprendente, mettevano
a disagio a guardarli cos da vicino. Quando ero
ragazza, nella madrepatria, suonavo anch'io l'Appassionata..
Non bene come Schnabel, ma ci provavo. Cerc a tentoni
la sua mano e gliela strinse, come non faceva da anni.
La musica ricominci. Madre e figlia ascoltarono insieme.
Rebecca si aggrappava alla mano di Anna come fosse
in procinto di precipitare in un abisso.
Avrebbe conservato per sempre dentro di s la bellezza
e l'intimit di quei momenti.


20.

Pa'! Alza il culo e vieni a vedere.
Herschel era arrivato tutto trafelato, barcollando sulla
porta della cucina. Era diventato un ragazzone goffo, dal
viso equino con le gote non rasate e una voce aspra che risuonava
come un raglio. Si soffiava sulle mani per riscaldarle,
era una fredda mattina d'autunno.
Il giorno di Halloween del 1948. Rebecca aveva dodici
anni e frequentava la seconda media.
Il sole era appena sorto. La notte aveva portato una gelata
e una spolverata di neve. Il cielo era grigio e quasi
crepuscolare e a est dietro le Chautauqua Mountains il sole
era un pallido occhio lucente avvolto da una cappa.
Rebecca stava aiutando la madre a preparare la colazione.
Pa', con i panni da lavoro, era vicino al lavello a pompare
acqua, tossendo e scatarrando rumorosamente in
quel modo che nauseava Rebecca. Lanci un'occhiata a
Herschel e gli chiese bruscamente: Cosa diavolo c'?.
Faresti meglio a venire a vedere, pa'.
La voce di Herschel aveva un tono insolitamente lugubre.
Lo osservavano aspettandosi i consueti ammiccamenti,
le strizzatine d'occhio, le smorfie beffarde, qualche segno
che rivelasse che si trattava di uno scherzo, ma era
serio, non guard nemmeno Rebecca.
Jacob Schwart fiss il figlio maggiore, non aveva mai
visto sul suo volto quell'espressione: ira, sconcerto, agitazione,
un fremito animalesco. Imprec e fece per afferrare
l'attizzatoio dietro la stufa di ghisa. Herschel scoppi in
una stridula risata ed esclam:  troppo tardi per prendere
quel fottuto attizzatoio, pa'!.
L'uomo segu il figlio fuori, zoppicando. Rebecca stava
per seguirli, ma come per istinto pa' si volt e l'ammon: Tu
rimani qua. Intanto Gus era saltato dal letto, i capelli dritti
e arruffati; a diciannove anni era alto quasi quanto Herschel,
un metro e novanta, ma pesava quindici chili in meno, era
magro come un chiodo e con un carattere ombroso.
Vicino alla stufa, Anna Schwart tolse la pesante padella
di ferro dal bruciatore e la appoggi in un angolo.
Maledizione! Bastardi.
Herschel faceva strada, pa' lo seguiva da presso, arrancando
come un ubriaco, lo sguardo fisso. Quella che precede
la festivit di Halloween era conosciuta come la notte
del diavolo. Nella Chautauqua Valley era un'antica tradizione,
particolarmente radicata. In quella notte si facevano
scherzi e birbonate, che venivano prese come burle.
Da sempre il cimitero di Milburn era uno degli obiettivi
di tali monellerie, ben prima che Jacob Schwart ne divenisse
il becchino. Cos gli avevano detto, per rassicurarlo.
Mi sa tanto che so chi  stato, Cristo se lo so. Ne ho proprio
idea, guarda!
La voce di Herschel vibrava di disprezzo, ma Jacob
Schwart non gli prestava ascolto. La sera prima aveva
chiuso con la catena i cancelli di ferro all'ingresso, ben sapendo
cosa aspettarsi nella notte del diavolo; gli anni precedenti
il cimitero aveva subito dei danni, si era riproposto
di rimanere sveglio per sorvegliare il luogo, ma essendo
esausto e un po' brillo verso mezzanotte si era addormentato,
e comunque non aveva armi, nemmeno una pistola.
Gli altri uomini, persino ragazzi di dodici anni, possedevano
fucili e doppiette, ma Jacob Schwart non si era armato.
Aveva in orrore le armi da fuoco, e non era un cacciatore.
Da tempo cercava di convincersi. Procurati un'arma!
Prima che sia troppo tardi. Non intendeva uccidere nessuno,
ma alla fine i suoi nemici non gli lasciavano scelta.
I cancelli chiusi non avevano scoraggiato i vandali, che
avevano scavalcato il muro. Ne avevano abbattuto un
pezzo, a un centinaio di metri dalla strada.
Era impossibile impedire a quei vandali di devastare il
cimitero. Forse ne conosceva i volti, i nomi. Gente di Milburn.
Probabilmente c'erano anche dei vicini di Quarry
Road. Quegli altri che disprezzavano gli Schwart. Che li
guardavano dall'alto in basso. Herschel affermava di sapere
chi fossero, o almeno aveva dei sospetti. Jacob Schwart
avanzava incespicando dietro il figlio, strabuzzando gli occhi.
Un ghigno stupefatto, spettrale, gli balen sulle labbra.
Non puoi tenere lontani i nemici se non sei armato.
Non avrebbe commesso di nuovo quell'errore.
Lumini e vasi da fiori giacevano in frantumi tra le tombe.
Ovunque zucche sventrate come in un'orgia selvaggia,
i semi e la polpa che sembravano cervelli maciullati.
Andate via, bastardi! Figli di puttana.
Herschel batteva le mani per allontanare i corvi. Suo
padre non li aveva nemmeno notati.
I corvi! Non erano certo quelle bestie, innocenti creature,
a infastidirlo.
Si erano ferocemente accaniti anche sulle betulle ancora
giovani, spezzandone irrimediabilmente i tronchi. Parecchie
delle tombe pi vecchie e cadenti, che risalivano al
1791, erano state divelte e giacevano in pezzi. Tutte e quattro
le gomme del furgoncino Ford del 1939 del becchino erano
state squarciate, e il veicolo era adagiato sui cerchioni, simile
a una creatura a cui avevano rotto i denti a bastonate.
Sulle fiancate avevano tracciato segni con il catrame, simboli orrendi che sembravano urlare beffardi il loro significato.
Avevano marchiato anche le imposte delle finestre e la
porta d'ingresso della casa; quei segni spaventosi erano ben
visibili, chiunque si fosse recato al cimitero li avrebbe notati.
Anche Gus era corso fuori, seguito da Rebecca, che si cingeva
il corpo con le braccia per il freddo. Sulle prime, rimase
pi confusa che spaventata. La scena che aveva davanti
era irreale: suo padre osservava in silenzio, Herschel
imprecava: Vaffanculo! Bastardi! Jacob Schwart se ne stava
inspiegabilmente muto, fissava i segni scintillanti battendo
le palpebre.
Pa'? Che significa?
Lui la ignor. Rebecca allung la mano per toccare quei
simboli tracciati in fretta e furia su un'imposta. Il catrame
era freddo, indurito. Non riusciva a ricordare come si chiamavano
quei segni, era qualcosa di brutto - la parola cominciava
con la s - per sapeva cosa significavano: Germania?
Nazisti? Le potenze dell'Asse sconfitte in guerra?
Ma la guerra era finita da tempo, no?
Rebecca calcol mentalmente: frequentava la quarta il
giorno in cui a Milburn avevano suonato le sirene antincendio
e le lezioni erano state cancellate. Adesso faceva la
seconda media. Tre anni: i tedeschi si erano arresi agli alleati
nel maggio del 1945. Sembrava passata un'eternit,
all'epoca era ancora una bambina.
Ora non lo era pi. Il cuore le batteva per la rabbia e l'indignazione.
Herschel e Gus parlavano concitatamente. Invece pa'
continuava a fissare quei segni, di traverso. Non era da lui
rimanere cos tranquillo, i figli erano a disagio. Si era precipitato
fuori senza infilarsi la giacca, non aveva indossato
nemmeno il berretto. Sembrava confuso, pi vecchio
che mai. Come uno di quei barboni, derelitti li chiamavano,
che si radunavano alla stazione degli autobus di Milburn
e che quando il tempo lo permetteva si aggiravano
nei pressi del ponte sul canale. Nella cruda luce dell'alba,
il viso di pa' si stagliava devastato, deforme. Aveva gli occhi
cerchiati per la fatica, il naso gonfio, i capillari rotti simili
a minuscole ragnatele. Muoveva la bocca impotente,
come se non riuscisse a masticare qualcosa, a ingoiarlo o
sputarlo. Herschel continuava a ripetere di sapere chi erano
i bastardi che avevano combinato quel macello e Gus,
eccitato e in preda all'indignazione, gli dava ragione.
Rebecca si asciug gli occhi, che lacrimavano per il freddo.
A oriente il cielo si stava schiarendo, la luce si apriva a
fatica un varco tra le nubi. Osservava quei simboli ripugnanti
- "svastiche", ecco come si chiamavano - attraverso
gli occhi del padre. Come avrebbero fatto a cancellarli?
Quando si rapprende, il catrame diventa pi duro di qualsiasi
vernice. Come potevano pulirlo, grattarlo via? E come
sarebbe rimasta turbata ma'! Oh, se fossero almeno riusciti
in qualche modo a risparmiarle quella vista...
Ma la madre di Rebecca lo sapeva. Naturalmente gi
sapeva. Per istinto temeva, si aspettava il peggio; forse era
gi accucciata dietro la finestra, a sbirciare fuori. Non solo
le svastiche, ma le betulle, una vista da spezzare il cuore.
E i vasi da fiori in pezzi, le zucche frantumate, le tombe
irrimediabilmente devastate.
Perch ci odiano? chiese Rebecca, troppo piano perch
il padre o i fratelli potessero sentirla.
Invece il padre parve udirla. Si volt verso di lei e le si avvicin
zoppicando. Che fai qui! Dannazione, che ti avevo
detto? Va' dentro con la tua dannata ma'.
D'un tratto era diventato furioso. Le si avvent contro,
malgrado il ginocchio infortunato si muoveva rapidamente.
L'afferr per un braccio e la trascin in casa. La
malediceva, stringendola cos forte da farla strillare, e i fratelli
cercarono di intervenire, Ehi, pa'..., pur non osando
avvicinarsi. Den-tro, ho detto. E se racconti alla tua dannata
ma' quello che hai visto ti rompo il culo.
Per giorni le rimasero dei lividi sul braccio. Erano come
le svastiche, violacei segni minacciosi.
E con quale furia aveva articolato quella parola, ma'.
Quella breve, secca sillaba, proferita come una bestemmia.
 lui che ci odia.
Ma perch?


21.

Era il giorno di Halloween del 1948. La madre l'aveva
pregata di restare a casa, ma lei aveva deciso di andare a
scuola.
Aveva dodici anni, frequentava la seconda media. Immaginava
che alcune compagne fossero a conoscenza della
profanazione del cimitero, che sapessero delle svastiche.
Si rifiutava di prendere in considerazione l'idea che
alcune di loro, insieme ai fratelli, potessero essere coinvolte
in quell'atto vandalico.
Le risuonavano in testa dei nomi: Diggles, LaMont,
Meunzer, Kreznick. Ragazzi che la deridevano, o che avevano
abbandonato gli studi, come i suoi fratelli.
In citt e a scuola il giorno di Halloween tra i ragazzi
serpeggiava sempre una grande eccitazione. Ci si mascherava
(con vestiti acquistati ai magazzini Woolworth, dove
un'intera vetrina era dedicata a streghe, diavoli, scheletri,
sogghignanti fuochi fatui di plastica), e la sera si andava di
porta in porta pronunciando la frase Dolcetto o scherzetto?
Rebecca lo trovava eccitante. Celarsi dietro una maschera,
un costume. Sin da quando aveva cominciato a frequentare
le scuole aveva pregato che le permettessero di unirsi alle
amichette la sera di Halloween, ma ovviamente il padre
non glielo aveva concesso. Era un'usanza pagana, le aveva
spiegato, degradante e pericolosa. Non se ne parlava nemmeno!
Anzi, con un sorriso malizioso le aveva anche insinuato
un dubbio: e se qualcuno, infastidito dai bambini,
avesse messo del veleno per topi nelle caramelle?
Rebecca era scoppiata a ridere. Oh, pa'! Chi  che farebbe
una cosa cos spregevole? Al che lui aveva risposto, reclinando
il capo come se stesse impartendo una lezione di
saggezza a una ragazzetta ingenua: Viviamo in un mondo
spregevole.
Andando a scuola, si rese conto che anche a Milburn la
notte del diavolo aveva lasciato il segno. Carta igienica avvolta
sui rami degli alberi, zucche squarciate davanti agli
ingressi delle abitazioni, cassette della posta divelte, finestre
lordate con schiuma e cera. (Passi per la schiuma, ma
per pulire la cera bisognava lavorare di cesello con un rasoio.
Tutti a scuola parlavano di insudiciare le finestre dei
vicini che non gli andavano a genio, o di chi li trattava
male. A volte, per pura meschinit, ricoprivano di cera anche
le vetrine dei negozi di Main Street, un obiettivo particolarmente
appetibile.) Scoprire, il giorno dopo, tutte quelle
mascalzonate rese irritabile Rebecca. Fuori dalla scuola
i ragazzi si sbellicavano dalle risa, indicando quelle prodezze:
parecchie finestre del piano terra dell'edificio erano
imbrattate di cera, pomodori e uova marce insudiciavano
le mura di cemento e davanti ai gradini d'ingresso
c'erano numerose zucche squarciate. Sembravano corpi
mutilati, distrutti da una festosa furia devastatrice. Se nessuno
era in grado di fermarli, rifletteva Rebecca, quella
barbarie poteva ripetersi ogni notte.
Guarda! Guarda qui! Qualcuno stava additando un
danno pi grave inferto all'edificio scolastico, una crepa
frastagliata su una delle porte d'ingresso, che il bidello
aveva coperto alla meglio con del nastro adesivo.
Ma in citt non c'erano segni tracciati col catrame. Nessuna
"svastica".
Rebecca se ne chiese il motivo. Perch avevano tracciato
quei simboli solo al cimitero, solo sulla casa dove abitava
la sua famiglia?
Ma non aveva intenzione di chiederlo a nessuno, nemmeno
alle amiche pi intime. Del resto loro non ne avrebbero
fatto menzione, se anche l'avessero saputo.
L'ora di inglese, dannazione! La signora Krause, che
oberava di compiti gli studenti di seconda media, aveva
fatto leggere in classe un racconto su Halloween e sui fantasmi,
una versione abbreviata della Leggenda di Sleepy
Hollow di uno scrittore morto da tempo, Washington Irving.
Era tipico della signora Krause, che quando rideva
metteva in mostra gengive sfavillanti, far leggere agli
alunni racconti scritti in una prosa antiquata che nessuno
riusciva a seguire; dei cavolo di paroloni gi difficili da
pronunciare, figuriamoci da comprendere. (Chiss se li
capiva, la signora Krause.) Studente dopo studente, fila
dopo fila, toccava a tutti incespicare in qualche paragrafo
di quel racconto denso, che procedeva lentamente; leggevano
esitanti e imbronciati, soprattutto i ragazzi che avevano
problemi a compitare, esasperando a tal punto l'insegnante
da indurla a interromperli e chiedere a Rebecca
di continuare. Gli altri ascoltino in silenzio.
Rebecca avvamp. Si agit sulla sedia, a disagio.
Pens a una scusa, simulare un mal di gola che non le
permetteva di leggere. Oh, non voleva!
Si sentiva addosso gli occhi di tutti. Anche le amiche, o
quelle che reputava tali, la guardavano risentite.
Rebecca? Comincia.
Che incubo! Perch lei, tra le pi brave della classe, era
sempre imbarazzata quando la interrogavano. E quella
storia era cos lenta, tortuosa, le frasi lunghe, le parole
aggrovigliate - apparizione, cognome, estasiato, superstizioso,
sovrannaturale. Quando sbagli la pronuncia di una parola,
e l'insegnante la corresse con puntiglio, la classe rise.
Anche quando pronunciava quei nomi ridicoli, "Ichabod
Crane", "Brom Bones", "Baltus Van Tassel", "Hans Van
Ripper", ridevano. Erano in trenta in classe, e forse solo
cinque o sei si sforzavano di seguire la storia, ascoltando
in silenzio; gli altri erano ridanciani e irrequieti. Il ragazzo
che le sedeva accanto le muoveva il banco. Qualcosa la
colp sulla schiena. Becchino! Becchino ebreo!
Rebecca? Avanti, continua.
Si era fermata e aveva perso il filo. La signora Krause
era irritata e cominciava ad arrabbiarsi.
Cos'era un ebreo? Non poteva chiederlo, suo padre
glielo aveva proibito.
Non ricordava pi il motivo. In qualche modo aveva a
che fare con Gus.
Non sono Rebecca, pensava. Non lo sono.
Sempre pi impacciata e a disagio, riprese a leggere faticosamente.
Aveva davanti agli occhi le scene che le si
erano impresse nella mente quella mattina, il cimitero devastato
dai vandali, le zucche squarciate, il gracchiare dei
corvi che volavano via spaventati da Herschel. Non riusciva
a cancellare quei segni orrendi che avevano turbato
cos tanto suo padre.
Sentiva ancora la sua stretta sul braccio. Sapeva di avere
dei lividi, ma non aveva avuto il coraggio di guardare.
Le aveva fatto piacere che i fratelli avessero protestato
quando pa' l'aveva trascinata in quel modo. Di solito a casa,
quando la maltrattava o le si avvicinava con fare minaccioso,
era ma' a brontolare qualcosa o a lanciare un grido
d'avvertimento, non parole, perch lei e il marito non
parlavano quasi mai davanti ai figli, ma un gemito, alzando
una mano per fermarlo.
Un gesto che significava: Ti vedo, ti tengo d'occhio.
Un gesto che significava: Ci sono io a proteggere mia figlia.
Odiava quel vecchio stupido di Ichabod Crane, le ricordava
suo padre! Faceva bene il coraggioso Brom Bones a
gettargli contro le teste di zucca e a terrorizzarlo con il
fantasma di Sleepy Hollow. Forse Ichabod era annegato
nel ruscello... Ben gli stava, cos imparava a essere tanto
altezzoso e stravagante.
Quando termin di leggere, era confusa e spossata come
se avesse strisciato ginocchioni per ore. Detestava la
signora Krause, non le avrebbe mai pi rivolto un sorriso.
Non sarebbe pi andata volentieri a scuola. Concluse la
lettura del brano con voce fioca, che svaniva lentamente,
proprio come la voce dello spettro di Ichabod: "In lontananza
la sua voce che intona un malinconico salmo nelle
quiete solitudini di Sleepy Hollow".
Non siamo nazisti! Credete che siamo nazisti? No, non lo
siamo. Siamo venuti in questo paese dodici anni fa. La
guerra  finita. I tedeschi sono stati sconfitti. Non abbiamo
nulla a che spartire con i nazisti. Siamo americani quanto
voi.
A Milburn tutti parlavano e ridevano di Jacob Schwart,
di quell'omino che schiumava rabbia la mattina di Halloween.
Raccontavano come, zoppicando vistosamente, si
era avventurato per la strada verso la stazione di servizio
della Esso, da dove aveva telefonato allo sceriffo della
contea e al comune di Milburn per denunciare i danni subiti
dal cimitero, chiedendo con insistenza che le "autorit"
mandassero qualcuno a investigare.
Poi era tornato e, ignorando la moglie che lo supplicava
di raggiungerla in casa, si era appostato davanti al cancello d'ingresso
del cimitero, camminando nervosamente
avanti e indietro, sotto una pioggerella gelida, fin quando,
verso mezzogiorno, due agenti della contea di Chautauqua
arrivarono con una macchina della polizia. Conoscevano
Jacob Schwart, o avevano sentito parlare di lui; lo trattarono
con modi confidenziali, sembravano stupiti di essere
stati disturbati. Allora, signor Schwarzz, cosa c' che non
va?
Potete vederlo con i vostri occhi, se non siete ciechi!
Non solo avevano squarciato le gomme del suo furgoncino,
ma avevano anche danneggiato il motore. Era disperato,
chiedeva che gli fosse riparato immediatamente! Il
furgone era di propriet del comune, non suo, quindi dovevano
provvedere subito. Lui non poteva permettersi un
veicolo, con la misera paga che percepiva.
Gli agenti gli spiegarono che il furgone era di pertinenza
del comune. Lo sceriffo della contea non aveva niente a
che spartire con l'amministrazione municipale.
Jacob Schwart disse che lui e il figlio potevano sistemare
quasi tutti i danni arrecati al cimitero, ma non sapevano
come rimuovere il catrame. Era impossibile! Devono farlo i criminali che hanno commesso questa atrocit. Dovete
arrestarli e costringerli a pulire. Li troverete? Li arresterete?
Non  "danneggiamento di propriet"? Non  un reato
grave?
Gli agenti ascoltarono quella tirata con espressioni neutre.
Erano garbati, ma chiaramente non manifestavano alcun
interesse per quelle lamentele. Fecero finta di esaminare
i danni, incluse le svastiche, ma si limitarono a dire
che era Halloween, si trattava di una ragazzata, niente di
personale.
Vede, signor Schwarzz, i cimiteri sono sempre presi di
mira la notte del diavolo. In tutta la valle. Quei cavolo di
ragazzi. E le cose peggiorano di anno in anno. Fortuna che
non si mettono ad appiccare incendi. Niente di personale,
signor Schwarzz. Non ce l'hanno con lei e la sua famiglia.
L'agente pi anziano parlava strascicando le parole,
con accento nasale e piatto, prendendo di tanto in tanto
qualche appunto con un mozzicone di matita. L'altro diede
un colpetto con la punta dello stivale a una tomba divelta,
sorrise compiaciuto e soffoc a fatica uno sbadiglio.
All'improvviso Jacob Schwart si rese conto che si stavano
prendendo gioco di lui, e il sangue gli and alla testa.
Se ne accorse, come un raggio di sole che riesce a filtrare
in un banco di nubi, e le mani rovinate presero a tremargli,
per la foga di impugnare un attizzatoio, una pala,
una zappa.
Non aveva armi. Gli agenti portavano pistole appese ai
fianchi. Avevano facce scaltre e grossolane da campagnoli.Erano delle camicie brune, dei bestioni nazisti. Erano
della stessa razza di quelli che avevano reso omaggio a
Hitler, avevano marciato e sarebbero morti per lui. Decise
di comprare una doppietta calibro dodici per proteggersi
da loro. Ma al momento era disarmato. Poteva difendersi
solo con le mani nude, cosa inutile contro dei bruti armati.
In un baleno a Milburn si sparse la voce che Jacob
Schwart si era messo a farneticare come un forsennato. Con
quel suo accento grottesco, praticamente incomprensibile.
Siete in combutta con quei "ragazzi", eh? Li conoscete,
eh?
D'un tratto gli era chiaro perch quei due erano venuti:
non per aiutarlo, ma per ridere delle sue sventure. Deriderlo
davanti alla sua famiglia.
S, siete tutti imparentati qui. In questo buco d'inferno,
vi proteggete l'un l'altro. Non aiuterete uno come me. Non
arresterete i criminali. Non l'avete mai fatto. Questa volta
hanno esagerato, ma non li arresterete. Io sono un cittadino
americano, ma voi disprezzate me e la mia famiglia come
fossimo animali. "Che essere spregevole" pensate guardando
Jacob Schwart, eh? Ammiravate Goebbels, eh?
Eppure anche Goebbels era uno storpio. Goebbels ha trucidato
la sua famiglia e si  ammazzato, no? E allora perch
ammirate i nazisti? Andate via, fuori di qui, dannati nazisti,
anime infernali, non ho bisogno di voi.
Ma per l'eccessiva veemenza con cui si lasci andare a
quello sfogo, i due agenti compresero ben poco. I figli,
ascoltando quelle farneticazioni nascosti in uno dei capanni,
trasalirono per la vergogna.
Che scatto d'ira! In tutto simile a un nanerottolo sproloquiante,
gesticolava e sputacchiava a tal punto che non si
capiva quasi niente di quello che diceva. Gli agenti ci avrebbero
scherzato su, dicendo che, cazzo, era una fortuna che
fossero armati, il povero bastardo di Schwarzz sembrava
proprio una di quelle zucche sfracellate di Halloween.
Un quarto di sangue degli indiani Seneca.
In qualche modo si era guadagnato quella reputazione.
Nella Chautauqua Valley, tra quelli che conoscevano Herschel
Schwart ma non la sua famiglia.
Aveva abbandonato gli studi a sedici anni. Era stato sospeso
per quindici giorni dalla scuola di Milburn per aver
picchiato un compagno, e proprio in quel periodo aveva
compiuto gli anni e aveva deciso di mollare. Diavolo se
era stata una liberazione! Frequentava ancora il primo anno
delle superiori, era il pi anziano della classe, provava
vergogna e voglia di uccidere. Trov subito lavoro alla segheria
di Milburn. Vi lavoravano dei suoi conoscenti, che
come lui non avevano completato gli studi, e non guadagnavano
male.
Viveva ancora a casa con i suoi, e ogni tanto aiutava il
suo vecchio nei lavori al cimitero. Gli dispiaceva moltissimo
per Jacob Schwart. Ogni volta che litigavano si riprometteva
di andarsene, ma a ventun anni, nell'ottobre del
1948, non si era ancora deciso. Una strana forma di inerzia
lo legava a quella casa. E a sua madre. Divorava i pasti che
lei gli preparava. Si prendeva cura di lui in silenzio e senza
mai un rimprovero. Ma non avrebbe ammesso: Le voglio
bene, non posso lasciarla con lui.
E nemmeno: Voglio bene anche a mia sorella. Non posso lasciarla
con quei due.
Suo fratello Gus sapeva badare a se stesso. Era un ragazzo
a posto. Anche lui aveva abbandonato gli studi al
compimento del sedicesimo anno, spinto dal padre, per
avere un aiuto in quel dannato cimitero come uno schiavo,
a tempo pieno. Ma Herschel non era cos stupido.
Come avesse fatto un figlio di immigranti tedeschi a
guadagnarsi la reputazione di avere sangue seneca, Herschel
stesso lo ignorava. Di certo, lui non aveva mai detto
nulla in proposito. Ma non aveva fatto niente per smentire
quella diceria. Gli untuosi capelli scuri, flosci e opachi,
gli occhi scuri privi di luce, il temperamento irascibile e il
modo di esprimersi eccentrico suggerivano un che di esotico,
se non di misterioso. Un giovane pi scaltro l'avrebbe
presa con un sorriso, pensando: Meglio essere chiamati Seneca
che mangiapatate.
A diciotto anni aveva un viso ossuto dalle fattezze equine
solcato da una rete di capillari attorno alla bocca, agli
occhi e alle orecchie, risultato delle scazzottate. A ventun
anni, durante una lite con un giovane che lo aveva aggredito
con una bottiglia di birra rotta, aveva riportato una
ferita sulla fronte; gli avevano applicato maldestramente
dodici punti. (Reticente, ostinato come un mulo, Herschel
si era rifiutato di denunciare l'aggressore. Si era vendicato
a suo modo, a tempo debito.) Le carie ai denti lo afflissero
per tutta la vita. Gliene mancavano diversi, molari e incisivi.
Quando rideva, sembrava che ammiccasse. Aveva il
naso rotto, camuso. Anche se la sola vista spaventava le
ragazze di Milburn, riscuoteva un certo successo con le
donne pi mature, divorziate o separate, che in Herschel
Schwart trovavano qualcosa di speciale. Ne apprezzavano
il viso, i modi bonari, per quanto in determinate situazioni
diventasse irascibile e imprevedibile; la risata fragorosa
e squillante, il fisico nerboruto che emanava calore
come uno stallone; il pene grosso, che riusciva sempre a
stupire anche se era ubriaco o cascava dal sonno. Alcune
donne lo accarezzavano affascinate: le dita percorrevano
il petto, la schiena, i fianchi, la pancia, le cosce, le gambe;
la pelle era ruvida come cuoio, ricoperta di una peluria
ispida, increspata di nei e foruncoli grandi come pallini.
Si trattava di donne dagli appetiti volgari e di bocca
buona, che si burlavano del loro giovane amante domandandogli
quale parte di lui fosse Seneca.
Era risaputo che Herschel Schwart aveva dei precedenti
con la polizia della contea di Chautauqua. In pi di
un'occasione era stato arrestato. Accadeva sempre quando
si trovava in compagnia di altri giovinastri, e dopo
aver bevuto. Non era considerato un individuo pericoloso,
e non aveva mai passato pi di tre notti di seguito in
carcere. Era un attaccabrighe, ma non era scaltro, i reati
commessi erano dovuti a scatti d'ira, mancavano di premeditazione.
Non era crudele n malvagio, non odiava le
donne; non era certo tipo da penetrare nelle abitazioni per
rubare o rapinare. Anzi, non teneva al denaro, e quando
beveva era particolarmente generoso. Questa sua peculiarit
era oggetto di ammirazione, lo si considerava del tutto
diverso da suo padre, Jacob Schwart il becchino, che
aveva fama di incredibile spilorcio.
Eppure a Milburn per anni si sarebbe raccontato che
quella notte di Halloween, quella successiva agli atti di
vandalismo nel cimitero di Milburn, diversi giovani vennero
sorpresi e aggrediti da Herschel Schwart, che agiva
da solo. Il primo di questi, Hank Diggles, venne trascinato
a forza fuori dal suo furgone nel parcheggio scarsamente
illuminato della taverna di Mott Street; la vittima dichiar
di non averlo visto, ma di aver fiutato il suo odore mentre
veniva investito da una scarica di pugni, prima di perdere
conoscenza. Non ci furono testimoni del pestaggio, come
non ve ne furono per l'aggressione ancora pi violenta subita
da Ernie LaMont nell'androne del palazzo dove abitava,
nei pressi di Main Street, una ventina di minuti dopo
Diggles. Ma qualcuno assistette all'attacco di cui fu vittima
Jeb Meunzer fuori della sua abitazione a Post Road:
verso mezzanotte Herschel era apparso sul portico, parecchio
dopo che l'ultimo dei ragazzi mascherati da Halloween
era tornato a casa, aveva bussato alla porta e chiesto
di Jeb, e quando questi si era presentato Herschel lo
aveva afferrato e trascinato fuori, lo aveva scaraventato a
terra e aveva preso a picchiarlo e a riempirlo di calci,
mentre ripeteva: Chi  un nazista? Stronzo, chi  un fottuto
nazista? La madre di Jeb e la sorellina di dodici anni assistettero
al pestaggio dal portico, gridavano e imploravano
Herschel di fermarsi. Naturalmente lo conoscevano, lui e
Jeb erano compagni di scuola e per un certo periodo erano
anche stati amici. Dichiararono che sembrava "impazzito",
le aveva spaventate a morte mentre colpiva Jeb con
quello che sembrava un coltello da pesca, mentre imprecava
e ripeteva: Allora chi  un nazista? Stronzo, allora chi 
un fottuto nazista? Malgrado Jeb avesse la stessa taglia e
una reputazione di attaccabrighe, venne sopraffatto da
Herschel, e non fu in grado di difendersi. Anche lui era
spaventato a morte e supplic il suo assalitore di non ucciderlo,
mentre Herschel lo teneva inchiodato al suolo con
le ginocchia, e con il coltello gli incideva sulla fronte questo
segno
che sarebbe rimasto impresso sul suo volto per tutta la vita.
Si raccont che in seguito Herschel Schwart pul la lama
insanguinata sui calzoni della vittima, si rialz e rivolse
un gesto insolente all'indirizzo della signora Meunzer e
della figlia che assistevano sgomente alla scena, prima di
sparire in un baleno nelle tenebre. Si raccont che a una
curva di Post Road era ferma una macchina o un camioncino
a luci spente, probabilmente con un complice alla
guida; Herschel vi sal e spar per sempre dalla Chautauqua Valley.
Ripeteva convinto: Mio figlio  un bravo ragazzo! Come
i vostri. I ragazzi di Milburn. Non farebbe male a una mosca.
Mai!.
E anche: Mio figlio Herschel, non so dov' andato. 
sempre stato un bravo ragazzo, lavorava sodo per aiutare
il padre e la madre. Vedrete, torner per chiarire tutto.
Questo afferm Jacob Schwart quando gli agenti della
contea di Chautauqua si recarono da lui per domandargli
del figlio. Com'era inamovibile dalle sue posizioni, non
sapendo com'erano andate le cose! In atteggiamento servile,
tormentando il berretto tra le mani e farfugliando
con accento marcato. Ci sarebbero volute persone ben pi
perspicaci di quegli uomini privi di senso dell'ironia per
cogliere la maliziosa irrisione del becchino, e cos in seguito
avrebbero commentato: Povero bastardo, non ci sta con la
testa, eh?
Quando sei tra i tuoi nemici, il padre metteva in guardia
Rebecca, non devi mostrare la tua intelligenza e la tua
debolezza.
La polizia aveva spiccato un mandato di arresto contro
Herschel, con l'accusa di "lesioni aggravate e tentato omicidio".
Delle tre vittime, due erano finite all'ospedale. La
mutilazione inferta a Jeb Meunzer, con la svastica tracciata
sul viso, era grave. Nella zona di Milburn non si era mai
verificata un'aggressione cos efferata. Erano stati diramati
comunicati in tutto lo Stato di New York e alla frontiera
canadese con la descrizione del "pericoloso ricercato"
Herschel Schwart, di anni ventuno.
Gli agenti non interrogarono a lungo Anna Schwart. La
donna era troppo agitata, rifuggiva da loro visibilmente
scossa, socchiudendo gli occhi come una creatura notturna
terrorizzata dalla luce. Era cos confusa che sembrava
aver capito che Herschel era rimasto ferito e portato in
ospedale. Parlava con voce tremante e quasi impercettibile
in un inglese dal marcato accento straniero che gli agenti
comprendevano a stento.
No! Non lo sapeva...
... non sapeva dove fosse andato Herschel.
(Era ferito? Suo figlio? Cosa gli avevano fatto? Dove lo
avevano portato? Voleva vederlo!)
Gli agenti si scambiarono sguardi impietositi, spazientiti.
Era inutile continuare a fare domande a quella forestiera
sempliciotta, che chiaramente non sapeva niente del figlio
criminale, e che sembrava terrorizzata dal marito.
Gli agenti interrogarono August, "Gus", il fratello pi
giovane di Herschel, che afferm di essere all'oscuro di
tutto. Hai aiutato tuo fratello, eh? Gus scosse il capo in
modo curioso. O lo stai aiutando adesso.
Poi tocc a Rebecca, la sorella dodicenne.
Anche lei dichiar di non sapere niente, cosa avesse fatto
o dove potesse essere andato il fratello. Scuoteva la testa
senza rispondere alle domande che le rivolgevano.
A dodici anni, Rebecca portava ancora i capelli acconciati
in grosse trecce lunghe fino alle spalle, per volere della madre.
La chioma castano scuro aveva la scriminatura al centro
alquanto storta, ed emanava un odore sgradevole, non la lavava
di frequente. Gli Schwart facevano di rado il bagno,
perch l'acqua doveva essere riscaldata in grossi secchi sulla
stufa, un compito noioso che richiedeva parecchio tempo.
Davanti a quegli adulti che rappresentavano le autorit
Rebecca tenne un contegno piuttosto scontroso.
Rebecca, ti chiami cos, giusto? Qualcuno della tua famiglia
 in contatto con tuo fratello, Rebecca?
L'agente pose la domanda in tono grave. Senza alzare
gli occhi, Rebecca scosse il capo.
E tu sei in contatto con tuo fratello?
Rebecca scosse la testa.
Signorina, se tuo fratello dovesse tornare, o vieni a sapere
dove si nasconde, o che qualcuno  in contatto con
lui, per esempio gli d del denaro, sei obbligata a informarci
immediatamente, o sarai accusata di complicit nei
crimini da lui commessi. Capito, signorina?
Ostinata, Rebecca teneva il capo chino, fissando il consunto
pavimento di linoleum della cucina.
Era vero, non aveva notizie di Herschel. Certo, capiva
che lo stavano cercando. Era quasi fiera di ci che aveva
fatto: aveva punito i loro nemici. Aveva inciso una svastica
sul viso di quell'infame di Jeb Meunzer!
Ma era anche spaventata. Avrebbero dato la caccia a
Herschel, potevano fargli del male. Era risaputo che i latitanti
che resistevano all'arresto correvano seri rischi se venivano
catturati, venivano picchiati e persino uccisi. E se
Herschel fosse finito in prigione...
A quel punto intervenne Jacob Schwart: Signori, mia figlia
non sa niente!  una ragazza tranquilla, non molto sveglia,
lo vedete anche voi. Vi prego, non spaventatela oltre.
Rebecca si risent a quelle parole, inoltre temeva che il
padre si mettesse a sproloquiare, calunniandola.
Non molto sveglia. Era vero?
Gli agenti desistettero. Non erano soddisfatti delle deposizioni,
avvertirono che sarebbero tornati. Con il suo
sorriso sornione e beffardo, ingannevolmente servile, Jacob
Schwart li accompagn alla porta. Ripet che suo figlio
era un ragazzo timorato di Dio, e che non avrebbe alzato
un dito nemmeno contro chi meritava una lezione. E
non avrebbe abbandonato la famiglia, era un figlio cos
devoto.
 innocente fin quando non  riconosciuto colpevole...
 cos, vero?  la vostra legge, no?
Mentre osservava gli agenti allontanarsi con l'auto della
polizia, il padre di Rebecca si lasci andare a una risata di
gusto, come raramente gli accadeva.
Gestapo. Sono dei bruti, ma stupidi, si fanno menare
per il naso come tori. La vedremo!
Gus rise. Rebecca si sforz di sorridere. Ma' era sgusciata
via in una stanza, a piangere. A vedere Jacob Schwart
pavoneggiarsi in cucina, che si metteva in bocca una manciata
di tabacco, sembrava che fosse accaduto qualcosa di
eccitante, come se quegli altri avessero portato delle belle
notizie su Herschel e non un mandato di arresto.
Nei giorni che seguirono fu sempre pi chiaro che Jacob
Schwart andava fiero delle gesta di Herschel, o almeno
di quello che era convinto avesse fatto. Mise da parte
la proverbiale frugalit acquistando numerosi giornali
che riportavano articoli sulle aggressioni. Il suo preferito
era il "Milburn Weekly", che recava in prima pagina un titolo
a caratteri cubitali:
TRE BRUTALI AGGRESSIONI LA NOTTE DI HALLOWEEN
SOSPETTATO UN GIOVANE DI VENTUN ANNI
In tutta la contea sono in atto le ricerche
del giovane latitante considerato pericoloso.
In ognuno di noi c' una fiamma che non si spegner mai, Rebecca!
La fiamma  accesa da Ges Cristo e si nutre del Suo amore.
Ora pi che mai Rebecca aveva bisogno di credere nelle
parole della sua vecchia maestra, la signorina Lutter.
Ma era cos difficile. Come cercare di arrampicarsi sul tetto
di carta catramata del capanno degli attrezzi, come faceva
da piccola per imitare i fratelli. Loro ridevano della
sorellina che si sforzava di seguirli, le braccine troppo deboli,
le gambe due stecchini, prive di muscoli. I due maschi
si arrampicavano agili come gatti, mentre lei finiva a
terra.
A volte uno dei fratelli le tendeva la mano per aiutarla a
salire, ma accadeva di rado.
In ognuno di noi c' una fiamma. Rebecca, abbi fede!
Jacob Schwart prendeva in giro quegli altri che erano
cristiani. Nella sua bocca la parola "crissiano" veniva fuori
con un buffo sibilo.
Il padre di Rebecca sosteneva che Ges Cristo era stato
un presunto Messia ebreo squilibrato, che non salv nemmeno
se stesso, figuriamoci gli altri, e come mai dopo
duemila anni dalla sua morte si facesse ancora un gran
parlare di lui lo sapeva solo Dio!
Anche quella era una battuta. Jacob Schwart pronunciava
la parola "Dio" sempre con un ghigno sulle labbra, come
fosse un motto di spirito. Per esempio diceva: Dio ci
stringe in un angolo. Dio ci schiaccia con il suo piede gigantesco,
per distruggerci. Eppure una via d'uscita c'. Ricordate,
ragazzi: esiste sempre una via d'uscita. Se si riesce
a rimpicciolirsi, come un verme.
E si lasciava andare a una risata quasi allegra, mettendo
in mostra i denti cariati.
Cos divenne il suo segreto: non rivelare ai suoi che desiderava
credere nell'amico della signorina Lutter, Ges
Cristo, il nemico di Jacob Schwart.
La sua maestra le aveva dato delle immaginette raffiguranti
scene bibliche, che Rebecca infilava tra le pagine dei libri
e portava di nascosto a casa. Il nostro segreto, Rebecca!
Le figurine erano poco pi grandi di carte da gioco. Erano
raffigurazioni a colori di scene bibliche, rese cos bene
da sembrare fotografie. C'erano i Re Magi che venivano
dall'Oriente (Matteo 2,1) nelle loro vesti eleganti. Ges
Cristo raffigurato di profilo, che sfoggiava una veste ancora
pi fluente e dai colori sgargianti (Matteo 6,28). L'immagine
della crocifissione (Giovanni 19,26) e dell'ascensione
(Atti 1,10), dove il volto barbuto di Ges era appena visibile,
con una veste immacolata che fluttuava intorno al capo
dei suoi devoti discepoli. (Rebecca si chiedeva: da dove
provengono le vesti di Ges? C'erano dei negozi anche in
quelle terre lontane, come a Milburn? Indumenti simili in
citt non li aveva mai visti, per si poteva comprare la stoffa
e cucirli. Ma chi aveva cucito gli abiti di Ges, e come
venivano lavati? Dove si stiravano? Tra le varie incombenze
domestiche Rebecca aiutava la madre a stirare alcuni
capi, che non facevano le grinze.) Ma la sua figurina preferita
era la resurrezione della figlia di Giairo (Marco 5,41),
perch la ragazza aveva dodici anni, era stata data per
morta, ma Ges Cristo aveva detto: Perch fate tanto strepito
e piangete? La bambina non  morta, ma dorme. Ed era vero, Ges
aveva preso la mano della ragazza, l'aveva svegliata e
lei si era alzata e si era messa a camminare.
La signorina Lutter non sapeva che gli Schwart non
possedevano una Bibbia, e Rebecca non voleva rivelarglielo.
Non era certo l'unica cosa di cui la figlia del becchino
si vergognava. Comunque, non voleva tradire i suoi
genitori. Adesso, in seconda media, non era pi la pupilla
della signorina Lutter, e la vedeva di rado. Per ne ricordava
bene le parole. Baster che tu creda in Ges Cristo il figlio
di Dio, Lui entrer nel tuo cuore, ti amer e ti protegger
per sempre.
Rebecca provava con tutta se stessa a credere, ma non ci
riusciva, non completamente. Eppure mancava cos poco!
Soprattutto adesso, dopo la scomparsa di Herschel, che
aveva sconvolto le abitudini della famiglia, con il clima di
avversione che si era creato intorno agli Schwart, desiderava
credere.
Quando era sola e nessuno la osservava, nessuno sghignazzava
di lei o la malediceva, incrociandola nei corridoi
o sulle scale della scuola. Al termine delle lezioni tornava
subito a casa, prendendo scorciatoie per viottoli e
campi abbandonati. Stava diventando un gatto randagio,
furtivo e guardingo. Adesso le gambe erano forti, correva
veloce se qualcuno la inseguiva. Dava l'idea di una ragazza
non molto intelligente, proveniente da una famiglia
povera, che vestiva indumenti mal assortiti, con delle
orrende trecce ciondolanti. C'era un'altura sopra il
terrapieno della ferrovia, proprio all'imbocco di Quarry
Road, da cui lei si calava, slittando e scivolando sulla
morbida ghiaia, sentendo il cuore battere contro le costole,
mentre pensava: Se meriti una punizione, adesso cadrai e
ti farai male.
Negli ultimi tempi Rebecca aveva imparato a negoziare
in questo modo. Si offriva come vittima sacrificale, al posto
di altri della sua famiglia che meritavano il castigo.
Desiderava credere che Dio agisse giustamente.
Alle volte cadeva e si sbucciava le ginocchia, ma accadeva
di rado. Anche quando credeva di scorgere una figura
spettrale con una veste bianca fluente e un copricapo
bianco che le si avvicinava non perdeva l'equilibrio, aveva
sviluppato un fisico agile e scattante.
Dai fossi di scolo dei liquami che correvano ai lati di
Quarry Road, una strada sterrata di campagna alla periferia
di Milburn, si levavano nebbiose colonne di bruma.
C'era un intenso e pungente odore di fango e di pietra.
Le era permesso di parlare purch non muovesse le labbra
e non articolasse alcun suono.
Herschel sarebbe tornato?
Ges rispondeva con voce bassa e dolce: Quando sar
tempo tuo fratello torner da voi.
La polizia lo arrester? Gli far del male? Finir in prigione?
Ges diceva: Non accadr niente che non debba accadere,
Rebecca.
Rebecca! Ges conosceva il suo nome.
Aveva tanta paura, confess a Ges. Le tremavano le
labbra, era pericoloso parlare ad alta voce.
E Ges disse, in tono di rimprovero: Perch ti preoccupi
cos, Rebecca? Io ti sono vicino.
Ma Rebecca doveva sapere: sarebbe accaduto qualcosa
alla sua famiglia? Qualcosa di terribile a... sua madre?
Era la prima volta che Rebecca parlava della madre a Ges.
E la prima (riflett concitata, sapendo che anche Ges
stava pensando la stessa cosa) che aveva alluso indirettamente
al padre.
Ges rispose con una nota di irritazione nella voce:
Nulla accadr che non debba accadere, bambina mia.
Ma quelle parole non le recavano conforto! Si volt e vide
Ges che la guardava. Non assomigliava alle immagini
delle figurine bibliche. Non portava una veste bianca fluente,
e nemmeno il copricapo. Aveva il capo scoperto, i capelli scompigliati e bisunti, il viso solcato da rughe profonde.
In effetti aveva un aspetto spregevole, somigliava a quei
derelitti, come li chiamavano?, barboni, che girovagavano
lungo la ferrovia e frequentavano le sordide taverne di
South Main Street. Quegli uomini malvestiti contro i quali
sua madre la metteva sempre in guardia.
Quel Ges somigliava anche a Jacob Schwart. Aveva un
sorriso beffardo e stizzito, che sembrava dire: Se credi in
me sei una stupida.
Poi sopraggiunse una macchina sferragliante, e Lui
scomparve.


22.

Non accadr nulla che non debba accadere.
Cos aveva detto quel Ges derelitto e beffardo. Quella
frase dal tono sarcastico continu a echeggiarle nella testa
per tutto l'inverno e nella gelida primavera del 1949,
l'ultimo anno che pass nella vecchia casa in pietra del cimitero.
A Milburn si sarebbe raccontato che la fine degli
Schwart aveva seguito l'atto criminoso di Herschel, e la
sua latitanza, ma in realt erano trascorsi otto mesi. Fu un
periodo di stasi e confusione: come bloccati nella paralisi
del sonno, in un sogno che finisce in frantumi e si disintegra.
Rebecca sapeva solo che gli episodi di ira violenta e
di disperazione, angoscia e depressione indotti dall'abuso
di alcol cui si lasciava andare il padre si alternavano con
maggiore frequenza, imprevedibili. .
Jacob Schwart si accaniva sempre di pi contro il figlio
rimasto. Gi solo il nome lo riempiva di disprezzo. "Gus."
Che significa questo "Gus"? "Gas"? E come si fa a chiamarsi
"Gas"? e scoppiava a ridere, come a una battuta
esilarante. Anche quando non aveva bevuto tormentava il
ragazzo: Se i nostri nemici nazisti dovevano portarsi via
uno dei miei figli, perch non hanno preso te? Eh?.
O anche: Dio  un burlone,  risaputo: mi ha tolto il primogenito
e mi ha lasciato te.
Stranamente, Jacob Schwart parlava inglese con un accento
sempre pi marcato, come se vivesse nella Chautauqua
Valley solo da qualche settimana e non da oltre
dieci anni.
Gus si lamentava con Rebecca: Perch mi odia? Non
sono mica stato io a far impazzire Herschel.
Al contrario del fratello, Gus non riusciva a tenere testa
al padre. E Jacob Schwart era un uomo che, quando non
lo si contrastava, diventava sempre pi sprezzante e crudele.
Rebecca aveva fatto quell'esperienza a scuola: se cercava
di ignorare le provocazioni dei suoi compagni, non
faceva altro che istigarli. Non si pu placare un bullo.
Non ci si pu attendere da lui che si stanchi, che trovi un
altro obiettivo cui rivolgere la sua crudelt. Solo quando
reagiva immediatamente la lasciavano in pace.
Quanto meno per un po'.
Il povero Gus non aveva lavoro, a parte l'aiuto che dava
al padre nel cimitero. Viveva confinato in quella casupola
di pietra. Suo padre non gli permetteva di cercarsi
un impiego, come aveva fatto Herschel, e di guadagnarsi
da vivere. E lui non aveva la forza di spezzare quel legame,
perch la madre dipendeva da lui. A diciannove anni
era diventato l'aiutante (non retribuito) di Jacob Schwart.
Fuori! Porta il culo qui! Sto aspettando. Anche per le
minime cose Gus doveva ubbidire al padre; Rebecca lo
considerava come un giovane soldato codardo, terrorizzato
all'idea di disobbedire al suo superiore. Da bambina
lo aveva amato, adesso lo rifuggiva, disgustata. Lentamente
Gus era diventato come un animale in cattivit, il suo
spirito veniva soffocato. Aveva capelli sottili, d'un colore
fulvo pallido, che cominciava gi a perdere a furia di sfregarsi
nervosamente il cuoio capelluto. La fronte era solcata
da rughe, come quella di un vecchio. Soffriva di una
misteriosa forma di eruzione cutanea, si grattava in continuazione.
Rebecca rabbrividiva a vederlo ficcarsi l'indice
nell'orecchio, e grattarsi come se volesse tirare fuori il
cervello.
Da quando Herschel era andato via la persecuzione nei
suoi confronti si era fatta feroce; ma risaliva a ben prima,
quando a sedici anni il padre lo aveva costretto ad abbandonare
gli studi.
Jacob gli aveva tenuto un discorso realistico: Figliolo,
tu non sei molto sveglio. Uno come te  inutile che vada a
scuola. Durante quel viaggio terribile hai avuto la dissenteria
e la febbre. Quando il cervello comincia a sciogliersi
come cera, non c' modo di recuperare l'intelligenza. A
scuola sei circondato dai nostri nemici. Contadini rozzi e
volgari che ti ridono dietro, e cos facendo insultano la nostra
famiglia. Tua madre! Non possiamo tollerarlo, figliolo!.
Quando pa' aveva quegli accessi d'ira, non c'era modo
di ragionare con lui.
Era vero, Gus doveva ammetterlo. Aveva voti bassi, pochi
amici, e la maggior parte dei suoi compagni di classe
lo evitava. Ma non aveva mai causato problemi, non aveva
mai aggredito nessuno! La sua pelle irritata trasudava
la rabbia che aveva in corpo. Gli occhi piccoli troppo ravvicinati
osservavano il mondo con infinita diffidenza.
E cos Gus obbed al padre e lasci la scuola. Adesso la
sua vita era confinata nel cimitero, nei domini del padre.
Rebecca temeva che un giorno pa' avrebbe chiesto anche a
lei di abbandonare gli studi. Aveva completamente ripudiato
il mondo della cultura, dei libri, le parole. E anche la
madre voleva cos. Sei una ragazza, pu succederti qualcosa.
(Rebecca era perplessa: sarebbe stata punita perch era
una ragazza o in quanto figlia del becchino?)
Un giorno, verso la fine di marzo, mentre Gus aiutava il
padre a ripulire il cimitero dai detriti portati da una bufera,
Jacob Schwart perse la pazienza con il figlio, che lavorava
in modo goffo e distratto; inve contro di lui e minacci
di colpirlo con il badile. Non ne aveva intenzione,
ma la reazione del figlio, che si accucci in posa sottomessa,
lo sguardo vile e impaurito, lo mand in bestia; perse le
staffe e colp Gus sulla schiena, con la parte piatta della pala.
Stupido! Asino! Il colpo non era violento, avrebbe dichiarato
Jacob Schwart, ma ostinato com'era Gus si era
gettato a terra, aveva battuto la testa contro una lapide e si
era ferito. Alcuni visitatori che si trovavano nei paraggi assistettero
alla scena. Un uomo lo chiam a gran voce chiedendo
cosa fosse successo, ma Jacob lo ignor; continuava
a maledire il figlio e a intimargli di rialzarsi. Non ti vergogni
di comportarti cos? Fingere di esserti fatto male, come
un moccioso. Quando Gus si rimise a fatica in piedi, piangendo
e con il viso rigato di sangue, Jacob inve contro di
lui: Guardati! Sei come un dannato moccioso. Va' da mammina,
va' a succhiare il latte. Fila!.
Gus alz gli occhi sul padre. Ogni traccia dello sguardo
servile e impaurito era sparita. Aveva un taglio sulla fronte
e perdeva sangue. Lo fiss con uno sguardo carico d'odio.
Afferr un rastrello di metallo.
Come osi! Tu. Tu! Non ti permettere, vai a succhiare il
latte dalla mamma! url Jacob al figlio che avanzava minaccioso,
brandendo il rastrello. Nel frattempo l'uomo
che lo aveva chiamato si era cautamente avvicinato, e
blandendoli cerc di riportare la calma. Davanti a una
tomba, due donne si abbracciarono, gemendo impaurite.
Provaci! Prova a colpire tuo padre! Se ne sei capace,
piccolo storpio.
Gus stringeva l'attrezzo tra le mani tremanti, poi d'improvviso
lo gett via. Non aveva detto una parola. Mentre
Jacob Schwart continuava a inveire contro di lui, si volt e
si allontan barcollando, le gocce di sangue che arrossavano
la neve, ma determinato a non cadere, come un uomo
sul ponte beccheggiante di una nave.
A casa la madre lo accolse tremante per la paura.
 stato lui?  stato lui a farti questo?
No, ma'. Sono caduto. Mi sono ferito da solo.
Anna cerc goffamente di abbracciarlo, ma lui si ritrasse.
Lo implorava, lo supplicava: Ti vuole bene, Augusti 
fatto cos, fa del male a quelli che ama. I nazisti....
Vaffanculo ai nazisti. Lui  un nazista. Vaffanculo a lui.
Anna imbevve d'acqua un asciugamano per fermare il
sangue, ma Gus era irrequieto, non sembrava che la ferita
gli facesse male, era solo una seccatura. Merda, ma', lasciami
andare. Sto bene. Con sorprendente rudezza allontan
la madre. And nella stanza, svuot i cassetti del com
sul letto, raccolse i pochi capi di vestiario dall'armadio
e li ammucchi in una pila. Poi prese un lenzuolo e
fece un fagotto con le sue misere cose. La madre era sconvolta,
non credeva ai suoi occhi. Il figlio ferito, l'ultimo rimastole,
era cos euforico? Sorrideva, rideva tra s. Proprio
lui, che da quel terribile giorno delle svastiche aveva
perso il sorriso.
Sul pavimento della cucina, del corridoio e della stanza
da letto gocce di sangue indicavano il percorso di August
Schwart, come monete esotiche che Rebecca avrebbe scoperto
al ritorno da scuola, nella silenziosa e desolata casa
di pietra.
Come l'altro,  andato via senza una parola.  partito senza
nemmeno salutarmi.


23.

Entrambi i figli maschi erano scappati di casa. Nella sua
furia pensava che lo avessero abbandonato. Tutti i miei
progetti per loro. Traditori!
Con il tempo, in quel rimuginare, bevendo fino a notte
fonda davanti alla sua immagine indistinta riflessa dal vetro,
che sembrava quella di un annegato, cominci a convincersi
che gli avevano portato via i figli.
Era un complotto. Una congiura. Perch odiavano Jacob
Schwart. I suoi nemici.
Vagava nel cimitero, tra gli alberi gocciolanti per il disgelo.
Lesse a voce alta: Io sono la resurrezione e la vita. Be',
era un'asserzione alquanto perentoria. Una straordinaria
affermazione di potere, consolatrice. Le parole erano incise
su una lapide consunta che risaliva al 1928.
La voce di Jacob era vivace ma rauca. La nicotina gli
aveva bruciato il cavo orale. Si ricord di quella volta, anni
prima, Herschel andava ancora a scuola, in cui stava
lavorando l con suo figlio e gli aveva recitato quelle parole;
Herschel, grattandosi il capo, gli aveva chiesto cosa
diavolo fosse quella "rizur-razione". Gli aveva risposto
che un Messia era venuto per salvare i cristiani, ma solo
loro; il che significava che i cristiani si aspettavano la resurrezione
dei loro corpi quando Ges fosse tornato sulla
terra.
Herschel ridacchi, perplesso.
Che cazzo so' sti coppi, pa'? Tipo cadavveri in una
tomba?
Gi, era proprio cos. Cadaveri nelle tombe.
Herschel scoppi nella sua risata sguaiata. Come se fosse
una battuta. Jacob Schwart dovette sorridere: suo figlio
maggiore, ignorante com'era, aveva un'acuta predisposizione
a cogliere la tragica farsa dell'illusione umana, come
il grande pessimista tedesco Arthur Schopenhauer. Proprio
cos!
Gez, pa', sarebbero proprio brutti, eh? E come cazzo
fanno a usci'?
Herschel appian una gibbosit del terreno con la pala,
come per svegliare, con gesto beffardo, colui che giaceva
sotto l'erba.
Dannazione: Herschel gli mancava. Ormai suo figlio (che
a dire il vero tollerava a malapena) era scomparso da mesi,
sentiva quella mancanza nelle viscere. Ogni tanto bofonchiava
con Anna: Tutto quello che avevamo  scomparso
con lui.
La moglie non rispondeva. Ma sapeva cosa intendesse
Jacob.
Tutto quello che avevamo, quando eravamo giovani. Nella
nostra patria. Quando nacque Herschel. Prima dei nazisti. 
scomparso.
Jacob aveva una teoria: avevano dato la caccia a Herschel
come a un cane, e gli agenti della contea lo avevano
freddato in un fossato. Modi da Gestapo. Avrebbero addotto
l'autodifesa. "Ha opposto resistenza all'arresto." Su
quelle montagne poteva succedere. Da l si udivano spesso
provenire degli spari... "cacciatori".
Herschel non era armato, a quanto ne sapeva il padre.
Tutt'al pi poteva avere con s un coltello. Nient'altro. Gli
avevano sparato e l'avevano lasciato morire in un fossato.
Gli abitanti di Milburn non l'avrebbero mai perdonato per
aver picchiato e sfregiato figli di nazisti.
Esiger giustizia. Sar armato.
Era una primavera gelida! Una dannata primavera. Troppi
funerali, il becchino era sempre al lavoro. Quel maledetto
1949. E gli mancava anche il figlio minore. Quello gracile
e piagnucoloso, con gli sfoghi sulla pelle... "August."
Gli avevano dato quel nome in ricordo di un amato zio
di Anna, morto quando loro si erano sposati.
Per un certo periodo era furente con August per quel
comportamento cos insolente e stupido, era scappato e
lui non poteva farlo ragionare, ma poi quell'assenza gli
parve logica, gli avevano portato via anche l'altro figlio,
per indebolirlo. Infatti il ragazzo era stato picchiato, perdeva
sangue da una brutta ferita sulla fronte...
Un ragazzo un po' tardo ma buon lavoratore. Un bravo
figliolo. E almeno August sapeva leggere. Sapeva fare i
conti.
Sar armato... Non mi far "sottomettere".
Era accaduta una cosa strana e terribile: la paralisi che
aveva sopraffatto coloro che erano stati dichiarati nemici
del Reich tedesco. Come creature ipnotizzate davanti al loro
predatore. La stella di Hitler non si era offuscata. Hitler
era stato esplicito, chiaro. Jacob Schwart si era sforzato di
leggere Mein Kampf. Le certezze di un folle! La passione! La
mia battaglia, la mia campagna. La mia lotta. La mia guerra.
Al confronto con le farneticazioni di Hitler, con la sua
logica diabolica, come apparivano fragili, vulnerabili le
grandi opere della filosofia! Mere parole. Il sogno dell'umanit
alla ricerca di un dio: soltanto parole.
Ma i suoi nemici l nella Chautauqua Valley non l'avrebbero
ipnotizzato. Non si sarebbe fatto sorprendere,
sarebbe stato armato. La storia non si sarebbe ripetuta.
Incolpava i suoi nemici anche per quello: che lui, Jacob
Schwart, una persona colta e raffinata, un tempo cittadino
della Germania, fosse costretto ad agire in modo cos
barbaro.
Lui, ex insegnante di matematica di una scuola prestigiosa.
Ex dipendente rispettato di una rinomata tipografia
specializzata in pubblicazioni scientifiche.
Finito a fare il becchino. Custode del cimitero di quegli
altri, i suoi nemici.
Costretto a tenere in ordine il loro cimitero cristiano. A
curarne le tombe. Croci! Crocifissi! Ridicoli cherubini di
pietra!
Badava alle tombe, oh, s. Quando non c'era nessuno in
giro le "annaffiava" con la sua urina acida.
Lui e Herschel, anni prima. Sghignazzavano come asini
raglianti.
Gus non l'aveva mai fatto. Erano scherzi che non capiva.
Lo imbarazzava, persino mortificava, orinare con il
padre, aprire la cerniera e tirare fuori il pene. Come una
femminuccia, pensava Jacob.
Quello era il suo disonore: aver perduto i figli.
Con il tempo cominci a addossare la colpa ai notabili
del consiglio comunale. Non poteva fare altrimenti, se non
voleva prendersela con se stesso.
Vedrete. Quanto prima dovrete aprire i vostri occhi
ciechi.
Aveva imparato i loro nomi. Madrick, Drury, Simcoe,
Harwell, McCarren, Boyd... Non li conosceva tutti di vista,
ma ne conosceva i nomi e poteva scoprire dove abitavano,
se necessario.
Vi sono infinitamente grato, signori. Grazie, signori!
Campagnoli idioti. Che arricciavano il naso al suo odore.
Guardavano la sua barba incolta, uno gnomo con la
schiena spezzata, che tormentava il berretto tra le mani...
Lo compativano, lo disprezzavano, gli spiegavano con
sfrontata ipocrisia che il bilancio non permetteva un aumento,
c'erano stati dei tagli, forse il prossimo anno, Jacob,
magari ne riparliamo l'anno venturo, Jacob. Grazie
per essere venuto, Jacob!
Avrebbe acquistato un'arma di grosso calibro. Un fucile
da caccia, o una doppietta. Aveva dei soldi da parte. I suoi
risparmi nella First Bank di Chautauqua ammontavano a
quasi duecento dollari.
Si chiama "genocidio". Sei giovane, ignorante, a scuola ti
insegnano quello che vogliono loro, ma un giorno dovrai
sapere. Nel regno animale i deboli soccombono presto. Bisogna
nascondere la propria debolezza, Rebecca!
Parlava con veemenza inquietante. Come se avesse osato
dubitare delle sue parole. Ma lei annuiva, s, pa'.
Non aveva idea di cosa stesse dicendo. Era a disagio
perch temeva che nell'agitazione potesse sputacchiarle
addosso. Masticava una grossa manciata di tabacco, un rivolo
di saliva acida gli colava lungo il mento. Pi s'infervorava,
pi sputava saliva. E se avesse avuto uno di quegli
accessi di tosse...
Mi senti, Rebecca? Mi stai ascoltando?
Il suo grande dispiacere era di aver perduto i figli maschi.
Era stato castrato, evirato. Un'onta.
Era rimasta solo la ragazza. Doveva amare quell'infelice,
non aveva nessun altro.
E cos le parlava, era ridotto a conversare con lei, di solito
la sera, non ricordava cosa le aveva detto o quando
avesse cominciato a istruirla, sul fatto che in Europa i loro
nemici non solo volevano uccidere lui e la sua gente "come
in un'azione di guerra", ma avevano pianificato di
sterminarli tutti. Perch li reputavano "sostanze contaminanti",
"tossine". Quindi non era solo una guerra, un atto
in s politico, ma un genocidio, cio un atto morale, anzi,
metafisico. Perch, se portato a termine, un genocidio 
un atto che il tempo non pu cancellare.
 un paradosso degno di Zenone: nella storia ci sono
azioni che la storia - cio il tempo - non pu cancellare.
Una frase profonda. Ma la figlia si limit a fissarlo.
Dannazione, era irritante! Una ragazzina goffa con la
pelle olivastra, proprio come la sua. Un'aria da zingara.
Splendidi occhi luminosi. Non erano quelli di una giovane.
Era colpa di Anna, inconsciamente la biasimava per la figlia.
Non che lui non l'amasse, ci mancherebbe. Ma, per
qualche misteriosa ragione, a volte s'incolpa la madre semplicemente
perch d la vita.
Un altro figlio? Non posso sopportarlo. No.
Nella cuccetta inzuppata di sangue, nella cabina cieca
inverosimilmente lurida, sarebbe stato un gioco da ragazzi
soffocarla. Sarebbe stato un bene. La mano di un adulto
premuta contro il visino raggrinzito, rosso come un pomodoro
spellato. Prima che respirasse e cominciasse a
gridare. Prima che i ragazzi la vedessero, e capissero che
era nata una sorellina. Anche nei primi giorni di vita,
quando Anna la allattava confusa, sudicia, avrebbero potuto
soffocarla. Lasciarla cadere a terra. Sollevarla sbadatamente
dalla culla, senza sostenere la testolina cos pesante
rispetto al corpo con la mano protettiva di un adulto
(la sua!) sul fragile collo. La neonata avrebbe potuto ammalarsi,
il muco avrebbe potuto intasarle i polmoni minuti.
Polmonite. Difterite. La natura ha previsto un mirabile
assortimento di morti. Eppure, la piccola Rebecca era sopravvissuta.
Generare un bambino per scaraventarlo in quel buco
d'inferno che  il Ventesimo secolo!
E adesso aveva dodici anni. Era l davanti a lui, e Jacob
sent il cuore stringersi per un'emozione indefinibile.
Non era amore, piuttosto piet. Perch Rebecca era sua
figlia, era evidente. Gli assomigliava pi degli altri. Aveva
gli stessi zigomi affilati, e l'attaccatura a V dei capelli sulla
fronte che anche lui aveva prima di cominciare a perderli.
Gli stessi occhi inquieti e bramosi. Era intelligente, come
lui; e diffidente. Era molto diversa dalla madre, che da giovane
aveva il viso dolce e aggraziato, la pelle chiara, sottili
capelli castano chiaro e un modo di ridere delizioso, che
induceva a unirsi alla sua ilarit anche per le cose pi banali.
In un tempo ormai lontano, quando Anna rideva ancora...
Rebecca, invece, non rideva mai. Forse da piccola
aveva percepito quanto fosse stata vicina alla morte. Aveva
un'indole incline alla mestizia, ed era testarda. Come
suo padre. L'animo malinconico. Le sopracciglia dritte e
folte come quelle di un uomo. Non si poteva certo definirla
"carina".
Jacob non nutriva fiducia nelle donne. Schopenhauer lo
sapeva bene: la donna  solo carne, fecondit. Tenta l'uomo
(essere debole, sensuale) all'accoppiamento e, contro
la sua inclinazione e i suoi desideri, lo costringe alla monogamia.
Almeno, in teoria. Il risultato  immutabile: la
perpetuazione della specie. Tutto si ripete di generazione
in generazione: il desiderio, l'accoppiamento, sempre per
quell'obiettivo! Una volont cieca, ottusa, insaziabile. Una
vita prima, nel 1927, era venuto al mondo il frutto del loro
amore innocente e gioioso, il primogenito Herschel. E poi
August, e in ultimo la piccola Rebecca. Ognuno di loro era
un essere unico, ma l'individuo conta poco, quello che
conta  la specie.  tutto al servizio di quella cieca volont:
la recondita morbidezza della donna, l'afrore dei
suoi umori, le rosee cavit che un uomo pu penetrare infinite
volte senza mai percepire o comprendere. Dal corpo
femminile  scaturito il labirinto, il dedalo. Il favo in cui 
possibile entrare ma non uscire.
Diamine! Che quella figlia gli somigliasse cos tanto eppure
fosse un cucciolo di femmina non faceva che aumentare
la repulsione che avvertiva nei suoi confronti, perch
era come se Jacob Schwart non conoscesse pienamente se
stesso; e quindi non poteva fidarsi nemmeno di s.
Le ripet, in tono di rimprovero: S, adesso lo ignori.
Non sai niente di questo buco d'inferno che chiamiamo
mondo.
La stratton per un braccio, voleva mostrarle qualcosa,
fuori.
Le disse che nel Ventesimo secolo, con gli orrori perpetrati
dalla Germania e dalle cosiddette potenze dell'Asse,
tutti gli sforzi della civilizzazione dai greci in poi erano
stati spazzati via, con gioia diabolica; abbandonati e cancellati,
negli interessi della bestia. I tedeschi non ne facevano
un segreto: "l'adorazione della bestia". Nessuno di
loro ancora in vita era stato preso dal rimorso per la guerra,
c'era solo il rammarico di averla perduta, e di essere
stati umiliati, mortificati; e ostacolati nel loro desiderio di
sterminare i nemici. In questo paese parecchi la pensavano
come loro, Rebecca. Molti anche qui a Milburn. E un
sacco di nazisti sono stati protetti, e lo saranno ancora.
Queste cose non le trovi nei libri di scuola. Li ho visti quei
ridicoli libri di "storia". Ufficialmente la guerra  finita nel
1945. Ma guarda come questo paese ricompensa i guerrieri
tedeschi. Milioni di dollari elargiti alla Germania, la tana
della bestia! In realt, ci sono i postumi. La guerra non
finir mai fin quando non morir l'ultimo di noi.
Era eccitato, sputacchiava saliva dalla bocca. Per fortuna
all'aria aperta Rebecca riusciva a evitare gli schizzi.
Guarda qui!
L'aveva portata sul viottolo di ghiaia alle spalle della
casa, che conduceva all'interno del cimitero. Era compito
del becchino mantenerlo pulito, aggiungervi il pietrisco;
ma quella notte i suoi nemici erano venuti con un rastrello
o una zappa, per provocarlo.
Rebecca fissava il sentiero. Cosa doveva vedere?
Sei cieca, ragazza? Non lo vedi? Hai capito come i nostri
nemici ci perseguitano?
Sul pietrisco erano state tracciate delle inconfondibili
svastiche, non evidenti come quelle segnate con il catrame
nella notte di Halloween, ma pi ambigue.
Lo vedi?
Ah, che ragazza ostinata! Guardava fisso senza dire
niente.
Con gesto iroso Jacob cancell con lo stivale il simbolo
pi evidente.
Qualche mese addietro, al tempo della prima profanazione,
era stato un lavoro durissimo asportare i segni di
catrame. L'aveva raschiato via dalla porta di casa con frenetico
disgusto, eppure non era riuscito a eliminare del
tutto il segno. Malgrado avesse ridipinto quella dannata
porta di una tetra tonalit verde scuro, da vicino si intravedeva
l'alone di una grossa "s". Lui e Gus avevano dato
una mano di vernice ai capanni, e cercato di ripulire le
lapidi deturpate. Ma a guardare bene, le impronte delle
svastiche erano sempre visibili.
Eh! Sei una di loro!
Era un'osservazione assurda, lo sapeva gi mentre la
pronunciava. Ma lui era il padre, poteva dirle qualsiasi
cosa gli frullasse per la mente, lei doveva onorarlo.
Quella stupida, testarda ragazza incapace di vedere
quello che aveva davanti agli occhi, l ai suoi piedi! Perse
la pazienza, l'afferr per le spalle e prese a scuoterla, finch
lei mugol per la paura. Una di loro! Una di loro!
Adesso va' a piagnucolare da tua madre! La scost da s,
sul ripido pendio ciottoloso, e la piant l tutta ansimante,
a grattarsi il naso e fissarlo con occhi spalancati, dilatati
per lo spavento. Si allontan furibondo, imprecando, per
prendere un rastrello e cancellare ancora una volta le svastiche
insultanti.
I dybbuk! Non ci aveva pensato.
Era un uomo che si lasciava guidare dalla ragione, e
non aveva pensato a una cosa simile.
Un dybbuk, astuto e agile come un serpente, poteva impossessarsi
di una donna debole di mente. Allo zoo di Monaco
aveva visto uno straordinario esemplare di cobra,
lungo quasi tre metri, incredibilmente snodato, che si
muoveva in quello che sembrava un flusso continuo, come
l'acqua; il serpente "scorreva" sulle numerose nervature,
avvolto dalle squame, scintillante, la pelle bellissima a vedersi.
Jacob rote gli occhi, sentendosi mancare al pensiero
di come il serpente-dybbuk si insinuasse nella donna.
Scivolando su lungo le gambe, e infilandosi dentro.
Non poteva fidarsi delle sue donne: la moglie e la figlia.
Un uomo raziocinante come lui si rifiutava di credere all'esistenza
dei dybbuk, eppure quella poteva essere la spiegazione.
I dybbuk erano nati dal fango primordiale in Europa.
E l a Milburn. Si aggiravano per il cimitero e nelle
campagne dei dintorni. Si levavano come bruma dall'umida
erba alta che tremolava al vento. Serpentaria, tifa. I dybbuk
arrivavano sulle ali del vento, sbattevano contro le finestre
scardinate della vecchia casa di pietra, grattavano
con gli artigli contro il vetro, nel disperato tentativo di entrare.
I dybbuk che cercano di penetrare nei corpi di persone
dalle anime deboli, primitive.
Anna. Sua moglie da ventitr anni. Poteva fidarsi di lei,
della sua femminilit?
Come il corpo, la mente di Anna si era indebolita con il
tempo. Non si era mai pienamente ristabilita dalla terza
gravidanza, l'angoscia che le aveva procurato. O meglio,
non si era mai del tutto riavuta dalla rocambolesca fuga
dalla Germania.
Lo riteneva responsabile, lo sentiva. Era suo marito, un
uomo, ma non proteggeva lei e i suoi figli.
Tuttavia, la notte viveva un'altra Anna. Nel sonno, nei
sogni lussuriosi. Ah, lui lo sapeva! La sentiva gemere, il
respiro affannato. Percepiva il fremito del suo corpo. Il letto
era impregnato del suo sudore, delle sue secrezioni
femminili. Di giorno lo evitava, distoglieva lo sguardo.
Come lui evitava di guardare le sue nudit. Forse non l'aveva
mai amato. Un tempo aveva l'anima di una ragazza,
frivola e in balia delle emozioni. Nel circolo dei giovani
amici, a Monaco, Anna era una ragazza allegra che flirtava
con parecchi coetanei; era evidente come fossero attratti
da lei, e lei si beava di quelle attenzioni. Adesso gli era
chiaro, Jacob Schwart era stato solo uno dei tanti. Forse
aveva amato qualcun altro, senza esserne ricambiata. E poi
era comparso lui, accecato dall'amore. L'aveva implorata
di sposarlo. La prima notte di nozze lui non si era chiesto:
La mia sposa  vergine? Il suo  un amore virginale? Per Jacob
l'atto d'amore era stato irresistibile, dirompente, annichilente.
Aveva cos poca esperienza. Non possedeva giudizio,
non l'avrebbe avuto per anni.
Fu durante la traversata oceanica che si manifest per
la prima volta il dybbuk in Anna. Era in preda al delirio,
mormorava, farneticava e gli sferrava dei pugni. Negli occhi
non c'era traccia d'amore, non sembrava nemmeno riconoscerlo.
Gli occhi di un demonio, che ardevano spiritati!
Dalla sua bocca erano fluite le empiet e oscenit pi volgari,
non le parole di una giovane moglie e madre innocente,
ma quelle di un diavolo, un dybbuk.
Quel giorno aveva trovato Anna nel capanno. Si era nascosta
l, con la piccolina avvolta in uno scialle sudicio.
Vuoi che la strangoli? L'aveva detto sul serio o lo stava provocando?
Non l'aveva capito.
Adesso non poteva fidarsi di lei nemmeno quando cucinava.
Era solita bollire l'acqua del pozzo, molto probabilmente
contaminata, eppure sapeva che lei era sbadata e indifferente.
E cos si stavano avvelenando, poco a poco.
Non poteva nemmeno fidarsi di lei riguardo agli altri uomini.
I maschi avvertivano subito la sua femminilit, evidente
come la nudit. Perch in quel corpo molle dalla carnagione
giallognola e nel flaccido viso giovanile c'era un
che di lascivo ed erotico; quello sguardo svampito, languido,
per quanto ripugnante, suscitava il desiderio maschile.
Per esempio gli agenti. Dalla scomparsa di Herschel si
presentavano sistematicamente a casa, per interrogarli. Jacob
non era sempre presente quando venivano, era Anna
ad aprire la porta e a riceverli. Jacob cominciava a sospettare
che l'inchiesta fosse solo un pretesto.
Spesso c'erano degli uomini che gironzolavano nel cimitero,
tra le tombe. Parevano parenti in visita ai loro defunti,
o forse simulavano.
Anna Schwart era diventata infida, ribelle. Sapeva che
gli aveva disobbedito, osando ascoltare la sua radio, e pi
di una volta. Non l'aveva mai colta sul fatto, era troppo
furba, eppure lo sapeva. Adesso le valvole si erano fulminate,
e lui non le avrebbe sostituite, cos nessuno avrebbe
ascoltato quella dannata radio. Almeno gli rimaneva quella
soddisfazione.
(Jacob aveva allentato le valvole, per impedirle di accendere
l'apparecchio. Poi se n'era dimenticato. Quando l'aveva
riacceso, non funzionava pi.)
E poi c'era Rebecca, sua figlia.
Il suo corpo dinoccolato si stava arrotondando, stava assumendo
le forme di una donna. Dalla porta dischiusa la
osservava mentre si lavava il petto, con accigliata concentrazione.
La vista dei seni minuti, sorprendentemente bianchi,
dei capezzoli piccoli come chicchi d'uva, l'aveva sconvolto.
Le ascelle su cui germogliava una fitta peluria scura,
le gambe... Aveva capito di non potersi pi fidare di lei
quando non aveva voluto riconoscere i segni delle svastiche
tracciati sul sentiero. E anni prima, quando aveva scoperto
la sua fotografia sul giornale di Milburn. Vincitrice
della gara di ortografia! Rebecca Esther Schwart! Era la prima
volta che sentiva una cosa del genere. E lei l'aveva tenuto
nascosto a lui e alla madre.
Sapeva che la ragazza sarebbe cresciuta in fretta. Da
quando aveva cominciato a frequentare la scuola era diventata
una di quegli altri. L'aveva vista insieme a quella frivola
ragazza, la Greb. Sarebbe cresciuta e l'avrebbe abbandonato.
Un padre deve cedere la propria figlia a un altro
uomo, a meno che non la pretenda per s, il che  proibito.
E quindi devo indurire il mio cuore verso di loro.
Dal proprietario del negozio di generi alimentari di Milburn
aveva acquistato per settantacinque dollari un fucile
da caccia Remington a doppia canna calibro dodici, un affare.
E per cinque dollari una scatola da cinquanta proiettili
quasi piena.
Lo prende per andare a caccia, signor Schwart?
Per proteggere la mia propriet.
La stagione dei fagiani comincia in autunno. La seconda settimana
di ottobre.
Proteggere la mia casa. La mia famiglia.
 un calibro dodici, ha un forte rinculo.
Mia moglie, mia figlia. Siamo soli laggi. Lo sceriffo non ci
protegge. Viviamo soli in mezzo alla campagna. Siamo cittadini
americani.
Una buona arma per difesa personale se si sa usarla. Ricordi
il rinculo, signor Schwart.
Il rinculo?
Sulla spalla. Se non lo imbraccia stretto quando tira il grilletto.
Se non  pratico. Scalcia come un mulo.
Jacob Schwart rise di cuore, scoprendo i denti macchiati
di nicotina. Scalcia come un mulo, eh? Bene! Io sono un mulo.
Stupidi! Non c'era nessuno.
A volte, nel lento disgelo della primavera del 1949, improvvisamente
se ne rendeva conto. Il suo disprezzo pi
profondo non era indirizzato ai campagnoli ignoranti che
vivevano l intorno, ma ai vecchi ebrei della sua giovent,
con zucchetto e scialle di preghiera, che mormoravano
orazioni al loro ridicolo dio.
Un vulcano estinto, il dio Jahv.
La sera gli si rivelavano quelle verit. Sedeva in cucina
o nell'ingresso, a bere. Ormai beveva solo sidro forte che
acquistava alla distilleria gi sulla strada, era economico e
molto alcolico. Con il fucile accanto. In caso di ladri o di
vandali. Non aveva paura dei morti. Un dybbuk non  un
morto.  un essere assetato di vita,  insaziabile. In quel posto
dove la marea della storia lo aveva spiaggiato, abbandonato
come un rifiuto. Eppure il disprezzo pi profondo
lo riservava a quegli anziani barbuti simili a gnomi vestiti
di nero che ricordava ai tempi della sua fanciullezza a
Monaco. Gli suscitava un riso crudele cogliere il terrore nei
loro occhi quando infine avevano compreso.
Nessuno, vedete? Dio non esiste, non c'.
E Jacob Schwart non era un figlio di quella trib.


24.

Senza pensarci su, Katy Greb disse: Puoi rimanere con
me, Rebecca. Puoi dormire nel mio letto, c' spazio.
Era tipico di Katy, parlare con l'impulsivit di chi non
esita a esprimere i propri desideri.
Rebecca balbett una risposta, non sapeva se era il caso.
Ma certo! La mamma sar contenta, le piaci un sacco.
Le piaci un sacco.
Rimase cos colpita che non riusc a replicare. Non guardando
dove metteva i piedi, inciamp su una pietra, stavano
percorrendo Quarry Road.
Katy Greb era l'unica amica cui Rebecca aveva confidato
certe cose.
Katy era l'unica a sapere quanto Rebecca temesse il
padre.
Non per quello che mi ha fatto. Ma che ha fatto a ma'.
Una sera in cui era ubriaco.
Katy grugn, come se quella rivelazione, per Rebecca
cos audace, per lei non fosse una sorpresa.
Mio pa'  lo stesso. Solo che adesso non c', e ma' sente
la sua mancanza.
Scoppiarono a ridere. Non si poteva fare a meno di ridere
degli adulti, erano cos ridicoli.
Ovviamente non c'era posto per Rebecca nella sgangherata
casupola di legno dei Greb. Non c'era posto per quella
ragazzina quasi tredicenne, pi alta delle sue coetanee,
goffa e taciturna.
In seconda media Katy Greb e Rebecca avevano stretto
una profonda (e segreta) amicizia. Katy era una ragazza
con le ossa grosse, capelli color paglia, il fiato che odorava
di acqua di scolo salmastra, e un faccione largo come un
girasole. Aveva una risata squillante e contagiosa, e piccoli
seni ballonzolanti, simili a pugni serrati sotto i maglioncini
di seconda mano.
Katy aveva un anno pi di Rebecca, ma frequentavano
la stessa classe, nell'aula magna della scuola media di Milburn.
Era l'amica (segreta) di Rebecca perch sua madre e
il padre di Rebecca non desideravano che le loro figlie
stringessero amicizie. Non ci si poteva fidare di quegli altri.
Rebecca l'avrebbe voluta per sorella. O essere lei la sorella
di Katy. Vivere con i Greb, ed essere solo vicini degli
Schwart che abitavano a un chilometro da loro.
Katy ripeteva sempre che secondo sua madre Rebecca
aveva una "buona influenza" su di lei, perch prendeva
sul serio gli studi e non "saltava la cavallina" come le altre
ragazze.
Rebecca rise come se le avessero fatto il solletico. Non
era vero, ma le piaceva sapere che la signora Greb parlasse
di lei in termini cos lusinghieri. Era un po' come se dicesse
cose stravaganti senza ragione. Usava spesso l'espressione
"saltare la cavallina", avevi l'impressione di
vedere dei cavalli che scorrazzavano allegramente in un
campo.
I Greb erano la famiglia che abitava pi vicino agli
Schwart su Quarry Road. Leora Greb aveva cinque figli,
di cui gli ultimi due sembravano ritardati. Un bambino di
sette anni che portava ancora i pannolini, non in grado di
fare i bisogni da solo, e una bimba di sei che frignava e balbettava
in preda alla frustrazione perch non riusciva a
parlare come gli altri. L'abitazione dei Greb, in parte ricoperta
da un rivestimento di asfalto, sorgeva nei pressi della
discarica comunale. Quando il vento spirava da quella
direzione, recava un puzzo nauseabondo d'immondizia e
di copertoni bruciati.
Rebecca non aveva mai visto il padre di Katy, Bud Greb;
si vociferava che fosse a Plattsburgh, al confine canadese.
Incarcerato nel braccio maschile di massima sicurezza
della prigione locale.
In-car-ce-ra-to. Quando si parlava di Bud Greb, quelle
sillabe acquisivano una dignit inaspettata.
Che sorpresa per Rebecca scoprire che Leora Greb non
era pi giovane di sua madre! Calcol che dovevano avere
poco pi di quarant'anni. Eppure erano cos diverse:
Leora aveva bei capelli biondi, usava il trucco, che le conferiva
un'aria giovanile e affascinante, e aveva occhi vigili
dall'espressione gaia. Malgrado il marito fosse rinchiuso a
Plattsburgh (doveva scontare una condanna di una decina
d'anni per rapina a mano armata), Leora era quasi sempre
di buonumore.
Leora aveva un lavoro part-time come cameriera presso
l'hotel General Washington di Milburn, che si definiva
l'albergo "di lusso" di quella zona della Chautauqua Valley.
Era un grosso edificio di forma cubica, con una facciata
in granito, finestre con le imposte bianche e all'ingresso
un'insegna dipinta raffigurante la testa di Washington,
con i capelli lanosi come quelli di una pecora e la mascella
squadrata, ritratto come doveva presumibilmente apparire
nel 1776. Leora portava sempre dall'albergo bustine di
cellophane piene di noccioline, salatini, patatine, lasciate
dai clienti.
Leora amava citare dei proverbi. Il suo preferito era una
variante di quello che ripeteva anche Jacob Schwart: Chi
non consuma non spende.
Un altro, proferito con un sorriso compiaciuto, era: Hai
voluto la bicicletta, ora pedala.
Leora aveva una Dodge del 1945 lasciatale dal marito
che stava scontando la condanna, e alle volte, quand'era
di buonumore, si lasciava convincere ad accompagnare
Katy e Rebecca in citt, o lungo il fiume Chautauqua a
Drottstown e ritorno.
C'era un aspetto sconcertante, che Rebecca non riusciva
a capire: Leora sembrava amare la sua famiglia, ammassati
com'erano in quella casa; dava l'idea che la sua vita le
piacesse!
Katy confessava che a volte sentivano la mancanza di
pa', anche se senza di lui si stava molto meglio. Non si litigava,
per casa non bazzicavano quei suoi amici, e i poliziotti
non venivano nel cuore della notte a illuminare le finestre
con le luci facendo prendere a tutti uno spavento
del diavolo.
Sai, gridano con un megafono. Li hai mai sentiti?
Rebecca scosse il capo. Non ci teneva proprio.
Katy confid a Rebecca, con aria cospiratoria, che Leora
aveva degli amanti, con cui si incontrava in albergo. Noi
non dovremmo saperlo, ma cavolo se lo sappiamo.
Questi uomini le facevano dei regalini, o li lasciavano
nelle loro stanze d'albergo, e Leora li passava alle figlie.
Alcuni le davano del denaro, cosa che lei stessa definiva,
con un tono lirico e provocante da annunciatrice radiofonica,
sem-pre ben-ac-cetto.
Certo, a volte Leora alzava un po' troppo il gomito, e in
quei casi diventava una strega, maltrattava e tormentava i
figli.
Una volta se ne usc all'improvviso con una domanda
a Rebecca: L a casa tua c' qualcosa che non va, vero, tesoro?.
Erano in cinque a casa dei Greb, riuniti a giocare a carte
intorno al tavolo della cucina, coperto da un'incerata appiccicosa.
Dapprima, Katy e Rebecca stavano facendo un
solitario insieme, come a scuola. Poi Leora era rientrata a
casa, e aveva chiamato i figli pi piccoli per giocare a gin
rummy. Rebecca non lo conosceva, ma impar subito.
Si beava delle lodi occasionali di Leora, sosteneva che
lei avesse una naturale attitudine ai giochi di carte.
Rebecca dovette rivedere la sua idea di famiglia. Di madre.
I primi tempi era sorpresa dall'abitudine dei Greb di
riunirsi attorno al tavolo, spintonandosi allegramente e ridendo
anche delle battute pi stupide. Quand'era in vena,
Leora non era molto diversa da Katy e Rebecca. Solo
che fumava, una sigaretta dopo l'altra; e beveva birra Black
Horse direttamente dalla bottiglia. (Malgrado ci affettava
modi da signora, da donna sofisticata. Allungava le piccole
dita mentre afferrava la bottiglia e la portava alle labbra.)
Rebecca si vergognava al solo pensiero di come Anna
Schwart avrebbe giudicato una donna di quel genere.
E quel modo di ridere a sbuffi che aveva Leora quando
le carte non le giravano, come se la sfortuna fosse tutta
una burla.
Leora cominci a distribuire le carte. Poi toccava a Katy,
a Conroy, il fratellino di undici anni, quindi a Molly, una
bambina di dieci anni, in ultimo a Rebecca. Le prime volte
mescolava impacciata il mazzo, eccitata per essere stata
inclusa nel gioco.
Rimase sorpresa dalla domanda apparentemente casuale
di Leora. Farfugli qualcosa, con l'intento di negare.
Al che Leora, distribuendo rapidamente le carte, replic:
Be', va bene. Sono contenta che sia cos, Rebecca.
Rebecca era in preda all'imbarazzo. Era sul punto di
scoppiare a piangere. Ma tenne duro. In quel suo tono piagnucoloso,
Katy fece: Mamma, ho detto a Rebecca che poteva
rimanere da noi una sera di queste. Sai, se qualche sera
non vuole tornare a casa.
Rebecca avvert un ronzio nella testa. Forse aveva confidato
a Katy delle cose che non voleva rivelare. Per esempio,
che alle volte il padre le metteva paura. O come sentisse
la mancanza dei fratelli, e si rammaricasse che non
l'avessero portata via con loro.
Si era lasciata andare a una frase avventata e bizzarra.
Come nel dialogo di un fumetto, aveva detto: Li avrei seguiti
anche all'inferno.
Espirando il fumo dal naso, Leora comment: Quell'Herschel!
Era proprio un personaggio, mi  sempre piaciuto.
 un personaggio, voglio dire. E vivo, vero?.
Rebecca rimase di sasso a quella domanda. Per qualche
attimo non riusc a spiccicare parola.
Voglio dire, avete notizie di lui? Sapete qualcosa?
Rebecca biascic una risposta negativa. Lei non sapeva
niente.
Naturalmente se tuo padre sapesse qualcosa non te lo
direbbe. Non vorr certo che si sparga la voce. Tenuto conto
che Herschel  un latitante.
Era una parola inquietante eppure la elettrizzava. Era la
prima volta che la sentiva: latitante.
Leora continu a sproloquiare su Herschel. Riguardo alla
madre, Katy diceva che se la facevi parlare ti raccontava
un mucchio di cose, anche quelle che non avrebbe voluto
rivelare. Rebecca rimase sorpresa nell'apprendere che quella
donna conosceva cos bene Herschel. Persino Bud Greb
lo aveva conosciuto, prima di finire in prigione. E il fratello aveva
giocato a gin rummy e a poker, proprio seduto a
quel tavolo!
Rimase commossa nello scoprire che Herschel era noto
alla gente, a insaputa della famiglia. Era strano, si poteva
vivere insieme a qualcuno ma sapere di lui meno degli
estranei. Avvert ancor pi la sua mancanza, anche se lui
era solito tormentarla. Leora stava dicendo, con impeto
infantile: Herschel ha fatto bene, tesoro, quei bastardi se
la sono meritata. A volte bisogna farsi giustizia da s.
Katy era d'accordo. E anche Conroy.
Rebecca si asciug una lacrima. Le veniva da piangere a
sentire quelle cose su suo fratello.
Era come inclinare leggermente uno specchio. Si vedono
le cose in modo diverso, da una visuale sconosciuta.
Che sorpresa!
A scuola nessuno aveva una buona parola per Herschel.
Era solo un latitante, ricercato dalla polizia, e una volta
preso l'avrebbero certo spedito ad Attica, dove i detenuti
negri di Buffalo l'avrebbero conciato per le feste.
Avrebbe avuto il fatto suo.
Il gioco continuava, le carte appiccicose venivano distribuite.
Leora offr a Rebecca un sorso di birra; lei dapprima
declin, poi prese la bottiglia e rischi di soffocare
mentre mandava gi un sorso di quel liquido forte. Gli altri
risero allegramente. Poi Rebecca si sorprese a dire: Mio
padre  un dannato vecchio ubriacone, lo odio.
Si aspettava che Katy se ne uscisse con quella sua risatina,
succedeva sempre quando un'amica si lamentava aspramente
e in tono comico della sua famiglia, come aveva appena
fatto lei. Ma l nella cucina dei Greb la frase suon
falsa; Leora la fiss con durezza, rimanendo con una carta a
mezz'aria, e Rebecca si rese conto di aver esagerato.
Leora si pass la Chesterfield da una mano all'altra,
scuotendo la cenere. Probabilmente era stata la birra a farla
parlare cos, mentre rischiava di soffocare per le risa.
Tuo padre replic Leora, pensierosa,  un uomo difficile
da capire. Cos dicono. Almeno io non lo capisco, Joseph
Schwart.
Joseph! Leora non conosceva nemmeno il nome di suo
padre!
Rebecca si fece piccina per la vergogna. L'aspro monosillabo
Schwart le risuonava dolorosamente all'orecchio.
Scoprire che degli estranei potessero pronunciarlo, che
parlassero del padre in termini impersonali eppure familiari,
era un'esperienza scioccante.
Tuttavia replic, sulla difensiva: Non c' bisogno che
lei lo capisca. Io lo capisco. E anche ma'.
Distogliendo lo sguardo e in tono evasivo, Leora le chiese:
Come sta tua madre, Rebecca? Se ne sta sempre da sola,
eh?.
Rebecca rise, un suono stridulo e mesto.
Katy ne approfitt per dire a Leora, con voce trionfante
e piagnucolosa come se stessero litigando, e quello fosse
l'argomento del contendere: Capito, mamma? Ho detto a
Rebecca che pu fermarsi da noi. Se ne ha bisogno.
Leora tir una lenta boccata dal mozzicone di sigaretta.
Be'...
Rebecca sorrideva. Aveva sorriso tutto il tempo. Il liquido
caldo e aspro che aveva ingoiato era diventato una bolla
gassosa nello stomaco, lo sentiva e temeva che le tornasse
su. Le guance erano avvampate come se l'avessero
schiaffeggiata.
Nel frattempo Conroy e Molly erano alle prese con le
carte, ignari di quel dialogo. Non avevano la minima consapevolezza
che Rebecca aveva tradito i suoi genitori, n
che Katy aveva detto alla madre, davanti alla sua amica,
che Rebecca poteva andare a stare da loro, e che Leora esitava
a dare il suo consenso. Erano ben lungi dall'aver compreso
tutto ci. Conroy era un bambino con le ossa grosse
e sempre con il moccio al naso, per cui aveva contratto la
pessima abitudine di asciugarselo in continuazione con il
dorso della mano. A Rebecca quel gesto dava un tale fastidio
da suscitarle un pensiero feroce: Se fosse mio fratello lo
strangolerei. Il desiderio di rivelarlo a Leora era cos intenso
che dovette stringere forte le carte.
Cuori, quadri, fiori... Cercava di concentrarsi sul gioco.
Poteva calare un re di cuori? Il dieci di quadri? La coppia
di regina e un jack? Se avesse avuto sette carte dello
stesso seme, le avrebbe disposte sul tavolo con gesto teatrale.
I Greb avrebbero strabuzzato gli occhi!
A lei bastava poter giocare per sempre a gin rummy con
la famiglia di Katy. Ridere, uscirsene con qualche battuta,
sorseggiare birra, e quando Leora l'avesse invitata a fermarsi
per cena avrebbe cortesemente declinato: Grazie, ma
non posso, i miei mi aspettano. Invece d'improvviso gett le
carte sul tavolo, alcune caddero a terra, e si alz di scatto,
allontanando rumorosamente la sedia. Dannazione, stava
per scoppiare a piangere! Al diavolo i Greb se si aspettavano
di vederla in lacrime.
Vi odio! Odio anche voi! Andate all'inferno!
Prima che qualcuno potesse dire una parola, Rebecca usc
sbattendo la porta a zanzariera. Corse via, inciampando per
strada. Dentro, i Greb la guardarono allontanarsi sbalorditi.
Poi giunse la voce di Katy, a malapena udibile: Rebecca?
Ehi, torna qui, cos' successo?.
Non sarebbe pi tornata. Mai pi.
Accadde in aprile. La settimana seguente Gus and via di
casa.
Mio padre  un dannato vecchio ubriacone, lo odio.
Non si capacitava di aver pronunciato quelle parole. Davanti
ai Greb!
Naturalmente l'avrebbero raccontato a tutti. Persino Katy,
la sua amica, l'avrebbe fatto.
Da quel giorno, a scuola Rebecca ignor Katy Greb. Non
le rivolgeva nemmeno uno sguardo. La mattina aspettava
che lei e le altre s'incamminassero, prima di seguirle; oppure
tagliava per un sentiero segreto attraverso i campi e le
pinete, il suo preferito, lungo il terrapieno della ferrovia,
che s'innalzava di un metro e mezzo. Era cos felice! Procedeva
al galoppo come una puledra, con passo atletico, le
gambe forti, rideva di gioia, continuava a correre fin quando,
suo malgrado, arrivava a scuola, eccitata, sudata, con la
voglia di litigare, proprio come Herschel quando vedeva
qualcuno che lo guardava storto o pronunciava la parola
Becchino! o qualche stronzata simile. Cristo, era troppo irrequieta
per starsene tranquilla dietro un banco! Herschel diceva
che gli sarebbe piaciuto spaccare quel dannato banco,
farlo saltare con la forza dei muscoli e delle ginocchia, e Rebecca
era in preda allo stesso, identico desiderio.
Ehi, Rebecca...
Va' al diavolo. Lasciami in pace.
L'odio che nutriva per Katy, Leora e tutti i Greb divenne
una sorta di strana, potente consolazione, come succhiare
qualcosa di amaro.
Indur il cuore verso quella tonta di Katy Greb. Una ragazza
cordiale, buona, non troppo intelligente, la sua migliore
amica sin dalla terza elementare, che a un certo
punto cominci a fissare Rebecca con sguardo offeso, sconcertato,
infine con risentimento e avversione. Vaffanculo,
Schwart. Vaffanculo.
Un gruppo di ragazze, Katy al centro. Parlavano di Rebecca
Schwart, la prendevano in giro.
Be', dopo tutto se l'era voluta, no? Voleva che la detestassero
e la lasciassero in pace.
Durante tutta quella primavera la loro ostilit le aleggi
intorno come il puzzo di gomma bruciata. La figlia del becchino,
che vada a farsi fottere.


25.

Ma'? Ma'...
Alla fine non ebbe bisogno di scappare da casa. Fu la
casa a espellerla. Non avrebbe dimenticato l'ironia della
sua sorte: infine la sua punizione era giunta.
11 maggio 1949. Un giorno feriale. All'uscita da scuola
aveva indugiato a lungo prima di rientrare, come non aveva
mai fatto. Temeva di tornare a casa, quasi sapesse quello che l'aspettava.
Chiam la madre, la voce percorsa da un terrore infantile.
Inciamp sulla soglia di casa, in preda al panico: la porta
era socchiusa... Quella di legno grezzo che il padre aveva
ridipinto dopo gli atti vandalici della notte di Halloween,
con furiose pennellate di pittura verde scura, nel vano
tentativo di cancellare quei simboli. Ma'... Sono io. Dietro
l'angolo della casa, come a farsi beffe del suo spavento,
s'intravedevano i panni stesi, asciugamani sfilacciati e
lenzuola scossi dal vento. Fu logico, per lei che credeva
nella forza del pensiero, rassicurarsi: Ma'  uscita per stendere
i panni...
... oggi  giorno di bucato...
Eppure era ancora senza fiato. Aveva corso. Sin da Quarry Road.
La scuola era finita da parecchie ore. Erano quasi
le sei, ma il sole era ancora alto nel cielo. Il cuore le martellava
nel petto come una campana impazzita. Come un
animale che fiuta la paura, la carne ferita, il sangue, sapeva
istintivamente che era successo qualcosa.
Al margine della sua visione indistinta, all'interno del
cimitero, in lontananza, c'erano delle macchine parcheggiate
sul sentiero di ghiaia. Probabilmente c'era stato un
funerale, e qualcosa era andato storto, forse avevano rimproverato
Jacob Schwart, magari per colpe non sue. Questo
pensava mentre varcava la soglia di casa. Sentiva delle
voci concitate. Con ostinazione infantile non volle ascoltare
l'avvertimento di una donna che gridava: Non entrare!
Fermatela!.
Pensava a sua madre, Anna. Intrappolata in casa.
Come poteva non entrare, sapendo che sua madre era l
dentro, in trappola?
Chiedetelo a Dio perch succedono queste cose. Non a me.
Quella primavera, stagione di vagabondaggi occasionali e
ribelli. Girovagava come un cane randagio. Riluttante a
tornare nella casa di pietra nel cimitero, che un giorno
avrebbe ricordato adagiata sul fianco di una grande collina,
simile a una cantina o a un sepolcro, anche se in realt
era solo un'abitazione consunta dalle intemperie, in pietra
e stucco, con poche finestrelle quadrate incrostate di sudiciume
all'esterno.
Detestava tornare in quella casa, pur sapendo che la
madre l'aspettava. Soprattutto dopo la fuga di Herschel, e
di Gus, che aveva preso un passaggio su un camioncino
diretto chiss dove a ovest. Entrambi i fratelli erano andati
via senza nemmeno una parola, d'affetto o di rimpianto,
senza una spiegazione, nemmeno un saluto alla sorella
che li amava. Adesso in preda all'ira pensava: Li odio, tutti
e due. Stronzi!
Cominciava ad assaporare quel linguaggio sconcio.
Dapprima mormorando, poi a voce alta. Nella gola avvertiva
una pulsazione forte e violenta per la gioia rabbiosa
che le procurava l'odio verso i fratelli che avevano abbandonato
lei e la madre nelle mani di quel pazzo di Jacob
Schwart.
Perch lo sapeva: suo padre era pazzo. Non un matto furioso,
o un derelitto, tale che qualche autorit potesse venire
in loro aiuto.
Anzi: lo sanno, ma non se ne curano. A loro non importa
niente, nemmeno che ha comprato un fucile da caccia. Perch
dovrebbero preoccuparsi di noi, che siamo il loro zimbello?
Un giorno, quanto prima, anche lei sarebbe fuggita via.
Non aveva bisogno che Katy Greb l'accogliesse a casa sua.
N lei n nessun altro, non voleva la loro piet. Erano tutti
degli stronzi, li disprezzava e se ne teneva alla larga.
Con l'avanzare della primavera per Rebecca diventava
via via pi difficile restare chiusa a scuola tutto il giorno.
Passava sempre pi tempo all'aperto. Quell'aula soffocante
era insopportabile, come il bar che odorava di latte e di
cibi bruciacchiati e bisunti, i corridoi dove i compagni di
classe sgambettavano dandosi spintoni come animali ottusi
e ciechi, precipitandosi come gi da uno scivolo. Sgattaiolava
via da un'uscita sul retro, incurante che qualcuno
potesse vederla e fare la spia. Se la voce di un adulto la richiamava,
severa e in tono di rimprovero - Rebecca! Rebecca
Schwart, dove stai andando! - non si voltava nemmeno, e
scappava via.
Adesso i voti erano scadenti. Persino in inglese, la sua
materia preferita. Gli insegnanti diffidavano di lei, come
di un topo in trappola.
Assomigliava sempre pi ai suoi fratelli. Una ragazza
cos promettente... .
Corri, scappa! Attraverso il terreno infestato di erbacce
adiacente la scuola, lungo una strada costeggiata da case
di arenaria e piccoli negozi, in un viale e in un campo
aperto lungo la banchina della ferrovia Buffalo-Chautauqua,
che seguiva fino a giungere in citt, a Canal Street. Il
ponte di Canal Street, a South Main, era talmente largo
che vi si poteva parcheggiare. C'erano delle taverne. A un
isolato da l, sulla sommit di un'altura, sorgeva il General
Washington Hotel. Numerose strade, inclusa South
Main, convergevano sul ponte. A Milburn tutti i colli
digradavano verso il canale Erie Barge, scavato su un basamento
roccioso, nelle viscere della terra. Sul ponte c'erano
sempre degli uomini oziosi appoggiati contro la ringhiera,
a nove metri dalle acque impetuose, intenti a fumare o
a sbevazzare da bottiglie nascoste in sacchetti di carta. Era
un luogo scosceso, silenzioso, come un cimitero dove infine
si trova pace.
Rebecca non sapeva spiegarsi perch ne fosse cos attratta.
Si teneva alla larga dagli sconosciuti.
Alcuni di quegli uomini erano reduci di guerra. Ce n'era
uno dell'et di Jacob Schwart, con le grucce e il volto sfigurato.
Un altro portava occhiali spessi, con una lente scura, si
capiva che gli mancava un occhio. Altri, malgrado non fossero
anziani, avevano volti solcati da rughe profonde, devastati.
E individui a cui tremavano le mani, con colli e
gambe rigidi. A volte un uomo obeso con la gamba ridotta
a un moncherino se ne stava stravaccato sulla banchina di
cemento a godersi il sole come un rettile; c'era un certo fascino
ripugnante nello starlo a guardare. Aveva i capelli
brizzolati e fini come quelli di Jacob Schwart, e se Rebecca
osava spingersi abbastanza vicino ne sentiva il respiro roco,
affannoso, proprio come quello del padre quando era agitato.
Una volta not che l'uomo-rettile si era destato da quello stato catalettico e la stava osservando, con un sorriso malizioso,
attraverso le palpebre tremolanti. Avrebbe voluto
scappare via, ma rimase immobile. Temeva che se si fosse
messa a correre l'uomo-rettile si sarebbe adirato, l'avrebbe
chiamata a gran voce e tutti avrebbero assistito alla scena.
Era a non pi di tre metri e mezzo da lui. Rebecca non
sapeva spiegarsi come mai si fosse avvicinata tanto.
Niente scuola oggi, eh, ragazza? Hai fatto sega, eh?
La stava canzonando, ma con aria minacciosa. Come se
volesse denunciarla per aver marinato la scuola.
Rebecca non rispose. Era appoggiata alla balaustra del
ponte, lo sguardo fisso sulle acque che scorrevano sotto.
Nella campagna, il canale era piatto e placido; l, alla chiusa
di tredici metri, la corrente era rapida e impetuosa, fluiva
in un incessante turbinio, ribolliva spumosa, producendo
un rumore come di un incendio. Il frastuono era tale da
coprire quello del traffico sul ponte. Non si sentiva il rintocco
delle campane della torre della First Bank di Chautauqua,
allo scoccare dell'ora. E a meno che non si parlasse
a voce alta, in maniera provocatoria, non si sentiva se qualcuno
ti rivolgeva la parola.
Sto parlando con te, ragazza. Hai fatto sega, eh?
Ma Rebecca non rispose. Non si volt nemmeno. Lo
scorgeva con la coda dell'occhio, steso al sole, ansimante.
L'uomo ridacchi, si gratt l'inguine, pingue come un
gozzo.
Ti vedo, ragazza! E tu vedi me.
Corri, scappa! Quella primavera del 1949.
Milburn era sempre stata una vecchia cittadina di provincia,
e le novit recate dal dopoguerra erano evidenti. Le
desolate facciate in mattoni rossi di Main Street furono sostituite
da moderni ed eleganti edifici con finestre di vetro
a specchio. Alcuni tra quelli di pi recente costruzione
avevano porte girevoli e ascensori. Al posto del vecchio
ufficio postale di Milburn, delle dimensioni di un bungalow,
venne edificato un fabbricato in mattoni beige, che
ospitava anche l'ostello della giovent. Il negozio di generi
alimentari Grovers Feed Mill, la segheria Midtown e il
negozio di tessuti Jos. Miller vennero gradualmente sostituiti
da grosse catene, Montgomery Ward, Woolworth's,
Norban's e un nuovo A&P con il parcheggio asfaltato riservato
ai clienti. (Il Jos. Miller era il negozio dove Rebecca
aveva accompagnato la madre per acquistare le stoffe
con cui cucire le tende, quando gli Schwart aspettavano
l'arrivo dei Morgenstern, ormai otto anni prima. Il padre
di Rebecca le aveva portate in citt con il furgoncino. Era
stata una delle rare uscite di Anna Schwart, e l'ultima. Fu
l'unica volta in cui Rebecca and in citt con la madre, e in
seguito avrebbe ricordato con lieve incredulit quel viaggio
e l'eccitazione provata, tanto che, osservando il luogo
dove un tempo sorgeva il vecchio negozio, il cui posto era
stato preso da una nuova attivit commerciale, faceva fatica
a rammentarlo.)
Recentemente il negozio d'abbigliamento Adam Bros,
aveva lasciato il posto al negozio di scarpe Thom McAn.
Un imponente edificio che ospitava un nuovo istituto di
credito, la New Milburn Savings and Loan, era stato costruito
sullo stesso lotto della First Bank di Chautauqua. Il
General Washington Hotel fu oggetto di restauri e venne
ampliato. Il Capitol Theater venne rinnovato, di notte lo
splendido padiglione brillava e rifulgeva di luci. All'incrocio
tra Main Street e Seneca Street sorse un fabbricato
di cinque piani destinato a uffici (studi medici, dentistici e
legali), il primo di quel tipo a Milburn.
(Jacob Schwart vi si era presumibilmente recato, nella
primavera del 1949. Avrebbero raccontato che si era presentato
nell'ufficio di un avvocato senza aver fissato un
appuntamento, insistendo per "esporre il suo caso" a un
giovane procuratore che lo fissava sbalordito. Il signor
Schwart biascicava discorsi incoerenti e sconclusionati, alternando
momenti di esasperazione e rassegnazione, affermando
di essere stato frodato per dodici anni, malgrado i
suoi "giusti meriti", dal comune di Milburn, che gli rifiutava
un salario decente e aveva respinto altre sue richieste.)
Su South Main Street le osterie lasciarono il posto ad altre
attivit. Una sala da gioco, piste di bowling, la tabaccheria
Reddings Smoke. Il discount Army-Navy in Erie
Street era un negozio a forma di galleria esageratamente
illuminato, gli scaffali e i banchi traboccavano di merci, si
potevano acquistare giacche e calzoni, biancheria intima
lunga di lana, stivaloni militari e berretti da marinaio, cartucciere
in pelle di vacca e borsette per adolescenti.
Ai tempi della sua amicizia con Katy Greb, Rebecca vi si
recava spesso con lei, c'erano sempre delle svendite. Le
ragazze frequentavano anche Woolworth's, Norban's e
Montgomery Ward. Pi che altro per curiosit, raramente
facevano acquisti. Senza Katy, Rebecca non osava entrare in
quei grandi magazzini. Avvertiva gli sguardi sospettosi e
ostili delle commesse. Perch lei sembrava un'indiana. (A
nord di Chautauqua Falls c'era una riserva di indiani Seneca.)
Tuttavia le vetrine la attraevano come una calamita. Vi
erano esposte cos tante cose! I vetri riflettevano il suo volto
pallido, uno spettrale riflesso che si sovrapponeva come
per magia a quegli articoli.
La solitudine di una vita solitaria. Si consolava reputandosi
invisibile, non la vedevano perch a nessuno importava
di lei.
Una sola volta incroci il padre a Milburn. In centro,
stava attraversando una strada, diretto alla First Bank.
Sembrava essersi materializzato dal nulla, emanava
uno strano, cupo fulgore. Uno gnomo claudicante, con la
schiena rotta, in sudici panni da lavoro e un berretto di
stoffa che sembrava fatto di un tessuto pi ruvido del
semplice panno; camminava sul marciapiede inconsapevole
dei passanti, che gli lanciavano occhiate incuriosite e
allarmate, evitandolo.
Rebecca si nascose in un vicolo. Sapeva bene che non
doveva farsi vedere dal padre!
Herschel l'aveva messa in guardia: Non farti mai vedere
dal vecchio bastaddo quando sei fuori casa. Perch se ti vede
s'incazza di brutto. Pensa che lo stai seguendo, che lo vuoi spiare
per dire a ma' quello che fa, stronzate del genere.
Questo accadeva ad aprile del 1949. In quel periodo Jacob
Schwart chiuse il suo conto in banca e acquist un fucile
da caccia calibro dodici a doppia canna e una scatola
di proiettili.
Quel giorno, l'11 maggio. Non ce la faceva proprio ad andare
a scuola e si avvi lungo la banchina della ferrovia verso
il sentiero che costeggiava il canale. Dalla discarica proveniva
un odore acre, e per evitarlo attravers il canale
all'altezza del ponte di Drumm Road. Sotto quel ponte c'era
uno dei suoi rifugi.
Li odio li odio li odio. Vorrei che fossero morti.
Tutti e due. Allora potrei...
Ma cosa poteva fare? Fuggire come i suoi fratelli? E dove?
Era in preda a quei pensieri, sediziosi ed eccitanti, sotto
quel ponte, dove si accucci tra i massi e le rocce, vecchi tubi
arrugginiti, lastroni di cemento spezzati, barre di metallo che
spuntavano dalle acque basse vicino alla riva. Erano i rottami
rimasti dopo la costruzione del ponte, vent'anni prima.
Adesso aveva tredici anni. Il suo compleanno era passato
inosservato nella casa di pietra nel cimitero, come tante
altre cose.
Era contenta di avere quell'et. Ma le sarebbe piaciuto
essere pi grande, come i suoi fratelli. Era impaziente di
crescere, non voleva rimanere intrappolata in quella casa.
Non aveva ancora le mestruazioni, il "ciclo" - "i dolori
mestruali" - come succedeva ogni mese a Katy e alle altre
coetanee. Sapeva che presto le avrebbe avute anche lei, e
la cosa che pi temeva era doverlo dire alla madre. Perch
ma' doveva saperlo, ma ne sarebbe rimasta imbarazzata e
persino risentita.
Dalla scomparsa di Herschel, Rebecca si era allontanata
da Anna Schwart. Era convinta che la madre non ascoltasse
pi la musica alla radio, perch pa' sosteneva che l'apparecchio
era rotto. Era passato cos tanto tempo da quella
volta che l'avevano ascoltata insieme, ormai dubitava che
fosse davvero accaduto.
Un pianoforte. Beethoven. Ma com'era il titolo della sonata...
qualcosa tipo Appassionata?
Doveva tornare a casa, al pi presto. Ormai era pomeriggio
inoltrato, ma' la stava aspettando. E non solo perch
c'era sempre qualche incombenza domestica da sbrigare,
Anna Schwart voleva che sua figlia stesse a casa. Non
per parlarle o rivolgerle gesti d'affetto, se per questo la
guardava appena. Ma stava tranquilla solo se sapeva che
Rebecca era a casa al sicuro.
Sotto l'assito del ponte si vedevano delle facce affascinanti.
Volti spettrali riflessi dalle acque increspate. Rebecca
le osservava, spesso erano quelli dei cugini perduti,
Freyda, Elzbieta, Joel. E negli ultimi tempi anche quelli di
Herschel e Gus. Li contemplava come in sogno, chiedendosi
se loro potessero vedere lei.
Sapeva perch i suoi fratelli erano scomparsi, ma ignorava
la ragione per cui i cugini erano stati rispediti nel
vecchio mondo. Per morirvi, aveva detto pa'. Come animali.
Perch? Chiedetelo a Dio il perch.
Chiedetelo a quell'ipocrita di F.D.R. il perch!
A Rebecca tornarono in mente le bambole, Maggie e
Minnie. Una delle due era di Freyda. Il ricordo di Freyda
che abbracciava teneramente Maggie era cos vivido che
quasi lo credeva autentico.
Maggie e Minnie erano scomparse da lungo tempo.
Molto probabilmente ma' le aveva fatte sparire. Era tipico
di lei disfarsi degli oggetti quando era venuto il momento.
Non c'era bisogno che glielo spiegasse, e Rebecca non voleva
chiederglielo.
Minnie era la sua, la brutta bambola di gomma, calva e
dall'espressione triste. Era in tali condizioni che non si poteva
danneggiarla oltre. Era un pensiero confortante. Calva
come un neonato raggrinzito. Il cadavere di un beb.
(Nel cimitero erano seppelliti dei corpicini. Naturalmente
Rebecca non li aveva visti, ma sapeva delle piccole bare
che li contenevano, e delle tombe in miniatura.) Le sfugg
una smorfia, al pensiero di essere stata cos sciocca da giocare
con le bambole. La sorella ritardata di Katy, una bambina
con le guance grassocce e grandi occhi vitrei, si portava
sempre dietro una vecchia bambola senza capelli,
uno spettacolo patetico e ripugnante.  convinta che sia
vera, affermava Katy con una scrollata di spalle.
A parte quei volti spettrali, la zona sottostante il ponte
offriva uno spettacolo avvilente. C'erano travi arrugginite,
enormi bulloni e una ragnatela gigantesca. Era un po'
come per gli scheletri: la parte nascosta degli oggetti non 
fatta per essere vista.


26.

Nelle belle giornate di sole, come quella, sotto il ponte
si allungavano ombre nitide e nette.
Si sostiene che il canale Erie Barge sia pi profondo di
quello che sembra. A volte, nella calura estiva, si ha l'impressione
di poter camminare sulle acque, la superficie
appare opaca come piombo.
La mia brava ragazza  tutto quello che ho, devo avere fiducia
in te.
E quindi, come poteva scappare di casa? No che non
poteva.
Adesso che Herschel e Gus erano andati via, Anna
Schwart aveva solo lei.
Sei una ragazza, non devi andare in giro da sola. Non vuoi che
ti accada qualcosa, vero?
Dannazione, s che lo voglio. Voglio che mi accada
qualcosa. Lo voglio.
Anna la fissava, sbalordita e offesa.
L'autocarro di un agricoltore, con il pianale scoperto, si
stava avvicinando al ponte. Rebecca si ripar le orecchie
con le braccia, irrigidendosi. Si ud un frastuono sferragliante,
il ponte vibr e oscill a meno di tre metri sopra la
testa di Rebecca. Dall'alto caddero pietrisco e polvere.
Stava tornando a casa, era a Quarry Road, quando ud uno
sparo.
Cacciatori. Se ne vedevano spesso, nelle pinete che costeggiavano
la strada.
Rebecca non l'avrebbe mai saputo. Ma l'avrebbe immaginato.
Nel tardo pomeriggio dell'11 maggio 1949, nel cimitero
comunale di Milburn erano venuti due fratelli, Elroy e
Willis Simcoe, con la loro zia di sessantasei anni. Erano in
visita alla tomba dei loro genitori, contrassegnata da una
massiccia lapide di granito, molto raffinata, su cui era incisa
la frase venga il tuo regno sia fatta la tua volont.
Elroy Simcoe era un agente assicurativo di Milburn, da lungo
tempo consigliere comunale della citt in cui era nato e
vissuto; Willis si era trasferito nella cittadina di Strykersville,
sessantacinque chilometri a ovest di l. I fratelli Simcoe
erano noti nella zona. Due uomini di mezza et, pingui,
vestiti in modo inappuntabile. Indossavano giacche
sportive e camicie bianche di cotone, senza cravatta. Elroy
aveva accompagnato il fratello e la zia al cimitero con la
nuova Oldsmobile grigia, che assomigliava a un carro
merci. Non appena varcato il cancello, avevano notato che
il luogo versava in pessime condizioni. C'era una gran
quantit di piante di tarassaco, e attorno alle tombe erano
cresciuti alti cespugli di cardo. Nell'erba era stato tracciato
un percorso irregolare, che comunicava un senso di totale
incuria e disprezzo, e, vista ancor pi impressionante, vi
erano dei mucchi di terra ammassati accanto alle tombe
scavate di recente, colpevolmente non rimossi.
Il grosso ramo di un albero ostruiva il passaggio del
viale d'accesso di ghiaia. Alquanto irritato, Willis Simcoe
scese dalla macchina per rimuoverlo.
Mentre procedevano oltre, i due fratelli notarono il guardiano
del cimitero che falciava pigramente l'erba a una
quindicina di metri dal viale. Elroy non rallent, in quel
momento non vi fu alcuna conversazione. Il custode, di
cui Elroy conosceva il nome, "Schwart", dava loro le spalle
quando i Simcoe passarono, e non alz nemmeno lo
sguardo. .
Naturalmente aveva avvertito la loro presenza. Jacob Schwart
sapeva che erano l. Nessun visitatore gli sfuggiva.
Giunti davanti alla tomba dei loro parenti, i due fratelli
e l'anziana zia rimasero scandalizzati dalle condizioni in
cui versava: era ricoperta di erbacce e di cardi. I vasi con i
giacinti e i gerani amorosamente sistemati sulla lapide di
recente, la domenica di Pasqua, giacevano in pezzi, e i fiori
erano ormai secchi.
Elroy Simcoe, individuo dal carattere collerico, port le
mani a coppa alla bocca e chiam il guardiano: Ehi,
Schwart!. Intendeva dargli una strigliata, come afferm in
seguito. Ma l'uomo continu a dar loro le spalle, neanche
si volt. Elroy grid pi forte: Signor Schwart! Sto parlando
con lei, signore!. Il guardiano non colse il suo sarcasmo,
e continu a ignorarlo.
A un certo punto depose la falce sull'erba, per l'ultima
volta. Si allontan lentamente, senza guardarsi indietro.
Con andatura claudicante s'incammin verso il capanno
adiacente la casa in pietra, scomparve al suo interno, riemerse
e si avvi nella loro direzione, all'interno del cimitero,
zoppicando ma con passo deciso, spingendo con loro
sorpresa una carriola ricoperta da un telo, il cui contenuto
produceva un rumore sordo. Continuava ad avanzare. Sapeva
cosa bisognava fare. I suoi nemici avevano lanciato
l'attacco, non pi subdolamente, ma a viso aperto. I fratelli Simcoe fissavano sbigottiti Jacob Schwart avvicinarsi
con la carriola; osservando tra l'irritato e il divertito quel
bizzarro piccolo gnomo, forse vol qualche parola pesante.
Elroy Simcoe, il fratello sopravvissuto, e la vecchia zia
testimoniarono che fu Jacob Schwart a parlare per primo,
la faccia stravolta dall'ira: Nazisti assassini! Adesso basta!.
A quel punto, vedendo quello sguardo forsennato, i
due fratelli urlarono qualcosa al suo indirizzo. E d'un tratto,
senza preavviso, quando era a meno di quattro metri
da Willis Simcoe, Schwart sollev il telo e imbracci un
fucile da caccia, sembrava enorme tra le sue mani minute,
lo punt contro Willis e fece fuoco.
L'uomo venne centrato al petto e mor sul colpo. Il braccio
destro, sollevato nell'istintivo tentativo di proteggersi,
and in frantumi, ossa bianche sporgenti nella carne maciullata.
Adesso vi faccio vedere io! Ora s. Il pogrom  finito.
Stava chiamando: Ma'? Ma'... con voce infantile e implorante.
In qualche modo era entrata in casa. Forse intuiva che
non avrebbe dovuto, poteva essere pericoloso. Una donna,
una sconosciuta, l'aveva chiamata, l'aveva avvertita.
Rebecca non le aveva prestato ascolto, non aveva visto il
cadavere che giaceva a terra, nel cimitero.
No, non l'aveva visto. Cos dichiar, in seguito.
Ricordava solo dei panni stesi al vento.
Troppo tardi, aveva pensato, ma' doveva essere infuriata
con lei, non l'aveva aiutata a fare il bucato, come faceva
sempre.
Non pu accadere, oggi  giorno di bucato.
In cucina qualcosa le sbarr il cammino, un cattivo segno:
una sedia rovesciata. Rebecca vi inciamp come una
cieca, con una smorfia di dolore.
Ma'?
Chiamava la madre con voce flebile, Anna Schwart non
l'avrebbe udita nemmeno se avesse potuto.
Poi chiam il padre: Pa'? Pa'? ragionando, anche in
quei momenti di terrore: Vuole che lo saluti, che lo rispetti.
Era nella cucina della vecchia casa in pietra, quando
sent i rumori di una colluttazione provenire da una delle
stanze sul retro. La camera da letto dei suoi genitori?
Ansimava, sudava freddo. Il cuore martellava impazzito
come un uccello ferito che sbatte freneticamente le ali. Non
riusciva pi a pensare. Panni stesi? Giorno di bucato? Aveva
dimenticato tutto. Non ricordava nemmeno che una voce
di donna le aveva gridato: Non entrare l! Fermatela! Non
ricordava di aver udito dei colpi di fucile; non avrebbe saputo
dire quanti. Quindi non pens: Ha ricaricato.  pronto.
Perch in casi del genere  importante distinguere se un uomo
agisce impulsivamente o con premeditazione.
Li sent. Le assi del pavimento vibravano mentre lottavano.
La voce eccitata, ansiosa del padre e le grida brusche,
ansimanti della madre, che implorava di essere risparmiata,
ma questo Rebecca lo comprese solo in seguito, non l'aveva
mai sentita supplicare. La carnosa indifferenza della
madre, la sua ostinata compostezza, erano scomparse, come
se non fossero mai esistite; l'aria di calma stoica con cui
sembrava accettare l'umiliazione, l'offesa, persino il dolore
era svanita. Una donna che implorava di essere risparmiata
e Jacob Schwart che la interrompeva dicendo, con un piacere
maligno: Anna! No! Stanno arrivando, Anna.  giunto
il momento.
Sin da quando Rebecca aveva cominciato a correre per
tornare a casa, su Quarry Road, avvertiva un lieve rombo
nelle orecchie. Un rumore simile a quello dell'acqua che
scorreva sotto la chiusa nel canale di Milburn. E d'improvviso
un rumore assordante, un'esplosione vicinissima, tanto
che pens, in preda al panico, di essere stata colpita.
Era nell'ingresso fuori dalla camera da letto. La porta
era socchiusa. Avrebbe potuto voltarsi e correre via. Sarebbe
potuta scappare. Ma non stava reagendo istintivamente,
come un animale terrorizzato che cerca di salvarsi.
Invece grid di nuovo: Ma'! Oh, ma'! entr nella buia
stanzetta angusta che si apriva sul retro, dove Anna e Jacob
Schwart avevano dormito nello stesso letto per pi di
un decennio e in cui i figli si erano raramente avventurati.
Fin quasi addosso al padre, che ansava e gemeva, forse
biascicava fra s, stringendo tra le mani il pesante fucile
con le canne puntate verso l'alto. Nella stanza si sentiva un
intenso puzzo di polvere da sparo. Alla fioca luce che filtrava
attraverso una finestra dai vetri lordi la faccia di Jacob
Schwart sembrava un pomodoro spellato e gli occhi
scintillavano come kerosene. Rideva.
Risparmiarla, eh? Non mi hanno lasciato scelta...
Sul pavimento accanto al letto giaceva una sagoma, immobile,
sembrava un corpo, anche se Rebecca non ne scorgeva
la testa, l dove la testa sarebbe dovuta essere, o forse
c'era, un pezzo, ma immersa nel buio oltre il piede del letto;
anche se l'oscurit riluceva, satura di umidit, diffusa
ovunque come schizzi di vernice. Rebecca non riusciva a
connettere, eppure un pensiero le attravers la mente, bizzarro
e lieve come un seme di euforbia trasportato dal vento:
 quasi finita, poi si fermer. Posso ritirare io i panni.
Suo padre si stava rivolgendo a lei. Il volto e gli indumenti
da lavoro erano imbrattati di un liquido scuro. Forse
stava cercando di nasconderle alla vista quello che giaceva
sul pavimento, bench, sorridendo ancora di pi, come un
padre sorride a un figlio recalcitrante per distrarre la sua
attenzione da qualcosa che dev'essere fatta per il suo bene,
stava cercando, in quello spazio ristretto, di puntarle il fucile
contro. Tuttavia sembrava che pa' non volesse toccarla,
o spingerla via; da lungo tempo non alzava le mani su di
lei. Indietreggi, ma il bordo del letto gli imped di allontanarsi
oltre. Stava dicendo: Tu... Tu sei nata qui. Non ti faranno
del male. Ormai aveva deciso altrimenti. Si punt
goffamente il fucile alla testa, appoggiando le canne sulla
mascella prominente come quella di una tartaruga. Aveva
ancora un colpo. Sudava e ansimava come se avesse scalato
una montagna. Serr le mascelle e digrign i denti ingialliti.
L'ultimo sguardo che Jacob Schwart rivolse alla figlia
mentre cercava maldestramente di premere il grilletto
fu di indignazione e rimprovero.
Pa', no...
Di nuovo un boato assordante. I vetri della finestra dietro
Jacob Schwart andarono in frantumi. In quell'istante
padre e figlia furono una sola persona, annientati.
Ognuno di noi  una fiamma vivente, accesa da Ges Cristo.
Ricorda, Rebecca!
Queste parole di Rose Lutter le echeggiavano nelle orecchie.
Cercava ancora di credere.
Aveva tredici anni, era minorenne. Sarebbe rimasta sotto
la tutela delle autorit della contea, sino al compimento
del diciottesimo anno di et. A sedici anni, com'era prevedibile,
abbandon gli studi e trov lavoro per mantenersi,
come avevano fatto in passato altri orfani indigenti.
Perch lei non aveva genitori. Non aveva parenti che
potevano occuparsi di lei. (Il fratello maggiore, Herschel
Schwart, aveva ventun anni, ma era un noto ricercato.) A
parte qualche vecchio oggetto preso in fretta e furia dalla
cadente casa di pietra nel cimitero, non possedeva niente,
nemmeno un penny. Jacob Schwart aveva chiuso il conto
presso la First Bank di Chautauqua e non si sapeva cosa
avesse fatto del denaro, a parte comprare un fucile da caccia
e le pallottole. Durante l'udienza tenutasi al tribunale
dei minori della contea furono pronunciate le parole "povera"
e "indigente", riferite a Rebecca.
Come provvedere alla figlia del becchino?
Fu avanzata la proposta di mandarla all'istituto per "orfani
bisognosi" di Port Oriskany, associato alla Chiesa Metodista
Unita. Un'altra soluzione era sistemarla presso una
famiglia del luogo, i Cadwaller, con cui vivevano gi altri
due minorenni sotto tutela insieme alla frotta trasandata
dei cinque figli. I Cadwaller possedevano una fattoria di
quattro ettari dove allevavano maiali, e tutti i bambini lavoravano.
Un'altra proposta fu di accasarla con una coppia
di sessantenni senza figli, proprietari di numerosi pincher.
Fu anche proposto di farla alloggiare da una certa
signora Heinrich Schmidt, che gestiva una pensione a
South Main Street, a Milburn, dove ospitava per lo pi
uomini soli dai venti ai settantasette anni. Alcuni dei pensionanti
erano reduci della Seconda guerra mondiale, e la
maggior parte di loro vivevano dei sussidi della contea.
L'obeso uomo-rettile! Estraniata com'era dalla realt, Rebecca
sembrava sapere che costui alloggiava dalla signora
Schmidt. L'aspettava l, con quel suo viscido sorriso malizioso.
Ragazza! Benvenuta.


27.

Invece:  il volere di Ges, Rebecca. Cos dobbiamo pensare.
"Io sono la luce venuta in questo mondo, e chi crede
in me non rester nelle tenebre." Sii la benvenuta, Rebecca.
Ho predisposto tutto con le autorit della contea. Pregheremo
insieme per scoprire il significato di questo terribile
avvenimento, che ha toccato la tua giovane vita.
Non fu la signora Schmidt bens la signorina Rose Lutter,
l'ex insegnante di Rebecca, a pronunciare queste parole.
Il tribunale aveva stabilito che fosse lei a prendersi cura
dell'orfana per due anni e mezzo.
A Rebecca sembrava che la sua vecchia maestra fosse apparsa
dal nulla. Tuttavia aveva la sensazione, sempre pi
netta nel tempo, che la signorina Lutter l'avesse sempre
aspettata, per anni.
Rose Lutter fu l'unica persona in tutta Milburn a offrirsi
di occuparsi non solo del mantenimento (parola che ricorreva
spesso) di Rebecca Schwart, ma anche di accollarsi le
spese di una tomba nel cimitero cittadino per il defunto,
disonorato Jacob Schwart, che di quel camposanto era stato
il guardiano, e di sua moglie Anna. Malgrado la generosit
dell'anziana insegnante, le autorit avevano stabilito
che le spoglie degli Schwart fossero inumate a spese
della contea in una zona incustodita del cimitero, riservata
agli indigenti.
Le tombe dei poveri, venivano chiamate. Non vi erano lapidi,
n indicazioni.
Ma la signorina Lutter si ostin nel suo proposito. Era
una vera cristiana, dall'animo compassionevole. Sebbene
si fosse ritirata prematuramente dall'insegnamento per
motivi di salute e vivesse di una modesta pensione integrata
da un vitalizio, fece in modo che a Jacob e Anna
Schwart fosse assicurata una degna sepoltura, con una
piccola lapide di alluminio infissa nella terra. Poich Rebecca
non era in grado di fornire informazioni sui suoi genitori,
nemmeno le date di nascita, e dato che nessuno a
Milburn desiderava rovistare nella palude di vecchi documenti
ingialliti e ormai ridotti in polvere che Jacob Schwart
aveva lasciato in alcune scatole nella casa di pietra, la lapide
recava solo questa incisione:
schward Anna e Jacob m. 11/4/49
Rebecca si accorse delle inesattezze. Il nome sbagliato, la
data della morte errata. Naturalmente lo tenne per s. A
chi poteva importare che un becchino immigrato avesse
ammazzato la moglie cagionevole di salute con un colpo
di fucile, per poi togliersi la vita con un secondo colpo, in
un giorno di aprile o di maggio?
A chi poteva importare che era vissuto, e ancor meno
quando era morto, un certo Schwart o Schward?
E cos, quando la signorina Rose Lutter fece il suo ingresso
nel tribunale della contea di Chautauqua, davanti
a un'adunata di sconosciuti, afferrando trionfante la mano
di Rebecca e pronunciando parole stravaganti come
"destino speciale", "prescelta da Dio", Rebecca non protest.
Ges, io creder. Ges, aiutami a credere in Te.
Lui la stava osservando, lo sapeva. A volte, Lo intravedeva
con la coda dell'occhio. Ma quando voltava il capo,
per quanto velocemente, Lui era gi scomparso. Ricordava
vagamente che una volta l'aveva schernita... l'aveva
fatto, vero? Lei fingeva di non ricordare.
In seguito avrebbe appreso i particolari: l'uomo ammazzato
da suo padre si chiamava Simcoe, aveva cinquantun
anni ed era un ex residente di Milburn, Jacob Schwart non
lo conosceva e lo aveva ucciso senza alcun motivo. Era
deceduto nell'ambulanza durante il trasporto all'ospedale
di Chautauqua Falls, a seguito della ferita mortale provocata
dal colpo di fucile. L'avambraccio sinistro, sollevato
nel vano tentativo di proteggersi, a quella distanza ravvicinata
era stato maciullato, era rimasto un osso bianco sporgente
in frantumi.
La sua morte era stata un'atrocit, un'ingiustizia. Un
crimine.
Ovviamente la fine degli Schwart era considerata meno
grave. Vi si poteva scorgere una logica. La morte di Anna
Schwart, avvenuta anch'essa per un colpo di fucile sparato
a breve distanza. Ferite gravissime alla testa. Il suicidio
di Jacob Schwart, che si era puntato contro l'arma. Quegli
sconosciuti chiesero alla figlia di raccontare quanto sapeva,
di spiegare in qualche modo quell'atto. Lei si esprimeva
molto lentamente, in preda alla confusione, di frequente
la voce le si spezzava, lasciando il posto a un silenzio
sconcertante, e alcuni si convinsero che la ragazza fosse
mentalmente ritardata, in qualche modo "lesa" come i
suoi familiari, per esempio Anna, o uno dei fratelli, forse
entrambi.
E poi c'era il padre, il folle.
Cosa accadde dopo la tragedia, chi la condusse via dalla
casa di pietra e dove and, Rebecca non lo ricordava
chiaramente. N sapeva cosa fosse quel liquido appiccicoso
coagulato fra i capelli che un'infermiera accigliata dovette
tagliarle con le forbici, le mani tremanti.
Ragazza! Cerca di stare ferma.
Dormiva in uno strano letto per dodici, a volte anche quattordici
ore, persino con il sole che le illuminava il volto rigido
come una maschera. Tutta raggomitolata, come i serpenti
in letargo, nella tana. La bocca spalancata. I piedi
nudi contratti, gelati alle estremit, che agitava per paura
di cadere. Nella testa vuota risuonava l'acqua che fluiva
incessante sulla gigantesca chiusa. Hai avuto una dannata
fortuna a rimanere viva! Non dimenticare mai la dannata fortuna
che hai avuto non ti ho fatto saltare la testa sei una di loro
vero? sei nata qui per questo non potevo fidarmi avevo ragione?
Non ricordava come aveva lasciato la casa di pietra. Forse
era fuggita via disperata, urlando. Forse era scappata come
un animale braccato, in preda al terrore, lasciandosi
dietro una scia di sangue, un liquido umidiccio fra i capelli,
sul viso e sulle braccia. Forse era svenuta, e qualcuno l'aveva
soccorsa. Una barella? Era stata colpita, ferita anche
lei? Una ragazza in fin di vita, sui tredici anni.
Nella sorprendente intimit della cucina della signorina
Lutter, sopra una mensola con diversi vasi di bellissime
violette africane in fiore, in un raffinato specchio ovale incorniciato,
apparve l'immagine del bel volto olivastro e
con la barba scura di Ges Cristo, che impose la mano in
un'inattesa benedizione, come se Cary Grant, Henry Fonda
o James Stewart, raffigurati nei poster cinematografici
affissi al Capitol Theater, salutassero con la mano e con un
sorriso inaspettato che scalda il cuore.
Davanti a lei c'erano due pezzi di pane tostato con l'uvetta,
spalmati di miele.
Rebecca, mangia. Devi mangiare. ,
Ges, io creder. Ges, aiutami a credere in Te.
Effetti personali, venivano chiamati. Le furono portati dalla
vecchia casa in pietra nel cimitero.
I suoi vestiti, le scarpe e gli stivali. Erano indumenti logori,
Rebecca provava vergogna a portarli nella linda abitazione
della signorina Lutter, a tirarli fuori dalle scatole di
cartone. Persino i suoi libri di scuola erano consunti! C'era
anche il dizionario vinto alla gara di ortografia nel 1946,
deformato dall'umidit e puzzolente di muffa. Insieme ai
suoi c'era anche qualche indumento di Anna, una camicetta
bianca in crespo di cotone troppo grande per Rebecca,
una vestaglia dal taglio dritto, calze di cotone attorcigliate
come serpenti, un paio di guanti neri scamosciati che Rebecca
non aveva mai visto, una logora camicia da notte di
flanella, abbondante e sformata come una tenda... Notando
lo sguardo sgomento di Rebecca, la signorina Lutter si
affrett a ripiegare i panni di Anna e a riporli nella scatola.
C'era anche una sorpresa: la radio Motorola chiusa per
anni nel salotto, l'oggetto di maggior valore posseduto da
Jacob Schwart. Nella logora scatola di cartone in cui era stata
sistemata, anch'essa appariva vecchia, rovinata dall'umidit.
Rebecca la fiss, incapace di parlare. Pass rigidamente
le dita sulla console di legno: prov ad accenderla, anche
se non era attaccata alla corrente, e pa' aveva detto con
amara soddisfazione che le valvole erano fulminate...
La signorina Lutter chiese gentilmente al fattorino che
aveva recapitato gli oggetti di Rebecca di portarla via: Ho
la mia radio, grazie.
La signorina Lutter don la maggior parte degli effetti
personali di Rebecca a un ente di beneficenza. Da quel
momento, l a Milburn e anche quando segu Niles Tignor
in un'altra citt, Rebecca evit di guardare le vetrine dei
negozi dell'usato come Good Will o quelli dell'Esercito
della Salvezza, nel timore di imbattersi in qualche oggetto
appartenuto alla sua famiglia: vecchi indumenti informi,
mobili malconci, la patetica radio Motorola con la console
in finto legno tutta graffiata.
Nell'autunno del 1949 la vecchia casa in pietra nel cimitero
venne abbattuta.
Era disabitata dal giorno di quei tragici eventi. Non si
era cercato nemmeno di pulirla. Il consiglio comunale decise
di farla abbattere e di edificare un'altra dimora dove
alloggiare il nuovo guardiano e la sua famiglia.
Rebecca abitava ormai da cinque mesi nella linda casa
in mattoni beige della signorina Lutter, al 114 di Rush Street,
in un quartiere residenziale dove sorgevano abitazioni in
mattoncini e con i tetti di legno come quella. A un isolato
si trovava la Prima Chiesa Presbiteriana, di cui la signorina
Lutter era una delle pi fervide seguaci. Sul piccolo
portico frontale della sua casa la signorina Lutter disponeva,
nelle stagioni opportune, vasi di gerani, crisantemi e ortensie.
L'interno non era molto pi spazioso della casa in
pietra, ma quanto era diverso!
La differenza pi sorprendente consisteva negli odori:
nell'abitazione della signorina Lutter erano lievi. Non si
sentiva puzza di kerosene, di legna bruciata, di cibo rancido
e avariato, di legno marcio, di terra umida sotto le assi
del pavimento. Tantomeno il sentore di corpi ammassati
in ambienti ristretti.
In casa della signorina Lutter si percepiva soltanto un
odore di mobili lucidati, in particolare il venerd. E, in sottofondo,
una lieve, predominante fragranza dolciastra,
che la signorina Lutter chiamava potpourri.
Era un misto di fiori di campo, erbe e spezie che lei stessa
preparava e lasciava a essiccare. Il potpourri era contenuto
in ciotole sparse per tutta la casa, bagno compreso,
dove erano appoggiate sulla mensola bianca scintillante
del gabinetto di porcellana.
Era un'abitudine ereditata dalla madre, ormai defunta.
E dalla nonna, da lungo tempo scomparsa.
Rebecca non aveva mai sentito parlare del potpourri, e
non conosceva quell'odore. Alle volte, entrando in casa, la
fragranza la prendeva alla testa procurandole dei capogiri.
O anche al mattino, al risveglio.
Quando apriva gli occhi, sbattendo le palpebre, incerta
di dove si trovasse, chiedendosi cosa fosse quell'odore.
Un altro aspetto sorprendente di quella casa erano le pareti
cos pulite. Alcune erano tappezzate da una carta da
parati a motivi floreali, altre erano dipinte di bianco. I soffitti
erano bianchi. E ogni stanza aveva finestre, persino il
bagno! Tutte le finestre, anche quella minuscola della porta
sul retro, erano ornate con delle tende.
La mattina, al risveglio nella stanza che le era stata assegnata,
in fondo all'abitazione della signorina Lutter, sulla
sinistra, la prima cosa che Rebecca vedeva erano le tende
di organza rosa pallido, di fronte al suo letto.
Ah, se fosse stata ancora amica di Katy Greb! Diavolo
se le sarebbe piaciuto mostrare quella stanza a Katy. Le
tende, la carta da parati rosata, il soffice plaid "decorativo",
l'armadio... Non per vantarsene, ma solo per fargliela
vedere. Katy ne sarebbe rimasta impressionata. E di
certo l'avrebbe riferito a Leora.
Sapessi che fortuna ha avuto Rebecca, mamma! Dovresti vedere
la sua stanza...
Un altro particolare notevole di quell'abitazione era la
scarsit di ragnatele. E poche mosche, persino in estate.
Non c'erano quei mosconi fastidiosi che svolazzavano
nelle cucine e nei bagni, che ti tormentavano con le loro
punture rendendoti la vita impossibile. Rebecca aiutava la
signorina Lutter a mantenere la casa pulita, ed era raro
scoprire gomitoli di polvere sotto i mobili o una patina di
sporco sulle superfici. Ecco come si viveva nelle vere case
di Milburn! Il mondo di quegli altri che avevano rifuggito
gli Schwart.
Rebecca si rese conto che nella vita c'erano delle regole
da seguire. Non si doveva andare avanti alla cieca.
Cos com'era stata un'insegnante scrupolosa, la signorina
Lutter era una perfetta donna di casa. Possedeva non
solo il battitappeto, ma anche un aspirapolvere elettrico.
Un congegno pesante con un'asta verticale, un motore
che faceva un gran baccano, una sacca che si gonfiava di
polvere come un pallone e delle rotelle per trascinarlo sul
pavimento. Tra tutte le incombenze domestiche, Rebecca
preferiva pulire i pavimenti. Il ruggito del motore dell'aspirapolvere
le riempiva la testa impedendole di pensare.
Trainare quel pesante aggeggio era come lottare con un
avversario forte e testardo, rimaneva senza fiato ma alla
fine riusciva a domarlo, e diventava un alleato. Presto le
venne affidato il compito di passare l'aspirapolvere in
tutte le stanze della casa in mattoni beige al 114 di Rush
Street.
Esiste sempre una via d'uscita. Se si riesce a rimpicciolirsi,
come un verme.
Per due anni e mezzo Rebecca visse con Rose Lutter, e per
due anni e mezzo aspett Ges.
Aveva perso la speranza che i fratelli sarebbero tornati
per lei. N Herschel, n Gus. Herschel era ancora un ricercato
e Gus era semplicemente scomparso. Era convinta
che sapessero quello che era accaduto, perch nella sua
confusione mentale credeva che tutto il mondo lo sapesse.
Quando la mattina usciva per andare a scuola, o si
recava in chiesa con la signorina Lutter, immaginava che
tutti quelli che incontrava lo sapessero, come se fosse circondata
da un'aureola luccicante, simile a quelle che si
vedono nelle illustrazioni della Bibbia: Ges che placa la
tempesta, che guarisce il lebbroso, che moltiplica i pesci,
ma anche Daniele nella fossa dei leoni, Salomone che
consacra il tempio, Mos e il serpente di rame, Maria visitata
dall'angelo. I prescelti non possono sperare di nascondersi.
La domenica al catechismo, nel seminterrato della Prima
Chiesa Presbiteriana, Rebecca impar a cantare e battere
il tempo con le mani insieme agli altri, per la maggior
parte bambini pi piccoli di lei:
Far risplendere
questa mia piccola luce!
Risplender sulla montagna del Signore!
La far risplendere!
Le venne insegnato che la novella dei Vangeli era una
buona nuova. Parlava di Cristo, del suo ritorno e della sua
presenza nel cuore di ogni uomo.
A volte Rebecca notava che la moglie del ministro, la signora
Deegan, la osservava, al di sopra delle teste degli altri
bambini. Allora Rebecca sorrideva e cantava pi forte. I palmi
delle mani le dolevano piacevolmente per i battimani.
Molto bene, Rebecca! Hai proprio una bella voce, sai?
Da contralto.
Rebecca chinava il capo, troppo intimidita per ringraziare
la signora Deegan. La sua voce era ruvida come carta
vetrata, e le faceva male la gola quando intonava gli inni,
soprattutto se cantava pi forte. Eppure cantava.
Intonava canti per bambini per compiacere la moglie
del ministro, una donna che portava una frangetta riccioluta,
e che diceva al reverendo Deegan che brava ragazza
era Rebecca Schwart. Anche la signorina Lutter veniva
informata. Non ci si poteva sbagliare. Sorvegliavano attentamente
la figlia del becchino, lo sapeva.
Lo sapeva e lo accettava. Era una minore sotto la tutela
della contea di Chautauqua, un'orfana mantenuta a spese
dello Stato.
Rebecca! Metti i guanti, cara. E sbrigati.
Il catechismo cominciava alle nove in punto e alle nove
e cinquanta esatte la signorina Lutter veniva a prenderla
per condurla al servizio religioso, nella chiesa al piano di
sopra. Se Rebecca aveva lasciato i guanti di cotone bianchi
a casa, la signorina Lutter se ne accorgeva e glieli portava.
La visita in chiesa rappresentava il clou della tranquilla
settimana della signorina Lutter. Indossava gli immancabili guanti bianchi abbaglianti e uno dei suoi cappelli sbarazzini
con la veletta; portava scarpe scollate che la facevano
apparire molto pi alta del suo metro e cinquantacinque.
(Gi a tredici anni Rebecca era pi alta e robusta di lei.)
Nelle giornate calde la signorina Lutter sfoggiava vestiti
stampati a motivi floreali, con gonne svasate e crinoline
che producevano un suono frusciante quando si muoveva.
Usava il belletto sulle guance smagrite, che non di rado arrossivano
di piacere, e un rossetto vivace sulle labbra sottili.
I capelli color passero erano pettinati a riccioli fitti come
quelli di una bambina.
Non dobbiamo fare tardi, cara. Vieni!
A volte, presa dall'entusiasmo, la signorina Lutter afferrava
la mano di Rebecca e si trascinava dietro quella ragazza
timida e goffa.
Quando la signorina Lutter attraversava impettita la navata
centrale della chiesa diretta alla sua panca di fronte al
pulpito, con lei al seguito, a Rebecca sembrava di assistere
all'apertura delle acque del Mar Rosso nella raffigurazione
biblica. Salve!, Salve!, Buongiorno!, Salve! Salutava
tutte quelle curiose facce amichevoli, a volte col fiato
corto. Tutti quegli occhi che scivolavano addosso a lei e a
Rebecca.
La signorina Lutter le aveva comprato parecchi vestitini
con le gonne svasate, ma le andavano gi troppo stretti, di
busto e sotto le ascelle. Le aveva anche regalato dei nastri
di seta per i capelli. Al negozio di scarpe Thom McAn's le
aveva preso un paio di bellissime scarpe nere di cuoio verniciato
da indossare con corti calzini bianchi, e guanti bianchi
simili ai suoi, ma di una taglia pi grande.
Comunque avrebbe dovuto acquistare molti altri vestiti,
paia di scarpe e guanti. Santo cielo, quanto cresceva
quella ragazza!
E quei capelli cos folti, crespi e ondulati, che si aggrovigliavano
di continuo... la signorina Lutter le ripeteva
sempre di pettinarli con la spazzola, e lei lo faceva fino a
farli brillare, con il polso che le doleva per la stanchezza.
Come la criniera di un cavallo, sospirava la signorina Lutter.
Eppure accarezzava quei capelli, con una ripugnanza
mista ad attrazione.
A volte penso che assomigli a una puledra, Rebecca. Un
selvaggio pony roano.
Rebecca rideva, imbarazzata. Non era mai sicura se la
signorina Lutter scherzasse o dicesse sul serio.
Quando il virile reverendo Deegan si avvicinava a
grandi passi al pulpito per recitare il suo sermone, la signorina
Lutter sedeva impettita sulla sua panca, rapita e
attenta come se fosse l'unica persona nella chiesa. Il ministro
del culto aveva servito come cappellano nell'esercito
durante la guerra, nel Pacifico. Lo ripeteva spesso nelle
sue omelie. Parlava con voce bassa, modulata, la voce
educata di un cantante; si accigliava, sorrideva. La signorina
Lutter mormorava quasi impercettibilmente: S s s.
Amen, s. Sbatteva le palpebre, le labbra umide dischiuse
come quelle di una bambina. Rebecca si sforzava di sentire
le stesse cose della signorina Lutter, desiderava con tutta
se stessa credere, altrimenti Ges non sarebbe entrato
nel suo cuore e la sua anima sarebbe stata gettata nella
terra come una sterile pianta di ortiche. E allora le avrebbero
scagliato contro le pietre come avevano fatto gli ebrei
con Ges per la Sua blasfemia.
Come si sforzava, settimana dopo settimana! Era un po'
come quando da piccola cercava di issarsi sul tetto del capanno,
con i fratelli che si arrampicavano agili e la deridevano.
Era strano: quando era sola era semplice credere in Ges
Cristo. Aveva quasi l'impressione che Ges la guardasse,
con quel Suo sorriso enigmatico. Perch anche Lui aveva
riso di lei su Quarry Road. Eppure l'aveva perdonata.
Le aveva salvato la vita: ma per quale ragione?
La signorina Lutter l'aveva rassicurata che un giorno lo
avrebbero scoperto.
Una mattina la signorina Lutter l'accompagn alla tomba
dei suoi genitori; era cos disadorna, ricoperta di erbacce.
L'anziana signora non aveva notato (forse per tatto, o
perch non vedeva bene) gli errori sulla lapide. Mi hanno
detto che non erano credenti. Ma noi pregheremo per loro.
Per in chiesa era difficile credere. Per quanto Rebecca
si sforzasse di concentrarsi. Pi fervidamente il reverendo
Deegan parlava di Ges, meno reale Lui le appariva. In
mezzo a quella congregazione di persone buone e rispettabili.
Tra i banchi lucenti di legno duro, con le voci rozze
che intonavano canti. La polvere di talco delle donne, la
brillantina e le lozioni da barba degli uomini.
Era il momento di cantare l'inno. Il sorriso del reverendo
Deegan balen rivelando una dentatura smagliante.
Fratelli e sorelle in Cristo, innalziamo un canto gioioso al
Signore!
Si alzarono in piedi. La signorina Lutter si un al coro zelante
come gli altri, con voce da soprano, il capo sollevato
pieno di speranza, la bocca che si muoveva, simile a un piccolo
becco famelico. Una poderosa fortezza, una poderosa fortezza
 il nostro Signore. L'organista dai fluenti capelli bianchi
come neve suonava gli striduli accordi dell'inno. La
crinolina sotto il vestito di rayon della signorina Lutter tremolava.
Rebecca cantava, gli occhi chiusi. Amava il crescendo
della musica, che si mescolava allo scroscio dell'acqua
sulla chiusa gigantesca. Il cuore batteva in modo
insolito, in preda all'eccitazione. Oh, ecco la speranza. Serrava
gli occhi confidando di cogliere una remota visione di
Ges, nella sua veste bianca trasparente, che si librava nell'aria.
Non le piaceva pensare alla crocifissione, Ges lo immaginava
distante, come un angelo; come una bellissima
nuvola che fugge via, lass nel cielo, frastagliata nel vento
che la sfilaccia in tutte le direzioni, come accadeva alle
splendide nuvole sul lago; e solo Rebecca Schwart riusciva
a vederla. Lo avrebbe spiegato alla signorina Lutter: perch
lei amava quella vecchia signora, le era grata per averle salvato
la vita, per averla accolta nella sua casa; lei, una minore
sotto tutela della contea di Chautauqua, un'orfana mantenuta
a spese dello Stato, non osava sostenerne lo sguardo,
quasi sempre le si rivolgeva balbettando. Amava quel Ges
distante che ascendeva al Padre, ma come una bambina
ostinata detestava sempre pi l'idea di Ges morto sulla
croce, il cadavere sanguinante come quello di un uomo
qualsiasi, che presto si sarebbe decomposto e avrebbe emanato
un cattivo odore. Se Ges non fosse morto non avrebbe
avuto bisogno di resuscitare, e non sarebbe morto se non
si fosse sottomesso ai Suoi nemici e fosse fuggito. Anzi,
perch non aveva colpito a morte i Suoi nemici? Non era il
Figlio di Dio, non possedeva potere di vita e di morte?
Le parole sono balle, menzogne. Ogni parola che viene pronunciata,
usata,  una menzogna.
Il canto era finito. I fedeli erano seduti. Rebecca apr gli
occhi e Ges svan. Era ridicolo pensare che Ges fosse
mai sceso l, invocato dal reverendo Deegan della Prima
Chiesa Presbiteriana di Milburn, New York.
Rebecca cerc di soffocare uno sbadiglio. Uno di quelli
enormi, con la bocca spalancata, che fanno lacrimare. La
signorina Lutter l'avrebbe notato e si sarebbe risentita (si
offendeva facilmente) e in seguito l'avrebbe rimproverata
con quei suoi modi enigmatici e la voce nasale.
Adesso Rebecca era inquieta, nervosa. Ogni domenica
era sempre peggio.
Si sforz di rimanere ferma. Di stare buona. Oh, ma era
cos stupido! Erano tutte stronzate, ecco cosa. Tuttavia si
ripeteva che doveva essere grata. Era grata alla signorina
Lutter. Era grata di essere viva. Una dannata fortuna. Lo
sapeva! Potevano prenderla per ritardata, ma era una ragazza
sveglia e intelligente, sapeva benissimo come la comunit
di Milburn la considerava e cosa diceva di lei. Sapeva
che molti ammiravano la signorina Lutter, e che in
alcuni ambienti era malvista. La maestra in pensione che
aveva accolto la figlia del becchino, l'orfana. Aveva prurito
sotto le ascelle e alle caviglie, inguainate da quegli odiosi
calzini bianchi. Strofin i piedi l'uno contro l'altro, sotto la
panca. Con energia. Se non fosse stata l sotto gli occhi di
tutti si sarebbe grattata la parte ricoperta di peli ispidi tra
le gambe cos forte da farla sanguinare.


28.

Non aspett di compiere sedici anni per abbandonare la
scuola.
Venne espulsa nel novembre del 1951, e non vi fece mai
pi ritorno.
Non ne volle pi sapere, e spezz il cuore della signorina
Lutter.
Quel giorno ne aveva avuto davvero abbastanza. Cazzo
se ne aveva avuto abbastanza. La tormentavano in continuazione.
Lo sapevano tutti, gli insegnanti come il preside,
ma nessuno interveniva. Nel corridoio nei pressi delle scale
la maggiore delle Meunzer le diede uno spintone alle
spalle. Invece di far finta di niente, di porgere l'altra guancia
come le consigliava la signorina Lutter, di allontanarsi
senza nemmeno degnarla d'uno sguardo, Rebecca si volt,
scagli i libri contro la sua assalitrice e l'aggred a suon di
pugni, come un maschiaccio. A quel punto le si fiond addosso
un ragazzo, a cui presto si unirono altri. Imprecavano,
graffiavano, la tempestarono di pugni. Nel corridoio si
propag un'eccitazione, come un incendio indomabile. Rebecca
venne sopraffatta, cadde a terra e fu presa selvaggiamente
a calci.
La odiavano in quanto sorella di Herschel Schwart, che
aveva sfigurato Jeb Meunzer. La odiavano perch era la figlia
del becchino Jacob Schwart, l'assassino di un uomo
che si chiamava Simcoe, appartenente a una nota famiglia
di Milburn, e che suicidandosi era sfuggito alla sedia elettrica.
Il fatto che Rebecca si ostinasse a rimanere l, che
non si umiliasse davanti a loro, li offendeva, detestavano i
suoi modi altezzosi, distaccati, che riservava ai compagni
di classe come agli insegnanti, sempre a disagio davanti a
lei, tanto da obbligarla a sedere in fondo alla classe con altri
disadattati e attaccabrighe.
Tutti gli alunni coinvolti nella rissa vennero espulsi dalla
scuola e il preside ordin loro di lasciare immediatamente
l'edificio. Non fu considerata rilevante la circostanza che
Rebecca fosse stata assalita, il preside non poteva tollerare
che nel suo istituto accadessero episodi del genere. Avrebbe
potuto appellarsi contro quella decisione l'anno seguente,
ma Rebecca rifiut di farlo.
Ormai aveva deciso, non sarebbe pi tornata.
La signorina Lutter rimase sbalordita da quella notizia;
era sconvolta. Rebecca non aveva mai visto l'anziana signora
cos affranta.
Rebecca, non puoi volere una cosa del genere! Sei turbata.
Parler con il preside, devi prendere il diploma. Sei
stata aggredita, hai solo cercato di difenderti. Bisogna riparare
a questa tremenda ingiustizia... La signorina Lutter
si port la mano tremante al petto, come se il cuore battesse
all'impazzata. Impietosita, in quel momento Rebecca fu
sul punto di cedere.
Ma no: ne aveva abbastanza della scuola di Milburn. Non
ne poteva pi di trovarsi davanti sempre le stesse facce,
anno dopo anno, gli stessi sguardi impudenti. Credevano
di conoscerla, quando invece sapevano solo quello che si
diceva di lei. Erano convinti della loro superiorit, per via
della sua famiglia.
Aveva voti medi, o bassi. Spesso saltava le lezioni, annoiata
a morte. La materia che pi detestava era la matematica.
Cosa avevano a che fare le equazioni con la realt? In
inglese erano costretti a imparare a memoria passi di Longfellow,
Whittier, Poe, ridicole e noiose poesie, cosa avevano
a che fare quelle rime con la realt? S, ne aveva abbastanza
della scuola, si sarebbe trovata un lavoro per mantenersi.
Per giorni la signorina Lutter supplic Rebecca. Sembrava
essere in ballo il futuro della stessa Rose Lutter. Le disse
che non doveva permettere a quei barbari ignoranti di rovinarle
l'esistenza. Doveva perseverare e diplomarsi. Solo
con il diploma di scuola superiore poteva sperare di trovare
un lavoro decente che le consentisse di vivere una vita
decente.
Rebecca rideva di quelle parole, le trovava ridicole. Una
vita decente! Lei non poteva sperare in una vita decente.
Il gesto di Jacob Schwart la cingeva come un'aureola. Se
la portava dietro, ovunque andasse. A lei era invisibile,
ma non agli altri. Emanava un odore simile a gomma bruciata,
come quello della discarica comunale.
Un giorno Rose Lutter confess a Rebecca il motivo del
suo pensionamento anticipato: non riusciva pi a sopportare
l'ignoranza e l'insolenza crescente dei bambini. Aveva
sviluppato un'allergia alla polvere del gesso, soffriva
di sinusite cronica. Era stata minacciata da alcuni genitori,
degli straccioni, e un preside troppo codardo non aveva
preso le sue difese. In un'occasione, mentre cercava di
porre fine a una lite, un bambino di dieci anni che aveva
aggredito un compagno pi piccolo le aveva morso la
mano, e il dottore le aveva prescritto dei tranquillanti e
dei farmaci per le palpitazioni; il distretto scolastico le
aveva rilasciato un permesso di tre mesi per la convalescenza,
ma il giorno che torn a scuola fu colta da un attacco
di tachicardia e rischi l'infarto; il suo medico propose
al distretto scolastico di collocarla anticipatamente a
riposo per invalidit, e cos and. Probabilmente era stato
meglio cos, tuttavia non voleva per nulla al mondo che
Rebecca si arrendesse, lei era giovane e aveva tutta la vita
davanti.
Non devi rimanere ancorata al passato, Rebecca. Devi
lasciartelo alle spalle. Hai un'anima pi elevata di...
Rebecca percep l'insulto, come uno schiaffo.
Pi elevata di chi?
La voce della signorina Lutter ebbe un tremito. Cerc di
afferrare le mani rigide e fredde della ragazza, ma lei si ritrasse.
Non toccarmi! Delle miriadi di frasi pronunciate da Ges
Cristo che aveva dovuto imparare da quando viveva in
quella casa, non toccarmi! era quella che l'aveva pi impressionata.
... del tuo ambiente, cara. E dei tuoi nemici a scuola. Il
mondo  pieno di barbari che tentano di abbattere la civilt.
Sono anche nemici di Ges Cristo. Rebecca,  bene
che tu lo sappia.
Rebecca scapp via, per non mettersi a gridare contro
quella vecchia petulante: Va all'inferno! Tu e il tuo Ges Cristo,
andate all'inferno!
Ma  stata cos buona con me. Mi vuole bene...
Tuttavia in cuor suo sapeva che la fine era prossima. La
definitiva rottura tra loro, la desiderava e la temeva.
Comunque non sarebbe mai tornata a scuola, la signorina
Lutter poteva supplicarla quanto voleva. Rimproveri,
minacce, nulla avrebbe potuto farle cambiare idea. Mai
pi in quella scuola!
Trascorreva sempre pi tempo lontano dalla casa in mattoni
beige di Rush Street, proprio come era avvenuto con la
vecchia casa di pietra nel cimitero. Il profumo del potpourri
le dava la nausea. Non frequentava pi la chiesa. Tornava
a casa con il buio, piena di rimorsi eppure spavalda, a
volte anche a mezzanotte, quando tutte le abitazioni di
Rush Street erano avvolte dall'oscurit e immerse nel silenzio.
Perch mi ha aspettato in piedi, signorina Lutter? Non
mi va che lo faccia, non sopporto tutte queste luci accese.
Ti odio, detesto che mi aspetti. Lasciami in pace!
La tensione tra loro diveniva sempre pi intollerabile.
Rebecca si rifiutava di rivelarle dove passava il tempo, e
con chi. (Da quando aveva abbandonato gli studi aveva
conosciuto altre persone. Katy Greb aveva lasciato la scuola
l'anno prima, erano di nuovo amiche intime.) Dal giorno
di quella brutale aggressione, avvenuta davanti a tutti,
che le aveva procurato dei lividi e delle ecchimosi sulla
schiena, sulle cosce, sulle natiche, persino sui seni e sulla
pancia, che rimasero visibili per settimane, Rebecca aveva
cominciato a vedersi in maniera diversa, e doveva ammettere
che si piaceva. La pelle riluceva con uno strano pallore
olivastro. Aveva sopracciglia scure e folte come quelle di
un uomo, quasi unite all'attaccatura del naso. Quando sudava
la pelle emanava un intenso odore animalesco. Con
quale forza ispirata aveva colpito Gloria Meunzer e gli altri
assalitori, a suon di pugni: erano indietreggiati per la
sorpresa e il dolore, li aveva fatti sanguinare.
Sorrideva al pensiero di come nel profondo assomigliasse
a Herschel, il fuorilegge.
Ma la signorina Lutter non desisteva. Il tribunale ti ha
affidato a me, Rebecca. Naturalmente voglio solo il tuo bene.
Ho pregato, ho riflettuto sugli errori commessi con te...
Rebecca si morse le labbra per non gridare.
Non ha commesso nessun errore con me, signorina
Lutter.
Solo a pronunciare quel nome le veniva da ridere, era
ridicolo. Rose Lutter, la signorina Rose Lutter. Non lo sopportava.
Davvero? ribatt la signorina Lutter con simulata tristezza.
I sottili capelli stinti erano arricciati e arrotolati alla
meglio, schiacciati sulla testa sotto una retina. La pelle
morbida solcata da un'infinit di rughe attorno agli occhi
miopi e floscia sotto il mento luccicava per la crema che si
applicava ogni sera, che emanava un sentore di medicinale.
Indossava la camicia da notte, sotto una vestaglia di
rayon blu, allacciata stretta attorno alla vita sottile. Rebecca
non riusciva a distogliere lo sguardo dal petto ossuto e
piatto. Certo che ho sbagliato, cara. La tua vita...
Rebecca protest: La mia vita mi appartiene!  mia!
Non ho fatto niente di male.
Ma devi tornare a scuola, cara. Parler con il preside, 
un uomo onesto, lo conosco. Presenter un appello. Non
posso permettere che tu sia trattata ingiustamente.
Rebecca voleva sgusciare nella sua stanza, ma la signorina
Lutter le bloccava il passaggio nell'ingresso angusto,
con sorprendente fermezza. Malgrado fosse pi alta di
Rose Lutter e pi pesante di almeno sette chili, non poteva
affrontarla.
Il tuo destino, cara,  legato al mio. "Non seminare in
un terreno arido."
Ges non ha detto cos! Non ha usato quelle parole, la
frase  sua.
S che lo ha detto. Forse non ha usato le stesse parole,
ma s, lo ha detto.
Non pu inventare le parole di Ges, signorina Lutter!
Non pu!
 il significato che conta. Se Lui fosse qui, puoi esserne
certa, ti parlerebbe come me. Ges cercherebbe di farti ragionare,
bambina mia.
Nelle zone malfamate di Milburn, sui muri, sui marciapiedi
e sui carri merci erano scarabocchiate delle parole
che alle ragazze era proibito pronunciare a voce alta: fanculo
vaffanculo vaffanculo. I ragazzi le ripetevano in
continuazione, le strillavano allegramente, ma le "brave"
ragazze distoglievano lo sguardo, piene di imbarazzo. In
quel momento Rebecca dovette mordersi il labbro per non
urlarle, vaffanculo rose lutter. 'fanculo 'fanculo 'fanculo
ROSE lutter. Venne presa da un accesso di ilarit, incontenibile
come uno starnuto. La signorina Lutter la fiss,
visibilmente offesa.
Ah, e cosa c' di cos divertente, adesso? In questa situazione,
Rebecca, cosa c' da ridere? Vorrei poter condividere
la tua allegria.
Rebecca spinse da parte la signorina Lutter e si infil
nella sua stanza, sbattendo rumorosamente la porta.
Hai avuto una dannata fortuna e lo sai! Certo, lo sapeva. La
stava rimproverando. Un padre ne ha il diritto.
In quella stanza buia dove il tempo volava via, le sfuggiva
qualcosa. Si sforzava di vedere, di sentire. Per lo sforzo
le doleva la spina dorsale. E gli occhi. Riviveva quei fugaci
momenti confusi che avrebbero segnato l'improvvisa
e irrevocabile conclusione della sua vita nella casa di pietra.
La fine di quello che non avrebbe saputo definire la
sua infanzia, tantomeno la sua adolescenza.
Il profumo del potpourri la stordiva, si mescolava agli
odori di quell'altra stanza da letto. Lott per svegliarsi, il
respiro affannato, in un bagno di sudore, roteando gli occhi
per l'agitazione, cercando infine di vedere... cosa giaceva
sul pavimento, avvolto nell'oscurit.
Un'ombra umida rilucente dietro il letto. Il corpo molle
stramazzato al suolo, che nella semioscurit, nella concitazione
del momento, sembrava un mucchio di panni abbandonati,
o una coperta.
Ma'? Ma'...
No. Non riusciva a vedere. Lui le impediva la vista. Non
glielo avrebbe permesso. In quel dormiveglia riusciva a
evocare la visione di suo padre, Jacob Schwart, che si sforzava
di sorriderle, gli occhi inumiditi e crudeli, mentre armeggiava
goffamente con il fucile, nel tentativo di puntarglielo
contro, in quello spazio limitato, senza che lei se ne
accorgesse, senza toccarla. Con puritano tatto paterno non
voleva toccare il seno della figlia, nemmeno con un oggetto.
Di frequente, in quell'ultimo anno, Rebecca aveva notato
lo sguardo del padre sul suo petto, se ne ritraeva d'istinto
senza soffermarsi a pensarci. Non voleva nemmeno
toccarle la gola con le canne del fucile, l dove un'arteria
pulsava convulsamente. Eppure lei cerc di vedere alle
sue spalle, dove sua madre giaceva immobile. La parte superiore
del corpo appartenuto a sua madre si dissolveva in
un'ombra informe. Voleva vedere, doveva vedere!... ma
non ci riusciva. Fin quando non apriva gli occhi, sospesa in
quello stato confuso tra veglia e sonno, riusciva a scorgere
quella stanza e con un atto di volont anche dietro.
Ancora una volta si avvicinava di nuovo alla casa di pietra
dal vialetto di ghiaia. Ecco la porta d'ingresso rozzamente
ridipinta. Ed ecco, sul retro, i panni stesi, perch era
un ventoso pomeriggio di maggio, e il cielo era chiazzato
di nuvole cariche di pioggia. Asciugamani, un lenzuolo, le
camicie del padre. La sua biancheria intima. Gli indumenti
penzolavano al vento, era un normale giorno di bucato, c'
sempre qualcosa di comico e rassicurante nella biancheria
stesa, non poteva esserci un pericolo ad attenderla in casa.
Anche se la voce urgente e stridula di una sconosciuta aveva
gridato: Non entrare! Fermatela! Una voce di donna, sconcertante.
Ma ormai era troppo tardi. Nella storia ci sono
azioni che nessun atto successivo pu annullare.
Le sfuggiva qualcosa! Le sfuggiva sempre qualcosa,
non aveva visto o udito abbastanza. Doveva ricominciare.
Correva lungo Quarry Road, a perdifiato. E nel cimitero,
sul viottolo di ghiaia che negli ultimi mesi era in cattivo
stato, i ciottoli sparsi sull'erba ai lati, le erbacce alte. Piante
di tarassaco ovunque! Perch il guardiano del cimitero di
Milburn non era pi meticoloso come un tempo. Perch il
guardiano del cimitero di Milburn non era pi educato e
rispettoso come un tempo. C'era una vettura o pi d'una
nella parte interna del cimitero. Qualcosa non andava, si
percepiva qualcosa di strano. Una donna chiam Rebecca,
la ragazza non diede segno di averla udita. Chiamava: Ma'?
con voce assurdamente fievole, Anna Schwart non avrebbe
mai potuto sentirla! Rebecca era gi in casa quando risuon
l'esplosione. Il colpo si riverber nell'aria. Si sarebbe
convinta di aver assistito allo sparo, l'impatto dei pallettoni
a una distanza di circa quindici centimetri dal morbido,
indifeso obiettivo, ma non era cos, l'aveva solo sentito. In
effetti l'esplosione fu cos assordante che non la ud. Le sue
orecchie non potevano percepirla. Il suo cervello non poteva
recepirla. Sarebbe potuta scappare via come avrebbe
fatto un animale, ma non lo fece. Forse fu l'imprudenza, figlia
dell'inviolabile, ostinata vanit dei giovani, che non
credono di poter morire, a spingerla nella camera da letto,
dove quasi sulla porta, poich la stanza era molto piccola,
Jacob Schwart le impediva l'accesso. Lo stava implorando.
Lui sorrideva con il suo tipico sorriso. Un sorriso di scherno
che metteva in mostra denti macchiati e cariati, simile a
una ghignante zucca di Halloween rozzamente intagliata
eppure (cos lo vedeva lei, l'unica sua figlia, e l'ultima che
gli rimaneva) di una mordace tenerezza. Un sorriso di rimprovero
e nello stesso tempo indulgente. Tu! Nata qui, non
ti faranno del male. Parole assurde come quasi tutto quello
che diceva, ma che lei, sua figlia, comprendeva. Lo capiva
sempre, anche se non avrebbe saputo spiegare cosa lesse
in quella faccia disperata e buffa, mentre, grugnendo, si affannava
a puntarsi contro il fucile; poi si ud una seconda
esplosione, molto pi fragorosa della prima, di gran lunga
pi potente e annichilente; e qualcosa di umido, carnoso e
appiccicoso le schizz addosso, sul viso, fra i capelli, dove
coagul, costringendo un'estranea a tagliarli accuratamente
con le forbici.
Ma ancora una volta a Rebecca era sfuggito qualcosa.
Dannazione, era sfilato tutto troppo in fretta, non era riuscita
a vedere.
La crocifissione di Cristo era un mistero.
Cominci a detestarla.
Ascoltava impassibile e con il cuore indurito il reverendo
Deegan che recitava il sermone del Venerd Santo. L'aveva
gi sentito, pi d'una volta. Il viso da bulldog di
quell'uomo, la voce piagnucolosa e arrogante. Il tradimento
di Giuda, l'ipocrisia degli ebrei. Ponzio Pilato che
se ne lava le mani con la scusa: Qual  la verit? E dopo, a
casa, voleva scappare ma la signorina Lutter la costrinse
ad ascoltarla mentre leggeva a voce alta il Vangelo di Giovanni,
come se Rebecca non fosse capace di leggere da s.
E la signorina Lutter scosse il capo, con un sospiro. Rebecca
pensava crudelmente:  per te che sei addolorata, non per
Lui. Poi le chiese, con logica fanciullesca: Perch Ges ha
permesso che lo crocifiggessero, signorina Lutter? Poteva
evitarlo, no? Non era il figlio di Dio?.
L'anziana signora sollev stancamente lo sguardo dalla
Bibbia, guardando accigliata Rebecca attraverso le lenti
bifocali dalla montatura d'argento, come se, per l'ennesima
volta, con suo disgusto, la ragazza avesse mormorato
una bestemmia.
Allora, perch?  solo una domanda, signorina Lutter.
Negli ultimi tempi non sopportava pi quegli sguardi
addolorati. E se non era dolore era rabbia. Il risentimento
dell'insegnante la cui autorit viene messa in discussione.
Rebecca si ostin: Se Ges era veramente Dio poteva fare
quello che voleva. Se non l'ha fatto come poteva essere
Dio?.
Era un perfetto esempio di logica adolescenziale. Per
Rebecca era inoppugnabile.
A Rose Lutter, prossima alle lacrime, sfugg un gemito
afflitto. Si alz con dignit, chiuse la sua preziosa copia della
Bibbia in pelle morbida e usc dalla stanza mormorando
a voce sufficientemente alta da farsi udire: Perdonala, Padre.
Non sa quello che dice.
E invece lo so. So benissimo quello che dico.
Quella notte Rebecca dorm poco, si svegliava in continuazione.
L'aria era impregnata di quel dannato potpourri appoggiato
sulla cassettiera. Infine, a piedi nudi e di soppiatto,
lo port fuori dalla stanza e lo nascose nell'armadio
dell'ingresso, sul ripiano pi basso, dove, con grande disappunto,
Rose Lutter l'avrebbe scoperto solo dopo che
Rebecca era andata via.


29.

Era libera! Si sarebbe mantenuta da s, finalmente avrebbe
abitato nel centro di Milburn. Non presso la malfamata
pensione della signora Schmidt ma dietro l'angolo, in
Ferry Street, in un fatiscente palazzetto in arenaria diviso
in una moltitudine di stanze e piccoli appartamenti. L vivevano
Katy Greb e Laverne, la cugina di Katy pi grande
di qualche anno. Avevano invitato Rebecca a unirsi a loro.
La sua parte dell'affitto ammontava solo a qualche dollaro
la settimana, Quello che puoi permetterti, Rebecca. Per
parecchie settimane Rebecca dorm a terra su delle coperte,
del resto era cos esausta che non le importava. Trov
un posto da cameriera, poi fu assunta come commessa in
una merceria e infine ancora come cameriera al General
Washington Hotel.
Fu Leora Greb, con cui aveva riallacciato i rapporti, ad
aiutarla a trovare quel posto. Di' che hai diciotto anni le
sugger. Nessuno controller.
Percepiva la paga in contanti, sull'unghia. L'albergo non
dichiarava quell'uscita al fisco, quindi non era soggetta a
tassazione. Ovviamente non le versava i contributi alla
previdenza sociale. In nero, d'accordo? Semplifichiamo
le cose. Amos Hrube, il responsabile del personale addetto
alla pulizia e alla cucina, ammicc a Rebecca come
se tra loro vi fosse una scherzosa confidenza. Prima che
Rebecca si voltasse per andare via, Hrube le diede un pizzicotto
sulla guancia.
Ahi! Fa male.
Hrube la guard con ironica espressione imbronciata.
Come un adulto che finga di essere dispiaciuto quando
un bambino maldestro si fa un graffietto.
Be'! Scusa.
Hrube aveva un viso piatto e sgradevole, con una bocca
che sembrava maciullata. Poteva avere trentacinque come
cinquantacinque anni. Sulla parete dietro la sua scrivania
era appesa una foto incorniciata di un giovane con l'uniforme
dell'esercito degli Stati Uniti, magro, i capelli scuri,
con gli inconfondibili lineamenti di uno Hrube pi anziano.
L'ufficio era uno stanzino senza finestre, sul retro dell'albergo.
Leora l'aveva avvertita di non badare ai suoi
modi, si comportava cos con tutte le domestiche, ad alcune
piaceva fare le stupide, ad altre no. In fondo  un uomo
di buon cuore. Mi ha fatto dei favori. Ti rispetter se  questo
che vuoi e se lavori sodo. Sai aggiunse, come se fosse
una bella notizia, non possono licenziare tutti.
Rebecca rise. In effetti era una bella notizia. Le sue esperienze
lavorative l'avevano portata suo malgrado a contatto
con uomini preposti alle assunzioni. Erano immancabilmente
informati sul suo conto, la squadravano e la
giudicavano. Sapevano chi era: la figlia di Jacob Schwart.
Il General Washington Hotel aveva numerosi dipendenti.
Le cameriere erano le pi invisibili. Leora le aveva promesso
di non rivelare a Hrube o ad altri chi fosse, chi era
suo padre. Comunque  una storia vecchia qui a Milburn.
Come per la guerra, la gente comincia a dimenticare.
La maggior parte, per lo meno.
Era vero? Rebecca lo sperava.
Quell'albergo nella zona collinare di Main Street l'aveva
sempre incuriosita, ma sino a quando Leora non l'aveva
condotta l per farle presentare la domanda di assunzione,
non vi aveva mai messo piede. La hall animata dai
pavimenti neri scintillanti, gli arredi in pelle e le decorazioni
di ottone, i vasi con le felci, i candelabri e gli specchi
ornamentali: probabilmente era l'ambiente pi vasto in
cui Rebecca fosse mai entrata, di certo il pi imponente.
Chiese a Leora quanto costasse una stanza per una notte,
e quando la donna glielo disse rispose scioccata: Tutti
quei soldi solo per dormire? E dopo non avete altro da
mostrare?.
Leora rise a quelle parole. Stava conducendo la ragazza
attraverso l'atrio, verso una porta sul retro con la scritta
riservato AL personale. Replic: Rebecca, la gente che si
ferma in alberghi come questo ha i soldi, e la gente che ha
i soldi lascia le mance. E hai l'opportunit di incontrare
uomini di classe... a volte.
Fu assunta in nero, e nella sua ingenuit pens che fosse
una buona cosa. Senza tasse!
Le piaceva che ci fossero cos tanti dipendenti al General
Washington. La maggior parte indossava divise che ne
indicavano la mansione e il grado. Le tenute pi singolari
erano quelle del personale maschile: del capo dei portieri
e dei suoi assistenti, dei fattorini. (Questi ultimi non erano
tutti ragazzi: alcuni erano uomini maturi.) I dirigenti indossavano
dei completi con cravatta. Nel pi chic dei due
ristoranti dell'albergo i camerieri erano soltanto uomini,
tutti elegantemente vestiti. Le donne svolgevano le mansioni
di centraliniste, segretarie, cameriere nel ristorante
di livello inferiore e nel chiassoso bar, di addette alla cucina
e cameriere ai piani. Queste ultime costituivano un piccolo
esercito. La pi anziana era una donna dal fisico corpulento
e i capelli bianchi, sulla sessantina, che affermava
con orgoglio di lavorare in quell'albergo sin dalla sua apertura,
nel 1922. Rebecca era la pi giovane.
Le cameriere portavano divise bianche di rayon, con
gonne al polpaccio e camicette dalle maniche corte e aderenti.
L'uniforme assegnata a Rebecca le stava troppo larga
di busto e troppo stretta su spalle e braccia, e inoltre non
sopportava la sensazione della stoffa scivolosa contro la
pelle; soprattutto detestava la disposizione che obbligava
le dipendenti del General Washington a indossare le calze.
Dannazione, non ci riusciva e non voleva. Era chiedere
troppo trascinare l'aspirapolvere e lucidare pavimenti
nelle umide estati della Chautauqua Valley vestita in quel
modo! Leora le disse: Ecco perch  importante che Amos
Hrube sia dalla tua parte, tesoro. Se gli vai a genio le cose
cambiano. Se non gli piaci si mette a fare il pignolo con i
regolamenti. Un vero figlio di puttana.
Sono solo superfici. Non ci vuole niente.
Le piaceva spingere il carrello lungo il corridoio, carico
di lenzuola di lino, asciugamani, detersivi, saponette profumate.
Con quella sciatta divisa bianca era come invisibile
agli ospiti dell'albergo, e quando qualcuno di loro (immancabilmente
uomini) le rivolgeva la parola non lo
guardava mai negli occhi.
Buongiorno!
Bella giornata, eh?
Se vuole pulire subito la stanza, signorina, posso aspettare.
Ma non faceva mai le pulizie con un ospite davanti, che
la osservava.
Non rimaneva mai sola nella stanza con un cliente, con
la porta chiusa.
Amava la solitudine di quel lavoro. Disfare i letti, cambiare
gli asciugamani sporchi dai bagni, passare l'aspirapolvere
sui tappeti, in quei momenti cadeva in una sorta di
trance. Sola in una stanza d'albergo vuota, senza nessuno a
guardarla. Il momento pi bello era quando apriva la porta
ed entrava. Perch in qualit di cameriera aveva un passepartout,
con cui poteva entrare in ogni stanza. Lei, Rebecca
Schwart, che non era nessuno. Eppure poteva introdursi,
invisibile, nelle stanze del General Washington Hotel.
Una delle tante. "Cameriere d'albergo!"
Non conosceva quella definizione. Le sembrava di vedere
un ghigno di derisione sulla bocca di lui.
Came-riera! Una che pulisce la sporcizia dei maiali.
Mia figlia.
Tuttavia persino Jacob Schwart sarebbe rimasto impressionato
dalle camere di quell'albergo; finestre che arrivavano
fin quasi al soffitto, alto pi di tre metri, cortine di
broccato tirate e all'interno tendine bianche trasparenti.
Be', in certe stanze pi piccole la moquette color porpora
era consunta in alcuni punti, ma era chiaramente di squisita
fattura, in pura lana. Gli specchi scintillanti riflettevano
la flessuosa figura di Rebecca nella sua divisa bianca di
rayon, il volto pallido dalla carnagione olivastra, sfuocato.
Rebecca si specchiava raramente perch la regola dell'albergo
era quella di passare inosservati.
Nella casa immacolata della signorina Lutter tutto aveva
una connotazione personale. Ogni oggetto era sin troppo
carico di significato. Al General Washington non esisteva
nulla di personale, e le cose non avevano alcun significato,
se non quello che si voleva attribuire loro. Eccetto le suite al
settimo piano (che Rebecca non aveva mai visto), le stanze
avevano tutti gli stessi arredi. Gli stessi copriletti e paralumi,
la medesima carta da lettera e i taccuini dalle copertine
con il nome dell'albergo inciso a lettere d'oro su identici
scrittoi. Persino alle pareti c'erano le stesse riproduzioni di
dipinti del Diciannovesimo secolo, raffiguranti scene sul
canale Erie Barge di fine Ottocento.
Ma in quegli stessi letti si facevano gli stessi sogni?
Chiss. Nessuno avrebbe voluto scoprire se i propri sogni
erano identici a quelli altrui.
Com'era confortante quell'impersonalit! Gli ospiti arrivavano
e partivano. Le stanze venivano occupate e d'improvviso
lasciate. Molto spesso Rebecca non guardava
nemmeno quegli sconosciuti. Quando li incrociava nei
corridoi abbassava lo sguardo. Non apriva mai una porta
prima di aver bussato seccamente e di essersi identificata,
anche quando sapeva che la stanza era vuota. La maggior
parte degli ospiti erano maschi, uomini d'affari che viaggiavano
in macchina o in treno; nei fine settimana si vedevano
pi donne e coppie. Era abitudine di quei forestieri
lasciare delle mance alla cameriera sullo scrittoio, ma Rebecca
scopr presto che non poteva farci affidamento. Poteva
trovare due dollari come pochi spiccioli. E talvolta
niente. Leora le spieg che gli uomini tendevano a lasciare
le mance, soprattutto se non erano in compagnia delle
mogli, che alle volte intascavano la mancia di nascosto
dal marito.
(Come faceva Leora a sapere quelle cose?, si chiedeva
Rebecca.)
Gli anziani erano pi generosi dei giovani. E se scambiavi
qualche parola con un cliente, se ti sorrideva, quasi
certamente lasciava la mancia.
Katy e Laverne punzecchiavano Leora per certi suoi
"amici dell'albergo" che capitavano di frequente a Milburn.
Leora rispondeva, con una rabbiosa risata: Almeno sono
dei gentiluomini. Non come certi bastardi.
Non era un segreto che fosse stato il barista a presentare
negli anni Leora ad alcuni di quegli "amici dell'albergo".
Aveva avvicinato anche Rebecca. Ma lei gli aveva detto
no.
Nemmeno per cinquanta dollari, tesoro?
No, no!
(Per la verit, Rebecca non si era nemmeno chiesta se
fosse possibile che le lasciassero una mancia di cinquanta
dollari, o se si trattava di una battuta di Mulingar. La sua
paga settimanale per sei giorni di lavoro, otto ore al giorno,
ammontava a quarantotto dollari, che le venivano corrisposti
da Amos Hrube con un sorrisetto compiaciuto.)
Rebecca provava repulsione al pensiero che uno sconosciuto
potesse toccarla. Si rifiutava di prendere in considerazione
la possibilit di guadagnare denaro in cambio di
prestazioni sessuali, perch sapeva (pur non rivelandolo)
che ogni tanto sia Katy che Laverne accettavano soldi dagli
uomini con cui "uscivano", proprio come Leora. Come diceva
Katy con una scrollata di spalle: Capita cos, non  che lo
programmi.
Era vero, certi incontri non sembravano fissati. Se eri
una ragazza, apparentemente sola e indifesa. Un uomo
poteva tornare con la scusa che aveva dimenticato qualcosa,
mentre Rebecca stava rassettando la stanza. O guardarla
e sorriderle nel corridoio, come se l'avesse vista solo
allora, e mettersi a parlare con lei in tono sfacciatamente
confidenziale, al che Rebecca sorrideva educata e continuava
a spingere il carrello lungo il corridoio, scuotendo
la testa e fingendo di non capire, e, a meno che l'uomo
non fosse molto ubriaco o aggressivo, desisteva.
Va bene, tesoro. Prego.
Oppure, echeggiando bizzarramente Amos Hrube:
Ehm! Mi scusi.
Non poteva prevedere che mancia le avrebbero lasciato
in quei casi. Forse qualche centesimo gettato sulle lenzuola
sporche, o un biglietto da cinque dollari piegato sulla toletta.
Poteva trovare una stanza devastata. Il bagno sudicio,
il gabinetto senza lo scarico tirato.
Anche in quei casi capiva che non vi era niente di personale.
Non significava nulla.
Seppure non capitavano simili incontri, quando non
aveva scambiato nemmeno un'occhiata con un ospite, entrando
in una stanza lasciata in uno stato disgustoso veniva
destata da quella sorta di trance in cui cadeva quando
faceva le pulizie. Bastava varcare la soglia e annusare l'aria
per rendersene conto: alcolici o cibo rovesciati, umori
corporei, sentore di latrina. Inconfondibili.
Si trovava davanti coperte sparpagliate sul pavimento
come dopo una baldoria da ubriachi, lenzuola sporche, federe
impregnate di brillantina, tappeti macchiati, tendaggi
di broccato sganciati dalle finestre e ammucchiati per
terra, vasche da bagno con una striscia di sporco, peli pubici
nello scarico. (I water andavano puliti. O meglio, come
diceva Amos Hrube, bisognava farli luccicare. Hrube
controllava le stanze.) La cosa peggiore era un gabinetto
sudicio, con urina e persino escrementi sparsi sul pavimento.
Eppure anche in quei casi provava una perversa soddisfazione.
Posso farlo, sono forte abbastanza. Tutte le cameriere
ne avevano esperienza. Non era diverso da ci che faceva
una massaia o una madre.
Quando la stanza era pulita, dopo aver passato lo straccio,
strofinato, lucidato, usato l'aspirapolvere, rifatto il letto,
rassettato quello sfacelo, cominciava a sentirsi euforica.
Quando l'aspro odore dei detersivi prendeva il posto
degli altri effluvi nel bagno, lo specchio e il lavandino
bianco di porcellana brillavano, il suo spirito si rianimava.
Com' facile! Superfici.
Viveva cos, spensierata. I giorni si susseguivano. Sua madre
aveva fatto l'errore di sposarsi e fare dei figli. Da quel
primo errore erano derivati tutti gli altri.
Faceva in modo di arrivare a sera spossata, cos la notte
sprofondava in un sonno senza sogni. O, se pure sognava,
non ne serbava memoria. Una dannata fortuna, e lo sai! Tu,
nata qui! Certi giorni si recava al lavoro come una sonnambula,
a malapena consapevole di ci che la circondava
nei corridoi dai soffitti alti del General Washington Hotel,
dove, in vita sua, Jacob Schwart non era mai entrato.
Una cameriera, pa'. Questo sono.
Era una vendetta nei suoi confronti, no? O una vendetta
verso la madre?
Avvertiva dei sensi di colpa per aver abbandonato Rose
Lutter cos all'improvviso. Una notte, con la casa immersa
nel buio, se l'era vilmente squagliata, alla chetichella. Qualche
giorno dopo Pasqua. Non sarebbe pi stata costretta a
sorbirsi i sermoni del reverendo Deegan. Non avrebbe pi
sopportato gli sguardi offesi e di rimprovero che la signorina
Lutter le lanciava di sottecchi come un amo. Si era accordata
segretamente con Katy e Laverne, che l'avevano invitata
a stabilirsi da lei; cos, mentre la signorina Lutter
dormiva, aveva rifatto accuratamente il letto per l'ultima
volta e aveva lasciato sul cuscino una breve lettera.
Com'era stato difficile scrivere quel dannato biglietto!
Aveva provato e riprovato, riusciva solo a buttare gi una
frase:
Cara signorina Lutter,
grazie per tutto quello che ha fatto per me.
Vorrei che
Lo aveva vergato a fatica con la grafia che la signorina Lutter
aveva insegnato a tutti i suoi alunni. S'era lambiccata il
cervello per aggiungere qualcos'altro; sudava in tutto il
corpo, dannazione, provava vergogna e risentimento, stava
perdendo tempo con Rose Lutter mentre le amiche la stavano
ansiosamente aspettando a casa loro a Ferry Street ed
era impaziente di andare perch era gi mezzanotte passata.
Avrebbe portato con s solo poche cose: il dizionario che
aveva vinto e qualche indumento regalatole dalla signorina
Lutter, che ancora le andava e non la faceva apparire troppo
goffa con quel fisico alto e slanciato.
Infine aveva strappato il biglietto e riprovato.
Signorina Lutter,
grazie per tutto quello che ha fatto per me.
Ges sar pi buono con lei di quanto possa essere io.
Mi dispiace!
Rebecca Esther Schwart


30.

L'ho capito dalla prima volta che ti ho visto, piccola.
Erano state le parole di Niles Tignor. Pronunciate nel
suo modo brusco e inespressivo. Alzavi gli occhi per guardarlo
colta alla sprovvista, come se avesse allungato le mani
per colpirti, non forte, ma abbastanza, il suo grosso indice
sullo sterno.
Era l'agosto del 1953. Una tarda mattinata afosa, nella
maggior parte degli ambienti del General Washingon Hotel
non c'era aria condizionata e i corridoi interni erano
privi d'aria, soffocanti. Rebecca stava spingendo il carrello con sopra ammucchiati lenzuola di lino sporche e asciugamani
sudici quando, con fastidio, scorse al limitare del
corridoio una porta che veniva aperta con derisoria indolenza.
Era la stanza 557, l'uomo che la occupava, registrato
come H. Baumgarten, le aveva creato dei problemi.
Baumgarten aveva pagato in anticipo diverse notti, cosa
rara, ma del resto era un tipo strano. Non sembrava avere
nient'altro da fare che gironzolare per la stanza e passare
il tempo a bere nel salone o al bar al primo piano. Stava
sempre in agguato nel corridoio nella speranza di attaccare
bottone con Rebecca, che si sforzava di essere cortese
anche se detestava simili individui, e quei mezzucci! Se si
fosse lamentata di un cliente con il direttore dell'albergo,
si sarebbe beccata una ramanzina. Era gi capitato.
Bastardo. Non ne hai il diritto.
Rebecca aveva diciassette anni e tre mesi; ormai non era
pi una bambina, e nemmeno la pi giovane dipendente
dell'albergo.
Il lavoro cominciava a piacerle meno; era un'attivit
alienante, meccanica e ripetitiva, eppure la solitudine costituiva
ancora una sorta di droga per lei. Trascorreva le
giornate in uno stato di trance, come un animale che non
alza nemmeno lo sguardo da terra. Salvo quando veniva
bruscamente destata da indesiderate interferenze, come
nel caso dell'uomo della stanza 557.
Not che la porta era socchiusa. Probabilmente Baumgarten
la stava spiando da dentro. E voleva che lei se ne
accorgesse, metterla a disagio sapendo che la stava guardando
senza che lei potesse vederlo, ignorando se fosse
vestito o in pigiama, o peggio, addirittura nudo. Baumgarten
traeva piacere dall'imbarazzo della cameriera, dal fatto
che lei lo detestasse.
Era una tarda mattinata e Rebecca lavorava gi da diverse
ore. Aveva le gambe nude. Col cavolo che portava
quelle ridicole calze solo perch la direzione lo imponeva.
Con quel caldo! Non le andava e non le metteva. Se pure
Amos Hrube l'aveva notato, non l'aveva ancora ripresa.
Hrube si riferiva a lei come la giovane Schwart, non direttamente
ma facendo in modo che sentisse. Non gli andava
a genio, per si era guadagnata il suo rispetto, come
Leora le aveva predetto. ,
Svolgeva bene il suo lavoro. Aveva spalle e braccia minute
ma forti e sode. Non aveva problemi a sollevare pesi.
Si lamentava raramente. Per la sobriet e la concentrazione
che metteva nel lavoro sembrava pi grande della sua
et. Con il caldo si intrecciava i capelli e li fissava sul capo
per tenerli scostati dal viso e dal collo, stranamente sensibili
al calore, come se la pelle fosse ustionata. Adesso la
sua divisa bianca di rayon era tutta appiccicosa, e il sudore
le imperlava il labbro superiore. Era molto stanca e avvertiva
un forte dolore tra le scapole e una fitta fastidiosissima
in mezzo agli occhi.
L'uomo della stanza 557 le aveva detto di essere un
ospite abituale del General Washington e di intrattenere
"rapporti amichevoli" con la direzione e il personale, incluse
parecchie cameriere a cui lasciava generose mance,
Quando se le meritano, naturalmente.
Rebecca aveva notato che il suo fiato aveva un sentore
dolciastro e nauseante di whisky. E un tremito alle mani,
che gesticolavano nervosamente quando parlava. In un'altra
occasione aveva cercato di abbordarla mentre stava rifacendo
la stanza accanto alla sua, ansioso di informarla
che doveva sbrigare delle faccende importanti nella Chautauqua Valley.
Qualche affare di famiglia, delle transazioni
finanziarie, tutte questioni di grande importanza.
Mentre pronunciava la parola "importanza" fissava Rebecca
con i suoi occhi lievemente giallognoli. Come alludendo
a qualcosa, a suggerire un qualche legame tra loro.
Baumgarten era scalzo, circostanza che in quel contesto
era apparsa inopportuna, e persino offensiva, agli occhi di
Rebecca. Portava una chiassosa camicia hawaiana sbottonata
sul petto, che lasciava intravedere una peluria grigiastra.
Sulle guance flaccide e cascanti, con le tracce di una
rasatura maldestra, si notavano una miriade di minuscoli
tagli. Un uomo oltre la quarantina, un ubriacone, malfermo
sulle gambe, gli occhi giallognoli, che cercava spudoratamente
di accalappiarla. Mi chiamo Burnstead, cara.
Mi hai visto nei fumetti. Non sono un uomo in carne e ossa,
ecco perch sorrido. Ci credi, cara, che ho avuto anch'io la
tua et? aveva ridacchiato, grattandosi il naso paonazzo
e rincagnato.
Fu allora che Rebecca aveva notato che i suoi pantaloni
sgualciti avevano la cerniera semiaperta. Doveva essere
nudo sotto, perch era visibile la pelle, simile a carne lessa,
e i peli pubici. Disgustata, Rebecca lo aveva schivato,
spingendo il carrello nella stanza, e si era chiusa subito la
porta alle spalle in maniera che Baumgarten non potesse
seguirla. Malgrado ci, l'uomo aveva continuato a bussare
alla porta per qualche minuto, parlandole in tono lamentoso
e supplichevole e dicendole parole che lei non
sent perch and a pulire il bagno.
Ma non aveva ancora rifatto la stanza di quell'uomo.
Alla sua porta era sempre appeso il cartello con la dicitura
non disturbare. Rebecca temeva di trovare un porcile, ma
finch c'era quel cartello non poteva entrare nella camera
anche se sapeva che Baumgarten era fuori; e non ne aveva
intenzione, fin quando lui fosse stato nei paraggi, anche
se l'avesse invitata. Aveva sperato che Baumgarten fosse
andato via quella mattina, ma lui le aveva dato a intendere
che poteva fermarsi pi a lungo.
Adesso, il giorno seguente, Baumgarten era tornato alla
carica; non c'era modo di sfuggirgli!
Mentre si avvicinava alla stanza 557 not che la porta
era ancora socchiusa, ma Baumgarten non si vedeva. (A
meno che non si fosse nascosto dietro, per balzarle addosso.)
Era terrorizzata all'idea di intravedere nuda quella figura
pingue e goffa. Eppure non aveva scelta, doveva
guardare dentro la stanza.
Signore? C' qualcuno...?
La stanza era un porcile, come si aspettava. Maledizione,
c'erano indumenti e asciugamani sparsi ovunque, una
scarpa da uomo capovolta sul tappeto nel vano della porta.
Sebbene fosse mezzogiorno, le pesanti tende di broccato
erano chiuse. Una lampada ancora accesa proiettava
un'ombra sbilenca; nella camera aleggiava ,un puzzo di
whisky e di brillantina. L'uomo era steso sul letto, supino.
Respirava a fatica, gli occhi chiusi e le braccia abbandonate
lungo i fianchi. Indossava i calzoni con la cerniera tirata su
e senza cintura, e una maglietta sottile di cotone; anche
stavolta era scalzo. Aveva la testa piegata in una strana posizione
e sbavava dalla bocca spalancata. Sul comodino
c'erano un bicchiere vuoto e una bottiglia di whisky quasi
finita. Rebecca lo fiss e vide quello che sembrava sangue
colare lungo la gola e il torso di Baumgarten.
Signore! Qualcosa...
Sul pavimento accanto al letto erano stati disposti diversi
oggetti, come in una vetrina: un portafogli da uomo,
l'orologio da polso d'oro con il cinturino elastico, un anello da donna con una vistosa pietra violetta, un borsellino
di pelle coordinato con un ncessaire da toletta. Dal portafoglio
fuoriuscivano numerose banconote, diversi biglietti
da venti e uno da cinquanta.
Sono per me, pens calma Rebecca. Eppure non poteva
toccare quegli oggetti. Non voleva.
Si era avvicinata al letto, incerta sul da farsi. Se Baumgarten
si fosse ferito gravemente con un rasoio o un coltello,
ci sarebbe stato pi sangue. Per, forse, si era tagliato
nel bagno, trascinandosi poi sul letto. Magari aveva delle
ferite che non riusciva a vedere, ed era talmente ubriaco
da aver perso conoscenza. Poteva essere in fin di vita. Doveva
chiamare la reception...
Fece un passo verso il telefono per afferrare la cornetta,
ma si sarebbe avvicinata troppo all'uomo. Forse era uno
dei suoi giochetti. Baumgarten avrebbe aperto gli occhi
giallognoli, ammiccandole...
Signore, si svegli! Deve svegliarsi.
La voce di Rebecca risuon stridula; sul volto rovinato
dell'uomo vide delle venuzze simili a filamenti incandescenti,
il naso unto e rincagnato, la bocca umida di saliva
aperta come quella di un pesce. I sottili capelli grigi ricadevano
scarmigliati sul cranio bitorzoluto; solo i denti
erano perfetti, probabilmente finti. Sbatt le palpebre, gemette
e respir affannosamente. In quel momento Rebecca
prov piet per lui.
Forse sta morendo e sono l'ultima persona a vederlo vivo.
Forse sta morendo e ci sono solo io.
Stava per afferrare il telefono e chiamare la reception
quando l'uomo svenuto apr di soppiatto un occhio e un
ghigno comparve sul suo volto. La dentatura bianca come
porcellana scintill. Prima che Rebecca potesse ritrarsi
Baumgarten le afferr il polso in una morsa sorprendentemente
ferrea.
Eh! Mia cara! Che piacevole sorpresa.
Rebecca url e lo respinse, tentando di divincolarsi. Ma
Baumgarten la teneva stretta.
Lasciami! Maledetto...
Gli morse la mano. Lui imprec; si mise a sedere e con
le gambe a tenaglia, come un lottatore, la blocc per il bacino.
Con un corpo a corpo cerc di tirare Rebecca sul letto
accanto a lui, ansimando e ridendo. In seguito lei ne
avrebbe ricordato l'alito che puzzava di whisky misto a
un odore ancor pi ripugnante e intenso di fetido putridume.
Era stata sul punto di svenire.
Ehi, che diavolo succede qui?
Un uomo alto, dalla folta capigliatura color nickel, era
entrato nella stanza. Avanz con sorprendente rapidit,
come un orso sulle zampe posteriori. Baumgarten protest
- Fuori! Questa  la mia stanza,  una faccenda privata -,
ma l'uomo non gli prest ascolto. Lo afferr per le
spalle cascanti e prese a scuoterlo vigorosamente. Lascia
stare la ragazza, stronzo, o ti rompo il culo. Rebecca sgusci
via. I due uomini lottarono; lo sconosciuto colp con
una scarica di pugni Baumgarten, che tent debolmente
di difendersi. Con un colpo gli ruppe il naso, con un altro
gli spacc la dentiera smagliante. Evidentemente quelle
che Baumgarten aveva sul corpo non erano macchie di
sangue, perch ora un fiotto di sangue rosso vivo gli schizz
sul volto contratto da una smorfia e sul petto.
Rebecca indietreggi; l'ultima cosa che vide fu Baumgarten/Burnstead
che implorava di essere risparmiato
mentre l'uomo dai capelli color nickel gli sbatteva la testa
- una, due, tre volte - contro la spalliera del letto di mogano,
che vibrava sotto i colpi.
Rebecca fugg via, lasciando il carrello nel corridoio del
quinto piano; l'avrebbe recuperato in seguito.
Chi era quello sconosciuto?
Per giorni, dopo il "feroce pestaggio" della stanza 557,
con discrezione Rebecca cerc di scoprire chi fosse quell'uomo
alto e ben piazzato dai capelli color nickel. Chi era?
Come si chiamava? Non rifer del suo coinvolgimento
nell'aggressione a Baumgarten su cui la polizia indagava.
Non avrebbe mai denunciato il suo salvatore.
Lascia stare la ragazza. Lasciala stare...
Le faceva uno strano effetto pensare a se stessa come a
una ragazza! Una ragazza bisognosa d'aiuto, di protezione,
agli occhi altrui.
A dire il vero le era gi capitato di notare l'uomo dai capelli
color nickel al General Washington. Probabilmente
era un cliente abituale dell'albergo o del ristorante. Lo aveva
visto in compagnia del barista Mulingar: era sui trentacinque
anni, alto pi di un metro e ottanta, con un'inconfondibile
chioma color acciaio e una risata baritonale.
Un uomo che suscitava ammirazione. Consapevole di s.
Se avesse ucciso Baumgarten...
Rebecca avrebbe mantenuto il segreto. Non l'avrebbe
rivelato al direttore dell'albergo o alla polizia. Non si sarebbe
fatta avanti come testimone della "feroce aggressione".
Baumgarten aveva mentito agli inquirenti, sostenendo
che due intrusi si erano introdotti nella sua stanza,
picchiandolo e derubandolo. Due! Afferm che stava dormendo,
non li aveva visti in volto, poteva solo dire che
erano bianchi e che "non li conosceva". Aveva riportato la
frattura del setto nasale, della mandibola e di diverse costole,
e aveva gli occhi pesti. Era rimasto svenuto per pi
di un'ora, con le ferite sul capo sanguinanti, prima di riprendere
i sensi e di riuscire a chiamare aiuto al telefono.
Baumgarten dichiar che dei "ladri" gli avevano sottratto
il portafogli, l'orologio e altri oggetti personali per
un valore di circa seicento dollari.
Non menzion Rebecca, nemmeno una parola sulla cameriera
che aveva attirato nella stanza. Per una settimana
Rebecca temette che la polizia potesse interrogarla, ma non
accadde. Si vergogna, vuole dimenticare, pensava divertita.
Trovava offensivo che Baumgarten avesse mentito riguardo
al furto subito. L'uomo che l'aveva picchiato non
era certo un ladro! Baumgarten doveva aver nascosto le
sue cose, per affermare il falso. Magari avrebbe denunciato
la direzione dell'albergo e chiesto un risarcimento.
Non potendosi reggere sulle gambe, Baumgarten fu trasportato
in barella su un'ambulanza che aspettava davanti
all'entrata dell'hotel e portato all'ospedale di Chautauqua Falls.
Non torn pi al General Washington, Rebecca
non lo rivide mai pi.
Niles Tignor.
Come diceva Leora Greb, era impossibile confonderlo
con qualcun altro.
Faceva il rappresentante, o l'agente, di una fabbrica di
birra. Viaggiava in lungo e in largo nello Stato per piazzare
presso alberghi, ristoranti e locande i prodotti della
Black Horse di Port Oriskany. Guadagnava a commissione.
Aveva fama di essere l'agente pi agguerrito e comunque
pi abile della ditta. Capitava a Milburn di tanto in
tanto e si fermava sempre al General Washington Hotel,
lasciando generose mance.
Di lui si diceva che avesse dei "segreti".
Si diceva che non si riuscisse mai a conoscerlo fino in
fondo, ma quel poco che si coglieva lasciava il segno.
Si diceva che gli piacessero le donne e che per loro rappresentava
un "pericolo". No: era "galante". Aveva donne
che lo adoravano sparse in tutto lo Stato, dalla propaggine
orientale del lago Erie al confine nord-occidentale del
lago Champlain, vicino alla frontiera con il Canada. (Ne
aveva anche in Canada? Senza dubbio!) Eppure si diceva
che avesse un atteggiamento "protettivo" nei loro confronti.
Anni prima era stato sposato, e la sua giovane moglie
era morta in un "tragico incidente"...
Si diceva che Tignor non si fidasse di nessuno.
Si diceva che avesse ucciso un uomo. Forse per legittima
difesa. A mani nude, a suon di pugni. Una rissa in una
locanda, negli Adirondack. O forse a Port Oriskany, l'inverno
1938-39, durante la famigerata guerra tra le fabbriche
di birra.
Se sei un uomo, non te la fai con Tignor. Se sei una
donna...
A me non farebbe del male. C' qualcosa di speciale tra di noi,
pensava Rebecca con un sorriso.
Si diceva che Tignor non fosse originario di quella regione.
Era nato a Crown Point, a nord di Ticonderoga, sul lago
Champlain, e discendeva dal generale Adams Tignor,
che aveva combattuto contro il generale inglese John Burgoyne
nel 1777, quando Fort Ticonderoga era stato incendiato
e raso al suolo dall'esercito britannico in ritirata.
No: Tignor era di quelle parti. Era nato a Port Oriskany,
uno dei numerosi figli illegittimi di Esdras Tignor, dirigente
del Partito democratico, che, coinvolto negli anni
Venti nel contrabbando di whisky dall'Ontario, in Canada,
agli Stati Uniti durante il proibizionismo, era stato ucciso
in una strada di Port Oriskany a colpi di pistola da rivali
in affari, nel 1927...
Di Tignor si diceva che era meglio non rivolgergli la parola,
ma aspettare che fosse lui a farlo.


31.

C' una persona che vuole conoscerti, Rebecca. Sei tu la
"cameriera dai capelli neri che somiglia a una zingara" e
lavora al quinto piano, no?
Fu cos che venne a sapere che Niles Tignor era interessato
a lei. Fu Amos Hrube a comunicarglielo, con quel suo
sorriso insinuante e malizioso.
Pi tardi, quel giorno, Mulingar, il barista corpulento e
baffuto, se ne usc: Rebecca! C' un amico che vuole conoscerti
la prossima volta che viene in citt.
L'incontro venne organizzato da Colleen Donner, centralinista
dell'hotel, una nuova amica di Rebecca. Tignor
sarebbe tornato in citt l'ultima settimana di ottobre, e si
sarebbe fermato in albergo per due notti.
Sulle prime Rebecca rimase senza parole. Poi acconsent,
s, andava bene.
Era terribilmente in ansia. Ma avrebbe fatto quell'esperienza.
Perch amava quell'uomo, da lontano. Non aveva
mai amato nessuno prima d'allora, e adesso amava Niles
Tignor.
Lo so solo io. Lo conosco.
Cos si consolava. Nella sua solitudine, si aggrappava a
quell'idea con tutte le sue forze. Perch da tempo Ges
Cristo non le appariva pi, non riusciva pi a cogliere con
la coda dell'occhio quell'attraente immagine spettrale.
Da quando aveva lasciato la signorina Lutter, Ges Cristo
era uscito dai suoi pensieri.
Lascia stare la ragazza, stronzo.
Ti rompo il culo.
Sentiva in continuazione quella voce stentorea e infuriata.
Era sempre presente nella sua mente. Mentre rifaceva
le stanze, spingeva il carrello, sorridendo tra s, evitando
gli sguardi degli sconosciuti. Signorina? Signorina? Mi
scusi, signorina? Rebecca era cortese ma sfuggente. Teneva
a distanza gli ospiti dell'albergo, non solo gli uomini
ma anche le donne, su cui non poteva contare, anche loro
esercitavano un'autorit su di lei. Perch era prerogativa
dei clienti accusare il personale di maleducazione, scarso
rendimento, furto.
Lascia stare la ragazza...
Era immersa in fantasticherie, sempre agitata. In uno
stato di inspiegabile eccitazione, e in preda a un languore
vagamente erotico. Non aveva mai avuto alcuna esperienza
con un ragazzo o con un uomo. Ai tempi della scuola i
ragazzi erano attratti da lei, ma rozzamente, da un punto
di vista sessuale. Perch lei era la figlia del becchino, veniva
dalla periferia. Era una ragazza di Quarry Road, come
Katy Greb.
Quando pensava a Niles Tignor, era pervasa da una sensazione
di tormentosa volutt. Naturalmente non sapeva il
suo nome quando era entrato nella stanza di Baumgarten,
eppure, in qualche modo, conosceva quell'uomo. Le piaceva
pensare che si erano gi scambiati qualche sguardo. Ti
conosco, ragazza. Sono qui per te.
Quel giorno, un venerd di ottobre del 1953, Rebecca fece il
suo turno di otto ore in albergo. Non era stanca! Non lo era
per niente. Torn a Ferry Street, fece un bagno, si lav e si
pettin, la lunga chioma ondulata che le scendeva sulle
spalle, fino a met schiena. Katy le diede un rossetto per
truccarsi le labbra, d'un rosso peonia brillante. Cristo, come
stai bene. Sembri Ruth Roman. Rebecca rise, aveva
solo una vaga idea di quell'attrice. Disse: "Ruth..." "Rebecca."
Forse siamo sorelle. Indoss un maglione attillato
e una gonna di flanella grigia lunga fino al polpaccio, "di
sartoria", come l'aveva definita la commessa di Norban's.
Laverne le prest un piccolo foulard di seta da portare al
collo, in voga a quel tempo.
Le calze! Rebecca ne aveva un paio senza smagliature.
E scarpe di pelle nera con il tacco alto, acquistate per 7,98
dollari a una svendita.
S'incontr con Colleen fuori dall'ingresso di servizio
dell'albergo. I dipendenti non erano autorizzati a bazzicare
nella hall.
Colleen la redargu: Rebecca! Sembra che stai andando
a un funerale. Sorridi un po'. Non ti accadr nulla se non
vuoi.
Era ancora presto, e il bar cominciava a riempirsi. D'un
tratto Rebecca scorse Niles Tignor vicino al bancone: un
uomo alto, con le spalle robuste e i caratteristici capelli color
nickel che sembravano ergersi dalla testa. Non si aspettava
che fosse l insieme ad altri uomini qualsiasi.
Sgran gli occhi, improvvisamente spaventata. Stava
facendo uno sbaglio a presentarsi a quell'appuntamento.
Quello non era l'uomo che ricordava, non proprio. Sentiva
la sua risata stentorea risuonare nella sala, copriva il
baccano delle voci degli avventori.
Era intento a conversare con alcuni uomini al bar, non
manifestava il minimo interesse per Colleen e Rebecca che
si avvicinavano lentamente. Il suo volto era asimmetrico,
come se avesse le ossa rotte, uno zigomo pi alto dell'altro.
La pelle era arrossata, del colore dell'argilla. Era pi corpulento
di come lo ricordava; il viso, la testa, le spalle, la
muscolosa gabbia toracica: somigliava a un barile con le
doghe orizzontali invece che verticali. Indossava una giacca
sportiva d'un grigio spento a righe pi scure, che gli
stava stretta di spalle, pantaloni scuri e camicia bianca
aperta sul collo.
Rebecca si aggrappava debolmente al braccio di Colleen,
ma l'amica, cercando di attirare l'attenzione di Mulingar,
che stava dietro il bancone, la spinse avanti.
Fu un errore, ma accadde. Rebecca sentiva il rossetto incrostato
sulle labbra, che brillavano aperte in un sorriso
come quelle di un clown.
Era evidente che Tignor aveva una forte personalit, era
un individuo che calamitava l'attenzione. Stava raccontando
qualche aneddoto, era ormai giunto al termine e gli
astanti ascoltavano con attenzione, sul punto di scoppiare
a ridere. All'inatteso finale ci fu lo scroscio di risa. Sei, sette
uomini incluso il barista erano riuniti attorno a lui. Finalmente
Mulingar alz lo sguardo e not Colleen e Rebecca,
le uniche donne nella sala affollata di uomini, che
cercavano di attirare la sua attenzione. Mulingar strizz
l'occhio a Colleen, facendole segno di avvicinarsi. Quindi
si chin verso Tignor per sussurrargli qualcosa all'orecchio,
con quel suo sorriso lascivo e malizioso.
Tignor smise di parlare e si volt verso le donne. Senza
indugio sorrise e si avvicin, tendendo la mano.
Salve, ragazze!
Le guardava con occhi socchiusi, soprattutto Rebecca,
come un cacciatore che prende la mira con il fucile. Rebecca
sorrideva, si sent avvampare come se avesse un'emorragia.
La vista le si offusc.
Colleen e Niles Tignor conversavano animatamente.
Nel fragore che avvertiva nelle orecchie, Rebecca ud pronunciare
il proprio nome, e si ritrov a stringere la mano
dell'uomo, una stretta forte, molto calda.
"Rebecca." Piacere.
Tignor accompagn le due ragazze a un spar defilato,
dove si stava pi tranquilli, accanto a un ampio camino in
pietra in cui ardevano ceppi di betulla.
Com'era bello quel posto! La zona pi antica, "storica"
del General Washington Hotel, dove Rebecca non era mai
stata.
Colleen aveva ventun anni, quindi poteva bere: Tignor
le offr una birra alla spina. Rebecca era minorenne, cos
dovette accontentarsi di una bevanda analcolica. Tignor
ordin da bere e si mise a conversare educatamente, sulle
prime in tono piuttosto formale. Con le donne aveva modi
molto diversi che con gli uomini.
Era evidente che Rebecca lo attraeva, anche se all'inizio
si rivolgeva solo a Colleen, in una sorta di schermaglia
amorosa. Che denti grandi aveva, come quelli di un cavallo!
Lievemente storti, del colore di pannocchie marcite. E il
viso sghembo, come se avesse le ossa rotte. Gli occhi erano
d'un grigio metallico sbiadito, pi luminosi della pelle;
quando si soffermavano su Rebecca scintillavano, facendola
sentire a disagio ma al tempo stesso trasmettendole una
sensazione di euforia. Il cuore le batteva forte come la mattina
in cui Gloria Meunzer l'aveva spintonata da dietro, e
lei aveva capito che stavolta non avrebbe lasciato correre, si
sarebbe voltata a fronteggiare i suoi nemici, a battersi.
Con un sorriso, Tignor le chiese del suo lavoro in albergo.
Mi sa che una cameriera vede un sacco di cose, eh?
Scommetto che ne hai da raccontare.
Rebecca rise. L'intimidiva che Tignor le si rivolgesse in
maniera cos diretta. No, non racconto storie.
Tignor rise, favorevolmente impressionato. Che brava
ragazza! S, proprio una brava ragazza.
Sapeva certo che non lo aveva denunciato alla polizia.
Era un segreto tra loro, che Colleen non poteva indovinare.
Rebecca bevve di soppiatto dal bicchiere di Colleen, con
il pretesto che la direzione avrebbe chiuso un occhio, anche
se era minorenne. Tignor ordin altre due birre, Black
Horse, naturalmente.
Dannazione, quella sera Rebecca non aveva certo intenzione
di rimanere sobria. Era stufa marcia di essere sempre
cos seria, una cavolo di musona, come la rimproveravano
le amiche. Diamine, sempre con quella faccia da funerale.
Nessun uomo ha voglia di uscire con una musona. Rebecca
si sorprese a ridere, si sent avvampare, sapeva di essere
dannatamente bella, ecco perch Tignor era attratto da lei.
Bevve quanto Colleen, e non si ubriac, n le venne la nausea.
E quando Tignor offr loro delle Chesterfield dal suo
portasigarette d'argento, che recava incise le iniziali NT,
Rebecca istintivamente ne prese subito una, come Colleen,
e anche questo suscit la sua ilarit.
Fu allora che Tignor, inarcando le sopracciglia, nel suo
tipico tono diretto e indelicato, disse inaspettatamente:
Rebecca Schwart, ho sentito parlare di te e mi dispiace
per la disgrazia che ti  capitata.
Fu un momento penoso. Sulle prime Rebecca pens di
non aver capito bene.
Si morse le labbra per soffocare una risata, ma non riusc
a trattenersi.
Perch credi che per me sia stata una disgrazia? Non lo  stata.
Non m'importa. Li volevo morti, li odiavo.
La sua risata fu solo una reazione nervosa. Tignor e
Colleen la fissarono. Rebecca avrebbe voluto sprofondare,
desiderava alzarsi e scappare via. Io... non ci penso pi
cerc di spiegare a Tignor.
Lui mise una mano a coppa attorno all'orecchio: non
aveva sentito.
Rebecca balbett di nuovo quella frase. Arross ancora
una volta. Tignor annu.  giusto, piccola, fai bene. Anche
Niles Tignor aveva dei ricordi che preferiva non rievocare.
Le strinse la mano. A quel tocco Rebecca temette di svenire.
La sua non era certo una mano piccola e delicata, eppure
in quella di Tignor lo divenne; la sua stretta, inconsapevolmente
vigorosa, la fece sussultare.
L'aveva chiamata "piccola".
Si conoscevano da un sacco di tempo.
Cos, Rebecca. Non mandarlo subito gi, ci devi fare l'abitudine.
Colleen le stava insegnando a fumare. Tignor osservava
divertito. Sembrava un film in Technicolor, con la musica
che risuonava in sottofondo. Non con Ruth Roman ma
con Debbie Reynolds o June Allyson. Rebecca si comportava
come quelle attrici belle e sfrontate. Era la classica
brava ragazza che impara a fumare: toss e le scesero le lacrime.
Stava anche imparando a bere. Voleva piacere, non
a un uomo qualsiasi bens a Niles Tignor, e malgrado
sembrasse una puttanella, con quel maglioncino attillato,
la gonna stretta, le labbra vistosamente truccate, i capelli
mossi e cotonati che le arrivavano alla schiena, voleva apparire
come una ragazza perbene e ingenua.
Una ragazza che un uomo avrebbe desiderato proteggere
e amare.
Perch successe, Rebecca non sapeva spiegarselo: Colleen
si protese verso di lei e la baci sulle labbra!
Doveva trattarsi di uno scherzo. Tignor rise.
Oh, il tabacco per aveva un saporaccio. Nella sua mente
si mescolava a quello del latte...
Dannazione, non voleva certo vomitare. Non l! Non lei.
Per fortuna le pass. Pos la sigaretta e si tolse quel sapore
di bocca con un sorso di Coca-Cola tiepida. Colleen, una
ragazza sveglia che era "uscita" con un sacco di uomini, alcuni
della stessa et di Niles Tignor, conosceva le domande
giuste da fare al proprio cavaliere: dov'era stato, quale posto
gli era piaciuto di pi, se aveva una fidanzata in ogni
citt dello Stato, come si diceva, qual era la sua prossima
destinazione, se aveva una casa da qualche parte.
Tignor rispose con seriet alla maggior parte delle domande.
Gli piacevano un po' tutti i posti dove andava, ma
in particolare preferiva il lago Champlain e gli Adirondack.
Gli andavano a genio tutte le persone che incontrava!
E di certo gli piaceva il General Washington: cavolo,
con quell'hotel la Black Horse faceva ottimi affari.
Non aveva una "casa" nel vero senso della parola. Non
era di quelli che ne desideravano una. La considerava un
po' come una palla al piede. A meno che per "casa" non si
intendesse qualcosa che poteva portare con s ovunque
andasse, come una macchina.
Rebecca rimase colpita da quelle parole. Non conosceva
nessuno che la pensasse cos. Bench fossero luoghi comuni,
fu la lucidit con cui espresse quell'idea a entusiasmarla.
Quell'uomo era come Herschel. Aveva un modo
rude di parlare, che tuttavia nascondeva una certa inopinata
acutezza. Perch, in realt, una "casa" non era una
trappola? Un luogo di reclusione, un carcere. Un'umida e
soffocante spelonca in cui strisciare per andarvi a morire.
Che se ne faceva un uomo come Niles Tignor di una semplice
casa?
Rebecca disse con ardore: Neanche io ne ho una. Una
"casa". Ho solo un posto dove appoggio le mie cose. Abito
a Ferry Street con due amiche, ma non  casa mia. Potrei
dormire ovunque: sul canale, o in macchina.
Tignor rise, la fiss e tracann un sorso. Adesso Rebecca
stava bevendo birra, da un bicchiere che qualcuno le aveva
messo davanti.
Erano le nove passate. Tignor ordin da mangiare.
Roast-beef con pane kimmelwick, una specialit della
casa, patatine fritte, cetriolini sottaceto. E boccali di spumosa
birra Black Horse. Rebecca era convinta che avrebbe
avuto problemi a mangiare davanti a Niles Tignor, ma
aveva una fame da lupi. Tignor divor ben due giganteschi
panini con il roast-beef, innaffiati da birra. La sua
grossa dentatura balenava, era alquanto su di giri.
Una partita a gin rummy, ragazze? Sapete giocare?
Rebecca spalanc gli occhi, malgrado le palpebre pesanti.
Tignor stava mescolando un mazzo di carte.
Era sbucato fuori dal nulla, un mazzo nuovo lucente di
carte da gioco! Tignor mescolava le carte con notevole abilit,
le gonfiava e le faceva ricadere tra le mani come una
cascata; era affascinante starlo a guardare. Rebecca non
aveva mai visto maneggiare le carte con tale destrezza.
Con quelle grosse mani rozze! Alza, piccola. Rebecca tagli
il mazzo, Tignor lo riprese e continu a mescolare, con
un sorriso a trentadue denti. Poi le distribu con grande rapidit;
le carte scivolavano sul tavolo come lame scintillanti,
a Rebecca, a Colleen, a lui, di nuovo a Rebecca, a Colleen, a
lui... Quando era stato deciso di giocare a carte? Rebecca
ricordava le regole del gin rummy apprese a casa dei Greb:
chiss se Leora le aveva insegnato quelle giuste?
Tignor annunci che avrebbero giocato a gypsy gin
rummy una variazione del gin rummy.
Gypsy-gin-rummy? Le due ragazze non lo conoscevano.
Tignor si tolse la giacca e l'appese sulla spalliera della
sedia. La camicia bianca di cotone era di buona qualit, ma
umida e spiegazzata. Anche il viso era sudato, un rivolo di
sudore gli colava lungo la tempia. La strana chioma color
acciaio sembrava un berretto filamentoso. Gli occhi erano
slavati, come luminescenti a confronto del volto rubizzo.
Gli occhi di un predatore degli abissi marini, venne da
pensare a Rebecca. Per un uomo di quel tipo, Tignor aveva
unghie sorprendentemente pulite, tagliate corte, per quanto
spesse e piuttosto scolorite. Portava un orologio da polso
con un cinturino di pelle nero; non era quello di Baumgarten.
E un anello d'oro alla mano destra, con un'effigie
di quello che sembrava un leone con un volto umano, in
bassorilievo. Prendi le carte, Rebecca. Guarda cos'hai.
Lei afferr le carte, ansiosa ma maldestra. Cerc di ricordare
le regole del gioco. Si contavano le carte in sequenza,
dello stesso seme; o a gruppi, dello stesso valore. Sul tavolo c'erano due mucchi di carte, gli scarti e il mazzo da cui
si pescava. Bisognava accumulare punti per fare gin.
Colleen non era soddisfatta delle carte che aveva. Rideva
ma si mordeva il labbro, imbronciata.
Rebecca osservava le carte lucenti che aveva in mano.
La regina di picche? Il dieci di picche? Jack,-asso...?
Le dita ebbero un lieve tremito. Venne distratta dal fumo
del ceppo che ardeva nel camino. Ebbe una visione,
una distesa di faggi, splendidi alberi bianchi striati di nero,
piegati al suolo, i tronchi spezzati... Non aveva bisogno
di prendere una carta o di scartare. Gioc la mano.
Era una giocatrice troppo inesperta per fare caso alla stranezza
di quella combinazione.
Tignor rise, e si congratul con lei. Teneva il punteggio,
segnando i punti con il mozzicone di una matita su un tovagliolo
di carta.
Iniziarono una nuova mano. Tignor distribu le carte. Le
ragazze avevano insistito che fosse lui a darle, impazzivano
a vederlo mischiare in quel modo. Per Colleen si lament:
Merda! Rebecca ha una fortuna sfacciata. Una ragazza
carina, accigliata, con la bocca carnosa dipinta d'un
rosa carico, i seni sodi sotto un maglioncino di lana attillato,
e un paio di scintillanti orecchini ad anello. Rebecca si
accorse che l'amica cercava in ogni modo di catturare l'interesse
di Tignor, che invece aveva occhi solo per lei. Volete
altre carte, ragazze?  gypsy gin rummy. Se me le chiedete
ve le do.
Le due donne risero. Non avevano idea di cosa stesse
dicendo.
Rebecca aveva notato come Tignor non partecipasse alla
concitata e chiassosa ilarit della sala. Non dava segno,
se pure ne era conscio, degli sguardi che gli altri gli rivolgevano
di tanto in tanto, uomini che immaginavano di essere
suoi amici, o almeno dei buoni conoscenti, nella speranza
di essere invitati a quel tavolo. Perch lui era
diverso: aveva una straordinaria padronanza di s. Non
rideva di Colleen e di Rebecca, due ingenue credulone
che prendevano le carte che distribuiva loro, come due
bambine.
Oh, guarda che ho...
Cavolo, guarda...!
Rebecca rideva, aveva delle carte bellissime, scintillanti
re, regina, jack di fiori... Aveva smesso di contare i punti,
confidava che Tignor tenesse il conto.
Tignor scopr le sue carte, mordendosi il labbro contrariato,
o fingendosi tale, e d'un tratto se ne usc: La tua,
Rebecca,  una razza di vagabondi.
Razza? Quale razza?
La razza a cui appartieni.
Era avvenuto cos all'improvviso, Rebecca non aveva
idea di cosa stessero parlando. Le palpebre, pesanti e irritate
per il fumo, si spalancarono con aria di sfida. Appartengo
alla tua stessa razza. La stessa dannata razza di tutti.
Adesso era furibonda con Niles Tignor. In quell'attimo
avvert una feroce avversione nei suoi confronti. L'aveva
ingannata, inducendola a fidarsi di lui. Era tutta la sera
che se la mangiava con gli occhi, proteso verso di lei, perplesso.
Avrebbe voluto affondare le unghie su quel faccione
cos compiaciuto di s.
Ma Tignor aggrott la fronte, e chiese con voce che parve
sincera: E quale razza sarebbe, Rebecca?.
La razza umana.
Pronunci queste parole in tono cos feroce che Tignor e
Colleen scoppiarono a ridere. Anche Rebecca rise, comprendendo
che era tutto un malinteso... o no? Comunque
era contenta di riuscire a far ridere Tignor. Sapeva sedurre
gli uomini, se lo voleva. Catturare la loro attenzione, farsi
desiderare. L'involucro esterno, quello che vedevano. Sin
da quando Tignor si era presentato, Rebecca era stata acutamente
consapevole di lui, del calore erotico che emanava
dalla sua persona. Perch era ovvio che Tignor voleva
fare sesso con lei: era sesso quello che voleva. Col cavolo
che sarebbe salita nella sua stanza, o sulla sua macchina
per una passeggiata notturna lungo il fiume. Avvertiva il
fremito della propria volont che si ribellava a quella di
lui. Si sentiva quasi svenire, esultando per la resistenza
che opponeva.
Tignor stava distribuendo le carte. Guizzavano sul tavolo.
Le dita dell'uomo, l'anello con la sfinge alla mano
destra, i serpeggianti rivoletti di sudore sulla fronte, la robusta
dentatura equina che metteva in mostra quando le
sorrideva. Non hai bisogno di carte, eh? Allora, facci vedere
cos'hai, piccola.
Rebecca scopr le carte sul tavolo appiccicoso: re, regina,
jack, dieci, sette, asso... tutti di quadri.
Inaspettatamente Rebecca scoppi a piangere. Le lacrime
le rigavano il volto accaldato, pungenti come acido.


32.

Con il tempo divennero amanti. Perch Tignor doveva
averla. L'avrebbe sposata se non c'era altro modo.
Tignor part e torn a Milburn. In quell'inverno del 1953-54
stava via per un mese, a volte due. Ma a gennaio, inaspettatamente,
torn dopo due settimane. Rebecca non capiva
se ci fosse un criterio nei suoi spostamenti. Non le diceva
mai quando sarebbe tornato, e per orgoglio lei non glielo
chiedeva. Perch anche Rebecca, per puntiglio, lo salutava
con calma esasperante, come preparata alla possibilit che
fosse l'ultima volta che lo vedeva.
Gli dava un bacio sulla guancia. Lui le sollevava il capo
e la baciava sulla bocca, facendole male.
La stuzzicava: Non mi ami, piccola?.
E anche: Non sei curiosa di scoprire come sarebbe amarmi?.
Oppure: Non vuoi che ti sposi, piccola? Eh?.
Manteneva le distanze da lui, non ci andava a letto. Lo
desiderava, ma era irremovibile.
Perch Rebecca lo sapeva: Tignor l'avrebbe usata e gettata
via come un fazzoletto di carta. Non l'amava come lei
amava lui... no?
Era rischioso. Come giocare una carta, una scelta irrevocabile.
Non devi innamorarti di quell'uomo, Rebecca. Sarebbe
un grave errore per una ragazza come te.
Fu il consiglio di Leora Greb. Le altre invece erano invidiose.
Le irritava il fatto che Niles Tignor andasse dietro a
Rebecca Schwart, una marmocchia, non aveva nemmeno
la met dei suoi anni. Quella che ai loro occhi era una ragazza
sgraziata, brutta e testarda.
Rebecca chiese a Leora: Che intendi, Leora, con "una ragazza
come te"?.
L'amica rispose: Una ragazza cos giovane. Che non sa
un accidente degli uomini. Una ragazza che.... S'interruppe,
aggrondata. Stava per aggiungere: Una ragazza senza
padre n madre, ma ci ripens.
Rebecca replic rabbiosamente: Non sono innamorata
di Tignor n di nessun altro! Non mi fido degli uomini!.
Lo sapeva bene: quando Tignor era via da Milburn la
dimenticava, semplicemente non esisteva pi per lui. Eppure
non riusciva a toglierselo dalla testa.
Quando era in citt, al General Washington, lui la cercava
sempre. Voleva vederla, anche solo per un po'. Era impegnato
quasi tutto il giorno, aveva "appuntamenti d'affari",
spesso anche a cena, cos potevano incontrarsi solo la
sera tardi. Era disponibile? Non aveva voglia di vederlo?
Gli aveva dato il numero di telefono dell'appartamento di
Ferry Street. E quando meno se lo aspettava la chiamava.
La sua voce le procurava sempre una forte emozione, suonava
cos intima alle sue orecchie.
Rebecca si sforzava di mantenere un tono frivolo, scherzoso.
Spesso Katy e Laverne erano nei paraggi, in ascolto.
Gli chiedeva dove si trovava, e lui rispondeva: In una cabina
di Ferry Street, a un isolato da te. Anzi, vedo le tue finestre.
Dove credevi che fossi, piccola?.
Piccola, la chiamava, per punzecchiarla. A volte zingarella.
Rebecca ribatteva che non era una zingara! Era nata negli
Stati Uniti, come lui.
Non ci andr a letto. Ma lo sposer.
Era un pensiero ridicolo, non ci credeva nemmeno lei.
Aveva smesso da anni di credere che Ges Cristo fosse il
suo salvatore: che Ges Cristo sapesse che esisteva una tal
Rebecca Schwart.
Non voleva innamorarsi di Niles Tignor, n di un altro
uomo. Sapeva che l'amore era un'esca avvelenata. L'amore
erotico, sensuale. Anche se non ricordava che i suoi genitori
si fossero mai scambiati un segno di affetto, supponeva
che un tempo si fossero amati. Da giovani, si erano
innamorati e sposati. Tanto tempo prima, in quella che Anna
Schwart chiamava la madrepatria. Del resto Herschel
non l'aveva forse stupita quando le aveva raccontato che
Pa' cantava qualcosa e ma' gli rispondeva cantando, e ridevano,
roba cos? E anche che pa' gli aveva dato un bacio! L'amore
era la trappola che ti attirava nella caverna. E una volta
dentro,  impossibile fuggire.
L'amore sensuale. Cio il desiderio. Un desiderio struggente,
da procurarti un dolore tra le gambe. Rebecca lo conosceva
(lo immaginava) e sapeva che per gli uomini era
pi intenso, non c'era da scherzarci. Ricordava da piccola
la presenza incombente di Herschel che grugniva e frignava
perch le si voleva strusciare addosso: il crudo, umido
desiderio negli occhi dei ragazzi, il volto tormentato che si
poteva scambiare (se si osservava solo il viso, gli occhi
luccicanti e stralunati) per brama spirituale. Herschel, che
ma' doveva trascinare via dalla sorellina, prendendo a
scapaccioni quel ragazzo allampanato.
Tuttavia Rebecca pensava di continuo a Tignor. Quando
era lontano da Milburn, cio la maggior parte del tempo.
Ricordava con atroce imbarazzo com'era fuggita via dalla
sala del bar quella sera, ansiosa di scappare. Perch mai fosse
scoppiata a piangere, era un mistero. Le carte rilucenti,
tutte di quadri... Colleen le era andata dietro, ma Rebecca
si era nascosta dietro una scalinata, sul retro dell'albergo.
Probabilmente aveva bevuto troppo. Non era abituata
all'alcol. E nemmeno a stare cos vicina a un uomo, consapevole
del suo desiderio. E quelle carte scintillanti...
Provava una tale vergogna, era convinta che Tignor non
avrebbe pi voluto vederla. Invece l'aveva cercata.
Le ore trascorse al lavoro come in uno stato di trance
erano dominate dal pensiero di Tignor. Soprattutto quando
spingeva il carrello lungo il corridoio al quinto piano
ed entrava nella stanza 557. Come in un sogno a occhi
aperti rivedeva Tignor avvicinarsi a grandi passi al letto,
un uomo alto con i capelli color nickel e la faccia rossa per
l'ira; risentiva la sua voce infuriata: Lascia stare la ragazza,
mentre afferrava Baumgarten e lo picchiava.
Per soccorrerla aveva rischiato l'arresto. Allora non la
conosceva: aveva solo sentito le sue grida che invocavano
aiuto.
Guidavano lungo il fiume Chautauqua. A ovest di Milburn, verso Beardstown. Dove la sottile e friabile neve fresca
non si era accumulata sul ghiaccio, il fiume gelato scintillava
al sole con una sfumatura azzurrina. Era il febbraio
del 1954. Rebecca non vedeva Tignor da diverse settimane.
Lui era giunto in citt alla guida di una Studebaker ultimo
modello, di un colore azzurro uovo di pettirosso, una berlina
con ampi finestrini, sia davanti che dietro, come Rebecca
non aveva mai visto. Ti piace? Vuoi fare un giro?
Le piaceva. Certo che le piaceva.
Tignor aveva una bottiglia aperta di Black Horse tra le
gambe, mentre guidava. Ogni tanto faceva qualche sorso e
la passava a Rebecca, che beveva appena, anche se cominciava
ad apprezzare il sapore intenso e aspro della birra.
Beveva solo in compagnia di Tignor, e cos associava quel
gesto, l'odore di quella bevanda, il caldo ronzio alla base
del cranio con l'ansiosa felicit che provava con Tignor.
Lui le diede un colpetto con il gomito. Andiamo, piccola,
bevi. Non  bello bere da soli.
Non erano ancora amanti. C'era una certa tensione tra
loro, inquietudine e fastidio da parte di Tignor. Rebecca
intuiva che presto gli avrebbe ceduto.
Quel pomeriggio, una domenica, si fermarono in diverse
osterie e alberghi lungo il fiume. Erano diretti al Beardstown Inn.
Tutti quei locali erano clienti della Black Horses,
e Niles Tignor era conosciuto e ben accolto. Era un
piacere vedere il viso di uno sconosciuto illuminarsi quando
Tignor entrava in un bar, e gli uomini alzare lo sguardo.
Il cameratismo degli uomini che bevevano insieme,
anche a mezzogiorno. In quanto donna Rebecca non avrebbe
mai fatto quell'esperienza, n lo desiderava, ma in
compagnia di Tignor, con il cappotto verde di lana a scacchi
che lui le aveva regalato a Natale per sostituire quello
marrone di lana vecchio e logoro, che a detta di lui assomigliava
al manto di un cavallo, si sentiva speciale.
 la tua nuova ragazza, Tignor? Piuttosto giovane, eh?
Forse per te, amico. Non per me.
Mentre con la coda dell'occhio Rebecca era consapevole
della sua figura alta e imponente, simile a un orso sulle
zampe posteriori, seguiva gli scambi di battute tra lui e gli
altri uomini, degli sconosciuti.
Ges, Tignor! Questa sembra proprio un peperino.
Rebecca coglieva quelle battute, fingendo di non sentire.
Si rifugiava nella sala delle donne, per permettere ai
maschi di scambiarsi liberamente quelle battute grevi.
Agli uomini piaceva farsi vedere in compagnia di belle
ragazze. Pi giovani erano, meglio era. Come biasimarli?
Lei proprio non ci riusciva. Leora era invidiosa di lei, aveva
passato i quaranta e gli uomini non la guardavano pi
nel modo in cui Tignor guardava lei.
Anche altre donne pi giovani la invidiavano. Alcune
di loro erano uscite con Tignor. Se le portava in giro in
macchina, di certo anche a loro faceva dei regali. Ma il loro
tempo era passato, adesso era il suo momento.
Sai, tesoro, oggi ho una sorpresa per te.
Cosa, Tignor? Non prendermi in giro!
E invece lo faceva. Tignor era un gran burlone.
A Rebecca piaceva un sacco farsi scarrozzare con la Studebaker
color azzurro uovo di pettirosso, una macchina cos
diversa da quelle che si vedevano nella zona campestre
e collinosa tra Milburn e Beardstown, che distava cinquanta
chilometri. Ogni tanto incrociavano furgoncini, camioncini
e vecchie carrette guidate da giovani, ma per lo pi
la strada era deserta. A Rebecca piaceva pensare che
loro due fossero gli unici superstiti al mondo: vagavano
senza una meta, il General Washington Hotel del quale
Niles Tignor era un ospite di riguardo e Rebecca una cameriera
pagata in contanti, in nero, non esisteva pi.
Il fiume Chautauqua era gelato, serrato in una morsa di
ghiaccio. Rebecca non si era mai spinta cos lontano lungo
il suo corso. Il paesaggio le era sconosciuto, incantevole e
misterioso sotto il manto di neve. In lontananza si scorgevano
le Chautauqua Mountains, slavate e indistinte nella
foschia invernale. Intorno si stendevano fattorie con i campi
coltivati e terreni incolti. Rebecca era colpita dalle distese
di granoturco, al cui interno irto di stoppie ogni tanto intravedeva
la sagoma spettrale di un cervo dalla coda bianca.
Si scorgevano per lo pi delle greggi, e giovani cerbiatti con
lo spesso manto invernale dal colore sbiadito, ma ogni tanto
avvistava un cervo: esemplari di grossa taglia, imponenti,
con corna dalle elaborate ramificazioni. Quando ne individuava
uno, mormorava: Oh, Tignor! Guarda. Tignor
rallentava e aguzzava la vista nei filari di granoturco.
Non c'era creatura pi bella di un esemplare adulto di cervo
dalla coda bianca, con la testa sormontata da corna.
Tignor fischiava, ammirato, davanti a un animale del genere.
Ges, piccola! Peccato che non abbia il mio fucile.
Non lo uccideresti, vero, Tignor? Non sarebbe cos bello da morto.
Tignor rideva. Impossibile sapere cosa pensasse.
Rebecca riflett tra s, con calma: Ha gi ucciso. Qualcuno
o qualcosa.
E, con orgoglio e vanit: Ma con me non ci prover!
Le piaceva rannicchiarsi contro di lui mentre guidava,
appoggiare la testa sulla sua spalla. Lui le accarezzava il
ginocchio, le cosce attraverso lo spesso strato di indumenti
invernali, la mano e il braccio, insinuandosi nella manica
del cappotto, procurandole un fremito. La toccava secondando
i suoi desideri. Cominciava a eccitarsi, trepidante.
Per Rebecca l'eccitazione sessuale era indistinguibile dall'ansia.
Voleva sfuggire quel contatto, eppure desiderava
che continuasse.
Il corpo si accendeva, ardeva. Un piacevole calore si
diffondeva tra i seni, in mezzo alle gambe. E nell'anima,
come un liquido raggio solare.
Ha ucciso, ho paura di lui.
Non dovrei essere qui. Mi sono allontanata troppo. Ho sbagliato.
Un giorno mi sposer!
Tignor le aveva confessato di essere pazzo di lei. Le
aveva detto che voleva stare con lei. Stare. Rebecca sapeva
cosa significava.
Il sesso. Quel desiderio. Solo attraverso il sesso si poteva
amare. Bisognava essere prudenti con gli uomini, aveva
paura di rimanere incinta, come era capitato ad altre
ragazze sue conoscenti di Milburn, che avevano lasciato
prematuramente la scuola, pi giovani di lei e gi madri.
Tignor l'aveva avvertita che non era un uomo da sposare.
Eppure se mi amasse. Allora s!
Era a conoscenza delle terribili voci che giravano sul
conto di Tignor. Persino Mulingar, che si riteneva suo
amico, ne diceva di tutti i colori. Era gi stato sposato pi
volte. Senz'altro lo era tutt'ora. Aveva una famiglia sul lago
Champlain, che era all'oscuro della vita che conduceva
altrove. E ne aveva un'altra a Buffalo. E i resti di altre sparse
per tutto lo Stato: ex mogli che lo piangevano come
morto e figli orfani.
Ma non io. Non mi lascer. Con me sar diverso.
Qual  la sorpresa, Tignor?
Tesoro, se te la dicessi non sarebbe una sorpresa, no?
Dimmi solo se  qualcosa che mi far felice o...
La voce le mor in gola. Che le saltava in testa, alludere
a una cosa del genere con un uomo. Che una sorpresa potesse
renderla infelice.
Be', pensava proprio di s, grugn Tignor.
Rebecca indossava un maglioncino d'angora color pesca,
che aveva trovato nel cestino dei rifiuti di una stanza dell'albergo,
aveva il collo slabbrato ma l'aveva coperto con
una sciarpa, una gonna di lana nera che le stava larga in vita
e un lucente paio di stivali. Era cos felice!
Al Beardstown Inn Tignor aveva l'uso di una stanza.
Una camera con un letto matrimoniale e il bagno.
Era al secondo piano, messa a disposizione dalla storica,
antica locanda per l'agente della Black Horse ogni qualvolta
capitava l per affari. Rebecca si chiese con imbarazzo se ci
significava che doveva dormire con Tignor, su quel letto.
Tignor non accennava alla faccenda. Aveva modi bruschi,
sbrigativi. La lasci nella stanza e scese gi, rimase
via pi di un'ora a bere con gli amici e a "parlare d'affari"
con il direttore dell'albergo. Rebecca us con discrezione il
bagno, evit di asciugarsi le mani con il bianco asciugamano
fresco di lavanderia, simile a quelli del General Washington,
preferendo dei tovagliolini di carta. Si accomod
su una poltrona rigida sistemata accanto a una finestra
che lasciava passare gli spifferi: non osava sdraiarsi sul
letto, sulla coperta in broccato marrone che emanava un
gelo invernale.
Una sorpresa, che sorpresa sar...
Tignor, non prendermi in giro!
Il Beardstown Inn era pi piccolo del General Washington,
ma risaliva alla stessa epoca. Come quello, in origine
era una locanda dove facevano tappa le diligenze, tanto
tempo prima. Nelle parti pi antiche dei due alberghi erano
stati allestiti le taverne e i bar. Era risaputo che spesso
tra i servizi rivolti agli uomini c'erano i bordelli: le "case di
tolleranza".
Seduta tremante in quella stanza al Beardstown Inn, Rebecca
cerc di figurarsi che vita conducevano a quei tempi
le ragazze e le donne definite "puttane": era certo un'esistenza
spaventosa e disperata, in quella regione selvaggia
della Chautauqua Valley. Donne senza casa, poverissime.
Senza famiglia. Senza un marito a proteggerle. Forse alcune
erano mentalmente ritardate. Prima o poi rimanevano
incinte, contraevano delle malattie. Eppure c'era qualcosa
di comico in quelle parole, "puttana", "casa di tolleranza".
A pronunciarle veniva da sorridere.
Osserv con occhio clinico la stanza: era impeccabilmente
pulita. Il letto, un po' pi alto di quelli del General
Washington, con una spalliera pi piana e colonnine antiche,
era rifatto alla perfezione. I brutti tendaggi di velluto
erano tirati. Si percepiva un lieve odore di detersivo, misto
a un sentore pi profondo di vecchiume e di stucco sgretolato.
In alcune zone la moquette era quasi lisa e le pareti
erano tappezzate di carta a motivi floreali, con lo sfondo
sbiadito. Il soffitto presentava delle macchie di umidit
che facevano pensare a ragni dalle lunghe zampe in fuga
precipitosa. La finestra alta, spoglia, davanti alla quale era
seduta, incorniciata da pesanti tendaggi di velluto, dava
sulla vasta distesa innevata di un cortile ricoperto di impronte
di cani, che al sole morente si scurivano come misteriosi
segni in codice.
Tignor torn di buonumore. Gli occhi slavati dardeggiarono
su Rebecca, quando vide che non si era tolta il
cappotto, non l'aveva nemmeno sbottonato. Scoppi a ridere,
invitandola a toglierselo: Sembri una che aspetta
l'autobus, piccola. Ci fermiamo un po'. Di certo ceneremo
qui. Rilassati. Rebecca si alz. Vedendo che cincischiava
con i bottoni, Tignor le si avvicin e le apr il cappotto; un
bottone si stacc e rotol sul tappeto, con un effetto che in
un altro frangente le sarebbe parso comico.
Tignor le tolse il cappotto e lo gett distrattamente sulla
sedia dove aveva appoggiato il suo. Le rivolse un sorriso,
i denti smaglianti, le accarezz le spalle, i capelli, e le diede
un bacio languido. La bocca di Tignor sembrava voler
divorare la sua, come un serpente che inghiotta una piccola
preda paralizzata. La lingua sapeva di whisky e fumo
di sigaretta, eppure era stranamente fresca. Rebecca lo allontan,
scossa da un tremito incontrollabile.
Tignor, non posso. Non posso rimanere qui. Ti aspetti
che dorma qui stanotte?  questa la sorpresa? Non posso,
lo sai, non ho portato niente. Non ho un cambio. Domani
devo lavorare, Tignor. Per le sette di mattina devo trovarmi
in albergo. Mi licenzieranno se...
Tignor la lasci sfogare. Sorrideva, sconcertato.
Nessuno stronzo oser licenziarti, tesoro. Hai la mia
parola.
Cosa voleva dire? Rebecca si sentiva svenire.
Non posso rimanere qui stanotte. Io...
Non ho detto che passeremo qui la notte. Ho solo detto
che ho questa stanza. In questo albergo.
Parlava come un padre che rimprovera un bimbo cocciuto.
Rebecca si sent punta sul vivo, non sopportava i
rimproveri.
Tignor and al bagno senza chiudere la porta. Rebecca
si copr le orecchie con le mani per non sentire il rumore
dell'urina che zampillava allegramente. Sperava che non
fosse schizzata sul sedile del water o sulle mattonelle del
muro. Non l'avrebbe sopportato!
Avrebbe pulito lei, se avesse sporcato. Non avrebbe lasciato
il bagno in quelle condizioni.
Proprio mentre Tignor usciva dal bagno, fischiettando e
tirandosi su la cerniera dei pantaloni, qualcuno buss piano
alla porta: aveva ordinato una bottiglia di bourbon, due
bicchieri e una ciotola di salatini. Tignor vers cerimoniosamente
il liquore, insistendo: Non  bello che un uomo
beva da solo, Rebecca. Alla mia piccola!.
Brindarono e bevvero. Rebecca sent una lingua di fuoco
scendere nella gola.
L'ho capito dalla prima volta che ti ho visto, piccola.
Non aveva mai fatto cenno al loro primo incontro. Anche
adesso non era chiaro a cosa si riferisse, e Rebecca sapeva
che non doveva fargli domande. Era un uomo che
sceglieva attentamente le parole, seppure in modo impacciato,
e non desiderava essere interrotto.
Vedi, sei una bellissima ragazza. Ti ho notata subito.
Anche con quella divisa da cameriera, quelle brutte scarpe
basse. Solo che devi ridere un po' di pi, tesoro. Vai in giro
come se fossi sempre immersa nei tuoi pensieri, e di certo
non sembri felice. Tignor si sporse e le diede un bacio delicato
sulla bocca. Sorrideva, gli occhi erano della stessa
sfumatura metallica dei capelli, aveva il respiro affannoso.
Rebecca si sforz di sorridere. E ci riusc.
Cos va meglio, tesoro. Molto, molto meglio.
Era seduta sull'antiquata poltrona rigida, che Tignor
aveva trascinato accanto a s, mentre lui sedeva sulla
sponda del letto, piacevolmente animato. Le stava addosso,
dal suo corpo si levava un sentore di sudore virile, di
maschio in calore, un odore misto di bourbon e fumo di
sigarette. Le venne da pensare che era attratta da quell'uomo
perch era cos robusto, era un uomo che faceva
sentire una ragazza non certo piccola come lei una fragile
bambolina.
Dalla tasca dei pantaloni Tignor estrasse una manciata
di dollari e li gett sul letto, osservando attentamente Rebecca.
Sembrava un numero di prestigio con le carte. Per
te, zingara.
Rebecca fiss le banconote svolazzanti, sconvolta. Non
credeva ai suoi occhi.
... per me? Ma perch...
Erano per lo pi biglietti da dieci, uno da venti e gli altri
da cinque e da un dollaro. E un altro da venti. In tutto
saranno state una ventina di banconote.
Tignor rise vedendo l'espressione di Rebecca.
Ti avevo detto che a Beardstown ti avrei fatto una sorpresa,
no?
Ma... perch?
Rebecca stava cercando di nuovo di sorridere. In seguito
avrebbe ricordato quanto le fosse sembrato importante
sorridere, proprio come nel momento cruciale in cui suo
padre aveva cercato di puntarle contro il fucile.
Tignor rispose, esuberante: Perch qualcuno pensa a
te, immagino. Forse si sente in colpa verso di te.
Tignor, non capisco.
Piccola, sono stato nel Quebec la scorsa settimana. A
Montreal, per affari. Ho incontrato tuo fratello.
Mio fratello? Quale?
Tignor rimase interdetto, come se non sapesse che Rebecca
aveva due fratelli.
Herschel.
Herschel!
Rebecca era sbalordita. Da lungo tempo non sentiva
pronunciare quel nome, e inconsciamente cominciava a
credere che Herschel fosse morto.
Vedi, Herschel ti ha mandato questi soldi. Perch non
torner mai pi negli Stati Uniti. Lo arresterebbero alla
frontiera. Non  una grossa somma, ma desidera che tu li
prenda, Rebecca. Cos gli ho detto che te li avrei portati
io.
A Rebecca non pass nemmeno per la testa che quella
storia non fosse vera. Tignor era stato molto persuasivo, e
con lui era sempre meglio credere a quello che diceva.
Ma... come sta Herschel? Sta bene?
A me  sembrato di s. Per, come ho detto, non pu
tornare negli Stati Uniti. Forse un giorno lo potrai incontrare
in Canada. Magari ci andremo insieme.
Rebecca lo tempest di domande. Cosa faceva Herschel?
Come tirava avanti? Aveva un lavoro? Tignor scroll le
spalle, l'espressione bonaria, gli occhi slavati sempre pi
evasivi. Un lavoro deve averlo, se ti ha mandato questi
soldi.
Rebecca non demordeva: Perch non mi chiama, se 
preoccupato per me? Gli hai detto che lavoro al General
Washington, vero? Tu hai il mio numero di telefono, glielo
hai dato? Allora pu chiamarmi.
Certo.
Rebecca fiss le banconote sparse sul letto. Era riluttante
a toccare quel denaro, e poi cosa significava? Cosa c'era
dietro tutta quella faccenda? Non riusciva a prendere quei
soldi, a contarli.
Herschel  andato via, mi ha lasciato sola. L'ho odiato
a lungo per questo.
A quelle aspre parole, Tignor corrug la fronte, indeciso.
Non so se lo rivedr. Forse andr via disse.
Andr via? E dove?
Da qualche parte, all'Ovest. Quelle che chiamano "province
delle praterie". Ci sono un sacco di opportunit di
lavoro in Canada.
Rebecca cercava di riflettere. Il bourbon le aveva dato
subito alla testa, i pensieri fluttuavano lenti, simili a nubi
ambrate. Eppure era inquieta, c'era qualcosa che non andava
in quella storia. E non avrebbe dovuto trovarsi l, al
Beardstown Inn, con Niles Tignor.
Per quale ragione Tignor le aveva fatto quella sorpresa?
Aveva sparpagliato delle banconote sul letto di un albergo.
Il petto le doleva, avvertiva come una morsa al cuore.
Con rinnovato vigore, Tignor aggiunse: Ma non  questa
la sorpresa che volevo farti, Rebecca. Prima Herschel,
adesso tocca a me.
Si alz in piedi, frug nella tasca del cappotto che aveva
gettato sulla sedia, e torn con un pacchetto avvolto in una
carta luccicante: non una confezione, ma una carta avvolta
maldestramente attorno a un oggetto molto piccolo.
Rebecca pens subito: Un anello. Mi ha regalato un anello.
Era un pensiero assurdo. Lo sguardo bramoso, fissava
il pacchetto rilucente che Tignor le porse con gesto teatrale,
nel modo in cui mischiava e distribuiva le carte da
gioco.
Oh, Tignor. Cos'...
Le tremavano le mani, apr con difficolt il pacchetto.
Conteneva un anello: una pietra opalescente, non trasparente
ma opaca, di forma ovale, grande quanto un seme di
zucca. Era incastonata in argento, lievemente ossidato.
Ma il gioiello era bellissimo. Rebecca non aveva mai ricevuto
un anello in regalo.
Oh, Tignor.
Si sentiva senza forze. Era quello che desiderava, eppure
adesso ne era spaventata. Lo rigirava tra le mani, temendo
di farlo cadere.
Avanti, piccola. Provalo. Vedi se ti va.
Accortosi che aveva gli occhi pieni di lacrime, Tignor,
con dita impacciate, prese l'anello e cerc di infilarglielo
nel dito medio della mano destra. Le stava leggermente
stretto. Ma se avesse spinto pi forte le sarebbe andato.
Timidamente, Rebecca disse:  cos bello. Tignor, grazie....
Era quasi sopraffatta dall'emozione. Malgrado ci, una
parte di lei rimase distaccata, beffarda.  quell'anello. L'ha
rubato da quella stanza. All'uomo che ha quasi ucciso. Aspetta
che tu lo riconosca, che lo accusi.
Prese l'anello dalle sue mani e se lo infil al mignolo,
dove le andava largo.
Gli diede un bacio. Le sfugg una risata allegra.
Tignor, significa che siamo fidanzati?
Tignor sbuff sarcastico. Al diavolo, piccola. Significa
che ti ho regalato un bell'anello, ecco che significa. Era
molto soddisfatto di s.
Al di l dell'alta finestra spoglia incorniciata da pesanti
tendaggi di velluto il sole invernale era quasi scomparso
dietro gli alberi. La neve baluginava con cupi riflessi di
bianco nebuloso, le miriadi di impronte lasciate dai cani che
l'avevano turbata erano scomparse. Rebecca rise di nuovo,
il robusto e ardente bourbon la rendeva euforica. Tutte
quelle sorprese le avevano dato alla testa. Aveva il fiato corto,
come se avesse corso.
Si ritrov tra le braccia di Tignor, a baciarlo senza freni.
Come se si fosse gettata da una grande altezza, cadendo e
affondando in acqua, ciecamente fiduciosa che il liquido
elemento l'avrebbe accolta, non si sarebbe sfracellata.
Tignor! Ti amo. Non lasciarmi, Tignor...
Lo disse con passione, quasi singhiozzando, aggrappandosi
a lui, alle spalle muscolose. Tignor la baci, la bocca
inaspettatamente morbida. Ora che Rebecca gli si concedeva,
era spaventato dal suo ardore, quasi esitante, si ritraeva.
Sino ad allora era sempre stata lei a irrigidirsi, a frenarsi.
Adesso lo baciava con impeto, in una sorta di parossismo,
gli occhi serrati che avevano davanti la superficie
ghiacciata e baluginante del fiume, con quella sfumatura
azzurrina che brillava al sole, quella solidit che desiderava
per s. Gli strinse le braccia al collo, trionfante. Se era
spaventata da lui, dalla sua virilit, non lo diede a vedere.
Se pure aveva rubato l'anello, lo aveva fatto per lei, adesso
era suo. Apr la bocca al suo bacio. Adesso l'avrebbe avuto,
gli si sarebbe data. Non sopportava di mettere cos a nudo
la sua anima. Avere addosso gli occhi di quell'uomo che
avevano visto chiss quante donne svestite. Era insopportabile
mostrarsi cos vulnerabile, ma l'avrebbe avuto. Il corpo
ormai di donna, i seni rigogliosi, il ventre, il pube con
l'ispida peluria nera che saliva verso l'ombelico, come un'alga,
che la riempiva di rabbia e vergogna.
Baciare Tignor era come gettare un fiammifero acceso su
un fascio di rami secchi.
Lui la spogli con foga. Non bad al fatto che il maglioncino
d'angora avesse il colletto sporco e slabbrato,
non notava i vestiti di Rebecca pi di quanto non facesse
caso alla carta da parati dai motivi floreali di quella stanza.
Se non riusciva a sbottonare o a slacciare, strappava. Si
svest, annaspando per l'urgenza. Tir via il pesante copriletto
gettandolo sul pavimento, i soldi si sparpagliarono
sulla moquette. Qualche banconota rimase impigliata
fra le pieghe della coperta, e fu poi trovata dalla cameriera.
Tignor era impaziente di possedere Rebecca, ma era un
uomo esperto, non era certo la prima volta che si trovava
di fronte una ragazza vergine, ed ebbe la presenza di spirito
di prendere dal bagno non uno, ma ben tre asciugamani,
gli stessi che Rebecca per pudore aveva evitato di
sporcare, li pieg e li dispose sul letto, sotto i fianchi di
Rebecca.
Lei si chiese il motivo di quella precauzione. Lo scopr
ben presto.


33.

Poi and via di nuovo. Sulla strada, lontano. Un giorno e
una notte dopo il ritorno da Beardstown, si era congedato
con un semplice Ciao! Non la chiam, non seppe pi niente
di lui. Finch un giorno, alla fine di febbraio, si decise a
malincuore a parlare con Mulingar. Il barista stava passando
pigramente lo straccio sul bancone; Rebecca Schwart,
con la sua divisa bianca da cameriera e i capelli intrecciati
avvolti attorno al capo, si avvicin e gli chiese in tono pacato
se sapeva quando Tignor sarebbe tornato a Milburn.
Con un sorriso insolente, Mulingar rispose: Chi  che lo
vuole sapere, pupa? Tu?.
Persino allora, mentre si allontanava alla svelta, senza
voltarsi a guardare l'uomo appoggiato al bancone che la
osservava, fissandole i fianchi e le gambe tornite, non pens:
Lo sapevo, mi merito questa umiliazione, bens, pi risoluta
che mai: Mi sposer, mi ama! Ecco la prova, mentre accarezzava
la liscia pietra dai riflessi violetti e dall'incastonatura lievemente
ossidata, che credeva di puro argento.


34.

L'ho capito dalla prima volta che ti ho visto, piccola.
Era andato via, ma sarebbe tornato. Rebecca lo sapeva:
lo aveva promesso.
Quando lavorava non indossava l'anello per paura di
perderlo. Lo teneva vicino al cuore, avvolto in un fazzoletto,
nel taschino della divisa bianca di rayon. Quando se
lo toglieva, al termine della giornata di lavoro, lo infilava
al mignolo della mano sinistra.
Adesso le andava alla perfezione. Katy le aveva mostrato
come stringerlo con un pezzetto di scotch.
Nella ristretta cerchia delle sue conoscenze, era risaputo
che Tignor le aveva regalato un anello. Ti sei fidanzata? Hai
passato la notte con lui, vero? Ma Rebecca non rivelava nulla
di Tignor. Non era tipo da parlare a cuor leggero della sua
vita privata. Non le piaceva fare battute e ridere degli uomini,
come facevano le altre. Per Tignor provava un sentimento
ben pi profondo.
Detestava la frivolezza con cui le altre donne parlavano
degli uomini, quando questi non erano presenti. Commenti
volgari e battute che volevano essere spiritose: come se le
donne non provassero soggezione per il potere maschile,
l'autorit di un uomo come Tignor. La noncuranza del maschio
che spargeva il suo seme con l'abbandono delle piante
di euforbia o di acero i cui pollini turbinano negli impetuosi
venti primaverili. L'atteggiamento derisorio delle
donne era solo una disperata reazione di difesa.
Quindi Rebecca non parlava di Tignor, malgrado le amiche
la tempestassero di domande. Si era fidanzata? E lui
quando sarebbe tornato a Milburn? Lei protestava: Lui
non  come pensate. Lui .... Sapeva che le ridevano dietro,
la compativano.
Nella vecchia casa di pietra nel cimitero si parlava molto,
ma erano parole di Morte. Ormai Rebecca non credeva pi
alle parole. Di certo non erano adeguate a spiegare la sua
esperienza con Tignor a Beardstown.
Siamo amanti. Abbiamo fatto l'amore. Ci amiamo...
Turpi parole scarabocchiate dai ragazzi sui muri e i marciapiedi
di Milburn. La mattina dopo la notte di Halloween
l'immancabile vaffanculo tracciato con la cera a caratteri
cubitali sulle vetrine dei negozi e sulle finestre della
scuola.
Gi, pensava Rebecca. Le parole mentono.
Confidava che Tignor sarebbe tornato da lei, glielo aveva
promesso. E poi c'era l'anello. E avevano fatto l'amore, il
modo in cui Tignor l'aveva amata con il suo corpo, quelle
non potevano essere menzogne.
Nessuna avventura erotica rimane un fatto isolato, che
accade una sola volta e non lascia traccia. L'erotismo esiste
solo nella memoria: rievocato, reimmaginato, rivissuto in un
incessante presente. Questo aveva scoperto Rebecca. Era
ossessionata dal ricordo di quelle ore a Beardstown, che
parevano rivivere in un continuo presente al quale lei sola
aveva accesso. Non importava se stesse lavorando in albergo
o fosse in compagnia di altri, impegnata in una conversazione
e apparentemente vigile, attenta: anche in quei
momenti era con Tignor, al Beardstown Inn. Nel loro letto,
in quella stanza.
Perch lei, nel ricordo, lo considerava il loro letto. Non un
letto qualsiasi.
Tignor! Versami un po' di bourbon.
Tignor glielo vers, ben felice. Perch anche lui aveva bisogno
di bere.
Le pass il bicchiere, che Rebecca port alle labbra irritate,
mentre giaceva sulle lenzuola sgualcite, macchiate. I capelli
incollati al viso e al collo sudati, i seni e la pancia rilucenti
di sudore, il suo e quello di Tignor. Le aveva provocato
un'emorragia, gli asciugamani avevano a malapena assorbito
il sangue.
Mentre faceva l'amore con lei, Tignor non si era curato
delle sue grida smorzate. Si muoveva su di lei con quel
suo corpo massiccio e la travolgeva come una valanga. Il
suo peso! La sua mole, e il calore! Rebecca non aveva mai
provato una simile emozione. Era sconvolta, aveva gli
occhi spalancati. L'uomo che affondava dentro di lei, come
se in quel movimento risiedesse tutta la sua vita, e
non riuscisse a controllare l'urgenza che lo pervadeva come
una fiamma, con la potenza di un cataclisma. La conosceva
appena, sembrava non rendersi conto dei tentativi
di lei di accarezzarlo, di baciarlo, di pronunciare il
suo nome.
Dopo, aveva cercato di nascondere il sangue. Ma a Tignor
non era sfuggito e con un fischio aveva esclamato:
Dannazione.
Ma Rebecca stava bene, anche se aveva dei dolori pulsanti
non solo tra le gambe, dove era escoriata, lacerata, come
se lui le avesse spinto dentro un pugno, ma anche alla
schiena, e malgrado i seni arrossati, la pelle irritata e i segni
dei suoi denti sul collo, non avrebbe pianto, dannazione
non lo avrebbe fatto. Intuiva che Tignor provava una sorta
di pentimento. Ora che quell'urgenza bruciante era svanita,
ora che aveva insufflato la sua vita in lei, avvertiva la
vergogna tipica degli uomini, la paura che lei scoppiasse in
singhiozzi, inerme, perch a quel punto avrebbe dovuto
consolarla, e la sua natura maschile mal si conciliava con la
consolazione. I sensi di colpa facevano infuriare Niles Tignor,
come un cavallo tormentato dai tafani.
E non aveva neppure preso precauzioni, come le defin, e
come avrebbe voluto.
Per istinto Rebecca sapeva che non doveva farlo sentire
in colpa, indurlo al rimorso. Perch l'avrebbe detestata.
Non avrebbe pi voluto fare l'amore con lei. Avrebbe
smesso di amarla e non l'avrebbe sposata.
Ah, com'era buono il bourbon che scendeva nella gola!
Bevvero dallo stesso bicchiere. Rebecca strinse la grossa
mano di Tignor, avvolgendo il calice. Le piaceva stringerla,
era tanto pi grande della sua. Aveva le nocche pronunciate,
sul dorso della mano una peluria color nickel folta come
una pelliccia.
Erano nudi. In quella stanza, nel loro letto, al Beardstown
Inn, dove trascorsero la notte insieme.
Inaspettatamente si era creata un'intimit. Il turbamento
della nudit aveva lasciato il posto a quella sensazione
sconosciuta: quell'intimit, la vicinanza dei corpi sudati.
Adesso i baci avevano un sapore pi intimo. Erano diventati
amanti, e non si poteva tornare indietro.
Rebecca sorrise a quella constatazione, bramosa. Quello
che Tignor aveva fatto a lei, al suo corpo, era come un colpo
d'arma da fuoco, irreversibile.
Mi ami, Tignor, vero? Dimmi che mi ami.
"Che mi ami."
Lei rise, e gli diede un buffetto. Per gioco, in quella nuova
abbagliante intimit, lei, Rebecca Schwart, poteva permettersi
di punire scherzosamente il suo amante.
Tignor! Di' che mi ami.
Certo, piccola.
Giacevano sulle lenzuola appiccicose e impregnate di
odori, storditi ed esausti. Come nuotatori che dopo uno
sforzo si riposano affannati sulla sabbia. Quello che avevano
fatto sembrava meno importante della circostanza
che l'avessero fatto, e fossero sopravvissuti.
Tignor scivol rapidamente nel sonno. Il suo corpo si
contorceva fremente, per l'energia che lo pervadeva. Per
Rebecca quell'uomo, la sua realt, erano fonte di meraviglia.
Lo abbracciava goffamente, il peso della spalla che le
schiacciava il braccio. Cosa significa quello che abbiamo fatto?
Sentiva un dolore bruciante che pulsava tra le gambe, eppure
le pareva remoto, sopportabile. Il bourbon ardente
flu nelle vene e anche lei si addorment.
Si svegli nel cuore della notte. La lampada sul comodino
era ancora accesa.
Sentiva la gola arsa per il liquore e aveva molta sete.
Aveva ancora delle perdite. Allora ebbe paura. Non riusciva
a ricordare il nome di quell'uomo.
Lo osservava da vicino. Da quella distanza non  facile
mettere a fuoco. La pelle era ruvida e rossastra, ancora
molto calda. Sudava sempre quando dormiva, aveva un
sonno inquieto, agitato. Grugniva, gemeva e uggiolava
spaventato, stupefatto come un bambino. I capelli color
metallo erano irti sulla fronte, in umidi ciuffi... Le sopracciglia
avevano la stessa sfumatura lucente, e sulle guance
spuntava un filo di barba. Giaceva di schiena, supino sul
letto, un braccio sopra Rebecca. Lei se ne stava raccolta nel
suo giaciglio, intorpidita sotto il peso di quel corpo.
Come respirava forte, nel sonno! Praticamente russava,
dalla gola proveniva un gorgoglio ritmico, come il verso
di un insetto notturno.
Rebecca scivol fuori dal letto, insolitamente alto. Fece
una smorfia, il dolore all'inguine era come una stilettata.
Perdeva ancora sangue, avrebbe fatto meglio a tamponarsi
con l'asciugamano, per non sporcare la moquette.
Che vergogna. Oh, Cristo.
Ma le risultava che fosse una cosa naturale.
Katy e le altre amiche erano certo ansiose di scoprire cosa
era accaduto a Beardstown. Sapevano, o almeno ne erano
convinte, che Rebecca non era mai stata con un uomo.
L'avrebbero tempestata di domande, bramose di scoprire
la verit. Non si sarebbe confidata con loro, tanto le avrebbero
comunque parlato alle spalle, curiose come scimmie.
Niles Tignor! Ecco come si chiamava.
Si trascin tutta irrigidita in bagno e chiuse la porta.
Che sollievo, finalmente sola!
Con mano tremante si sciacqu, e si asciug con dei
fazzolettini di carta inumiditi. Non avrebbe tirato lo scarico
prima di assicurarsi che il flusso si fosse arrestato, temeva
di svegliare Tignor. Erano le tre e venti del mattino.
L'albergo era immerso nel silenzio. I rubinetti erano vecchi,
facevano rumore. Era sgomenta perch il flusso non si
arrestava, per quanto fosse meno violento.
Andr tutto bene. Non morirai dissanguata.
Colse la sua immagine nello specchio appeso sul lavandino:
la sorprese quel viso arrossato, i capelli scarmigliati.
Le labbra non recavano pi tracce di rossetto, apparivano
gonfie, escoriate. Aveva gli occhi irritati, venati di rosso. Il
naso lustro e untuoso. Com'era brutta! Come poteva amarla
un uomo?
Eppure sorrise. Era la fidanzata di Niles Tignor, quel
sangue lo testimoniava.
Entro il mattino le perdite si sarebbero arrestate. Non si
trattava del flusso mestruale, che durava giorni. Il sangue
era meno scuro, non cos rappreso. Anche l'odore era diverso.
Si sarebbe lavata, in continuazione, e lui non ci
avrebbe pi badato.
Le aveva lacerato l'imene, anni prima aveva trovato
quel termine sul vocabolario. Aveva sorriso, quella parola,
chiss perch, le ricordava il termine inno.
D'un tratto le venne in mente di come, nella chiesa presbiteriana,
accanto a Rose Lutter, che era stata cos buona
con lei, in realt non ascoltava i sermoni del pastore. Si
sorprendeva a pensare agli uomini, alla virilit, al sesso.
Ma con imbarazzo, disprezzo, perch ancora non aveva
incontrato Niles Tignor.
La mattina, sebbene ancora intontito e in preda ai postumi
di una sbornia, Tignor voleva fare l'amore. L'alito fetido
come acqua marcia, eppure voleva fare l'amore. Era incredibilmente
eccitato, folle di passione per lei. Le confess
che non riusciva a fare a meno di toccarla. Era pazzo di
lei, era cos bella. La mia zingarella. La mia piccola ebrea. Oh,
Ges...
Pi tardi, in macchina, mentre tornavano a Milburn, la
testa poggiata sulla sua spalla, Rebecca gli disse: Sai, Tignor,
non sono una zingara. E non sono un"'ebrea".
Tignor, gli occhi stanchi e annebbiati nella rigida aria
mattutina, le guance annerite da una peluria ispida, poich
si era rasato in fretta, parve non sentire. Come un pescatore
che getta la lenza in un ruscello impetuoso, pensava
a quello che lo aspettava a Milburn. E dopo.
Certo, piccola. Nemmeno io.
L'anello: non era quello che Baumgarten/Burnstead aveva
lasciato ai piedi del letto per adescare Rebecca. Ne era
certa, ora che l'aveva esaminato con attenzione. La pietra
di quell'altro era d'un color viola pi scuro, e aveva una
forma quadrata, o rettangolare, trasparente come vetro. (E
molto probabilmente era un fondo di bottiglia.) Il suo invece
aveva una pietra viola ovale, opaca.
Non rest incinta. Ma lo era dei sentimenti che provava per
quell'uomo, che la accompagnavano sempre e ovunque.
Era met marzo, ma il gelo notturno era ancora invernale.
Le giornate per si allungavano, c'erano sempre pi
ore di sole, che scioglieva il ghiaccio. Rebecca era caparbiamente
convinta che Tignor sarebbe tornato, avrebbe
pernottato come al solito al General Washington, e l'avrebbe
chiamata. Ne era certa, non dubitava di lui. Eppure,
quando una sera sul presto il telefono squill, e Laverne Tracy
rispose, Rebecca si avvicin per ascoltare, il
cuore palpitante per l'apprensione. Laverne era una ragazza
di ventitr anni, bionda e con le guance rubizze,
con un atteggiamento civettuolo ma anche beffardo verso
gli uomini; dal suo sorriso malizioso si capiva subito se all'altro
capo del filo c'era un uomo.
Rebecca? Non so se  in casa. Adesso vedo.
Rebecca chiese chi era.
Laverne copr il ricevitore con la mano, con gesto indifferente.
Lui.
Rebecca rise, e and a rispondere.
Tignor voleva vederla, quella sera. Dopo le dieci, se era
libera. La sua voce, cos vicina, le diede come una scossa.
Sembrava nervoso, non cos brusco e sicuro di s come lo
ricordava. La sua risata suonava forzata, poco convincente.
Rebecca accett. Ma solo per poco, la mattina dopo doveva
lavorare.
Tignor replic piccato che anche lui doveva lavorare la
mattina dopo. Sono a Milburn per affari, tesoro.
A febbraio, Rebecca non aveva potuto inventare nessuna
scusa con Amos Hrube per essere arrivata tardi al lavoro;
Tignor l'aveva riaccompagnata a mezzogiorno, di ritorno
da Beardstown. Aveva incassato muta e accigliata
la ramanzina di Hrube, il quale le aveva fatto pesare che
un'altra cameriera aveva dovuto rifare le sue stanze. Tignor
si era proposto di parlare a Hrube, ma Rebecca non
aveva voluto. Non voleva certo dare adito a pettegolezzi
sulla relazione tra lei e Tignor, oltre a quelli che gi circolavano
tra il personale dell'albergo.
Alle dieci e venti Tignor pass a prenderla con la sua Studebaker
davanti casa, a Ferry Street. Non era tipo da salire
e venire a bussare alla porta: era entrato nell'androne e l'aveva
chiamata a gran voce, visibilmente impaziente.
Laverne sbrait: Manda all'inferno quello stronzo. Chi
cazzo crede di essere, per strillare a quel modo?.
Laverne aveva conosciuto Tignor prima di lei. Rebecca
non riusciva a capire in che rapporti fossero.
Rebecca rise, e le rispose che a lei non importava.
Be', importa a me replic con veemenza l'amica.
Quello stronzo.
Rebecca usc. Sapeva che Laverne si sarebbe lamentata
di lei con Katy, la quale avrebbe reagito con una scrollata
di spalle e una risata.
Merda, il mondo  dei maschi, che ci vuoi fare...
Appena Tignor schioccava le dita, Rebecca correva da
lui. S, ma alle sue condizioni. Perch doveva rivederlo,
stare con lui, per ricreare quell'intimit tra di loro.
Aveva messo il cappotto a quadri verde che le aveva
regalato, di cui andava cos fiera. Lo indossava raramente,
era troppo elegante per Milburn, e per una cameriera
come lei. Si era passata il rossetto, d'un rosso scarlatto. Al
dito sfoggiava l'anello d'argento con la piccola pietra
ovale viola opaco; aveva scoperto che si trattava di un
opale.
Ciao, Tignor!
Quando Tignor la vide sulle scale, il sorriso gli mor sulle
labbra. Una strana espressione gli si dipinse sul viso.
Prese a parlare, voleva fare lo spiritoso, con il suo tipico
tono canzonatorio e disinvolto, ma la voce gli manc. Le
mosse subito incontro, le prese la mano, la strinse forte,
impacciato, come volesse impossessarsene di nuovo. Rebecca.
Ges... Attraverso le palpebre socchiuse Rebecca
osserv il suo amante, l'uomo che sarebbe divenuto suo
marito: il volto arrossato, sensuale di colui che l'aveva sedotta,
il cui desiderio era domarla, usarla e gettarla via come
un oggetto: lo scrut, in quell'istante le appariva nudo,
nella sua autentica natura. Sotto quell'apparenza di
socievolezza scorgeva un'orrenda nullit, il caos. La sua
anima era un pozzo di pietra ormai prosciugato, le pareti
rocciose scoscese, pericolose.
Rebecca rabbrivid a quella consapevolezza.
Tuttavia gli offr le labbra, per ricevere il suo bacio. Perch
quelli erano i rituali da assolvere. Avrebbe agito di
slancio, offrendogli desiderosa il suo giovane volto, la rossa
bocca tumida che lo eccitava tanto. Doveva convincersi
che si fidava ciecamente di lui, non temeva che le facesse
del male.
Tignor esit, poi la baci. Rebecca si accorse che, per un
attimo, lui aveva tentennato. L'androne era illuminato da
una luce abbagliante, che cadeva dall'alto. Era un ambiente
trascurato, sporco. Mentre si avvicinava a Rebecca, Tignor
era inciampato in un triciclo, apparteneva al bambino
degli inquilini del primo piano. Voleva darle un bacio lieve,
per salutarla, ma fu maldestro anche in quel frangente.
Balbettava, nessuno a Milburn aveva mai sentito Niles Tignor
farfugliare. Io... Io... be', mi sei... mancata. Ges,
Rebecca... La voce gli manc, era turbato.
Fuori, parcheggiata lungo il marciapiede, c'era la Studebaker
azzurro uovo di pettirosso, il motore acceso, volute
di fumo che uscivano dal tubo di scappamento.
Salirono; Tignor gir la chiave dell'accensione, ma la
macchina era gi in moto. Imprec e si lasci andare a una
risata. Non si sentiva pi il caratteristico odore di tappezzeria
nuova di zecca, bens un puzzo di bourbon e sigaro. Tra
i giornali sparsi sul sedile posteriore, Rebecca vide una valigia
e un paio di scarpe da uomo, e il riflesso del vetro di
una bottiglia. Si chiese se fosse vuota o se vi fosse ancora
del bourbon, e, in tal caso, se si aspettava che lei ne bevesse.
Tignor propose: Tesoro, possiamo andare in albergo.
Da me.
Lo disse senza guardarla. Guidava lentamente lungo Ferry
Street, come se non conoscesse la strada.
In albergo no rispose in tono pacato Rebecca.
Perch no? si stup Tignor. Ho una stanza.
Vedendo che lei non replicava, Tignor insist: Sono fatti
miei chi porto nella mia stanza. Nessuno s'impiccer.
Mi conoscono, e rispettano la mia privacy. Ho una suite al
settimo piano, ti piacer.
Rebecca rifiut di nuovo, placidamente. In albergo no.
Le finestre danno sul canale, si vedono i tetti delle case.
Ordiniamo la cena, mangiamo in camera. Beviamo qualcosa.
No, no! Rebecca non voleva. Sorrideva, mordendosi il
labbro.
Tignor aveva accelerato, svolt in Main Street. Sulla
sommit della collina brillavano le luci del General Washington
Hotel, tra edifici per lo pi bui.
Rebecca ripet: Non in quell'albergo, Tignor. Lo sai
perch.
Merda, va bene. Andremo da qualche altra parte.
In nessun albergo, Tignor.
Nella luce fluttuante della strada, Rebecca vide che la stava
fissando. Avrebbe potuto schiaffeggiarlo. Ridergli in faccia,
burlarsi di lui. Not la sua sorpresa, il disappunto, che si
faceva lentamente strada, come un dolore fisico. E il risentimento,
per la caparbia resistenza che, in quanto donna, gli
opponeva. Serr le mascelle, ma si sforz di sorridere.
Va bene, sei tu che decidi.
Andarono da Sandusky, una taverna sul fiume. Distava
tre chilometri, e percorsero il tragitto in silenzio.
Rebecca pensava con calma: Non mi toccher. Non intende
farmi del male.
Non appena entrarono nella sala piena di fumo, alcuni
uomini salutarono Tignor: Ehi, Tignor! Salute, amico.
Tignor! Come diavolo ti va? Rebecca si accorse che quell'accoglienza
cordiale lo gratificava. Tignor faceva lo spaccone,
ricambiando i saluti. Naturalmente conosceva Sandusky,
il proprietario del locale, e i baristi. Strinse mani,
diede pacche sulle spalle. Declin gli inviti dei conoscenti
a raggiungerlo al bar, ansiosi di accoglierlo tra loro. Non
si prese la briga di presentare Rebecca, che aspettava dietro,
discosta da lui. Sent che gli uomini la scrutavano, e fu
lieta dei loro commenti.
La ragazza di Tignor.
Una nuova, giovane.
Alcuni di quegli uomini di Milburn dovevano certo conoscerla,
o aver sentito parlare di lei. La piccola Schwart. La figlia
del becchino. Ma adesso era cresciuta, non era pi una
bambina. Al fianco di Niles Tignor, non la riconoscevano.
Vieni, tesoro. Andiamo in un posto tranquillo.
La guid verso un spar, lontano dal bancone. Una fila
di festose luci verdi e rosse, rimaste l da Natale, sfavillavano
sopra le loro teste. Tignor si fece portare due boccali
di birra alla spina Black Horse per s e una Coca-Cola per
Rebecca. Se voleva un po' di birra poteva berla da lui. Cos
sperava.
Fame? Cristo, mangerei un bue.
Ordin due sandwich con roast-beef, cipolle e patatine
fritte con ketchup. E a parte un altro piatto di patatine fritte.
E arachidi. Cetriolini sottaceto, un piatto. Aveva recuperato
il suo tipico tono spigliato e burlesco. In quel posto,
sotto gli occhi di tutti, non voleva apparire come un
uomo a disagio con la propria ragazza. Le raccont dei suoi
ultimi viaggi attraverso lo Stato, nella valle dell'Hudson,
a sud nella regione delle Catskill, e altrove. Rebecca sapeva
che non le avrebbe rivelato niente di essenziale su di
s. A Beardstown ne aveva avuto l'occasione, e non l'aveva
fatto. Si era ingozzato di cibo, alcol e del corpo di Rebecca,
non aveva voluto altro.
Le ultime due notti le ho passate a Rochester. Allo Statler,
un grosso albergo. Sono andato a sentire un quartetto
jazz in un nightclub. Ti piace il jazz? Non lo conosci? Be',
un giorno di questi te lo faccio ascoltare. Magari ti porter l,
a Rochester.
Magari, s annu Rebecca sorridendo.
In quelle luci tremolanti sembrava pi bella. Da quando
aveva fatto l'amore con lui, lo era davvero. Tignor era fortemente
attratto da lei, da quel ricordo. Non sopportava il
potere che quella ragazza esercitava su di lui, temeva di
perdere la testa. Era deciso a dimenticare il passato, anche
quello pi recente, non voleva esserne in alcun modo influenzato.
Riteneva che un uomo che si lasciava condizionare
dagli avvenimenti trascorsi fosse debole, poco virile.
Viveva completamente immerso nel presente. Ma non riusciva
a capire perch Rebecca adesso si mostrasse cos riservata
nei suoi confronti. Sorrideva, ma sembrava guardinga.
La sua pelle olivastra emanava un bagliore febbrile,
gli occhi di una luminosit straordinaria, le ciglia scure e
folte, lo sguardo sensuale, subdolamente malizioso.
Allora! Non mi ami pi? O almeno, non come l'ultima
volta.
Poggiato sui gomiti, Tignor aveva un'espressione pensierosa,
tra il serio e il faceto, ma dagli occhi trapelava la
sua inquietudine. Pi che amare desiderava essere amato,
intensamente.
Ti amo, Tignor rispose Rebecca. Certo che ti amo.
Aveva una voce strana, esultante, conturbante. Nella taverna
il rumore era assordante, Tignor fece finta di non aver
sentito. Gli occhi slavati e opachi gli si annebbiarono. Arross.
Se avesse dato segno di capire, non avrebbe saputo
cosa replicare.
Arrivarono le ordinazioni. Tignor divor il suo sandwich
e parte di quello di Rebecca. Si scol tutti e due i boccali
di birra, e ne ordin un terzo. Vado a fare un po' d'acqua,
tesoro. Torno subito. Sgusci a fatica dal tavolo e si
avvi verso il bagno malfermo sulle gambe.
Rozzo! Ecco cos'era, in maniera esasperante. E non tornava.
Mentre sbocconcellava pigramente delle patatine fritte
bisunte, lo vide fermarsi agli altri tavoli e al bar, circondato
da conoscenti. C'era una donna con i capelli biondi cotonati
e un maglioncino turchese che gli passava un braccio
attorno al collo, mentre parlava con lui animatamente.
E il proprietario del locale, Sandusky, con il quale Tignor
intrattenne una lunga conversazione, inframmezzata da
frequenti scoppi di risa. Vuole nascondersi in mezzo a quella
gente, pens Rebecca. Come fosse uno di loro.
Prov il trionfo del possesso, perch lei lo conosceva intimamente.
Nessuna di quelle persone conosceva Tignor
quanto lei.
Eppure la stava evitando. Oh, lo sapeva, capiva cosa
aveva in mente. Non le aveva telefonato per settimane, l'aveva
dimenticata. Lo sapeva e lo accettava. Sarebbe corsa
ogni volta che schioccava le dita, come un cagnolino, ma
solo quello: non poteva chiederle di pi.
Quando torn da lei, con una birra alla spina, aveva il
viso sudato e arrossato, e camminava come il passeggero
sul ponte di una nave beccheggiante che teme di cadere.
La guard con quel curioso sguardo bramoso e risentito.
Scusami, piccola. Mi hanno bloccato. Il tono della voce
non era certo mortificato, ma si protese verso di lei per
darle un bacio sulla guancia. Le accarezz i capelli. La
mano indugi sulla spalla. La sai una cosa? Ti regaler
degli orecchini, Rebecca. Di quelli a cerchio, d'oro. Con
quell'aria da zingara che hai, cos sexy.
Rebecca si tocc i lobi. Katy le aveva fatto i buchi con
una spilla, che aveva "sterilizzato" passandone la punta
sulla fiamma di una candela, ma la piccola ferita non era
ancora guarita.
Rebecca replic, inaspettatamente: Non mi servono,
Tignor. Ma grazie lo stesso.
Una ragazza che rifiuta un paio di orecchini, Ges...
Tignor le si sedette di fronte, lasciandosi cadere pesantemente
sulla panca. Con gesto disinvolto da ubriaco si pass
vigorosamente le mani tra i capelli, e si strofin le palpebre
arrossate. In tono cordiale riprese, come se gli fosse
venuto in mente solo in quel momento: Rebecca, qualcuno
mi ha detto che sei - come si dice? - "sotto tutela dello
Stato".
A quelle parole Rebecca si accigli. Dannazione, c'era
gente che parlava di lei a Niles Tignor!
Sono sotto tutela della contea di Chautauqua, perch i
miei genitori sono morti e non ho ancora diciotto anni.
Non l'aveva mai detto prima.
I miei genitori sono morti.
Perch non considerava Jacob e Anna Schwart davvero
morti. Erano l ad aspettarla nella vecchia casa di pietra
nel cimitero.
Tignor beveva, in attesa che aggiungesse qualcosa, e allora
gli raccont, con la vivacit di una scolaretta: Il tribunale
della contea ha nominato mia tutrice una donna,
una ex maestra. Per un po' ho vissuto con lei. Ma poi ho lasciato
la scuola, adesso lavoro, non ho bisogno di un tutore.
Sono "indipendente". E quando compir diciotto anni
non sar pi sotto tutela.
Quando?
A maggio.
Tignor sorrise, ma era agitato, inquieto. Diciassette anni:
cos giovane!
Aveva pi del doppio della sua et.
Chi  questo tutore?
Una donna. Una presbiteriana.  stata esit, non voleva
fare il nome di Rose Lutter molto buona con me.
Avvert un senso di colpa, come una stilettata. Si era
comportata male con la signorina Lutter, ne provava vergogna.
Non solo se n'era andata senza nemmeno salutarla,
ma per ben tre volte la signorina Lutter aveva cercato
di mettersi in contatto con lei al General Washington, e lei
aveva stracciato i suoi biglietti.
Tignor insist: Perch il tribunale ha nominato proprio
lei?.
Perch era la mia maestra alle elementari. E non c'era
nessun altro.
Rispose con una certa insofferenza, desiderava che Tignor
lasciasse cadere l'argomento.
Diavolo, potrei essere io il tuo tutore, piccola. Non c'
bisogno di sconosciuti.
Rebecca sorrise, dubbiosa. Il fatto che Tignor si mostrasse
cos interessato la imbarazzava e sconcertava. Che
voleva dire con quella frase? Forse era solo una battuta.
Tignor aggiunse: Mi sa che non ti va tanto di parlare di
questa roba della "tutela", vero?.
Rebecca scosse il capo. No, no! Perch diavolo non la lasciava
in pace?
Ma in fondo le piaceva che Tignor la stuzzicasse. In
quel suo modo caratteristico, che la faceva ridere e sentire
sexy. Era un po' come se le infilasse il pugno dentro, facendola
strillare e dimenare, per gioco.
Si nascose il viso tra le mani, convinta di essere brutta.
Da dov'era saltato fuori quell'orrendo pensiero?
Ehi, piccola, che diavolo c'? Che fai, piangi?
Tignor le scost la mano dal viso. Non stava piangendo,
ma evit il suo sguardo.
Avrei voluto che mi accogliessi meglio stasera, piccola.
Mi sa che c' qualche problema tra noi.
Lo disse in tono semiserio. Provava imbarazzo davanti
a lei, e frustrazione per quella volont che si opponeva
alla sua. Non era abituato al fatto che una donna gli si opponesse
tanto a lungo.
Rebecca replic: Mi piaci, Tignor. Lo sai.
Per non vuoi venire con me. In albergo.
Io non sono la tua puttana, Tignor. Non sono una puttana.
Tignor trasal come se lo avesse schiaffeggiato. Quel modo
di esprimersi da parte di una donna lo turbava profondamente.
Prese a balbettare: Perch pensi... questo? Nessuno
ha mai detto... questo! Ges, Rebecca... che modo
di parlare  questo? Non sono uno che va con... le puttane.
Dannazione, certo che no.
Era un insulto al suo orgoglio maschile. Come se gli si
fosse avvicinata e gli avesse dato un ceffone in pieno viso
davanti a tutti. Quella frase le era uscita d'impulso, rabbiosa.
E adesso che aveva cominciato non riusciva a fermarsi.
Quella sera non aveva nemmeno toccato la birra,
ma avvertiva la spavalda euforia di chi ha bevuto. Mi hai
dato dei soldi, Tignor. Ottantaquattro dollari. Li ho raccolti
dal pavimento, quelli che ho trovato. Non mi hai aiutato.
Sei rimasto a guardare. Mi hai detto che me li mandava
mio fratello Herschel da Montreal, ma non ti credo.
In realt sino a quel momento non sapeva come fossero
andate veramente le cose. Non volendo mettere in dubbio
le parole di Tignor, aveva preferito non indagare. Ottantaquattro
dollari! Anche quel denaro era in nero. Adesso invece
le pareva plausibile che l'avesse ingannata. Era una
stupida ingenua. Aveva pagato Rebecca Schwart come
una puttana, l'aveva fatto abilmente, cos com'era abile a
mischiare e distribuire le carte, in modo da non farle sembrare
che era una puttana.
Tignor stava protestando: Che diavolo stai dicendo,
eh? Che me lo sono inventato? Me li ha dati lui - come si
chiama - Herschel, perch li dessi a te. Tuo fratello, ti vuole
bene, Cristo santo, dovresti essergli riconoscente.
Rebecca si copr le orecchie con le mani. Adesso le era
tutto chiaro, e le sue amiche dovevano averlo capito.
Senti, i soldi li hai presi, no? Non mi sembra che li hai
lasciati sul pavimento, piccola.
Piccola: con quanto sarcasmo aveva pronunciato quella
parola.
S, li ho presi.  vero.
Non si era chiesta da dove venisse quel denaro. Lo aveva
speso in pochi giorni. Aveva comprato un sacco di roba
da mangiare, per lei e le sue coinquiline. E qualche oggettino
per abbellire il soggiorno. Non aveva mai potuto contribuire
in maniera adeguata alle spese di affitto, e si sentiva
in obbligo.
Adesso aveva capito, le sue amiche dovevano aver intuito
di chi erano quei soldi. Aveva detto loro che glieli
aveva mandati Herschel, ma di certo avevano pensato che
fosse stato Tignor a darglieli. Katy le aveva spiegato che a
volte succedeva di accettare del denaro in cambio di sesso.
Negli occhi di Tignor apparve un'espressione vile. E
hai accettato l'anello, Rebecca. Lo porti al dito, o sbaglio?
Te lo rid. Non lo voglio.
Cerc di sfilarselo, ma Tignor fu pi lesto di lei. Le
blocc la mano sul tavolo. Lo mandava in bestia che stesse
attirando l'attenzione su di loro, che lo mettesse alla
berlina, lo umiliasse in quel modo. Rebecca mugol per il
dolore, temeva che le rompesse la mano, tanto pi piccola
di quella di lui. Dal bagliore che scorse nel suo sguardo
intu che avrebbe voluto ucciderla.
Andiamo via. Prendi il cappotto. Cazzo, muoviti, tieni.
Afferr il cappotto di Rebecca e il suo giubbotto, senza
lasciarle la mano. La trascin fuori dal tavolo. Lei inciamp
e per poco non cadde. La gente li osservava, ma
nessuno intervenne. L da Sandusky nessuno aveva voglia
di mettersi contro Niles Tignor.
Ma nella Studebaker, nel parcheggio della taverna, la lotta
continu. Non appena Tignor le lasci andare la mano,
Rebecca venne sopraffatta da un'ondata di rabbia, e si
sfil l'anello. Non l'avrebbe portato un minuto di pi! Tignor
le affibbi un manrovescio, e minacci di picchiarla
ancora pi forte. Parlando piano, in tono quasi calmo, gli
disse: Ti odio. Non ti amo. Non ti ho mai amato. Sei un
animale, un essere disgustoso. Si rannicchi contro lo
sportello, gli occhi che riflettevano le luci del neon, sfolgoranti
nell'oscurit come quelli di un gatto selvatico. Cercava
maldestramente di dargli dei calci. Raccolse le ginocchia
al petto e gliene sferr uno. Tignor, colto di sorpresa,
non riusc a schivare il colpo. Imprec e le moll un pugno.
Ma non colp il bersaglio, il volante fren il movimento.
Rebecca gli si avvent contro, cercando di affondargli
le unghie nel viso. L'avrebbe dilaniato se l'avesse
preso. Era una mossa avventata contro un uomo di tale
forza, che avrebbe potuto spaccarle la faccia con un solo
colpo. Tignor era sbalordito, gli venne da ridere: Ges,
piccola!. Lei lo centr in pieno viso con un ceffone, e gli
fece sanguinare il labbro. Tignor port la mano alla bocca
e vide il sangue. Rideva; la ragazza era cos esasperata
che, nella foga di aggredirlo, sembrava non rendersi conto
del pericolo che correva.
Non lo aveva perdonato, tutte quelle settimane senza
nemmeno una telefonata. Tignor intu che era quello il vero
motivo di tanta rabbia.
In qualche modo cerc di mettere in moto. Con il braccio
teneva a distanza Rebecca. Rivoli di sangue gli correvano
sul mento, come zanne; se fossero.gocciolati sul
giubbotto di montone l'avrebbero rovinato. Fece marcia
indietro e cerc di immettersi sulla strada, prima che la ragazza
lo aggredisse di nuovo. Questa volta le afferr i lunghi
e folti capelli, e con una manata la mand a sbattere
contro la portiera. Rebecca batt violentemente la testa
contro il finestrino e per qualche attimo perse conoscenza.
Diavolo, Tignor temeva che avesse rotto il vetro. Nel frattempo,
alcuni avventori erano usciti dal locale, per vedere
cosa stava succedendo. Eppure nemmeno allora intervennero.
Anche Sandusky, che era amico di Tignor, si era precipitato
fuori a capo scoperto nell'aria gelida, ma col cavolo
che si sarebbe messo in mezzo. Era una faccenda tra Tignor
e la ragazza. Si supponeva che Tignor avesse le sue
ragioni per agire cos.
Rebecca si era calmata, singhiozzava piano. Quell'ultimo
colpo le aveva fatto sbollire la rabbia; Tignor torn a
Milburn e la riport a Ferry Street. Aveva intenzione di
aiutarla a scendere, ma appena accost al marciapiede Rebecca
apr lo sportello, si ritrasse e scapp via; inciamp
sui gradini e scomparve nel portone. Ancora ansimante,
Tignor ripart a tutto gas. Oltre che dal labbro, perdeva
sangue anche dalla guancia, aveva una ferita che Rebecca
gli aveva procurato quando aveva cercato di graffiarlo.
Stronza! Fottuta stronza! Era talmente carico di adrenalina
che non sentiva il dolore. Comunque anche lei non se
l'era passata liscia. Sperava di non averle rotto qualche osso.
Forse aveva un occhio pesto, o tutti e due. Temeva che
qualche stronzo avesse chiamato la polizia. Ferm la macchina
nel parcheggio dell'albergo e accese la luce dell'abitacolo.
Come si aspettava, sul sedile anteriore era rimasto
il piccolo opale, che aveva lasciato in segno di sfregio.
Il cappotto di Rebecca giaceva sul tappetino, tutto
sgualcito.
Dunque  finita. Meglio cos!


35.

Il giorno seguente Rebecca aveva il viso tutto livido e tumefatto,
e si reggeva a malapena sulle gambe. Katy la convinse
a chiamare Amos Hrube per avvertirlo che stava male
e non sarebbe andata al lavoro.
Laverne era furiosa: Dovremmo chiamare la polizia!
Quello stronzo.
Incerta sul da farsi, Katy chiese: Dobbiamo chiamare
un dottore, Rebecca? Hai una faccia che fa paura.
Rebecca era seduta al tavolo della cucina, con dei cubetti
di ghiaccio avvolti in uno straccio premuti sul viso. Aveva
l'occhio sinistro chiuso e gonfio come una zampogna.
La bocca sembrava sformata, tanto era tumefatta. Si stava
guardando in uno specchietto.
Ringrazi le amiche, e le rassicur: stava bene.
Laverne opin: E se torna per darti il resto? Gli uomini
fanno cos, non ti uccidono subito.
Rebecca lo escluse, Tignor non sarebbe tornato.
Laverne prese il telefono e glielo mise davanti, sul tavolo.
Se c' qualche problema, chiama la polizia.
Katy e Laverne andarono al lavoro. Rebecca era sola
quando pi tardi, quella mattina, arriv Tignor. Aveva sentito
una macchina fermarsi sotto casa, una portiera sbattere
con gran frastuono. Era troppo stordita per andare a
controllare alla finestra.
L'appartamento delle ragazze era al secondo piano, e
aveva tre stanze. La porta d'ingresso dava sul pianerottolo.
Rebecca ud il passo pesante di Tignor, che saliva le
scale. Poi lo sent bussare alla porta. Rebecca?
Rebecca rimase immobile, in ascolto. Quando Katy e
Laverne erano uscite aveva chiuso a chiave, ma la serratura
era inconsistente. Se avesse voluto, Tignor l'avrebbe
fatta saltare con un calcio.
Rebecca? Sei in casa? Apri, sono Tignor.
Come se quel bastardo avesse bisogno di presentarsi. Si
sarebbe messa a ridere, se la bocca non le avesse fatto cos
male.
Tignor sembrava sobrio, la voce non era alterata, anzi
aveva un tono contrito. Non aveva mai sentito il suo nome
pronunciato con tale struggimento. Vide il pomello girare,
convulsamente.
Va' all'inferno! Non ti voglio vedere.
Rebecca? Fammi entrare. Non ti far del male, te lo
giuro. Devo dirti una cosa.
No. Va' via.
Ma Tignor non avrebbe desistito. Rebecca lo sapeva.
Tuttavia non si decideva a chiamare la polizia. Sapeva
di doverlo fare, ma non ci riusciva. Perch se la polizia avesse
cercato di arrestarlo, lui avrebbe opposto resistenza, e
sarebbe finita male. Come in un sogno che aveva fatto di
recente: avevano sparato al suo amante, era in ginocchio e
perdeva sangue dal petto, sul pavimento di linoleum della
cucina...
Rebecca scacci quell'immagine. Era solo un sogno,
non la realt. Un sogno di Jacob Schwart, quando la Gestapo
gli aveva dato la caccia fin nella casa di pietra del cimitero.
Per proteggerlo, non aveva scelta: doveva aprire la porta.
Ehi, piccola. Sei la mia piccola, vero?
Tignor si affrett a entrare, esultante. A Rebecca venne
da sorridere nel constatare che anche il suo volto era malconcio:
sul labbro superiore gonfio c'era una ripugnante
crosta ancora umida, e sulla guancia destra il segno lasciato
dalle sue unghie.
Tignor la fiss: contemplava il risultato delle sue prodezze.
Sul suo viso comparve lentamente un sorriso afflitto,
un'espressione quasi di vergogna, davanti ai segni cos visibili
di quanto le aveva fatto. Fai le valigie, partiamo.
Colta di sorpresa, Rebecca rise. Partiamo? E dove andiamo?
Poi vedrai.
Fece per toccarla, ma lei si ritrasse. Avrebbe voluto colpirlo
di nuovo, allontanare quella mano. Sei pazzo, non
vengo da nessuna parte con te. Ho un lavoro, dannazione,
lo sai che ho un lavoro, questo pomeriggio...
Basta. Non tornerai pi in quell'albergo.
Cosa? E perch? Rise, suo malgrado, ma era spaventata.
Prendi le tue cose, Rebecca. Andiamo via da Milburn.
Perch diavolo credi che verrei con te?... Un fottuto bastardo
come te, che picchia una ragazza, che mi ha trattato
con una tale mancanza di rispetto...
Perfettamente calmo, Tignor rispose: Non succeder
pi, Rebecca.
Sentiva come un tumulto nelle orecchie. Aveva un vuoto
nella testa, la mente le sembrava una pellicola sovraesposta.
Tignor le stava accarezzando i capelli, ruvidi, arruffati.
Andiamo, tesoro. Dobbiamo muoverci, ne abbiamo di
strada da fare per arrivare... a Niagara Falls.
Sul tavolo della cucina accanto al massiccio telefono nero
Rebecca lasci un biglietto buttato gi in fretta e furia, che
Katy Greb e Laverne Tracy trovarono quella sera:
Cara Katy, cara Laverne,
ciao, vado a sposarmi.
Rebecca


36.

La signora Niles Tignor.
Ogni volta che si firmava con il nuovo nome, le sembrava
che la sua grafia fosse cambiata.
In giro ho dei nemici, tesoro, che non osano affrontarmi.
Ma con una moglie  diverso.
Tignor, tutto corrucciato, fece quell'affermazione la sera
del 19 marzo 1954, mentre bevevano champagne nella suite
del lussuoso Hotel Niagara Falls, affittata per la luna di
miele, che dava, attraverso un velo di bruma tremolante,
sulle leggendarie Horseshoe Falls. La suite si trovava all'ottavo
piano, Tignor l'aveva prenotata per tre notti. Rebecca
rabbrivid, ma si sforz di ridere, sapendo che per Tignor
era vitale vederla ridere, aveva passato tutto il giorno
a rimuginare. Gli si sedette in braccio e lo baci. Stava tremando,
lui l'avrebbe confortata. Portava la nuova vestaglia
di pizzo, un capo che non aveva mai visto prima d'allora,
n tantomeno aveva mai indossato. Tignor grugn soddisfatto,
e prese ad accarezzarle forte i fianchi e le cosce con
le sue grosse mani. Quel corpo nudo sotto la camicia da
notte lo faceva impazzire, adorava succhiare quei seni ballonzolanti,
gonfi come fossero pieni di latte. Non si stancava
mai di fottere, scopare, eccitarsi. Gli piaceva farla strillare
quando le faceva il solletico. Adorava infilarle la lingua
nella bocca, nell'orecchio, nel piccolo e stretto ombelico,
nelle ascelle calde e umide che non aveva mai rasato.
Rebecca non gli chiese di spiegare quella frase enigmatica,
se lo voleva l'avrebbe fatto. Altrimenti non ci sarebbe
stato verso. Era la moglie di Niles Tignor da meno di dodici
ore e gi l'aveva capito.
Stretta tra le sue ginocchia, con una bottiglia di bourbon,
mentre lui guidava. Il tragitto da Milburn in direzione nordest
fino a Niagara Falls era di circa centocinquanta chilometri.
Rebecca osservava il paesaggio, ricoperto di neve
come una serie di strati rocciosi, che sfilava confuso. Tignor
le appoggi la bottiglia sulle labbra, come quando si
incita un bambino a bere; a lui non piaceva che facesse storie,
e cos mand gi un sorsetto pensando: Non bisogna
mai contraddire quest'uomo. Era un pensiero confortante, come
se avesse svelato un mistero.
Tignor, amico mio!  maggiorenne, eh?
S.
Il certificato di nascita?
Perso in un incendio.
Almeno ha sedici anni?
Diciotto a maggio. Cos mi ha detto.
E non  stata costretta, vero? Sembrate reduci da un incidente.
Rebecca scambi la parola "costretta" con "maledetta"(1).
Non aveva idea di cosa stesse blaterando quell'individuo
calvo e tarchiato con le sopracciglia cespugliose, che Tignor
le aveva presentato come un conoscente di cui ci si
poteva fidare, un giudice di pace che li avrebbe sposati.
Tignor rispose con dignit che nessuno era stato costretto.
N la ragazza, n lui.
Bene! Vediamo che si pu fare, amico.
Era strano che l'ufficio di un giudice di pace si trovasse
in un'abitazione privata, un piccolo villino in mattoni in
una strada residenziale, a Niagara Falls ma lontano dalle
cascate. E che sua moglie, la "signora Mack", sarebbe stata
l'unica testimone del matrimonio.
Tignor la sosteneva, non si reggeva in piedi per via del
bourbon bevuto a stomaco vuoto, si sentiva le gambe
molli come gelatina. Aveva l'occhio sinistro pesto, e non ci
vedeva bene. La bocca tumefatta era tutta dolorante, ma
suscitava ancor pi il desiderio di baciarla.
Le venne detto che si trattava di una cerimonia "civile".
Fu brevissima, in meno di cinque minuti era finita. Gli
eventi si succedettero rapidi e confusi come le stazioni di
una radio quando si cerca la sintonia.
Vuoi tu Rebecca...
(Rebecca venne colta da un accesso di tosse, poi dal singhiozzo.
Che vergogna!)
... Vuoi tu come illegittimo, no, anzi, legittimo sposo...
(Rebecca si lasci andare a un risolino nervoso, in preda
al panico.)
Di' "lo voglio", cara. Lo vuoi?
S-s. Lo voglio.
E tu lo vuoi, Niles Tignor?
Diavolo, s.
In tono falsamente austero, l'uomo inton: Con l'autorit
conferitami dallo Stato di New York, e dalla contea di
Niagara, oggi diciannove marzo 1954 io vi dichiaro....
Fuori, in lontananza, si ud l'ululato di una sirena. Un'ambulanza.
Rebecca sorrise, il pericolo era scampato.
Lo sposo adesso pu baciare la sposa. Fa' piano!
Ma Tignor si limit ad abbracciare Rebecca, come a farle
scudo con il proprio corpo. Lei sent il suo cuore grande come
un pugno pulsare contro il proprio viso caldo e livido.
L'avrebbe abbracciato anche lei, ma lui la teneva stretta, immobilizzandola.
Aveva braccia muscolose, la giacca sportiva
le graffiava la pelle. Le vennero dei pensieri, come palloncini
che fluttuavano pigri: Adesso sono sposata, sar una moglie.
Avrebbe voluto annunciarlo a una persona che non vedeva
da tempo.
La "signora Mack" fece firmare dei documenti agli sposi,
e regal loro una scatola di cioccolatini Fanny Farmer.
Quella donna, tozza come il marito, con le sopracciglia fini,
un filo di trucco e modi nervosi, fece loro firmare dei
moduli e consegn un certificato di matrimonio. Tignor
era impaziente, firm con uno scarabocchio che assomigliava
vagamente a N. Tignor. Rebecca aveva qualche problema
a tenere la penna in mano, non si era accorta di
avere tutte le dita lievemente gonfie, e non riusciva a mettere
a fuoco il foglio, cos Tignor dovette guidare la sua
mano quando scrisse: Rebecca Schard.
La "signora Mack" li ringrazi. Strapp la scatola di
cioccolatini dalle mani del marito (che l'aveva aperta e si
stava servendo generosamente) e la diede a Tignor come
fosse un premio.
 inclusa nel prezzo. La porterete con voi in luna di
miele.
Mia madre mi metteva sempre in guardia che poteva accadermi
qualcosa di brutto. Ma non  mai successo niente,
e adesso sono sposata.
Rebecca sorrideva allegramente con la bocca tumefatta.
Tignor rise e le diede un sonoro e languido bacio davanti
a tutti, nella hall dell'Hotel Niagara Falls.
Anch'io, Rebecca.
Al General Washington Hotel Rebecca non aveva mai visto
una stanza come la suite che avevano preso per la luna di
miele all'Hotel Niagara Falls. Erano due ambienti spaziosi:
una stanza con un letto a baldacchino e un salottino con un
divano di velluto, poltrone, un televisore Motorola da pavimento,
un secchiello color argento pieno di ghiaccio, un
vassoio con bicchieri di cristallo. Anche l scherzosamente
Tignor varc la porta portando la sua sposa in braccio, si
butt con lei sul letto, le strapp di dosso i vestiti e si avvinse
a quel corpo fremente come un lottatore. Il soffitto vorticava,
Rebecca dovette chiudere gli occhi, con il baldacchino
sulla testa. Oh! Oh! Oh! Si aggrappava alle spalle di Tignor
disperata come chi si avvinghia a un parapetto per non cadere,
mentre Tignor cercava freneticamente di aprirsi i pantaloni,
di penetrarla, all'inizio pi esitante rispetto a Beardstown,
mentre con voce smorzata, strozzata farfugliava il
nome di Rebecca. Lei serr gli occhi ancora pi forte davanti
ai pensieri che schizzavano via come uccelli terrorizzati
dalla furia dei cacciatori mentre le fucilate risuonavano
nell'aria e i volatili spiccavano il volo per salvarsi la vita; rivedeva
la faccia del padre rendendosi conto per la prima
volta che era una maschera di pelle e non un volto, vide
quegli occhi folli che erano anche i suoi, vide le mani tremanti
e per la prima volta le venne in mente: Devo allontanarla
da lui,  quello che vuole, per questo mi ha chiamata, per
mettere in fuga la morte. Ma non lo fece. Era paralizzata, non
riusciva a muoversi. Lo vide affannarsi a rivolgere contro
di s l'ingombrante fucile in quello spazio angusto per
puntarselo contro e tirare il grilletto.
Tignor mand un gemito, come colpito da una mazza.
Oh, piccola...
Era tra i suoi privilegi di moglie baciarlo.
Dormiva profondamente, ignaro dei baci con cui Rebecca
ricopriva il viso madido all'attaccatura dei capelli
come della mosca che svolazzava disperata dentro il baldacchino
di seta dove era rimasta intrappolata.
Quella notte la trov, per caso: in un comparto "segreto"
della valigia di Tignor, nel bagno che fungeva anche da
spogliatoio.
Di giorno, quando lasciavano l'albergo, Tignor chiudeva
a chiave la valigia. Ma non di notte.
Erano le tre del mattino, lui era addormentato. Avrebbe
dormito profondamente almeno sino alle dieci.
Non aveva mai visto un bagno simile al General Washington:
era scintillante e splendente, aveva maioliche
perlate, rubinetti di ottone, specchi dalle dorate cornici
merlate. Rebecca se ne stava scalza, nuda e tremante. Tignor
le aveva tolto la nuova camicia da notte di pizzo,
gettandola sotto il letto. Desiderava vederla nuda, amava
svegliarsi accanto a una donna nuda.
"Non se la prender. Perch dovrebbe? Ormai siamo
marito e moglie..."
Ma se la sarebbe presa eccome. Aveva un temperamento
irascibile, soprattutto se gli si facevano domande che
non gradiva. Una donna non doveva ficcare il naso nella
sua vita privata. Non doveva provocarlo frugando nelle
sue tasche (alla ricerca delle sigarette o dell'accendino),
tanto per dirne una.
Leora Greb l'aveva avvertita: non mettere mai le mani
nelle valigie degli ospiti dell'albergo, possono prepararti
delle trappole, e allora ti becchi una bella strigliata.
Forse Rebecca stava cercando il certificato di matrimonio.
Tignor l'aveva ripiegato con cura, e l'aveva nascosto
tra le sue cose.
Di certo non aveva intenzione di rubargli del denaro!
(Era convinta che Tignor l'amasse a tal punto da non lesinarglielo.)
Non cercava nemmeno documenti o carte inerenti
al suo lavoro. (Quelli li teneva in una valigetta nel
bagagliaio della macchina.) Ma in una delle tante tasche
della valigia chiuse da cerniere, la trov: una pistola.
Sembrava una rivoltella, con una canna blu e nera opaca
di circa tredici centimetri. Il calcio di legno. Non sembrava
nuova. Rebecca non aveva idea di che calibro fosse,
se avesse la sicura, se fosse carica. (Certo, doveva esserlo.
Che se ne sarebbe fatto Tignor di una pistola scarica?)
In qualche modo lo sapeva gi da quel giorno, quando
correvano in macchina verso Niagara Falls dove si sarebbero
sposati: Non contraddire mai quest'uomo.
Rebecca non aveva intenzione di tirarla fuori. In silenzio
richiuse la tasca e la valigia. Era una valigia da uomo, scomoda
e ingombrante, di buon pellame ma piuttosto consumata.
Recava un rilucente monogramma di ottone: NT.

Note.
1. Il fraintendimento  dovuto all'assonanza delle parole coerced,
"costretta", e cursed, "maledetta". [N.d.T.]


37.

Si aspettava di rimanere incinta. Era moglie, sarebbe diventata
madre.
Sempre in giro! Tignor si vantava che fosse l'unico modo di
vivere.
In quegli anni non si fermarono stabilmente in nessun
posto. Per tutto il 1954 e nella primavera del 1955 (quando
Rebecca rimase incinta per la prima volta) vagarono
da un luogo all'altro, alloggiando nella macchina di Tignor
e in una serie di alberghi, di stanze ammobiliate e,
pi di rado, in appartamentini affittati settimanalmente.
La maggior parte delle volte si fermavano per una notte.
In pratica non vivevano in nessun luogo, soggiornavano
qua e l per periodi di varia durata. Si fermavano a Buffalo,Port Oriskany e Rochester. A Syracuse, Albany, Schenectady,
Rome. A Binghamton, Lockport, Chautauqua
Falls e in cittadine rurali come Hammond, Elmira, Chateaugay,
Lake Shaheen. A Potsdam e a Salamanca. A Lake
George, Lake Canandaigua, Schroon Lake. A Lodi, Owego,
Schoharie, Port au Roche sulla sponda settentrionale
del lago Champlain. In alcune di quelle localit Rebecca
venne a sapere che Tignor stava trattando l'acquisto di una
propriet, o forse l'aveva gi comprata. Ovunque aveva
amici e quelli che definiva "contatti".
Naturalmente tornava con regolarit a Milburn. Si fermava
sempre al General Washington Hotel. Ma in quei
casi Rebecca rimaneva in un'altra citt, perch non sopportava
di tornare a Milburn.
Mai in quell'albergo! aveva detto al marito.
Ma Milburn in s era un problema. L era conosciuta come
la figlia del becchino; l c'era, se si fosse data la pena di
cercarla, la tomba ricoperta d'erbacce dei genitori, in una
zona incolta del cimitero comunale.
Non era mai tornata a Ferry Street per riprendersi le sue
cose. La memorabile mattina in cui era iniziata la sua nuova
vita, era partita su due piedi.
Comunque, dopo qualche mese aveva scritto a Katy e a
Laverne. In un momento di nostalgia, pentita. Temeva che
le amiche la detestassero, ingelosite. Mi mancate! Sono una
moglie felice, Tignor e io siamo sempre in viaggio per affari e ci
fermiamo nei migliori alberghi, ma mi mancate, e anche Leora.
Spero di avere presto un bambino... Da dove era venuto fuori
quel tono fanciullesco e melenso? Era la voce della signora
Niles Tignor? Rebecca avvert un brivido di assoluta repulsione
a quella voce che le nasceva dentro, mentre scriveva
pi veloce che poteva sulla carta da lettere dello Schroon
Lake Inn, nella lugubre quiete della stanza d'albergo. Vi
mando del denaro, vorrei che compraste qualche oggetto carino
per l'appartamento, che so, delle tende nuove, una lampada. Mi
mancano tanto i momenti in cui rimanevamo alzate fino a tardi,
a ridere; mi mancano le visite di Leora; vorrei chiamarvi, ma temo
che a Tignor non farebbe piacere. I mariti sono gelosi delle
proprie mogli! Non dovrei stupirmi, suppongo. Naturalmente,
Tignor  geloso soprattutto degli altri uomini. Dice di sapere come
sono gli uomini "nell'intimo" e non si fida a lasciare la moglie
in loro compagnia. Rebecca si ferm, incapace di continuare.
Non aveva il coraggio di rileggere quanto aveva
scritto, o immaginare come l'avrebbe presa Tignor se avesse
letto quella lettera. Vorrei chiedervi un favore. Potreste
mandarmi qualcuna delle mie cose, soprattutto il mio dizionario?
Lo so che vi chiedo molto pregandovi di incartare e spedire
un oggetto cos pesante, certo potrei comprarne uno nuovo, perch
Tignor  molto generoso nel concedere denaro a sua moglie.
Ma quel dizionario ha un significato speciale per me. Fece di
nuovo una pausa, sbatt le palpebre per asciugare le lacrime.
Il suo vecchio dizionario, tutto malconcio, con il suo
nome scritto sbagliato, sulla prima pagina. Ma era il suo
dizionario, pa' non l'aveva gettato nella stufa, si era in un
certo senso placato, come se, in quell'istante, che ora la
sommergeva con la forza di un'allucinazione, in fondo pa'
l'avesse amata. Per favore, speditelo a quest'indirizzo: Signora
Niles Tignor do Casella Postale 91, Hammondsville, NY ( l che
Tignor riceve la posta,  un punto strategico rispetto ai suoi giri
attraverso lo Stato di New York). Vi accludo 3 dollari per le spese
postali. Grazie! Abbracci e baci da parte mia a Leora. Sai, Katy, mi
mancano tanto quei pomeriggi passati a giocare a gin rummy,
dopo la scuola, e a te? La vostra amica Rebecca. D'improvviso
si sent esausta. Affranta e turbata. Quella non era la sua
voce; non erano le sue parole; perch Rebecca non aveva
parole; e in quanto signora Niles Tignor, ogni parola che le
sfuggiva era in qualche modo falsa. Rilesse la lettera, tutta
d'un fiato, e pens di strapparla. Ma l'aveva scritta al solo
scopo di riavere il dizionario. Era sfinita, la testa le doleva
per l'ansia: presto Tignor sarebbe tornato, non osava farsi
trovare a scrivere una lettera.
Aggiunse frettolosamente un post scriptum che la fece
sorridere:
Dite a Leora di mandare un messaggio da parte mia a quello
stronzo di Amos Hrube: non mi manca per niente la sua brutta
faccia.
Era convinta che ogni mese che passava si avvicinasse
sempre pi il momento della gravidanza. Perch adesso raramente
Tignor prendeva precauzioni. Soprattutto se aveva
bevuto, cosa che avveniva immancabilmente. Anche mentre
facevano l'amore immaginava il momento in cui gli
avrebbe detto: Tignor? Ti devo dare una notizia. Oppure: Tignor!
Caro, indovina cosa diventeremo? Scacciava come si fa
con una mosca molesta le voci udite sul suo conto a Milburn,
che aveva figli di varie et sparsi per tutto lo Stato,
che le sue giovani mogli se la vedevano brutta, che aveva almeno
una moglie e dei bambini piccoli, che aveva abbandonato
di recente.
Alcuni mesi avrebbe giurato di essere rimasta incinta.
Ne era convinta.
Sentiva i seni pesanti, i capezzoli cos sensibili che sussultava
quando Tignor li succhiava. E il ventre tondo, duro
e teso come un tamburo. Tignor era pazzo di lei, diceva
che per lui era come una droga, non si stancava mai di fare
l'amore. E forse il fatto di non prendere precauzioni era
segno che anche lui desiderava un bambino.
Rebecca non voleva chiederglielo apertamente, n lui
l'avrebbe chiesto a lei, tra loro c'era una singolare reticenza
su simili argomenti. Tignor aveva un modo di esprimersi
rozzo e noncurante, usava parole come scopare, fottere, succhiare,
cazzate, ma sarebbe stato profondamente imbarazzato
a pronunciare espressioni tipo avere rapporti sessuali.
Non avrebbe mai detto che faceva l'amore con Rebecca; gli
risultava impossibile come parlare una lingua straniera.
Al contrario, Rebecca poteva esternare le sue emozioni,
dalle donne ci si aspettava quel comportamento. Mi ami,
Tignor, vero? Un pochettino? gli chiedeva Rebecca, lamentosa
come una gattina, e Tignor borbottava: Certo.
E poi ridendo, quasi seccato, aggiungeva: Altrimenti, tesoro,
perch ti avrei sposato?.
La sua gratificazione era e sarebbe sempre stata quella di
sentire sopra di s il peso del suo uomo.
Com'era grosso e pesante, Tignor! Era come se il cielo le
cadesse addosso. Ansimava, esausto, la pelle ruvida e
quasi a strati riluceva di una misteriosa bellezza.
Rebecca era convinta che il suo amore per Tignor sarebbe
durato tutta la vita, che gli sarebbe sempre stata riconoscente.
Lui non aveva bisogno di sposarla. Avrebbe potuto
scaricarla, buttarla via come una scarpa vecchia, forse se lo
meritava.
Quel documento esisteva, nascosto tra le sue cose: il
certificato di matrimonio. Lo aveva visto, lo aveva firmato
di proprio pugno.
Senza il peso di Tignor a tenerla ferma, immobile, sarebbe
andata in pezzi, sarebbe stata spazzata via come
una foglia secca al vento. Perch era cos che si sentiva.
Cominciava ad amarlo, a desiderarlo. A provare fugaci
piaceri carnali. Non era l'intensa sensazione che provava
Tignor, che sembrava annientarlo. Rebecca non voleva provare
sensazioni cos estreme. Non voleva annientarsi tra
le sue braccia, non voleva gridare come un animale ferito.
Era il suo peso che desiderava, nient'altro. E l'inaspettata
tenerezza che Tignor mostrava in quei momenti, quando
si addormentava tra le sue braccia.
Rebecca sperava che il primogenito fosse un maschio.
L'avrebbero chiamato Niles Jr.
Se fosse stata una femmina... non ne aveva idea.
Sempre in giro! Perch il ramo di affari del commercio della
birra era un ambiente di tagliagole. In quanto agente, Tignor
aveva uno stipendio base, ma i soldi li racimolava
con le commissioni.
Rebecca non aveva idea di quanto guadagnasse all'anno.
Non si sarebbe mai sognata di chiederglielo, cos come non
l'aveva mai chiesto al padre. Di certo, se anche l'avesse fatto,
lui non gliel'avrebbe detto. Le avrebbe riso in faccia.
O forse, addirittura, le avrebbe mollato un ceffone.
Se non fosse rimasta al suo posto l'avrebbe presa a
schiaffi. O se fosse stata impertinente.
Non la colpiva mai forte, non la prendeva a pugni. Disprezzava
gli uomini che picchiavano cos le donne.
Una volta, ingenuamente, gli aveva domandato quando
gli avrebbe presentato la sua famiglia. Lui aveva riso,
accendendosi un sigaro, e aveva risposto gioviale: Tignor
non ha famiglia, tesoro. Poi, dopo essersene rimasto a rimuginare
per qualche minuto, le si era avvicinato bruscamente
e le aveva affibbiato un manrovescio, chiedendole
con chi avesse parlato.
Con nessuno! aveva balbettato Rebecca.
Se qualcuno ti parla di me, o ti fa domande sul mio
conto, dimmelo subito, tesoro. Ci penser io.
Era vero quello che aveva scritto a Katy e a Laverne,
vantandosene: Tignor era un marito generoso. Almeno, in
quel primo anno di matrimonio. Quando era pazzo di lei.
Le faceva dei regali, bigiotteria, profumi, vestiti e capi di
biancheria intima sexy, di seta, che lo eccitavano gi solo
quando Rebecca li scartava e se li accostava al corpo.
Oh, Tignor!  bellissimo. Grazie.
Mettilo, piccola. Vediamo come ti sta.
Tignor non ne aveva mai abbastanza: e se Rebecca aveva
bevuto un po', era pi facile assecondare le sue voglie.
Ripet spesso il gesto che aveva fatto a Beardstown,
quando aveva sparpagliato sul letto i soldi. Lo fece a Binghamton,
Lake George, Schoharie. Tirava fuori il denaro
dal portafogli, banconote da dieci, venti, a volte cinquanta
dollari, le gettava in aria dove volteggiavano e cadevano
simili a farfalle ferite.
Per te, zingarella. Adesso sei mia moglie, non la mia
puttana.
Lo sapeva: l'aveva sposata, ma non perdonata. Per quell'insulto:
lui, Niles Tignor, un uomo che aveva bisogno di
pagare le donne per portarsele a letto. Un giorno le avrebbe
fatto pagare quell'offesa. ,
Com'era irrequieto, Tignor! Era smanioso, come quando
si ha l'orticaria.
Non si fermava mai pi di qualche giorno nello stesso
posto, a volte solo una notte. Il periodo pi difficile venne
verso la fine dell'anno, durante le vacanze natalizie. Da
met dicembre fino all'inizio del nuovo anno gli affari
praticamente si fermarono. Beveva molto, e aveva deciso
di soggiornare nello Statler Hotel di Buffalo, aveva degli
amici nella zona tra Buffalo e Niagara Falls con cui passava
il tempo a bere e a giocare a carte, eppure era dannatamente
annoiato. Rebecca sapeva di non doverlo irritare con
delle osservazioni fuori luogo o standogli tra i piedi.
Gli faceva compagnia nel bere, al mattino presto, quando
lui non riusciva a dormire. A volte lo accarezzava piano,
con la circospezione di chi tocchi un cane ferito temendo
che possa rivoltarsi e ringhiare. Gli passava la mano tra
i capelli color metallo, sulla fronte calda, nel modo dolcemente
provocante che a lui piaceva; Niles Tignor appariva
confuso, sconcertato.
Tignor, viaggi cos tanto perch sei irrequieto, o sei diventato
irrequieto a furia di viaggiare?
Tignor si rabbui, riflettendo sulla domanda.
Ges, non lo so. Forse tutte e due le cose.
Poi, dopo una pausa, aggiunse: Ma anche la tua razza
 nomade. Vero, Rebecca?.
A volte, appena si erano registrati in un albergo, Tignor
faceva o riceveva una telefonata e annunciava a Rebecca che
era "saltato fuori" qualcosa - doveva sbrigare "un affare
della massima importanza" - e scompariva. In quei momenti
era tutto eccitato, euforico. Aveva quell'aria di urgenza
che segnalava a Rebecca di farsi da parte: non doveva
aspettarsi che tornasse presto. E non doveva fare domande.
Rebecca argu che gli affari della massima importanza non
avevano niente a che fare con la birra Black Horse. Perch
pi di una delle volte in cui era scomparso in quel modo,
in albergo era giunta una telefonata dalla direzione della
fabbrica di Port Oriskany, e Rebecca inventava la scusa che
il marito era andato a trovare degli amici del posto, che lo
avevano invitato a una partita di caccia notturna... Quando
Tignor tornava, e Rebecca gli riferiva della chiamata,
lui rispondeva con una scrollata di spalle: E allora? Andassero
affanculo.
In quelle occasioni Rebecca rimaneva sola. Ma non dubitava
mai che Tignor sarebbe tornato. Quando partiva
per quei viaggi improvvisi, lasciava quasi tutte le sue cose,
compresa la grossa valigia di pelle rovinata.
Ma si portava dietro la rivoltella.
Signora Niles Tignor. Amava firmarsi cos, nel registro degli
alberghi, sotto il nome Niles Tignor. Prevedeva sempre che
un impiegato o il direttore mettessero in dubbio che fosse
davvero la moglie di Tignor, ma non era mai accaduto.
Signora Niles Tignor. Pensava di essere furba. Ma come
ogni giovane moglie, commise degli errori.
Era vero quello che aveva scritto a Katy e a Laverne: Tignor
era geloso. Supponeva che ci significasse che l'amava,
nessuno l'aveva mai desiderata cos, ma era una situazione
pericolosa, come avvicinare troppo un fiammifero a
una latta di benzina. Perch Tignor non era il tipo da condividere
l'attenzione di una donna con altri uomini, anche
se gli faceva piacere che la guardassero; la portava spesso
nei ristoranti, nei bar, nelle taverne per tenergli compagnia.
Ma non sopportava che Rebecca guardasse altri uomini,
nemmeno i suoi amici. Soprattutto, non tollerava che parlasse
e ridesse con loro pi del minimo indispensabile. Gli
uomini si fanno certe idee quando ti guardano. E tu sei mia
moglie, appartieni a me. Lo diceva con fare scherzoso, ma
era anche un avvertimento. Tuttavia la cosa che pi lo disturbava
era che Rebecca stringesse amicizia con degli
estranei, a sua insaputa. Ospiti maschi dell'albergo, dipendenti,
persino fattorini negri che s'illuminavano alla vista
del "zignor Tig-ger", che lasciava sempre mance generose.
Se qualcuno si prende delle libert con te, piccola, dimmelo.
Ci penso io.
E cosa faresti? Rebecca aveva davanti l'immagine di Tignor
che tempestava di pugni l'inerme Baumgarten, mentre
gli spaccava la faccia come un melone. E pensava alla
pistola con il calcio di legno.
Non sembri una di queste parti.
Un uomo con una pesante giacca e il berretto della marina
militare calcato sugli occhi. Si era seduto accanto a
Rebecca al bancone in un bar a Hammond, o forse era a
Potsdam. Una delle cittadine a nord dello Stato, in quell'inverno
del 1955. Rebecca guard lo sconosciuto di sottecchi,
e le sfugg un sorriso.  vero ammise. Non vivo
qui. Lui aveva il gomito appoggiato sul banco accanto al
suo braccio, il viso sul palmo della mano, un po' troppo
vicino al suo. Stava per aggiungere qualcosa quando Rebecca
si alz di scatto, lasci un dollaro sul bancone per il
caff e si allontan in fretta.
Era febbraio. Il cielo era come una lavagna cancellata
senza cura. Cadeva qualche fiocco di neve su un fiume di
cui non ricordava il nome, cos come, data la sua agitazione,
non ricordava il nome della citt in cui si erano fermati
per parecchi giorni.
Fino a quella mattina pensava di essere incinta. Ma poi le
era venuto il ciclo, i sintomi inconfondibili, dolori mestruali,perdite e una lieve alterazione della temperatura corporea,
e cos si era detta: Nemmeno stavolta potr fare la sorpresa
a Tignor. Nella stanza d'albergo si sentiva irrequieta, Tignor
sarebbe stato via tutto il giorno. Aveva tentato di mettersi a
leggere uno dei suoi tascabili. Aveva anche il dizionario.
Aveva cercato alcune delle parole che le avevano fatto vincere
la gara di ortografia: precipitante, profezia, circostanza,
incipiente. Quanti anni erano passati! Allora era solo una
bambina, non sapeva nulla. Eppure la confortava la consapevolezza
che le parole, per lei inutili, erano ancora sul dizionario
e le sarebbero sopravvissute. Si sentiva sola, inquieta,
nella luce invernale che filtrava dalle finestre. La
cameriera non era ancora venuta a rifare la stanza, aveva tirato
la pesante coperta sul letto sfatto che odorava di sudore
e liquido seminale, del corpo ribollente di Tignor.
Doveva uscire! Aveva indossato il cappotto e gli stivali.
Aveva passeggiato sotto i radi fiocchi di neve nella zona
del centro, nei paraggi dell'albergo, finch, scossa dai brividi
di freddo, era entrata in un bar per scaldarsi con una
tazza di caff. Sarebbe rimasta ancora seduta se quel tale
con la giacca da marinaio non l'avesse approcciata. Gli uomini
si fanno certe idee. Sulla strada guard per caso alle
sue spalle e si accorse che quell'individuo la seguiva; la stava
pedinando? Aveva l'impressione di averlo gi visto, lui
o qualcuno che gli assomigliava parecchio, nell'atrio dell'albergo,
mentre lo attraversava per uscire. Probabilmente
l'aveva seguita sin dall'albergo. Non gli aveva prestato
molta attenzione. Avr avuto una trentina d'anni. Acceler
il passo, e lui fece altrettanto, svolt repentinamente
un angolo, attravers la strada, ma lui non la mollava, si
manteneva piuttosto distante, se ne accorse solo perch
sapeva che le stava dietro. Certe idee, certe idee. Gli uomini
si fanno certe idee. Era in apprensione, ma non proprio spaventata.
Acceler ancora di pi il passo, si mise a correre. I
passanti la guardavano, incuriositi. Com'era piacevole
correre sotto radi fiocchi di neve, respirando a pieni polmoni
l'aria fredda! Correva libera, a Potsdam o a Hammond,
cos come da ragazza correva a Milburn.
Entr alla cieca in un negozio di indumenti femminili.
Sfil davanti alle commesse sbalordite e usc dal retro. Fece
dietrofront e torn verso l'albergo. Aveva seminato
l'uomo con la giacchetta da marinaio. Non ci pens pi fino
alla sera, quando, entrando nella sala del bar dove aveva
appuntamento con Tignor, vide l'uomo che l'aveva seguita
in compagnia del marito, al bancone. Conversavano
allegramente. L'uomo non indossava pi la giacchetta da
marinaio, ma non ebbe dubbi: era lui.
Una prova! Tignor mi ha messo alla prova!
Non l'avrebbe mai saputo. Quando lo raggiunse, Tignor
era solo, al bar. L'altro era sgattaiolato via. Tignor era di
buonumore, esuberante e cordiale, doveva aver passato
una buona giornata.
Come sta la mia piccola? Ti  mancato il tuo vecchio
maritino?
Questa volta era un fatto, non una congettura.
Una mattina, camminando, sentiva i seni appesantiti,
eccessivamente sensibili. Aveva il ventre gonfio. Avvertiva
un formicolio per tutto il corpo, come una lieve scarica
elettrica. A letto, tra le braccia di Tignor, aveva osato svegliarlo
per farlo partecipe delle sue apprensioni. Perch
d'un tratto Rebecca aveva paura. Aveva come l'impressione
di essersi spinta sull'orlo di un precipizio, stava rischiando
troppo. La reazione di Tignor la stup. Si aspettava
che reagisse con un grugnito irritato, ma non fu cos.
Era completamente sveglio, immerso nelle sue riflessioni.
Ne sentiva il cervello ribollente di pensieri. Non disse
niente, si limit a baciarla, un bacio appassionato, aggressivo,
energico. Le accarezz i seni, le succhi i capezzoli,
gi eccessivamente sensibili, facendola sobbalzare. Le
mormor: Ti piace? Ne vuoi ancora?.
Rebecca gli si avvinghi, come se ne andasse della vita.
Cara Katy, cara Laverne, cominci a scrivere sulla carta da
lettere dell'albergo, sopra il comodino uno dei bicchieri di
bourbon semivuoti, lasciati l dalla sera prima. Ho una notizia
bomba: sono incinta. Tignor mi ha portato da un dottore
a Fort Oriskany. Prevede che il bambino nascer a dicembre, sono
EMOZIONATISSIMA.
Rilesse quanto aveva scritto alle amiche lontane, il cui
ricordo andava sfocandosi sempre pi, e aggiunse: Anche
Tignor vuole il bambino, dice che se sono contenta anche lui lo .
Lesse ancora una volta la lettera, e la strapp disgustata.
Aveva ragione Jacob Schwart. Le parole sono solo menzogne.
Ora che era incinta si sentiva tranquilla. Si abitu alle nausee
mattutine, erano rassicuranti. Il dottore era stato molto
gentile. Le aveva rivelato cosa avrebbe provato, a ogni stadio
della gravidanza. L'infermiera le aveva dato un opuscolo.
Non avevano dubitato nemmeno un momento che
fosse la moglie di Tignor; erano entrambi suoi conoscenti, e
lieti di rivederlo. Nel letto, teneramente abbracciata a Tignor,
gli aveva detto: Dovremo trovarci un posto dove sistemarci.
Per il bambino.  vero, Tignor?. Lui aveva risposto
in tono bonario, con voce insonnolita: Certo, tesoro.
Rebecca aveva continuato: Perch fermarsi negli alberghi
come facciamo... Sarebbe dura con un bimbo piccolo.
Era un segno della sua nuova condizione di donna incinta
che avesse detto bimbo piccolo. Cominciava a parlare e a
pensare con il linguaggio che si usa con i bambini. Piccolo!
S'era tappata la bocca con la mano per non scoppiare a ridere.
Un bimbo piccolo sarebbe stato grande quanto un topo.
In quelle tenere e insonnolite conversazioni non pronunciava
mai la parola "casa". Sapeva che Tignor avrebbe
reagito con una smorfia nel sentire quella parola.
Ma Tignor era imprevedibile. Rimase sorpresa quando le
rivel che stava pensando di affittare un appartamento ammobiliato
per lei. A Chautauqua Falls, in periferia, lungo il
canale, in campagna, un posto tranquillo, che lui conosceva.
Tu e il bambino potreste vivere l. Pap verrebbe appena
pu. Tignor parlava in maniera cos tenera che Rebecca
non aveva ragione di temere che volesse scaricarla.
Era stesa sul letto a scrivere una lettera sulla carta intestata
dell'albergo, un bicchiere di bourbon sul comodino.
Tignor era via, adesso aveva il bambino rannicchiato dentro
di lei. Era dannatamente difficile scrivere quella lettera,
butt gi la brutta e poi la ricopi.
19 aprile 1955
Cara signorina Lutter,
le mando questo piccolo dono di Pasqua. Ho pensato a lei
appena l'ho visto in un negozio qui a Schenectady. Spero possa
indossarlo sul cappotto o sul vestito che metter il giorno
di Pasqua.  di "madreperla", lo trovo davvero molto bello.
Credo di non averle mai detto che mi sono sposata e sono andata
via da Milburn. Abbiamo un'abitazzione a Chautauqua
Falls. Mio marito si chiama Niles Tignor,  un uomo d'affari
che lavora per la fabbrica di birra Black Horse, di certo ne
avr sentito parlare. Viaggia spesso per lavoro.  un bell'uomo,
"pi grande di me".
A dicembre avremo il nostro primo bambino!
Fra tre settimane compir diciotto anni. Ormai sono proprio
"un'adulta"! Quando venni ad abitare con lei ero
troppo ignorante per rendermi conto della sua bont e gentilezza.
A diciotto anni non sarei pi sotto tutela, anche se non fossi
sposata.
Signorina Lutter, c' una cosa che vorrei dirle, ma non trovo
le parole.
Provo una gran vergogna.
Sono profondamente dispiaciuta.
Spero che mi ricordi sempre nelle sue preghiere. Vorrei...
Stronzate.
Le ci era voluta quasi un'ora per partorire quelle frasi
zoppicanti, e quando le rilesse venne sopraffatta dal disgusto.
Come sembrava stupida! Infantile. Aveva controllato
anche le parole pi semplici sul dizionario, eppure
aveva scritto male il vocabolo abitazione. Strapp la
lettera.
Comunque sped la spilla di madreperla alla signorina
Lutter, con una cartolina di auguri per Pasqua. La sua amica
Rebecca.
La spilla aveva la forma di una piccola camelia, a lei pareva
molto bella. Le era costata venti dollari.
Venti dollari! Se ma' lo sapesse.
Sul pacchetto non segn il suo indirizzo, in modo che la
signorina Lutter non potesse scriverle per ringraziarla. E
cos Rebecca non seppe mai se la sua vecchia maestra lo
avrebbe fatto.
Signora Tignor. Piacere di conoscerla.
Erano uomini corpulenti e gentili che, come Tignor, era
meglio non contrariare. Nelle taverne e nei bar degli alberghi
bevevano con Tignor, sembravano e si comportavano
come gli altri suoi compagni di bevute, ma erano
poliziotti: non di quelli che indossano le uniformi, come le
spieg il marito. (Rebecca non sapeva che esistevano poliziotti
che non andavano in giro in divisa. Erano di grado
pi elevato: detective, tenenti.)
Costoro si confondevano facilmente con gli altri. Erano
grandi mangiatori e bevitori. Si pulivano accuratamente i
denti con degli stecchini di legno contenuti in bicchierini
di whisky posti sui banconi accanto a zampetti di maiale
in salamoia e anelli di cipolla fritti. Preferivano i sigari alle
sigarette, e Black Horse della casa ogniqualvolta c'era
Tignor. Erano rispettosi verso Rebecca, a cui immancabilmente
si rivolgevano con l'appellativo "signora Tignor", a
volte ammiccando impercettibilmente al marito.
Hanno conosciuto altre sue donne. Ma mai la moglie.
Rebecca sorrideva a quel pensiero. Era cos giovane, maledettamente
bella: erano quelli i loro commenti, mentre si
davano di gomito. Invidiavano Tignor, il loro amico.
Se anche portavano pistole nascoste negli abiti larghi,
Rebecca non le vide mai. Come non sapeva mai se Tignor
portava con s la rivoltella.


38.

Era la moglie di Niles Tignor, ed era incinta di lui. Furono
giorni, settimane, mesi di felicit senza pari. Eppure, come
ogni giovane moglie, Rebecca commise un errore.
Lo sapeva: Tignor non sopportava che desse troppa confidenza
agli uomini. Era stato chiaro con lei. L'aveva avvertita,
pi d'una volta. Adesso che era incinta, la pelle olivastra
riluceva come fosse illuminata dall'interno dalla fiamma
d'una candela. Spesso aveva le guance arrossate, ansimava,
aveva gli occhi umidi. Seni e fianchi erano ingrossati, ormai
quelli di una donna. Tignor la canzonava, mangiava pi
di lui. La creatura che aveva in grembo sembrava crescere
di ora in ora.
Naturalmente Rebecca sapeva (lo aveva appreso dall'opuscolo
illustrato Tu, il tuo corpo, il tuo bambino) che in
realt il "feto" assomigliava pi a un ranocchio che a un
essere umano, eppure verso la dodicesima settimana, a
maggio, fantastic che il piccolo Niles avesse gi sviluppato
un visino e un'anima.
Ci sono uomini che vanno pazzi per le donne incinte.
Sono gonfie come una fottuta balena, eppure alcuni uomini...
La voce di Tignor, sconcertata e sprezzante, si affievol.
Era chiaro che lui, Tignor, non era incline a tali perversit.
Quindi Rebecca sapeva di dover evitare l'attenzione
degli uomini. Persino di quelli anziani. Accoglieva con
distacco e indifferenza anche il pi innocente dei saluti -
"Buongiorno" - "Bella giornata, eh?" - che le rivolgevano
nei corridoi degli alberghi, negli ascensori, nei ristoranti.
Ma aveva un debole per le donne. Adesso che era in stato
interessante, ne ricercava avidamente la compagnia. Tignor
s'irritava se si metteva a chiacchierare con cameriere, commesse,
donne delle pulizie pi dello stretto indispensabile.
Gli piaceva quando ammiravano la sua giovane moglie
dall'aspetto esotico, e che lei si mostrasse vivace e ostentasse
"personalit", ma sempre entro certi limiti. Negli alberghi
dove si fermava di frequente sapeva di essere oggetto
di pettegolezzi da parte del personale, ne era consapevole
e lo accettava, ma non voleva che Rebecca parlasse a chicchessia
di lui, quello che avrebbe detto poteva essere distorto
e lui sarebbe diventato lo zimbello di tutti. E adesso
che la moglie era incinta, e presto la cosa sarebbe stata evidente,
era particolarmente sensibile a questo argomento.
Una mattina di maggio del 1955, Tignor torn all'improvviso
in albergo e trov Rebecca che non solo stava
chiacchierando con la donna delle pulizie, ma la stava anche
aiutando a rifare il letto. Tignor si blocc nel corridoio davanti
alla porta aperta, a osservare la scena.
Con gesti esperti la moglie rimboccava le lenzuola insieme
alla cameriera. Rebecca stava dicendo, con fanciullesco
entusiasmo: ... il bambino ha sempre fame! Di certo ha
preso dal suo pap. Mio marito lo desiderava tanto, proprio
come me. Ero cos sorpresa! Pensavo che mi sarebbe
scoppiato il cuore, ero... be', sono rimasta molto sorpresa.
Non credevo che anche gli uomini provassero questi sentimenti,
no? La settimana scorsa  stato il mio compleanno,
ho diciannove anni, il dottore mi ha detto che sono pi che
sufficienti per avere un bambino. Per un po' di paura ce
l'ho. Ma sono perfettamente sana. Mio marito  sempre in
viaggio, di solito ci fermiamo nei migliori alberghi, come
questo. Lavora per la fabbrica di birra Black Horse, ha una
posizione importante, forse lo conosci. Penso proprio di s,
si chiama Niles Tignor.
Notando che la cameriera guardava fisso alle sue spalle,
Rebecca si volt e vide Tignor stagliarsi sul vano della
porta.
Con calma questi apostrof la cameriera: Fuori. Devo
parlare con mia moglie.
Non gli sarebbe sfuggita. Rebecca si ricord vividamente
di quando suo padre la puniva. Non una sola volta, ma in
numerose occasioni. Sino ad allora Tignor si era controllato.
Pa' non la schiaffeggiava, l'afferrava per le braccia e la
scuoteva tutta fino a farle battere i denti. Sei una di loro. Una
di loro! Rebecca non ricordava se avesse mai saputo cosa significassero
quelle parole o cosa avesse fatto per provocarlo,
ma sapeva di meritare la punizione. Lo si sa sempre.
L'emorragia cominci mezz'ora dopo. Crampi all'addome
e un improvviso flusso caldo. Tignor non l'aveva colpita l,
non era colpa sua. Niles Tignor non era uomo da prendere
a pugni una donna, o da colpire alla pancia una donna incinta.
Eppure ebbe un'emorragia. Un aborto spontaneo, come
lo definirono. Tignor vers il bourbon per tutti e due.
Il prossimo lo terrai.


39.

And cos. Mantenne la sua promessa. Lei non ne dubit
mai.
Qui starai al sicuro.  un posto tranquillo. Non  come
in citt. Non si pu stare sempre in giro, non  bene per una
donna che aspetta un figlio. Vedi, laggi c' un negozio di
alimentari. Cinque minuti a piedi. Se non ci sono, quando
vuoi puoi arrivare gi in citt, per la strada lungo il canale.
Ti piace passeggiare, no? Non ho mai conosciuto una che
cammina come te! O puoi farti dare un passaggio, ci sono
un sacco di vicini qui. La moglie di Meltzer ti pu accompagnare
quando ci va. Far installare il telefono, e stai certa
che ti chiamer quando sono via. Far in modo che non
ti manchi niente. Questa volta dovrai prenderti pi cura di
te. Forse dovresti smettere di bere.  colpa mia, mi sa che
sono stato io a incoraggiarti.  anche una mia debolezza.
Rimarr qui il pi possibile. A dire il vero sono stanco di
stare sempre in giro. Sto valutando l'idea di comprare una
casa in citt, magari anche una taverna. Vedremo.
Le diede un bacio e le sorrise, scoprendo i grandi denti
da cavallo.
Lo sai, piccola, che sono pazzo di te, eh?
Lo sapeva. Era alla quarta settimana di gravidanza, e
questa volta il bambino sarebbe nato.
Perch si chiama "Poor Farm Road"?
Era spaventata, e naturalmente faceva delle domande, cos
per gioco.
Ma Tignor la sorprese, conosceva la risposta: tanto tempo
fa, forse un secolo prima, in quel posto sorgeva una
fattoria di gente povera, a circa un chilometro e mezzo su
quella strada, dove adesso si trovava una scuola. Tignor
credeva che avesse avuto qualcosa a che fare con la costruzione
del canale.
Edna Meltzer lo conferm, un tempo c'era una fattoria
di poveracci proprio sulla strada: Me la ricordo molto
bene, ero piccola allora. Era abitata per lo pi da persone
anziane. Erano malati o troppo vecchi per lavorare la terra,
e la vendettero per due soldi. All'epoca non c'era l'assistenza
sociale" che c' oggigiorno: non esisteva "l'imposta
sul reddito", la "previdenza sociale", niente del
genere. La signora Meltzer sbuff, forse disgustata al
pensiero che a quel tempo la vita fosse cos dura, o magari
al contrario, il disgusto era per i tempi moderni, in cui
la gente si era infiacchita. Era una donna corpulenta, con
un faccione tondo, occhietti dallo sguardo penetrante e
un'aria materna, che sembrava succhiare ossigeno dalla
stanza.
I Meltzer vivevano a circa mezzo chilometro da lei, erano
la famiglia che abitava pi vicino lungo la Poor Farm
Road. Il signor Meltzer era il proprietario della stazione di
benzina con annesso garage "Riparazioni Auto Meltzer",
dove campeggiava un grosso cartello con le lettere tondeggianti
ESSO. Rebecca non era riuscita a capire che tipo
di legame unisse Meltzer a Tignor. Si conoscevano, ma
non erano veri e propri amici.
Tignor la mise in guardia: Non ti mettere a chiacchierare
con la vecchia, eh? A una vecchiaccia come quella, coi
figli adulti, non parrebbe vero di ficcare il naso nei fatti
nostri, capito? Ma ormai dovresti aver imparato la lezione.
Le accarezz il viso e i capelli. Dal momento dell'aborto
spontaneo, si era mostrato gentile e paziente con lei.
Comunque Rebecca sapeva di non dover sbandierare gli
affari suoi con nessuno. Che Tignor fosse a casa o lontano.
Era un vecchio casolare fatiscente che sorgeva al limitare
di una stradina sterrata: non certo il posto dove ti aspettavi
che vivesse Niles Tignor! Rebecca si era immaginata un
villino in affitto o un appartamento in una delle citt preferite
dal marito, o almeno una casa a Chautauqua Falls,
non pensava certo di finire in una sperduta campagna. Tignor
continuava a ripetere: Carina, vero? Molto appartata.
Dalle finestre al piano superiore non si vedevano case,
e nemmeno la strada, un viottolo di ghiaia. Se non
fosse stato per le volute caliginose che si levavano lentamente
nel cielo, a est, non si sarebbe indovinato in quale
direzione si trovasse Chautauqua Falls. Dei tre ettari e
mezzo di terreno della vecchia fattoria rimanevano solo
alcuni campi e pascoli ricoperti di erbacce, un fienile rosso
sul punto di crollare, numerosi edifici annessi e un
pozzo di pietra profondo un metro, da cui si estraeva acqua
cos gelida che faceva male ai denti, e con un sentore
metallico.
 bellissima, Tignor. Sar il nostro nido.
Dalla stradina di accesso la casa colonica appariva imponente,
circondata da alti tassi dai rami contorti e aggrovigliati,
ma vista da vicino era chiaramente in cattivo stato,
aveva bisogno di lavori di restauro. Eppure quando
Tignor era a casa, anche se non la chiamava cos, sembrava
sempre di ottimo umore.
Divorava i pasti che Rebecca gli preparava con una certa
apprensione, seguendo ricette prese dai libri. Non era difficile
da accontentare: carne, carne, carne! Sempre accompagnata
da patate: pur, arrosto, bollite. Quando era in vena
di spese accompagnava Rebecca a Chautauqua Falls.  la
nostra luna di miele, tesoro. Un po' in ritardo. La vecchia
casa colonica era in parte arredata, ma servivano urgentemente
una nuova stufa a gas, un frigorifero per sostituire
la vecchia ghiacciaia maleodorante, un materasso nuovo
per il letto, tende e tappeti. E poi bisognava pensare al bambino
in arrivo: c'era bisogno di una culla di vimini, un passeggino,
una vaschetta da bagno. Una di quelle cose di
gomma dove versi l'acqua calda, con una specie di piccolo
tubo di scarico sul fondo. E le ruote.
Rebecca rise e diede di gomito a Tignor. Hai gi fatto il
pap, eh? Quante volte? Lo disse cos scherzosamente,
senza alcuna intenzione accusatoria, che Tignor non pot
offendersi.
Con aria malinconica, Tignor rispose: Tesoro,  sempre
la prima volta. Come per tutte le cose importanti.
Quell'osservazione la colp talmente che le venne da
piangere. Era la risposta di una persona innamorata.
Allora non mi lascer. Rimarr con me.
Per un certo periodo Tignor si comport come se per lui
quel casolare cadente fosse una casa, forse era vero quello
che aveva detto, era stanco di viaggiare. Forse ne aveva abbastanza
della competizione nel suo ambiente di tagliagole.
Per anche quando non era in giro per lavoro era spesso
fuori in quelli che definiva viaggi giornalieri. Usciva la mattina
in macchina e tornava la sera. A Rebecca venne il dubbio
che non lavorasse pi per la Black Horse. Era un uomo
pieno di segreti, come quei fuochi che covano sotto la cenere
per settimane, mesi, anni. Si sforzava di credere che un giorno
le avrebbe fatto la bella sorpresa di portarla in una casa
in citt, tutta per loro. Tignor era come la luna, c'era la faccia
erosa dai crateri che spiccava luminosa nel cielo notturno
come una moneta luminescente, ma esisteva anche l'altra
faccia, scura e misteriosa. Esistono entrambe, eppure, come
i bambini, si immagina che ci sia solo la faccia illuminata.
Ha in mente di lasciarmi.
No, mi ama. Lo ha promesso.
Dall'aborto spontaneo e i giorni seguenti passati in preda
alla febbre, il sentimento tra lei e Tignor era impercettibilmente
mutato. Tignor aveva perso l'allegria che lo contraddistingueva,
non si lasciava pi andare alle risate
fragorose dei primi tempi. Non era pi manesco. La toccava
di rado, e solo quando erano a letto. Lei si accorgeva che la
guardava con occhi diversi. Come se fosse alle prese con
un indovinello, e a lui gli enigmi non piacevano. Sembrava
pentito, e nello stesso tempo adirato. Perch Tignor non
era uomo da dimenticare la collera.
Era convinto che fosse stata Rebecca a causare l'aborto,
per il suo comportamento sconsiderato. Parlare di lui a una
donna delle pulizie! Aiutarla a rifare la stanza! Adesso che
era la signora Niles Tignor avrebbe dovuto mantenere un
certo contegno.
Durante le lunghe giornate trascorse in solitudine in quel
vecchio casolare, Rebecca cominci a credere che il suo comportamento
seguisse una logica. Proprio come, da ragazza,
si teneva lontana dalla vecchia casa in pietra nel cimitero,
e in quel modo si era salvata, evitando quanto avrebbe potuto
capitarle quell'ultimo giorno. Non si rendeva ben conto
di quello che faceva, eppure... in cuor suo, astuta come
una creatura che pur di salvarsi si strappa le zampe, ne era
consapevole.
Niles Jr. sarebbe nato. L'altra (una femmina? cos immaginava
nei suoi sogni) era stata sacrificata per il maschio
che sarebbe nato.
Il dottor Rice le aveva spiegato: l'aborto spontaneo  spesso
il modo con cui la natura corregge un errore. Per esempio
un feto "malformato".
Non tutto il male vien per nuocere, alle volte.
Il dottor Rice le aveva spiegato: Naturalmente, la donna
incinta pu soffrire come se avesse perso un figlio gi nato.
E il dolore pu perdurare sino all'inizio di una nuova gravidanza.
Dolore! Rebecca avrebbe voluto ridere in faccia a quel
medico saccente, un ginecologo, con amaro sarcasmo.
Il dottor Rice di Chautauqua Falls. Aveva visitato Rebecca
sul lettino come fosse un pezzo di carne, con modi formali
eppure rozzi, meticoloso anche se le faceva male con
quelle dannate mani avvolte nei guanti di gomma e gli
strumenti gelidi come piccozze; aveva dovuto mordersi il
labbro per non gridare e sferrargli un calcio nella pancia.
Eppure dopo, nel suo studio, quando Rebecca si era rivestita,
cercando di riacquistare la calma, l'aveva offesa ancora
di pi propinandole quelle stronzate.
Dottore, io non sto "soffrendo"! Poco ma sicuro. Non sono
il tipo di donna che si affligge per il passato. Vede, guardo
sempre avanti, come fa mio marito, Tignor. Desidero
che il nuovo bambino nasca e stia bene... ci interessa solo
questo, dottore.
Il dottor Rice era rimasto sorpreso. Aveva forse sottovalutato
la signora Niles Tignor, scambiandola per una femminuccia
scialba e piagnucolosa? Si era affrettato ad aggiungere:
 un atteggiamento molto saggio, signora
Tignor. Vorrei averne di pi, di pazienti cos assennati.
Casa! Quando nacque Niles Jr., alla fine di novembre del
1956, Rebecca aveva ormai cominciato ad amarla.
 bellissima, Tignor. Sar il nostro nido.
Aveva ripetuto in pi di un'occasione quelle parole. Come
i versi di una canzone d'amore, per far sorridere il marito
e magari indurlo ad abbracciarla.
La gente del posto chiamava quel casolare la vecchia casa
dei Wertenbacher. A circa tre chilometri a nord di Chautauqua
Falls, nella zona collinosa dove sorgevano piccole fattorie,
terreni da pascolo, campi aperti e paludi. Si trovava
al margine occidentale delle Chautauqua Mountains, ai
loro piedi. Per caso (Rebecca non credeva nelle coincidenze,
ma nel puro caso) Chautauqua Falls era una citt che
sorgeva su un vecchio canale proprio come Milburn, da
cui distava centotrenta chilometri, a ovest. Ma, al contrario
di essa, era una piccola cittadina, di soli 16.800 abitanti.
Era un nucleo industriale con fabbriche, stabilimenti
tessili e per la conservazione dei cibi in scatola, che sorgevano
lungo il fiume Chautauqua. Il canale era trafficato.
La struttura con il maggior numero di dipendenti era la
Union Carbide, che aveva ampliato i suoi impianti in seguito
al boom del 1955 e 1956. Un giorno, Rebecca avrebbe
lavorato alla catena di montaggio della Niagara Tubing.
Ma Tignor l'aveva portata nella campagna che si
stendeva fuori citt, in un insediamento che sorgeva a un
crocevia, chiamato Four Corners. L, all'incrocio tra Poor
Farm Road e Stuyvesant Road, c'erano un piccolo ufficio
postale, un deposito di carbone, un granaio, il negozio di
generi alimentari Ike's con una grossa insegna della Sealtest
sulla vetrina, e il garage con la pompa di benzina di
Meltzer. E un edifico adibito a scuola con due aule, sui
terreni della vecchia fattoria; una stazione di pompieri volontari;
una chiesa metodista, un edificio di legno, con annesso
cimitero sul retro. Alle volte Rebecca si trovava a
passarvi davanti, e quando udiva intonare dei canti avvertiva
un'acuta sensazione di nostalgia.
Edna Meltzer frequentava la chiesa e spesso invitava Rebecca
a unirsi a lei. Si prova una sensazione di gioia in
quella chiesa, Rebecca! Ti viene da sorridere appena entri
le disse una volta.
Rebecca mormor in maniera vaga che le sarebbe piaciuto
andare, un giorno o l'altro.
Magari quando nasce il bambino. Dovrai battezzarlo.
Rebecca mormor in maniera vaga che dipendeva da cosa
stabiliva il padre.
Tignor religioso? Nah! replic la signora Meltzer con
una risata confidenziale. Come se lo conoscesse molto
bene. Rebecca rimase sorpresa. Aggrott le sopracciglia,
imbarazzata.
Di che religione erano i tuoi, Rebecca?
Pose la domanda in modo amichevole, casuale, non sembrava
premeditata. Come se fosse del tutto inconsapevole
del significato di quell'"erano".
Perch aveva detto "erano" e non "sono"? si chiese Rebecca.
Per lunghi attimi non seppe cosa rispondere. La donna
aspettava, Tignor l'aveva messa in guardia da lei.
Si erano incontrate da Ike's. Rebecca stava uscendo, la
signora Meltzer era appena arrivata. Era una giornata di
met settembre, asciutta e molto calda. Tignor era a Lake
Shaheen, in una "propriet sul lungolago". Rebecca era al
settimo mese di gravidanza e dopo essere aumentata dieci
chili aveva smesso di pesarsi. Aveva un pancione enorme,
che ronzava e fremeva di vita. Il cervello aveva come cessato
di funzionare, simile a una radio rotta. Aveva la testa
vuota come una ghiacciaia abbandonata in una discarica.
Senza rispondere a Edna Meltzer, Rebecca usc dal negozio.
La campanella sulla porta risuon stridula al suo
passaggio. Si allontan incurante della signora Meltzer
che la fissava, e non bad al fatto che la sua vicina si mise a
parlare di lei con Elsie, la moglie di Ike, che sedeva dietro la
cassa. Che tipa!  davvero una strana ragazza! Ti fa quasi pena,
sapendo quello che l'aspetta.
In autunno, quando le giornate cominciarono ad accorciarsi
e l'aria a inasprirsi, a Rebecca la fattoria sembrava pi bella.
Ovunque si spingeva nelle sue esplorazioni, tutto le appariva
magnifico nella sua trascuratezza. Il canale: ne era attirata,
amava passeggiare lungo l'alzaia. Le piaceva contemplare
le chiatte che scivolavano lente sull'acqua. Uomini che la
salutavano con un cenno della mano. Rimaneva ferma con i
piedi piatti, bilanciando il peso sui talloni, il grosso ventre
sporgente, sorridendo, ridendo persino al pensiero di come
doveva apparire ridicola e poco attraente. In quelle condizioni
Anna Schwart non l'avrebbe messa in guardia: Fa' attenzione,
pu accaderti qualcosa, nessun uomo avrebbe desiderato
una donna in uno stato di gravidanza cos avanzato.
E il cielo, quell'autunno. Nubi marmorizzate, a forma di
incudine, alti cirri d'un bianco pallido che si dissolvevano
mentre li guardavi. Rebecca rimaneva in contemplazione
per lunghi minuti, lo sguardo trasognato, le mani intrecciate
sul ventre.
Il prossimo lo terrai.
... a letto, nella vecchia casa colonica dei Wertenbacher sulla
Poor Farm Road, Tignor appoggiava l'orecchio sulla
pancia dura e calda. Le accarezzava le cosce, le natiche.
Era geloso del neonato che avrebbe succhiato quei seni.
Quando tornava a casa non voleva parlare dei suoi viaggi,
le aveva detto che non l'aveva sposata per farsi tormentare
dalle sue domande. Quella volta gli aveva solo chiesto
quanto a lungo aveva guidato, e se aveva fame. Lei intuiva
la ripugnanza che avvertiva nei suoi confronti, verso quel
ventre enorme che impediva loro di fare l'amore. Eppure
desiderava toccarla. Non riusciva a tenere le mani lontano
da lei. Le accarezzava il pube, i peli arruffati che si irradiavano
in alto verso l'ombelico. Appoggiava l'orecchio sul
ventre duro e caldo, affermando che sentiva il battito del
cuore del bambino. Aveva bevuto, ma non sembrava ubriaco.
Disse, in tono addolorato: Mi hanno cacciato via da piccolo.
Pensavo che un giorno li avrei ritrovati. Che gliel'avrei
fatta pagare.
A Troy, nella stanza d'albergo dove aveva avuto l'emorragia
che aveva tentato di tamponare con asciugamani,
carta igienica e fazzoletti di carta, era stata lei a dover confortare
lui. Non  colpa tua. Non  colpa tua. Gli aveva letto nell'anima,
aveva visto quello che giaceva in fondo, in frantumi,
come scintillanti frammenti di vetro. Era convinta di
essere forte abbastanza per salvarlo, cos come non lo era
stata per salvare Jacob Schwart.


40.

Una donna gridava al suo indirizzo come se fosse lenta di
comprendonio.
Uscir quando  bello che pronto, tesoro, e una volta che
sar fuori, non te ne fregher un accidente come ha fatto.
Sul sedile posteriore della berlina bassa e allungata di
Meltzer, una Chevy, scossa dai sobbalzi, Rebecca giaceva a
braccia e gambe allargate, uggiolando per il dolore. Violente
fitte. Erano le contrazioni, doveva contare tra l'una e l'altra,
eppure il dolore la sorprendeva sempre. Adesso non era pi
tanto sicura di s. Adesso non era pi soddisfatta di s. Aveva
deciso addirittura di non mostrare il bambino a Edna
Meltzer, aveva paura di quella donna e non la poteva soffrire,
eppure eccola l nella macchina dei Meltzer, la stavano
portando all'ospedale di Chautauqua Falls. Era stata costretta
a chiamarli quando erano cominciate le doglie. Tignor
le aveva promesso che non sarebbe stato via quando
fosse venuto il momento. Le aveva promesso di non lasciarla
sola. Non aveva un numero per rintracciarlo, e cos aveva
chiamato i Meltzer. Stesa sul sedile posteriore, vedeva sfilare
dal finestrino il paesaggio circostante, un brandello di cielo bianco. Non avrebbe conservato memoria di quella corsa
in macchina, a parte l'immagine di Howie Meltzer al volante,
con il cappellino della Esso unto di grasso, che masticava
uno stuzzicadenti e Edna Meltzer che grugniva mentre si
sporgeva su di lei per tenerle la mano irrequieta, sorridendole
per mostrare che non c'era motivo di avere paura.
Tesoro, te l'ho detto: uscir quando sar bello che pronto.
Devi solo stare tranquilla, ci sono qui io.
Rebecca stringeva, stringeva la mano di Edna Meltzer.
... uno stato allucina torio provocato dagli anestetici durante
il quale il dolore atroce che giungeva a ondate si
confondeva con il suono di voci stridule in un canto frenetico.
Invocava il padre del bimbo, ma l'uomo non era l.
Chiamava e chiamava fino a farsi bruciare la gola, ma
l'uomo non era l. Oh, eppure aveva promesso che sarebbe
rimasto con lei! Aveva promesso che non l'avrebbe lasciata
sola quando fosse nato il bambino. Quando aveva
avvertito la prima contrazione, ed era caduta in ginocchio
per la violenta emozione, malgrado si fosse preparata a
quel momento come una scolaretta diligente, leggendo,
sottolineando e imparando a memoria interi passi dall'opuscolo
Tu, il tuo corpo, il tuo bambino. Si era afferrata il
ventre rigonfio con entrambe le mani. Aveva invocato aiuto
ma non c'era nessuno. Nessun numero da chiamare per
avvertire Niles Tignor. Non aveva idea di dove fosse. Disperata,
aveva fatto quello che lui non aveva nemmeno
avuto bisogno di proibirle, aveva chiamato l'ufficio informazioni
della fabbrica Black Horse, a Port Oriskany, e una
sprezzante voce di donna l'aveva informata che non risultavano
dipendenti con quel nome.
Impossibile! Rebecca aveva protestato che il marito lavorava
da anni come rappresentante di quella fabbrica.
Una sprezzante voce di donna aveva ripetuto che non risultavano
dipendenti con quel nome.
Si era trascinata a casa dei Meltzer, a mezzo chilometro
da l.
Li aveva supplicati di darle aiuto, era completamente
sola.
Aveva gi preparato la vestaglia e gli articoli da toeletta.
Persino un libro da leggere in ospedale, perch nella sua ingenuit
credeva che avrebbe avuto tempo... Aveva sprecato
minuti preziosi nella vana ricerca del certificato di matrimonio,
nel caso avesse dovuto dimostrare alle autorit
dell'ospedale di essere regolarmente sposata, e che suo figlio
era legittimo.
... uno stato allucinatorio provocato dagli anestetici, undici
ore di travaglio che in seguito avrebbe ricordato vagamente
come si ricorda un film visto durante l'infanzia, e non compreso.
Diede alla luce un maschio, di tre chili e settecento grammi.
Ma Niles Tignor Jr. non aveva ancora un nome, doveva
ancora emettere il primo vagito. Un esserino selvaggio che
spingeva con forza micidiale, la testa come una palla da
bowling bizzarramente infilata dentro di lei. Un corpicino
caldo e solido nel quale, si sperava, dimorava una minuscola
anima lucente come una pepita in un torrente. Sei una ragazza.
Ti capiter qualcosa di brutto. Era troppo tardi, ma
aveva capito da cosa l'aveva messa in guardia sua madre.
... uno stato allucinatorio provocato dagli anestetici, dal
quale emerse quando in preda allo stupore sent quello che
sembrava il miagolio di un gattino, cos strano nella stanza
intensamente illuminata. Qualcuno la stava chiamando: Signora
Tignor? Sbatt le palpebre per mettere a fuoco l'immagine.
Vide delle mani che appoggiavano un corpicino
nudo che si dimenava, prima sul suo ventre flaccido e appiattito,
poi tra i seni. Il suo bambino, signora Tignor. Un maschio,
signora Tignor. Le voci le giungevano lontane. Le udiva
appena. Come piangeva forte quel neonato, un assordante
miagolio. Rise a vedere quant'era arrabbiato, piccolo
com'era; somigliava a suo padre, furibondo e pericoloso;
gli occhi chiusi, agitava i pugnetti. Il visino grinzoso da
scimmia, la testa come una morbida noce di cocco ricoperta
di una ruvida peluria nera. Poi vide il minuscolo pene, e
le scapp da ridere. Oh, non aveva mai visto niente di simile
a quell'esserino che dicevano fosse suo! Avrebbe voluto
fare una battuta: Il padre dev'essere una scimmia! Ma si rese
conto che una frase del genere in un luogo e in un momento
come quello poteva essere fraintesa.
E i suoi seni erano gi gonfi di latte, una delle infermiere
vi stava appoggiando la boccuccia pronta a poppare.
"Dare alla luce." Si dice cos, credo. Come se la nascita fosse
un atto che dipende da te. Mio Dio.
Era stordita e felice adesso che era tornata a casa dall'ospedale
e aveva con s il bambino, si sentiva un po' come
quando mischiava la birra col bourbon. Adorava allattare
quella scimmietta dal corpicino caldo, che dopo poche ore
aveva di nuovo fame, e mentre succhiava, succhiava e succhiava
avidamente da un seno gonfio e poi dall'altro, lei, la
neomamma, desiderava parlare, parlare, parlare. Oh, ne
aveva di cose da raccontare! Oh, come amava quella scimmietta!
Era una creatura cos... strana e selvaggia.
Edna le port una copia del "Chautauqua Falls Weekly".
Apr la pagina dei necrologi, degli annunci dei matrimoni
e delle nascite. C'erano fotografie dei defunti appena
scomparsi e dei matrimoni appena celebrati, ma non delle
puerpere, che erano identificate come mogli dei propri mariti.
Rebecca lesse a voce alta: "La signora Niles Tignor di
Poor Farm Road, Four Comers, ha dato alla luce un maschietto
di tre chili e settecento grammi, Niles Tignor Jr., al
General Hospital di Chautauqua Falls, il 29 novembre".
Rise, un'allegra risata aspra che strideva ai suoi orecchi, e
le spuntarono delle lacrime. Continuava a parlare di dare
alla luce, come Edna raccont in seguito, quasi fosse ubriaca,
o peggio.
Certo, Edna doveva riconoscere che quella ragazzina
era abbastanza preparata ad accudire un bambino. Aveva
una scorta di pannolini, e qualche vestitino. Una culla e una
vaschetta da bagno. Aveva consultato un opuscolo datole
da un dottore. In cucina c'erano scorte di cibo, per lo pi
scatolame. E di certo Edna poteva regalarle delle cose per
neonati che non usava pi. E anche Elsie Drott ne aveva. E
altre donne del vicinato, se per quello. Nel raggio di sei
chilometri, le donne conoscevano Rebecca Tignor, anche se
alcune ne ignoravano il nome. Ha appena partorito,  solo una
ragazza. Senza famiglia, a quanto pare. Il padre del bambino 
fuori. Forse l'ha abbandonata, qui in campagna. Nella vecchia
casa dei Wertenbacher, che sta cadendo a pezzi.
Comunque, se la ragazza era preoccupata per il futuro,
non lo dava a vedere. Un comportamento che Edna Meltzer
trovava irritante.
Ti ha lasciato un po' di soldi, almeno?
Oh, s. Certo che me li ha lasciati.
Edna corrug la fronte, scettica.
Oh, Rebecca ne aveva abbastanza della signora Meltzer!
Il bambino aveva smesso di poppare e sonnecchiava con la
boccuccia aperta tra le sue braccia, era una rara occasione
per la mamma, avrebbe potuto schiacciare un pisolino.
Un dolce sonno ristoratore, come precipitare in un pozzo
di pietra, e continuare a cadere, cadere, cadere.
Una sera all'inizio di dicembre, dodici giorni dopo la nascita
del bambino, Tignor apparve sulla porta della camera
da letto. Fissava la scena. Rebecca sent un flebile sibilo:
Ges!. Il viso era nell'ombra, non riusciva a scorgerne
l'espressione. Se ne stava immobile, circospetto. Per un
terribile istante Rebecca temette che si voltasse e andasse
via. Tignor. Guarda. Rebecca sollev il piccolo, sorridendo.
Era uno splendido bambino. Si era appena svegliato, e
fissava l'estraneo sul vano della porta. Cominci a emettere
i suoi versetti comici, soffiava con la boccuccia producendo
bollicine di saliva. Muoveva le gambette e agitava i
pugni minuscoli. Tignor entr e si avvicin lentamente al
letto, per prendere il bimbo dalle mani di Rebecca. Con infantile
stupore il neonato fissava a bocca aperta il volto di
Tignor, che doveva sembrargli come una gigantesca luna
luminosa. Tignor lo prese cautamente tra le mani. Rebecca
not che sapeva tenerlo in braccio. Prima di entrare in casa
aveva gettato via il sigaro, ma sapeva di fumo, e il piccolo
prese ad agitarsi. Con il pollice impregnato di nicotina
gli accarezz la fronte e disse: E mio, vero?.


41.

Ehi, nottambuli, questa  Radio Meraviglia wben di Buffalo,
che trasmette il miglior jazz della notte. State ascoltando Zack
Zacharias che vi terr compagnia fino al mattino e ora vi invita
all'ascolto del prossimo brano, un memorabile Thelonious
Monk... Giaceva sveglia al buio, le mani intrecciate dietro
la testa. Ripensava alla sua vita come a una serie di perline
infilate in una collana, dalla miriade di forme, che si
affollavano nella memoria, confuse nella loro unicit, in
un'esistenza ormai definita come la lenta traiettoria del
sole attraverso il cielo. Si sa che il sole si muove, ma non
lo si vede mai compiere il suo corso.
Nella stanza attigua a quella di Rebecca, Niley stava
dormendo. O almeno lo sperava. Dormiva ascoltando la
radio, con un bisogno disperato di non sentirsi solo e di
riconoscere la voce del padre tra quelle voci sconosciute.
Rebecca stava pensando a come aveva dato alla luce Niley
senza sapere chi sarebbe diventato, aprendo il proprio
corpo e provando un dolore cos atroce da averlo rimosso.
Era proprio come aveva predetto Edna Meltzer: E una volta
che sar fuori, non te ne fregher un accidente come ha fatto.
Sorrise; s, era proprio cos. Era un dato di fatto.
Aveva aperto il suo corpo anche a Niles Tignor. Senza
avere la minima idea di chi fosse. A parte Niley, forse aveva
commesso uno sbaglio. Eppure Niley non era uno sbaglio.
Se avesse saputo quello che sapeva adesso di Tignor,
non l'avrebbe mai avvicinato. Ma non poteva lasciarlo, lui
non lo avrebbe mai permesso. Non poteva lasciarlo, l'ansia
di rivederlo le attanagliava il cuore.
Ehi, piccola, mi ami?
Cristo, lo sai che sono pazzo di te.
Al limitare del viottolo che sbucava su Poor Farm Road
c'era una cassetta della posta di metallo attaccata a un
palo di legno marcito, con sopra stampato in lettere nere
il nome wertenbacher ancora visibile. A eccezione di volantini
e opuscoli pubblicitari ammassati nella cassetta,
Niles Tignor e la moglie non ricevevano posta. Ma un
giorno del marzo precedente, poco dopo l'assunzione alla
Niagara Tubing (esisteva forse una relazione tra i due
fatti? Doveva esserci!), aprendo la cassetta per svuotarla
Rebecca aveva trovato tra la posta indesiderata la prima
pagina del "Port Oriskany Journal" accuratamente piegata.
Come ammaliata, aveva letto un articolo dal titolo due
UOMINI UCCISI, UNO FERITO IN UN'"IMBOSCATA" SUL LUNGOLAGO:
due uomini erano stati freddati da colpi d'arma da
fuoco, e un terzo era rimasto ferito, per un agguato che
aveva avuto luogo nel parcheggio di una nota taverna sul
porticciolo turistico; la polizia non aveva proceduto ad
arresti ma aveva trattenuto in stato di fermo un certo Niles
Tignor, quarantadue anni, residente a Buffalo, come
testimone chiave. La polizia riteneva che l'aggressione
fosse da collegarsi al racket delle estorsioni della zona del
lago Niagara.
Rebecca rilesse pi volte l'articolo. Il cuore le batteva
forte, temette di svenire. Niley, che l'aveva accompagnata
a svuotare la cassetta delle lettere, si agitava e la tirava per
le gambe.
Trattenuto in stato di fermo! Quarantadue anni! Residente
a Buffalo!
"Testimone chiave": cosa significava?
Tignor mancava da una settimana, probabilmente si
trovava nell'area delle Catskill. O per lo meno, Rebecca
credeva che si trovasse da quelle parti: l'aveva chiamata
una volta. L'agguato aveva avuto luogo alla fine di febbraio,
tre settimane prima. Quindi, qualsiasi cosa fosse accaduta,
Tignor era stato rilasciato.
Naturalmente non aveva fatto menzione dell'episodio.
Rebecca non ricordava niente di anomalo nei suoi comportamenti,
o nel suo stato d'animo.
Anzi, negli ultimi tempi Tignor era di un insolito buonumore.
Era tornato a casa con una macchina nuova, una Pontiac
verde argento, una berlina, con le rifiniture cromate.
Aveva portato la sua famigliola, come la chiamava, per
una gita domenicale al lago Shaheen...
Rebecca fece delle ricerche, e scopr cosa significava l'espressione
"testimone chiave": un individuo che la polizia
ritiene in grado di fornire elementi utili a un'inchiesta.
Nella biblioteca di Chautauqua Falls aveva cercato dei
numeri arretrati del giornale di Port Oriskany, ma non
aveva trovato altre informazioni sulla sparatoria. Chiam
la polizia di quella citt per avere notizie, e le venne detto
che l'inchiesta era ancora aperta e le informazioni riservate.
E lei chi , signora? Perch lo vuole sapere?
Rebecca rispose: Nessuno. Non sono nessuno. Grazie.
Riattacc e decise di non pensarci pi. A che pr lambiccarsi
il cervello?
(Tignor aveva quarantadue anni: credeva fosse ben pi
giovane. E risiedeva a Buffalo: com'era possibile se loro
abitavano a Chautauqua Falls?) ,
(Ma importava solo che lui era il padre di Niley e suo
marito. Chiunque fosse Niles Tignor, loro lo amavano. Rebecca
non aveva alcun diritto di ficcare il naso nella sua
vita privata, in cose che non la riguardavano o nel suo
passato.)
Non erano ancora trascorsi tre anni dal giorno in cui era
tornato a casa, quando era entrato nella stanza da letto e
per la prima volta aveva preso il figlio tra le braccia. Sembrava
un secolo, eppure forse era solo l'inizio di una nuova
vita.
 mio, vero?
E di chi altri? Aveva fatto quella battuta per farlo ridere.
Ma Tignor non aveva riso. Rebecca si era resa conto troppo
tardi che con gli uomini su certe cose non si pu scherzare.
Tignor s'era accigliato, sul suo viso era comparsa la
stessa espressione di quando lei aveva pronunciato la parola
puttana. Teneva sul palmo di una mano il neonato che
si dimenava, lo sguardo fisso sul visino arrossato e raggrinzito.
Era trascorso un lungo momento prima che si
sciogliesse in un sorriso e si lasciasse andare all'ilarit.
Ha preso da me, eh? Piccolo piscione.
Tignor s'era scusato per essere stato via, non avrebbe
voluto lasciarla sola in quei momenti. Aveva provato a
chiamarla parecchie volte, ma le linee erano occupate. Era
in pensiero all'idea di lei l sola alla fattoria. Ma sapeva che
non sarebbe accaduto niente di male, avevano la fortuna
dalla loro.
Fortuna! Rebecca aveva sorriso.
Tignor aveva portato degli oggetti per arredare la casa:
una lampada a stelo di ottone con tre lampadine, un posacenere
di giada con la base a forma di elefante. Erano articoli
appariscenti, adatti all'atrio di un albergo. A lei aveva
regalato una nuova camicia di pizzo color champagne, visto
che la vecchia era ormai consumata; un vestito di raso
nero con un corsetto di lustrini ("per la notte di Capodanno");
un paio di scarpe in pelle di capretto con il tacco alto
(di un numero e mezzo pi piccole del suo). Rebecca aveva
scosso la testa, rendendosi conto che Tignor aveva dimenticato
che lei era incinta quando era partito. Sembrava che
avesse del tutto rimosso l'idea che aspettavano un figlio.
Nei primi tempi, Tignor era come incantato dal bambino.
Pareva esibirlo come un trofeo. Amava scarrozzarselo
sulle spalle, con Niley che dimenava le gambette e strillava
tutto eccitato. In quei momenti il largo viso di Tignor
era luminoso, soffuso di un caldo rossore, e Rebecca provava
una lieve fitta di gelosia, pur pensando: Posso perdonargli
tutto, per questo. Risero del fatto che la prima parola
articolata da Niley fosse stata "pa-p" e non "mam-ma",
pronunciata in un grido di infantile stupore. Non gli piaceva
lavarlo, ma amava asciugarlo, strofinare vigorosamente
l'asciugamano sul suo corpicino. Ed era attratto da
Rebecca che lo allattava; le si inginocchiava accanto, avvicinava
la faccia alla boccuccia che succhiava avidamente
fin quando non resisteva pi, doveva baciare e succhiare
l'altro seno di Rebecca, cos eccitato che voleva fare subito
l'amore... Rebecca soffriva ancora per i postumi del parto,
ma sapeva di non dover dire di no a quell'uomo.
Tuttavia, in quelle occasioni spesso Tignor si accontentava
che lei.lo toccasse, e raggiungeva presto l'orgasmo. Il
viso stravolto premuto contro il suo corpo, i denti scoperti.
Dopo ne provava vergogna, detestava la moglie per aver
assistito a quello sfogo di puro desiderio animalesco. L'abbandonava,
prendeva la macchina e andava via, e lei si chiedeva
quando sarebbe tornato.
Dopo pochi mesi il bambino non rappresent pi una
novit per Tignor. Ormai si era abituato a Niley che lo chiamava
gioiosamente pa-p. Perch il piccolo era un bambino
irritabile, rifiutava di mangiare e raramente dormiva
pi di tre ore di seguito. Era vivace, sveglio, curioso, ma
anche inquieto e si spaventava facilmente. Era irascibile
come il padre, ma non aveva la sua sicurezza. Lanciava
grida acute, assordanti. Sembrava incredibile che con polmoni
cos piccoli potesse strillare cos forte. Rebecca dormiva
talmente poco che si trascinava stordita, prossima
alle allucinazioni. Tignor non faceva in tempo a tornare
che gi minacciava di ripartire. Allattalo, mettilo a nanna.
Sei sua madre, santo Dio!
Quella frase, Sei sua madre, divenne un ritornello. Rebecca
si rifiutava di credere che dietro quelle parole si celasse
un'accusa.
Mam-ma? Posso dommi'e co' te, mam-ma? la supplicava
Niley, gattonando accanto al letto.
Rebecca tentava di dissuaderlo: Oh, tesoro! Hai il tuo
lettino come un ometto, no?.
Ma Niley voleva dormire con mam-ma, si sentiva solo.
Nella sua stanza c'erano degli oggetti che lo spaventavano,
voleva dormire con mam-ma.
Rebecca lo redarguiva: Per questa volta va bene, ma
quando torna pap dovrai dormire nel tuo letto. Pap non
ti vizia come faccio io.
Lo tirava su, se lo metteva accanto e rimboccava le coperte.
Scivolavano nel sonno abbracciati, ascoltando Radio
Meraviglia wben che risuonava nell'altra stanza.


42.

Era la prima settimana di ottobre del 1959. Dodici giorni
dopo l'incontro con lo sconosciuto con il panama. Nel clamore
e nel puzzo di gomma bruciata della catena di montaggio
alla Niagara Tubing il nome hazel jones hazel jones
SEI hazel jones risuonava sempre meno seducente;
Rebecca cominciava a dimenticarlo.
Era una giovane donna pragmatica. Era madre di un
bambino piccolo, per amor suo avrebbe imparato a dimenticare.
Infine, Tignor torn.
Un giorno and a prendere Niley dai Meltzer e Edna le
disse che il padre aveva portato il piccolo a casa.
Rebecca balbett: Tignor...  qui? ... tornato?.
La signora Meltzer le conferm che era cos. Rebecca
non sapeva forse che suo marito sarebbe tornato proprio
quel giorno?
Rebecca si vergognava di essere stata scoperta. Dover
confessare che non lo sapeva. Non sopportava che Edna
Meltzer la vedesse cos confusa, avrebbe sparlato di lei in
giro commiserandola.
And di corsa a casa. Il cuore le martellava. Si era aspettata
che il marito tornasse la domenica precedente, ma
non aveva nemmeno chiamato. Aveva sperato che sarebbe
andato a prenderla in fabbrica, l'avrebbe portata a casa...
Niles Tignor che la aspettava accanto al marciapiede,
nella sua Pontiac verde argento ultimo modello che tutti
avrebbero ammirato. C'era qualcosa di strano in quel comportamento,
Rebecca non si capacitava. Si  portato via Niley.
Non lo rivedr pi.
Ma al limitare del viottolo coperto di erbacce scorse la
Pontiac. Intravide in cucina l'alta figura dalle spalle larghe
di Tignor; stava facendo una raffica di domande a Niley,
con la sua voce esuberante da annunciatore radiofonico.
E poi? Quando  successo? Tu che hai fatto? Tu e la
mamma? Eh? Pi che ascoltare parlava, pareva di ottimo
umore. In cucina c'era puzzo di sigaro e di birra appena
stappata. Quando entr, Rebecca rimase sbalordita dal
cambiamento di Tignor... In un punto aveva i capelli rasati.
La sua rigogliosa zazzera color metallo era stata tosata,
sembrava pi vecchio, incerto. Gli occhi guizzarono su
di lei, scopr i denti in un sorriso che assomigliava pi a
una smorfia. Sei tornata, piccola, eh? Dalla fabbrica.
Una delle sue osservazioni insensate. Come il colpo diretto
di un pugile, per far perdere l'equilibrio, sconcertare.
Qualsiasi risposta sarebbe parsa una giustificazione, un
mettersi sulla difensiva. Gi, era tornata, mormor Rebecca.
Come ogni pomeriggio a quell'ora. Poich lui non si
era mosso, gli si avvicin e lo abbracci. Per giorni si era
sentita insofferente verso quell'uomo, ma adesso, sopraffatta
dall'emozione, desiderava solo nascondere il viso
contro di lui, abbandonarsi tra le sue braccia. Niley saltellava
intorno schiamazzando, pa-p, pa-p. Pa-p gli aveva
portato dei regali, voleva mostrarli alla mamma.
Tignor non ricambi il bacio, ma lasci che lo baciasse.
Aveva l'alito cattivo. Appariva lievemente disorientato,
come se avesse sbagliato casa. Le parve, mentre lei lo abbracciava,
che lanciasse occhiate furtive alla porta, come
se si aspettasse l'arrivo di qualcuno. Le accarezzava la
schiena e le spalle, con gesti pesanti e aria assente. Pupa.
La mia piccola. Ti  mancato il tuo vecchio maritino, eh?
Vero? Le sciolse rudemente il foulard che portava sul capo
e le sparse sulle spalle i capelli aggrovigliati, non esattamente
puliti. Uh. Odori di gomma bruciata. Poi rise e
la baci.
Rebecca esitava, voleva toccargli la testa, accarezzare i
capelli ma erano cos diversi. Non ti piaccio, eh? Merda,
ho avuto un piccolo incidente, su ad Albany. Mi hanno
dovuto mettere dei punti.
Le mostr la cicatrice, dietro la testa, dove gli avevano
rasato a zero i capelli, un brutto taglio lungo pi di dieci
centimetri.
Rebecca gli chiese cosa fosse accaduto, ma lui rispose
con una scrollata di spalle: Non accadr pi.
Ma Tignor... cosa  successo?
Ti ho detto che non accadr pi.
Tignor aveva gettato alla rinfusa sulle sedie la valigia,
la valigetta e la giacca. Rebecca lo aiut a portarle nella camera
da letto, sul retro della casa. Era la stanza speciale,
che Rebecca teneva sempre pronta nel caso il marito fosse
tornato all'improvviso: il letto rifatto, con una trapunta,
gli indumenti ordinatamente appesi nell'armadio, i mobili spolverati, c'era perfino un vaso di fiori finti sul com.
Tignor osserv la stanza come se non l'avesse mai vista.
Emise un grugnito, qualcosa tipo Mmmm!
Spinse fuori Niley, lasciandolo a piagnucolare dietro la
porta chiusa. Era improvvisamente eccitato. Port quasi
di peso Rebecca sul letto, che lo baci mentre lui si svestiva
e le strappava i vestiti di dosso, e dopo pochi minuti
scaric la sua tensione trattenuta nel corpo bramoso di
Rebecca. Lei si aggrapp alla sua schiena solcata dai muscoli.
Si morse il labbro per non gridare. Lo implorava a
voce bassa, quasi impercettibile: ... oh, come ti amo, Tignor.
Ti prego, non lasciarci pi. Ti amiamo, non farci
soffrire....
Tignor gemette di piacere. Il viso stranamente asimmetrico
avvampava di calore, arrossato. Rotol sulla schiena,
tergendosi la fronte con il braccio robusto. D'un tratto era
esausto, Rebecca avvertiva la pesantezza in tutte le sue
membra. Niley grattava alla porta chiusa, chiamando, pa-p?
Mam-ma? in tono lamentoso, come un gattino affamato.
Tignor borbott irritato: Fai stare zitto il bambino,
eh? Ho bisogno di dormire.
Cos and la prima sera dopo il ritorno di Tignor, tanto a
lungo atteso.
Non voleva pensare a cosa significava. Quanto sarebbe
rimasto con lei questa volta.
Rebecca usc dalla stanza senza fare rumore, portandosi
dietro i vestiti. Aveva bisogno di un bagno prima di preparare
la cena, voleva lavare i capelli bisunti e in disordine,
per fargli piacere. Camminava malferma sulle gambe,
come per qualche misteriosa ferita. L'amore con Tignor
era stato brusco, rude, quasi mercenario. Non lo facevano
da sei settimane. Le pareva come se fosse stata la prima
volta dalla nascita di Niley.
Il terribile trauma del parto. Rebecca si chiedeva se sarebbe
guarita, sanata del tutto. Hazel Jones si era mai sposata?
Aveva un bambino?
Dovette rassicurare Niley, pap era davvero tornato a
casa e sarebbe rimasto per un po'; adesso stava dormendo,
non voleva essere disturbato. Ma Niley la supplic di
farlo guardare attraverso la fessura della porta.
Quando lo vide, bisbigli:  lui? Pa-p? Quell'uomo?.
Pi tardi, dopo cena, Tignor beveva, contrito. Disse che gli
erano mancati. La sua famigliola di Chautauqua Falls.
Rebecca disse, in tono leggero: La "famigliola di Chautauqua Falls"?
E le altre dove sono?.
Tignor rise. Stava osservando Niley alle prese con il camioncino
rosso luccicante che gli aveva portato, troppo
grosso e pesante per un bambino di tre anni.
Devo cambiare qualcosa nella mia vita, Ges, lo so. 
arrivato il momento.
Le confid che aveva acquistato una propriet su a
Shaheen, ed era in trattative per rilevare un ristorante e
una taverna a Chautauqua Falls. E poi c'erano altre occasioni...
Con aria mesta si pass la mano sulla ferita dietro
la testa. Questa me l'ha procurata un bastardo che ha cercato
di uccidermi. Mi ha fatto la barba con una pallottola.
Chi? Chi ha cercato di ucciderti?
Ma non c' riuscito. E come ti dicevo, non succeder pi.
Rebecca sedeva in silenzio, pensando alla pistola che
aveva trovato nella sua valigia. Probabilmente era ancora
l. E doveva averla usata.
Forse Hazel Jones aveva un figlio come Niley. Ma non
un marito come Niles Tignor.
So quello che  successo a Port Oriskany. Sei stato fermato
come "testimone chiave".
Le parole le erano uscite all'improvviso, impulsivamente.
E come fai a saperlo, piccola? replic Tignor. Te l'ha
detto qualcuno?
L'ho letto su un giornale di Port Oriskany. L'"agguato".
La sparatoria. E il tuo nome...
E come ti  capitato il giornale tra le mani? Qualcuno
che vive qui nei paraggi te lo ha mostrato? chiese Tignor
in tono ancora bonario, incuriosito.
L'hanno lasciato nella cassetta delle lettere. Solo la prima
pagina.
E successo parecchio tempo fa, Rebecca. Lo scorso inverno.
Ed  finita? Qualunque cosa fosse, ... finita?
S. E finita.
Mentre si spogliava per andare a letto, Tignor osservava
Rebecca spazzolarsi i capelli. La mano che impugnava
il pettine muovendosi abilmente, con decisione. Adesso
che l'aveva lavata, la chioma rifulgeva scura; profumava
piacevolmente di shampoo, non era pi impregnata del
sentore di fabbrica; pareva sfavillare. Attraverso lo specchio
vide Tignor avvicinarsi. Prov un brivido, immaginando
cosa voleva, ma continu a pettinarsi. Dietro di lei
il corpo di Tignor si stagliava nudo, massiccio; il petto e il
ventre ricoperti da una ruvida peluria baluginante. Tra le
grosse cosce robuste, all'altezza di un folto cespuglio di
peli pubici, fuoriusciva il pene, semieretto. Le pass una
mano tra i capelli, le accarezz la nuca, particolarmente
sensibile. Si strofin contro di lei, gemendo piano, il respiro
affannoso.
Era spaventata, si sentiva la testa vuota.
Non sapeva cosa fare. Come si comportava in quei frangenti
in passato?
Come fosse un segreto tra loro, Tignor le sussurr: Sei
stata con un uomo, vero?.
Rebecca lo fiss attraverso lo specchio. Un uomo? Quale
uomo?
Come diavolo faccio a saperlo? replic ridendo. La
stava trascinando verso il letto, le lenzuola scostate con
cura, quello superiore ripiegato sulla coperta di otto centimetri
esatti. Barcollarono come goffi ballerini. Tignor aveva
passato ore a bere, ed era d'umore allegro. Inciamp
nel tappeto accanto al letto, imprec e rise di nuovo, come
a una battuta. Quello che ti ha dato il giornale, forse. O
un suo amico. O tutti i loro amici. Devi dirmelo tu quale
uomo, piccola. Rebecca venne presa dal panico e cerc di
sgusciare via ma Tignor fu lesto, la afferr per i capelli e
glieli tir, non forte, ma delicatamente, come per rimproverarla,
come si farebbe con un bambino recalcitrante.
Devi dirmelo tu, zingarella. Abbiamo tutta la notte.


43.

... un'ora e venti minuti di ritardo al lavoro, la mattina
dopo. La macchina era nel vialetto, ma lei non aveva le
chiavi e non osava chiedergliele, lui dormiva profondamente.
Si sentiva le membra irrigidite. Aveva coperto i capelli
con un foulard. Alla catena di montaggio notarono
che aveva il viso gonfio, accigliato. Quando si tolse gli occhiali
scuri con la montatura di plastica, di quelli chiassosi
da due soldi che vendono nei supermercati, e indoss le
lenti di protezione, i colleghi notarono che aveva un occhio
tumefatto. Rita le diede di gomito e le bisbigli in un
orecchio: Oh, tesoro,  tornato?  stato lui?, ma lei non
rispose.
Adesso, lo sapeva: l'avrebbe lasciato.
Lo aveva intuito prima ancora di comprenderlo del tutto.
Prima che quella consapevolezza le si manifestasse in
tutta la sua calma, irrevocabile e lampante. Prima che le
terrificanti parole le risuonassero nel cervello inesorabili
come i macchinari della Niagara Tubing: Quale scelta, non
hai scelta, vi uccider tutti e due. Prima che cominciassero
ad affacciarsi alla sua mente quegli scenari spaventosi:
dove poteva andare, cosa avrebbe dovuto portare, come
poteva condurre con s il bambino. Prima di contare i magri
risparmi - quarantatr dollari! Credeva di avere di pi
- che aveva nascosto in un armadio. Prima che nel suo
modo falsamente canzonatorio lui diventasse sempre pi
violento con lei e con il bambino. Prima che cominciasse
ad accusarla per il fatto che il bambino lo rifuggiva. Prima
di cadere preda del terrore, la notte nel letto in una sperduta
casa colonica a Poor Farm Road, dove giaceva insonne
accanto a quell'uomo sprofondato nel sonno dell'alcolizzato.
Quell'odore di erba e terra umida che trasudava
dall'assito del pavimento. Il puzzo dolciastro di putridume.
Quando, neonata avvolta in un sudicio scialle, la madre
l'aveva portata in tutta fretta in un capanno, tenendola
stretta al petto, per nascondersi, ansimante, rannicchiata al
buio quasi un intero pomeriggio, fino a quando una figura
apr la porta e un individuo indignato, offeso, le aveva domandato:
Vuoi che la strangoli?
S, lo sapeva. Prima di quel mattino di ottobre quando il
sole aveva appena fatto capolino da un banco di nubi sulla
cima degli alberi e Niley stava ancora dormendo nella
stanza attigua e lei aveva osato seguirlo fuori, sulla strada,
sul canale; prima di osservarlo di nascosto da una decina
di metri, mentre camminava lentamente lungo l'alzaia;
si era fermato, aveva acceso una sigaretta e si era
messo a fumare, pensieroso; una solitaria misteriosa figura
maschile che si faceva notare, e che induceva a chiedersi:
Chi ? Rebecca, che lo spiava nascosta dietro un cespuglio
di rovi, vide Tignor guardarsi intorno, lungo il canale dalle
acque piatte, scure e luccicanti (era deserto, non si vedevano
chiatte, nessun segno umano sul sentiero), tirare fuori
dalla tasca del cappotto un oggetto strano che lei riconobbe
all'istante, malgrado fosse avvolto in una tela: la pistola.
Soppes l'oggetto con la mano. Esit, quasi rammaricato.
Poi, con quel suo modo, lo scagli con gesto indifferente
nel canale, dove affond subito.
Rebecca pens: Ha usato quella pistola, ha ucciso qualcuno.
Ma non uccider me.
Quando si erano sposati, Tignor le aveva insegnato a guidare.
Le aveva promesso spesso di comprarle una macchina:
Una bella piccola coup per la mia piccola. Magari
una spider. Sembrava sincero, ma non aveva mai mantenuto
la promessa.
La Pontiac era parcheggiata nel vialetto, lei non osava
chiedergli di guidarla. Nemmeno per fare la spesa in citt
o per andare al lavoro. Ogni tanto, se si era svegliato presto,
o se era appena tornato a casa dopo una notte passata
fuori, l'accompagnava alla Niagara Tubing; qualche pomeriggio,
se si trovava da quelle parti, la passava a prendere
all'uscita dalla fabbrica. Ma Rebecca non poteva contare
su di lui. La maggior parte delle volte era costretta a
coprire a piedi la distanza di oltre tre chilometri, come faceva
sempre.
Non si sapeva bene come organizzarsi con Niley. A Tignor
non andava gi che stesse con Edna Meltzer - quella
vecchiaccia che ficcava il naso nei suoi affari! - ma non si
poteva pretendere che lui rimanesse a casa a badare a un
bambino di tre anni. Quando lasciava Niley con il padre,
spesso al ritorno la Pontiac non c'era e trovava il bambino
che vagava fuori casa con i vestiti sporchi e in disordine,
se non seminudo. O in pigiama e a piedi nudi, intento a
trascinare il luccicante camioncino rosso lungo il vialetto
pieno di solchi, o a giocare vicino al pozzo profondo un
metro, coperto da tavole marce, o a gironzolare nel fienile
cadente tra le sudice incrostazioni di escrementi di uccelli
accumulatesi nei decenni. Una volta si era persino spinto
sino al negozio di alimentari di Ike's.
Edna Meltzer la rassicur: Ci mancherebbe! Niley  come
un nipotino per me. E quando Tignor vuole pu passare
a prenderlo.
Inizialmente, Tignor aveva mostrato interesse per i disegni
e gli scarabocchi infantili di Niley. Per i suoi sforzi
di pronunciare le parole, sotto la guida di Rebecca. Ma
non aveva la pazienza di leggergli qualcosa, la sola lettura
a voce alta lo annoiava, se ne stava steso sul divano a fumare
e bere birra, mentre ascoltava Rebecca che leggeva a
Niley. Il piccolo pretendeva che la madre sottolineasse
con un dito le parole che stava leggendo, in modo da poterle
ripetere. Tignor comment, divertito: Che birbante!
Mi sa che  intelligente, per la sua et. Rebecca sorrise,
chiedendosi se Tignor sapesse quanti anni aveva suo figlio.
O quale fosse l'intelligenza media di un bimbo di tre
anni. A ogni modo, replic che anche lei era convinta che
fosse molto sveglio per la sua et. E aveva anche talento
per la musica.
"Talento per la musica"? E da quando?
Rebecca gli spieg che appena sentiva musica alla radio
si fermava ad ascoltare, qualsiasi cosa stesse facendo.
La musica sembrava eccitarlo. Si metteva a cantare, a
ballare. Tignor replic: Mio figlio non far il ballerino,
poco ma sicuro. Come quei negri che ballano il tip-tap.
Profer quella frase con l'enfasi provocatoria di chi intenda
fare una battuta, ma Rebecca not che il volto gli si
era indurito.
Magari non il ballerino, ma forse il pianista.
Pianista?... Che roba ? Uno che suona il piano? disse
con un sogghigno. Detestava i paroloni che usava la
moglie e quelle aspirazioni. Tuttavia ne era in qualche
modo commosso, come accadeva con i goffi disegni a matita
del figlio e i suoi tentativi di camminare veloce come
pap.
Tignor vide il foglio di carta su cui il bambino aveva
scritto a matita alcuni vocaboli: tetano, aeroplano, porpora,
puzzola. Rise, scuotendo il capo. Ges, potresti insegnargli
tutte le parole di quel dannato dizionario, cos.
Niley ama le parole. Gli piace pronunciarle anche se non
conosce ancora l'alfabeto.
E perch non lo conosce?
Conosce alcune lettere.  troppo lungo per lui, ventisei
lettere.
Tignor corrug la fronte, mentre rifletteva. Rebecca sperava
che non chiedesse a Niley di recitare l'alfabeto, il piccolo
sarebbe scoppiato a piangere. Sospettava che nemmeno
Tignor lo conoscesse. O almeno, non tutte e ventisei
le lettere!
 troppo per un bambino di questa et. Tignor stava
osservando un disegno di Niley che raffigurava un cappello a forma di banana. Quella figura rappresentava il pap
(anche se Tignor non immaginava che quel mostricciattolo
grassoccio maldestramente disegnato fosse lui) con una
banana gialla sulla testa, grande met della figura.
Pi tardi, mentre si aggirava irrequieto per la vecchia casa,
al piano di sopra dove Rebecca teneva le sue cose, con
suo grande imbarazzo Tignor trov dei fogli di carta dove
lei segnava degli appunti e altri con degli scarabocchi.
Per lo pi si trattava di liste di vocaboli trascritti dal
dizionario e fogli strappati da testi scolastici di biologia,
matematica e storia. Tignor lesse a voce alta, divertito:
Gimnosperme... angiosperme. Che diavolo sono queste...
sperme?. La guard in modo strano, fingendo disappunto.
Clorofilla... cloroplasti... fotosintesi. Aveva difficolt a
pronunciare le parole, e arross. Cranio... vertebra...
pelvi... femore...
Quest'ultima parola l'aveva pronunciata con un grugnito
disgustato, feeemore.
Rebecca gli strapp i fogli dalle mani, punta sul vivo.
Tignor scoppi a ridere. Come una scolaretta, eh? Insomma,
quanti diavolo di anni hai?
Rebecca non rispose. Era sconcertata, temeva che prendesse
il vocabolario e lo gettasse nella stufa.
Il suo dizionario! La cosa pi personale che avesse.
Con un grugnito, Tignor si chin per raccogliere un foglio
caduto. Rebecca vi aveva segnato con una grafia obliqua
e svogliata inclinata verso il basso:
Chi sono? Amici tuoi?
Tignor la stava fissando torvo. Rebecca si spavent.
No. Non sono nessuno, Tignor. Solo... dei nomi.
Tignor sbuff, con aria derisoria, appallottol il foglio di
carta e lo scagli addosso a Rebecca, colpendola al petto.
Era un colpo innocuo, troppo lieve per far male, eppure la
lasci senza fiato, come se le avesse sferrato un pugno.
Ma Tignor non era di malumore. Rebecca lo sent ridere
tra s e fischiettare mentre scendeva le scale.


44.

Mamma, che c'?
Niley l'aveva vista premersi i pugni sulla fronte. Aveva
gli occhi chiusi, arrossati.
La mamma prova vergogna.
"Veggogna?"...
Le si avvicin per darle una carezza sulla fronte accaldata.
Era accigliato, aveva quella sua espressione di bambino
invecchiato.
Dannazione, perch non aveva nascosto quei fogli! Anzi,
perch non li aveva buttati!
Quando Tignor era a casa doveva tenere quella vecchia
bicocca che cadeva a pezzi il pi pulita, ordinata e "lustra"
possibile. Come le stanze di un buon albergo.
Tutto in ordine. Senza indumenti buttati qua e l. (Rebecca
metteva a posto i vestiti e le cose di Tignor senza fiatare.)
L'ironia era che aveva smesso di pensare a Hazel Jones.
All'uomo con il panama. A quello sguardo insistente. Le
sembrava accaduto tanto tempo prima, un avvenimento remoto
e improbabile come quelli dei libri illustrati di Niley.
Perch a qualcuno dovrebbe fregargliene di te, piccola?
La voce beffarda di un uomo. Non era sicura a chi appartenesse.
Niley stava male. Una brutta infreddatura, che era degenerata
in influenza.
Rebecca gli misur la temperatura: quasi trentanove di
febbre.
La mano tremante, tenendo il termometro alla luce.
Tignor? Dobbiamo chiamare il dottore.
Un dottore dove?
Era una domanda insensata. Tignor sembrava confuso,
scosso.
Ma prese Niley, lo avvolse in una coperta e lo mise in macchina.
Port Rebecca e Niley da un medico a Chautauqua
Falls, e li aspett in macchina, fumando. Le aveva dato cinquanta
dollari per la visita, ma non era voluto entrare. Rebecca
pens: Ha paura. Della malattia, di ogni tipo di debolezza.
Prov rabbia nei suoi confronti. Le aveva ficcato in tasca
una banconota da cinquanta dollari, a lei, la madre del
bambino malato. Non gli avrebbe restituito il resto, l'avrebbe
nascosto nell'armadio.
Tignor era spesso via da casa. Ma non si assentava pi di
due o tre giorni consecutivi. Rebecca comprese che aveva
perso il lavoro alla fabbrica di birra. Ma non poteva chiederglielo,
si sarebbe infuriato. Non poteva supplicarlo di aprirsi
con lei: Che ti  successo? Perch non ti confidi mai con me?
Quando torn alla macchina con Niley, un'ora dopo, Tignor
era in piedi, appoggiato sul cofano, intento a fumare.


45.

Prima che alzasse lo sguardo su di lei, Rebecca pens:
Quest'uomo non lo conosco!
Lo rassicur subito: Niley ha solo un po' d'influenza,
Tignor. Il dottore dice di non preoccuparci. Ha detto....
Ti ha prescritto delle medicine?
Ha detto che basta qualche aspirina per bambini. Ne
ho qualcuna a casa, gliele ho gi date.
Tignor inarc le sopracciglia. Niente di pi forte?
 solo un'influenza, Tignor. L'aspirina  abbastanza
forte.
Meglio cos, tesoro. Altrimenti spaccher la testa a
quel "piscia-tra".
Lo disse con aria di sfida, come uno spaccone. Rebecca
si chin a baciare la fronte febbricitante di Niley, per consolarlo.
Tornarono verso Four Comers. Rebecca teneva Niley in
braccio, seduta davanti accanto a Tignor, che se ne stava
in silenzio perso nei suoi pensieri, come a smaltire un misterioso
insulto. Possiamo stare tranquilli, Tignor. Il dottore
 stato molto gentile.
Rebecca si appoggi lievemente a lui. Prov piacere al
contatto con la sua pelle calda, tesa. Un brivido di gioia
che non provava da tempo.
Il dottore ha detto che Niley  un bambino molto sano.
Sta crescendo bene, ha buoni riflessi. Ha auscultato il
cuore e i polmoni con lo stetoscopio. Fece una pausa, sapendo
che Tignor stava ascoltando quelle notizie confortanti.
Tignor guid qualche altro minuto in silenzio, ma si
stava calmando, sciogliendo. Guard Rebecca, la sua piccola.
La sua zingarella. Infine le strinse una coscia, abbastanza
forte da farle male. E poi scompigli i capelli umidi
di Niley in un gesto affettuoso.
Ehi, voi due: vi voglio bene.
Vi voglio bene. Era la prima volta che Tignor diceva loro
una cosa del genere.
E cos pens: Non lo lascer mai.
"Ci vuole bene. Ama suo figlio. Non ci far mai del male.
 solo un po'... A volte..."
Aspettava? Tignor stava aspettando?
Ma cosa?
Non si rasava pi ogni giorno. Non indossava pi abiti
eleganti come un tempo. Non si faceva pi tagliare regolarmente
i capelli dal barbiere di qualche hotel. Non portava
pi i vestiti a lavare e stirare negli alberghi. In passato
spendeva denaro per migliorare il proprio aspetto pur
non essendo pignolo o particolarmente esigente. Adesso
portava la stessa camicia parecchi giorni di fila. Dormiva
con la biancheria intima. Lasciava calzini sporchi in ogni
angolo della stanza da letto, che lei ritrovava. ,
Naturalmente Rebecca doveva lavare e stirare i suoi indumenti.
Lui non notava che lavasse in casa gli abiti che
andavano smacchiati a secco.
Quella dannata vecchia lavatrice che Rebecca era costretta
a usare! Pessima quasi quanto quella della madre.
Si guastava in continuazione, allagando il pavimento di
linoleum con acqua saponata. E poi doveva stirare, o almeno
ci provava, le camicie di cotone bianche di Tignor.
Era un'incombenza gravosa, le doleva il polso. Era sgradevole
come il lavoro alla Niagara Tubing, anche se non
doveva sopportare quegli odori nauseanti. Ma' le aveva
insegnato a stirare, ma solo panni lisci, lenzuola, asciugamani.
Le poche camicie di pa' le stirava lei, la fronte aggrottata,
con cura maniacale come se tutta la sua vita, le
sue aspirazioni di donna fossero riposte nella camicia da
uomo stesa davanti a lei.
Ges. Un'handicappata cieca farebbe meglio.
Tignor stava esaminando una delle sue camicie. Il ferro
aveva lasciato delle grinze sul colletto. Ma' le aveva spiegato:
Il colletto  la parte pi difficile, all'attaccatura delle spalle.
La parte davanti, il retro e le maniche sono facili.
Oh, Tignor. Mi dispiace.
Non posso indossare questa merda! La devi rilavare e
stirare di nuovo.
Rebecca gli prese la camicia dalle mani. Era di cotone
bianco con le maniche lunghe. Ancora calda di ferro. Non
c'era bisogno di lavarla di nuovo, bastava metterla in ammollo
e appenderla ad asciugare, la mattina dopo avrebbe
riprovato a stirarla.
Ma quando Tignor usc, rimase in silenzio, imbronciata.
Dannazione, non bastavano le otto ore di lavoro in quella
dannata fabbrica, le faccende domestiche che doveva sbrigare,
la cura che si prendeva di lui e di Niley?
Questa fabbrica. Quanto ti pagano? le domand a bruciapelo
Tignor. Ma Rebecca intuiva che aveva in animo di
chiederglielo da tempo.
Esit, ma poi glielo disse.
(Se avesse mentito, l'avrebbe scoperto. E allora avrebbe
immaginato che stava cercando di mettere dei soldi da
parte.)
Cos poco? Per quaranta ore settimanali? Cristo.
Era offeso, come se avesse ricevuto un insulto.
Tignor, lavoro nell'officina meccanica. Non ho esperienza.
Non vogliono donne.
Si era sul finire di ottobre. Il cielo era d'un blu cobalto,
come la lama d'acciaio di un coltello. A mezzogiorno l'aria
era insopportabilmente fredda. Suo malgrado, a Rebecca venne in mente: Come faremo a resistere un intero inverno
in questa vecchia topaia?
Soffriva la mancanza di Tignor quando lui era lontano,
ma adesso che viveva con loro aveva nostalgia dell'antica
solitudine.
E poi aveva paura di lui: la sua presenza fisica, gli scatti
d'ira, gli occhi che sembravano quelli d'un cieco che d'improvviso
avesse recuperato la vista, e a cui non piacesse
quello che vedeva.
Tignor aveva preso l'abitudine di passarsi le mani sulla
testa deturpata dalla cicatrice, in un gesto d'impazienza. I
capelli gli erano lentamente ricresciuti, ma meno folti. La
sua capigliatura aveva perso l'originalit che la caratterizzava;
adesso aveva capelli sottili, flosci, d'un castano scolorito,
sul cranio ossuto.
Tignor provava vergogna per Rebecca, di lei e di se stesso
in quanto suo marito, e per un lungo, trepido attimo non
riusc a parlare. Poi, quasi sputacchiando le parole, biascic:
Te l'ho detto, Rebecca. Non dovrai lavorare pi, te l'ho promesso
il giorno che siamo andati a Niagara Falls. Ricordi?.
Pronunci quelle parole in tono quasi supplichevole.
Rebecca avvert uno slancio d'amore per lui, sapeva di
doverlo confortare. Tuttavia replic:
Hai detto che non avrei pi lavorato in albergo. Ecco
cos'hai detto.
Dannazione, intendevo qualsiasi lavoro. Lo sai bene che
cazzo volevo dire.
Stava perdendo la calma. Lo sapeva, lo sapeva! Non
doveva provocarlo. Ma non riusc a fermarsi:
Ho trovato questo lavoro alla Niagara Tubing solo
perch io e Niley avevamo bisogno di soldi. Un bambino
ha bisogno di vestiti, Tignor. E di cibo. E tu non c'eri, Tignor,
non avevo tue notizie...
Stronzate. Ti ho mandato dei soldi. Te li ho spediti per
posta.
No. Non l'hai fatto.
Ricordi male. Stai mentendo.
Rebecca sapeva riconoscere i segnali di pericolo, non
doveva aggiungere altro.
Tignor and via, infuriato. Sentiva i suoi passi. Le risuonavano
nella testa. Anche Jacob Schwart, convinto che
la sua ira avesse una giustificazione, strascinava i piedi,
sbattendo i tacchi degli stivali. Quegli stivali che dopo la
morte che si era inflitto dovettero essere tagliati per poterglieli
sfilare, come zoccoli incarniti nei piedi.
Jacob Schwart: un uomo, in casa sua. Un uomo, un capofamiglia.
Che camminando in quel modo manifestava
il suo disappunto.
Sta in fabbrica? Questo tizio?
Rebecca sgran gli occhi, sconcertata. Tignor era l davanti
a lei: non era andato via?
Un capo officina? Un pezzo grosso di qui? Un capoccia?
Rebecca si sforz di sorridere. Credeva che Tignor la
volesse solo stuzzicare, non faceva sul serio. Ma poteva
diventare pericoloso.
Continu: Diavolo, no, non un capoccia. Uno di quei
testa di cazzo con una Caddie. Proprio tu. Guardati. Eri
maledettamente bella. Avevi un sorriso allegro, da ragazzina.
Dov' finito? Adesso ti fai sbattere da tutti, magari
per terra. Sento il suo odore su di te, quella puzza di gomma
bruciata e di sudore di negro.
Rebecca indietreggi.
Tignor, per favore. Non parlare cos, Niley potrebbe
sentire.
Lascia che senta! Deve sapere che quella stronza piena
di boria di sua madre  una p-u-t-t-a-n-a.
Tignor, non lo pensi, vero?
No, eh? Non lo "penso" cosa, piccola?
Quello che hai detto.
E cos' che ho detto? Dimmelo un po'.
Sforzandosi di non balbettare, Rebecca disse: Io ti amo,
Tignor. Non conosco altri uomini a parte te. Non c' mai
stato nessun uomo a parte te. Dovresti saperlo! Non ho
mai....
Niley era accucciato accanto al divano, stava ascoltando.
Avrebbe dovuto essere gi a letto.
Tignor aveva passato la notte a giocare a poker con degli
amici a Chautauqua Falls. Dove, esattamente, Rebecca
non lo sapeva. Lui aveva solo detto che "ne era dannatamente
valsa la pena", e in fondo era di buon umore.
Certo che lo era. Vaffanculo, non voleva certo guastarselo.
Si lasci cadere pesantemente sul divano. Si mise Niley
in braccio. Sembrava non far caso, o forse ne era divertito,
al modo in cui il bimbo sobbalzava al contatto con le sue
dita ruvide e forti.
Quel giorno non si era rasato. Un'ispida peluria grigia
riluceva sulle guance. Sembrava un gigantesco predatore
degli oceani in un libro illustrato: Niley lo fissava stupito.
Gli occhi di pap erano iniettati di sangue, aveva le maniche
della camicia arrotolate sui bicipiti. Gocce di sudore
luccicavano sulla pelle, che sembrava composta da una
miriade di strati sovrapposti, lievemente sfalsati.
Niley, piccolo mio! Dillo a pap,  venuto qualcuno a
casa a trovare la mamma?
Niley lo guardava come se non avesse capito. Tignor lo
scroll.
Un uomo? Qualche uomo? Forse la notte? Quando dovevi
dormire e invece eri sveglio? Dillo a pap.
Niley scosse timidamente il capo.
Che significa? No? ,
No, pap.
Lo giuri? Mi venga un colpo se non  vero?
Niley annu, con un sorriso incerto.
Nemmeno una volta? Non  mai entrato un uomo a
casa? Eh?
Niley era sconcertato, cominciava ad avere paura. Rebecca
moriva dal desiderio di levarglielo dalle mani.
Tignor insist: Mai un uomo? Proprio mai? Nessun
uomo, mai mai? Non ti sei mai svegliato e hai sentito
qualcuno qui? La voce di un uomo, eh?.
Niley cercava di rimanere fermo. Non guardava Rebecca,
se l'avesse fatto sarebbe scoppiato in lacrime, invocandola.
Guardava Tignor, tremante, le palpebre socchiuse.
Rebecca sapeva cosa stava pensando: le voci della radio?
Era a quelle che pap si riferiva?
Niley articol in un bisbiglio un suono che sembrava
un s. Quasi impercettibile, implorante.
Tignor disse bruscamente: Un uomo? Eh? Qui?.
Rebecca gli tocc la mano, che serrava l'esile spalla del
bambino. Tignor, lo stai spaventando. Sta pensando alla
radio.
Radio? Quale radio?
La radio. Le voci della radio.
Diavolo, me l'ha detto, piccola. L'ha spifferato.
Tignor, non ci crederai sul serio. Tu...
Niley ha ammesso che c' stato un uomo qui. Ha sentito
la sua voce. L'uomo della mamma.
Rebecca cerc di ridere, quella poteva essere solo una
battuta.
Aveva una sensazione di catastrofe imminente. Come
se stesse camminando su un sottile strato di ghiaccio sul
punto di cedere.
 la radio, Tignor! Te l'ho detto. Niley vuole ascoltarla
giorno e notte, ed  convinto di sentire te nelle voci degli
annunciatori.
Stronzate.
Rebecca si rese conto che Tignor si stava divertendo.
Aveva il viso arrossato. Gli piaceva come bere. Come giocare
a poker con gli amici. Non ci aveva creduto nemmeno
un momento. Eppure pareva che non riuscisse a smettere.
Rebecca avrebbe voluto fuggire da quella stanza. Con
un gesto di ripulsa. Uscire e mettersi a correre. Ma dove?
Impossibile, non poteva lasciare Niley. All'improvviso
Tignor si alz in piedi e mise gi il bambino.
Ammettilo, piccola ebrea.
Perch mi detesti, Tignor? Io invece ti amo.
Il volto di Tignor avvamp. I suoi occhi umidi rifuggirono
il suo sguardo, imbarazzati. In quell'attimo lei colse
tutta la sua vergogna. Ma era furibondo perch lo aveva
sfidato davanti al bambino.
Sei ebrea, vero? Una zingara ebrea! Diavolo, mi avevano
messo in guardia.
"Messo in guardia"? Che vuoi dire? Chi ti ha messo in
guardia?
Tutti. Sapevano di te e di quel pazzo del tuo vecchio.
Non eravamo ebrei! Io non sono...
No? Certo che lo sei. "Schwart."
E se anche lo fossi? Che c' di male a essere ebrei?
Sul viso di Tignor si dipinse un'espressione sprezzante.
Scroll le spalle, come se si reputasse superiore a quei pregiudizi.
Non lo dico io, piccola, ma la gente. "Sporchi ebrei."
Lo senti in continuazione.  una cattiveria?  scritto sui
giornali. Sui libri.
La gente  ignorante. Dice un sacco di assurdit.
Ebrei, negri. Un negro  la creatura pi prossima a una
scimmia, ma l'ebreo  sin troppo intelligente quando si
tratta del suo fottuto profitto. Sono degli spilorci: ti fregano
il portafoglio, ti accoltellano alla schiena e ti fanno causa!
Deve pur esserci qualche dannata buona ragione se i
tedeschi volevano liberarsi di voi. I tedeschi sono una razza
maledettamente furba.
Accompagn quelle parole con una risata sguaiata. Rebecca
pensava che Tignor non credesse veramente a quelle
assurdit. Per non riusciva a fermarsi, proprio come durante
l'amplesso non riusciva a smettere di vibrare i suoi
colpi e gemere come un bambino indifeso tra le sue braccia.
Rebecca ribatt supplichevole: Allora perch mi hai
sposato? Se non mi ami.
Colse un'espressione maliziosa, scaltra, sul viso di Tignor.
Un pensiero le attravers la mente: Non mi ha mai
sposato. Non siamo sposati.
Certo che ti amo. Perch diavolo sarei qui, in questa
topaia, con questo piccolo demonio, mezzo ebreo, se non
ti amassi? Stronzate.
Niley aveva cominciato a piagnucolare, e Tignor lasci
la stanza disgustato. Rebecca sperava che andasse via, lei
e Niley si sarebbero accucciati, avrebbero sentito sbattere
la porta di casa, la macchina che si allontanava in retromarcia
lungo il vialetto...
Ma Tignor non aveva intenzione di uscire. Era solo andato
in cucina a prendere un'ennesima birra nel frigorifero.
Quella sensazione di catastrofe imminente. Quando il
ghiaccio comincia a spaccarsi accade tutto troppo in fretta.
Mise subito Niley a letto. Non vedeva l'ora di farlo addormentare
e di chiudere la porta della sua stanza. Si sforzava
di credere che una volta chiusa quella porta, con Niley tranquillo
nel suo lettino, Tignor si sarebbe dimenticato di lui.
Era disorientata, come istupidita. Era accaduto tutto cos
in fretta.
Non  mio marito, non lo  mai stato. Non ho mai avuto un
marito.
La rivelazione era come una luce accecante in pieno
volto. Era nauseata, si sentiva umiliata. Eppure lo aveva
sempre saputo.
Gi allora, in quella squallida casa in mattoni a Niagara
Falls. Quel matrimonio frettoloso officiato da un conoscente
di Niles Tignor, presunto giudice di pace. Lo sapeva.
Stava rimboccando le coperte a Niley, ma il bambino si
aggrapp a lei. Non piangere! Cerca di non piangere! Se
proprio devi farlo, metti la faccia sul cuscino. Pap si arrabbia
quando ti sente piangere, pap ti vuole tanto bene.
E rimani qui a letto. Non scendere. Qualsiasi cosa senti,
Niley. Rimani a letto e non scendere. Me lo prometti?
Niley era troppo scosso per promettere alcunch. Rebecca
spense la lampada a forma di coniglio sul comodino
e usc dalla stanza.
Da quando Tignor era tornato, il bambino non dormiva
pi con la luce accesa. La radio non stava pi sul davanzale
ma di nuovo in cucina, dove, quando Tignor era in
casa, veniva accesa solo una volta al giorno, per ascoltare
il radiogiornale della sera.
Era sua intenzione precedere Tignor, intercettarlo prima
che entrasse in camera da letto. Ma lo trov gi l, tutto
scarmigliato, lo sguardo fisso, con una bottiglia di birra
schiumosa stretta in pugno.
L'hai nascosto, eh? Fai in modo che abbia paura di suo
padre.
Rebecca cerc di spiegargli che a quell'ora andava sempre
a letto. Anzi, si era fatto sin troppo tardi.
Me lo stai mettendo contro, vero? Sin dall'inizio.
Rebecca scosse la testa, no!
 cos. Ecco perch ha tanta paura di me.  nervoso come
un cane preso a calci. Io non ho mai alzato una mano
su di lui.
Rebecca era in piedi, immobile, lo sguardo fisso su una
chiazza del pavimento.
Non assentiva n lo contraddiceva. Non opponeva resistenza,
ma non lo sfidava.
Come se non lo amassi, lui e te. Come se non stessi facendo
un dannato buon lavoro. Questo  il ringraziamento.
Parlava con voce offesa, mentre cercava qualcosa nella
tasca con gesti impacciati e frettolosi. Prese il portafogli
e armeggi per tirare fuori delle banconote. Zingarella!
Vuoi sempre soldi, eh? Come se non provvedessi abbastanza.
Come se per cinque anni non mi avessi succhiato
il sangue. Cominci a gettarle addosso delle banconote,
nel modo che Rebecca detestava. Adesso era certa che
aveva mentito riguardo a Herschel, non lo aveva mai conosciuto,
se l'era inventato, era una cosa umiliante. Non
sopportava che le tirasse contro il denaro, eppure cerc di
sorridere. Persino a quel punto cerc di sorridere. Sapeva
che era importante che Tignor si considerasse divertente e
non minaccioso. Se si fosse accorto di quanto era spaventata,
si sarebbe infuriato ancora di pi.
Prendili! Raccoglili!  questo che vuoi da me, no?
Le banconote svolazzanti caddero sul pavimento, ai
suoi piedi. Rebecca accentu il sorriso, cos come Niley
aveva sorriso terrorizzato davanti al pap che lo assillava.
Sapeva di dover in qualche modo recitare. Doveva umiliarsi
ancora una volta, per proteggere il bambino. Ormai
non badava pi a s, era esausta. Non voleva essere una di
quelle madri (ogni tanto se ne sentiva parlare a Milburn)
incapaci di proteggere i propri figli dal male. Sembra sempre
cos facile, persino ovvio: Per amor del cielo, perch non
ha preso i bambini, perch non  scappata per chiedere aiuto, perch
ha aspettato fino a quando era troppo tardi, eppure adesso
che stava capitando a lei comprese quella strana inerzia, il
desiderio che la tempesta si placasse, che la furia del maschio
si esaurisse e cessasse. Perch Tignor era ubriaco fradicio,
non si reggeva in piedi. Gli occhi iniettati di sangue
si aggrappavano ai suoi, offesi, pieni di vergogna. Ma era
pervaso da un'ira violenta, che aveva bisogno di sfogo.
Fingendo un tono amorevole, l'apostrofava: Zingarella.
Puttana.
Accartocciava biglietti di banca e glieli gettava in faccia.
Gli occhi di Rebecca s'inumidirono, era come cieca.
Che c'? Troppo orgogliosa? Adesso li guadagni da te i
soldi, no? Da dietro? Aprendo le gambe?  cos?
Aveva appoggiato la bottiglia di birra sul pavimento e
non si era accorto di averla rovesciata. Agguant Rebecca,
ridendo mentre cercava di infilarle un rotolo di banconote
nella camicetta. Le tir gi i pantaloni di velluto a coste,
lisi alle ginocchia e sul sedere. Erano indumenti che indossava
per andare in fabbrica, non aveva avuto tempo di
cambiarsi. Lui continuava a infilarle le banconote nei calzoni,
nelle mutandine, tra le gambe, mentre lei lottava per
divincolarsi. Le faceva male, con le grosse dita che raspavano
nella vagina. Visto che rideva, Rebecca pens: Se ride
non  arrabbiato. Non mi far del male, se ride.
Sperava disperatamente che Tignor non sentisse Niley
che invocava Mam-ma!
Quando smise, Rebecca sper che l'incubo fosse finito,
ma all'improvviso avvert come un'esplosione alla tempia.
Si ritrov a terra, stordita. Qualcosa l'aveva colpita alla
testa. Non si era resa conto che Tignor le aveva sferrato
un pugno.
Si stagliava su di lei, pungolandola con il piede. Le insinuava
la punta della scarpa tra le gambe, mentre lei si dibatteva
per il dolore. Eh, piccola? Ti piace, vero? Rebecca
era troppo intontita per reagire come lui desiderava;
perse la pazienza e le si sedette sopra a cavalcioni. Adesso
era furibondo, inveiva contro di lei. Rebecca non riusciva a
capacitarsi di quella furia. Non avevano litigato, non aveva
fatto niente per provocarlo. Le serr le mani attorno al
collo, per spaventarla. Intendeva darle una lezione. Cos
avrebbe imparato a umiliarlo davanti al figlio! Le sbatt la
testa contro il pavimento, una, due, tre volte. Rebecca stava
soffocando, in procinto di perdere conoscenza. Ma anche
in quei momenti terribili sentiva un refolo di aria fresca
proveniente dall'assito, dalla cantina sottostante. Adesso il
bambino gridava, nella stanza accanto, sapeva che l'uomo
l'avrebbe incolpata anche di quello. Adesso ti uccider, non
riesce a fermarsi. Come chi si avventuri su una sottile lastra
di ghiaccio, certo di poter tornare indietro quando vuole,
sentendosi al sicuro fino a quando ritiene di avere una via
di fuga, pur terrorizzata pensava che si sarebbe presto fermato,
certo che si sarebbe fermato, non si era mai spinto
cos lontano, non le aveva mai fatto tanto male sino ad allora.
C'era un patto tra loro - o no? - lui non l'avrebbe mai
ferita gravemente. La minacciava, ma non l'avrebbe mai
fatto. Eppure la stava strozzando, le ficcava le banconote
in bocca, cercava di fargliele ingoiare. Non aveva mai fatto
niente del genere prima d'allora, era un comportamento
del tutto inusitato. Rebecca non riusciva a respirare, stava
soffocando. Lott per salvarsi la vita, in preda al panico.
L'uomo la derideva. Ges! Cagna! Puttana! Era furibondo,
il suo corpo emanava un calore straordinario.
In tutto, le percosse andarono avanti per quaranta minuti.
In seguito lei si convinse di non aver mai perso conoscenza.
Ma a un certo punto Tignor cominci a scuoterla. Ehi!
Cos'hai, troia. Svegliati!
La tir su in piedi, cercando di sorreggerla. Ma anche
lui barcollava, come sul ponte beccheggiante di una nave.
Andiamo! Smettila di fare la commedia.
Rebecca non si reggeva in piedi. Per un attimo, come in
un lampo, nutr la speranza che se fosse caduta a terra Tignor
avrebbe infine avuto piet di lei, e l'avrebbe lasciata
strisciare via come un cane bastonato. In qualche modo, in
quell'istante, ebbe la sensazione che ci fosse gi accaduto.
Si sarebbe nascosta sotto la scalinata, o in cantina. Si
sarebbe trascinata nella cisterna (era asciutta, le grondaie
e i pluviali della vecchia casa erano tutti arrugginiti e l'acqua
piovana non si accumulava) e si sarebbe rannicchiata,
e non avrebbe testimoniato contro di lui nemmeno se l'avesse
uccisa. Mai!
Ma non era strisciata via. Si trovava ancora in quella
stanza. Un ambiente illuminato, non buio come la cantina.
Lo vide attraverso la trama della stoffa: il letto accuratamente
rifatto con la coperta non ancora rimboccata per la
notte, come era invece solita fare con minuziosit da cameriera;
il tappeto tondo dal tessuto ruvido color oro scuro
acquistato per 2 dollari e 98 centesimi a Chautauqua
Falls, durante i saldi invernali; i fiori finti sistemati sul
com che sarebbero tanto piaciuti alla signorina Lutter. Tignor
grugniva: Svegliati! Apri gli occhi! Ti rompo il culo
se.... La scuoteva, sbattendola contro il muro. I vetri delle
finestre vibravano per i colpi. Era caduto qualcosa a terra,
rotolava sul pavimento, lasciando una scia di schiuma.
Rebecca sarebbe scivolata gi come una bambola di pezza,
ma l'uomo la teneva ferma, schiaffeggiandola.
Rispondimi! Umiliare un padre davanti al figlio.
La trascin sul letto. Aveva gli indumenti strappati,
stranamente bagnati. La camicetta era aperta. Lui si sarebbe
infuriato a vederle i seni, doveva coprirsi. La sua
carne nuda di donna l'avrebbe reso ancora pi furibondo.
Tignor la sbatt sul letto e armeggi per sfilarsi i pantaloni.
L'accusava, quella stupida troia, di non saper stirare
nemmeno un paio di pantaloni. In quella fattoria a Poor
Farm Road Niles Tignor si era smarrito. Aveva perduto la
sua virilit, la sua dignit. Le camicie erano stirate male, i
colletti tutti grinzosi. Una storpia cieca avrebbe fatto di
meglio!
Niley stava tirando le gambe di pap, gridandogli di
smetterla.
'Sto stronzetto.
Rebecca se ne rese conto troppo tardi: aveva commesso
un errore imperdonabile. Il peggior errore che una madre
possa commettere. Aveva messo in pericolo suo figlio per
la sua stupidit e imprudenza.
Dalla bocca e dal naso del bimbo zampill un fiotto di
sangue vivo.
Rebecca implor l'uomo che le stava seduto sopra a cavalcioni:
di non picchiare Niley, di picchiare lei.
Non lui: lei.
Piccolo piagnucolone! Con un braccio Tignor sollev
da terra il bimbo che piangeva e lo scagli contro il muro.
Niley smise di piangere. Giaceva inerte, nel punto in
cui era caduto. Anche Rebecca, sul letto, giaceva ferma.
Un lembo della coperta le copriva il viso. Non vedeva
pi, il cervello sembrava sul punto di spegnersi. Non riusciva
a respirare con il naso, qualcosa ostruiva il passaggio
dell'aria. Come un pesce con la bocca aperta aspir
l'aria dalla bocca, in uno sforzo supremo. Ma ci sentiva,
l'udito era acuito.
Accanto a lei un uomo che ansimava violentemente. Un
rumore gorgogliante nella gola. Adesso che aveva smesso
di resistergli, Tignor aveva perso interesse. Era stramazzato
sul letto accanto a lei. Si addorment tra le lenzuola
sgualcite e insanguinate.


46.

Era come scivolare sotto la superficie dell'acqua: Rebecca
sveniva e riprendeva conoscenza. Sembr che fosse
passato un secolo prima che trovasse la forza di svegliarsi
del tutto e alzarsi. Si muoveva lentamente, impacciata, temeva
che Tignor si destasse e l'afferrasse per il braccio. Le
pareva quasi di udire le sue parole: Troia! Dove stai andando!
Ma Tignor non si svegli, Rebecca era salva. Si avvicin
al bambino, svenuto sul pavimento. Lei sanguinava
dal viso e aveva l'occhio sinistro pesto. Lo vedeva a malapena,
eppure lo sapeva: non si era fatto niente. Presto si
sarebbe ripreso, anche lui era salvo, non aveva riportato
ferite gravi. Non poteva essere. Suo padre lo amava, non
avrebbe voluto fargli del male.
Gli sussurr nell'orecchio. Era al sicuro, la mamma era
l con lui. Ma non doveva pi piangere.
Niley aveva il respiro irregolare e affannoso. La testa
piegata in avanti ad angolo acuto. Si  spezzato il collo,
pens Rebecca, pur sapendo che non poteva essere, e infatti
non era cos. Si sentiva debolissima, eppure prese in
braccio Niley e barcollando lo port fuori dalla stanza.
Respirava, non aveva riportato ferite gravi. Ne era certa.
Intontita com'era, non avrebbe creduto possibile raggiungere
la cucina, eppure ci prov, senza far cadere Niley.
In quell'ambiente pi illuminato si accorse che il bambino
perdeva sangue dal viso, tutto gonfio; aveva una
brutta ferita all'altezza dell'attaccatura dei capelli, sanguinante;
non aveva il consueto colorito roseo, ma era bianco
come la cera, con una sfumatura bluastra. Aveva le palpebre
socchiuse e, sotto, gli occhi sbarrati, ma incapaci di vedere.
Come gli occhi vitrei di una bambola quando le si
aprono le palpebre con un dito.
Niley. La mamma  qui con te.
Era vivo, respirava, cominciava a muoversi, piagnucolando,
tra le sue braccia.
Va tutto bene, tesoro. Riesci ad aprire gli occhi?
Le braccia esili, le gambe: non sembravano rotte.
Femore, clavicola, bacino: non erano fratturati.
Cranio... Nemmeno il cranio.
Oh, come sperava che fosse cos! Lo palpeggiava, accarezzava
le gambe e le braccia che si muovevano appena,
la testa abbandonata contro il suo petto. Come faceva a
escludere che avesse una frattura cranica? No, non poteva
esserne certa.
Si sciacqu il viso e lav quello di Niley. Il bambino era
intontito ma desto. Per fortuna non aveva la forza di piangere
forte. Rebecca si ripul le mani, le braccia e il petto
imbrattati di sangue. Di tanto in tanto si fermava in ascolto,
temendo che Tignor si svegliasse e venisse a cercarli.
Ma per il momento la furia si era placata.
Da settimane aveva preso la decisione di lasciarlo, eppure
non aveva agito. Adesso era disperata, e doveva farlo.
Non sapeva dove andare, non poteva rischiare di commettere
un passo falso che avrebbe fatto ripiombare lei e
Niley fra le grinfie di Tignor.
Non dai Meltzer. E nemmeno alla polizia di Chautauqua Falls.
La polizia mai! Come gi il padre, nutriva una certa diffidenza
e avversione nei confronti degli sbirri. Era convinta
che quegli uomini, cos simili a Niles Tignor, avrebbero
preso le difese dell'uomo, marito e padre. Non avrebbero
protetto lei e Niley.
Niley giaceva sul pavimento della cucina, gli aveva
messo un asciugamano sotto la testa. Si era ripreso, il respiro
quasi del tutto normalizzato. Non era pi emaciato,
il viso aveva riacquistato un certo colorito.
Lo avrebbe portato subito in macchina, non avrebbe
perso tempo a cambiarlo. Non gli avrebbe nemmeno infilato
una giacchetta, l'avrebbe avvolto in una coperta.
Le sembrava di averlo gi fatto: avvolgere Niley in una
coperta, portarlo in macchina, sistemarlo sul sedile posteriore.
Avrebbe dormito l.
Torn in camera; Tignor era steso sul letto come l'aveva
lasciato, russava. Rebecca non immaginava di avere un tale
coraggio, di essere cos spericolata o cos disperata da rientrare
in quella stanza degli orrori, dove si fiutava ancora il
suo terrore, ma non poteva fare altrimenti. La sua fuga passava
da Tignor, non aveva scelta, doveva frugargli nelle tasche
dei pantaloni per prendere le chiavi della macchina.
Lui non si mosse, dormiva della grossa. La bocca sembrava
quella di un bambino, dischiusa per respirare. Gli
occhi erano come quelli di Niley, socchiusi, si intravedeva
il bianco, dalla sfumatura malsana.
Come russava! Rebecca l'aveva sempre considerato un
sintomo di vigore, di salute animalesca, sorridendo quando
gli era stesa a fianco negli innumerevoli letti dove avevano
dormito. Per pi di cinque anni, aveva dormito accanto
a quell'uomo. Lo aveva sentito russare, aveva udito
il suo respiro pi tranquillo. Com'era attenta a ogni minimo
segnale del suo corpo, che l'affascinava come se fosse
un altro aspetto dell'anima di Tignor, che lei conosceva
pi di quanto non conoscesse lui stesso.
Adesso che la furia dell'uomo si era placata, Rebecca la
sent ravvivarsi in lei.
Aveva le chiavi. Adesso erano sue.
Tignor giaceva sulle lenzuola spiegazzate con un'espressione
di profondo stupore, come se fosse precipitato
sul letto da una grande altezza, illeso. Poteva dormire cos
per dieci, dodici ore. Senza Rebecca a svegliarlo era persino
incapace di alzarsi e trascinarsi al bagno per urinare, se
la sarebbe fatta addosso, bagnando il letto. La mattina si
sarebbe vergognato, avrebbe provato un senso di disgusto.
Ma per quanto stupito, non avrebbe potuto farci niente.
A quell'ora, Rebecca e Niley sarebbero stati gi lontani.
Sorrise a quel pensiero! Adesso nella stanza regnava la
quiete.
Cominci a preparare le cose da portare via, con gesti
rapidi. Qualche indumento suo e di Niley, piegati e sistemati
nella valigia che le aveva regalato Tignor anni prima.
Poi raccolse tutte le banconote che riusc a trovare. Agiva
metodicamente, con determinazione. Quanti soldi! Tignor
aveva vinto parecchio a carte, voleva che lei lo sapesse.
Ma non tocc il portafogli, che giaceva sul pavimento
dov'era caduto.
Dal ripiano pi alto dell'armadio prese i soldi che aveva
nascosto e messo da parte dal mese di marzo. Ammontavano
a cinquantuno dollari. Prese anche il logoro maglioncino
con cui aveva avvolto il pezzo di acciaio lungo
quindici centimetri.
Adesso sapeva perch aveva conservato quell'arma improvvisata.
Perch l'aveva nascosta in quella stanza.
Saggi la punta d'acciaio con il pollice. Era acuminata
come una piccozza. Se avesse colpito Tignor, un colpo secco
e preciso con tutta la sua forza contro la grossa arteria
che pulsava sul collo, avrebbe potuto ucciderlo. Non sarebbe
morto subito, ma si sarebbe dissanguato. Sulla carotide.
Aveva imparato quel nome dal libro di testo di biologia.
In quel petto massiccio, in profondit, c'era il cuore,
un colpo ben assestato avrebbe potuto trapassarlo. Non
credeva di avere la forza per vibrare un fendente del genere.
Se il pezzo di acciaio colpiva l'osso, non sarebbe andato
a effetto. Se sbagliava anche di pochi centimetri, l'uomo
si sarebbe rianimato, e in un parossismo di angoscia
avrebbe potuto strapparle l'oggetto di mano e colpirla, o
ucciderla con le sue mani. Aveva il collo coperto di lividi,
aveva rischiato di morire strangolata. Colpire la carotide,
cos vulnerabile, era il modo pi facile. Eppure avrebbe
potuto mancare il bersaglio. Era eccitata, tremava per il
desiderio di farlo, ma poteva fallire.
E non era certa di voler uccidere quell'uomo, esitava.
Non poteva porre fine all'esistenza di un essere umano.
Una creatura vivente. Tuttavia voleva punire Tignor, fargli
del male. Doveva sapere quanta sofferenza aveva arrecato
a lei e al loro bambino, andava punito.
Niley la stava aspettando. Non aveva scelta, doveva fare
in fretta.
Rebecca depose il pezzo di acciaio sul letto accanto all'uomo
addormentato.
Forse capir. Che l'ho risparmiato. E capir anche perch.
Tre giorni dopo, il 29 ottobre 1959, la Pontiac di propriet
di Niles Tignor venne ritrovata, il serbatoio quasi vuoto, le
chiavi sul pavimento sotto il sedile anteriore, in un parcheggio
nei pressi della stazione degli autobus Greyhound
a Rome, New York, circa trecentoventi chilometri a nordest
di Chautauqua Falls. Nella macchina non c'era alcun biglietto,
solo diversi fazzolettini di carta sporchi di sangue
accartocciati ai piedi del sedile posteriore, uno dei quali
contenente un anello femminile: una piccola pietra sintetica
lattescente che ricordava un opale, dall'incastonatura
in argento, lievemente ossidata; e nella tasca laterale di
uno sportello una torcia con il vetro rotto, un paio di guanti
da uomo macchiati, e una cartina stradale tutta sgualcita
dello Stato di New York che il proprietario del veicolo identific
come suoi.


Parte seconda.
Nel mondo.

1.

Sin da bambino era cos perspicace da pensare:  come se
io e lei fossimo morti. E adesso non ci pu capitare pi nulla.


2.

All'inizio era un gioco. O cos credeva. Come cantare, canticchiare
tra s. In segreto. Un modo per essere felici, loro
due, insieme, non avevano bisogno di nessuno.
Conversava con degli sconosciuti, a voce bassa e fiera:
Si chiama Zacharias. Un nome biblico.  portato per la musica.
Suo padre  morto, non ne parliamo mai.
Era convinto che facesse parte del loro non-fermar si-mai.
Lei spiegava che per il momento le loro vite erano cos, un
non-fermarsi-mai. Nomi di citt, montagne, fiumi, contee,
sempre diversi. Mai nello stesso posto per pi di qualche
giorno. Oggi a Beardstown, l'indomani a Tintern Falls. Un
giorno a Barneveld, quello seguente a Granite Springs. Il
fiume Chautauqua cedeva il posto al fiume Mohawk, e
questo al Susquehanna. Lui vedeva i cartelli lungo le strade.
Ne ripeteva appassionatamente i nomi perch amava
il suono delle parole nuove che apprendeva - facevano un
effetto cos strano quando le pronunciava - ed era ansioso
di imparare a compitarli, ma i nomi cambiavano di continuo
e non riusciva a ricordarli e lei sembrava contenta cos
e anche che avesse dimenticato il suo vecchio nome
adesso che si chiamava Zack, Zack-Zack ripeteva lei abbracciandolo
forte, mentre gli diceva con solennit: Adesso
ti chiami Zack. Mio figlio Zacharias. Ringraziamo Iddio che tuo
padre - i suoi occhi si facevano vaghi, lo sguardo confuso -
sia tornato all'inferno, dove lo stavano aspettando. Rideva, gli
sollevava le mani tenendole fra le sue in quel gioco che gli
aveva insegnato quando era ancora un neonato, di battere
i palmi delle sue manine dentro le sue, facendolo ridere, e
le loro risa si univano finch non rimanevano senza fiato,
felici.
Non riusciva a rievocare le prime esperienze. Quando aveva
aperto gli occhi per la prima volta. Quando aveva tratto
il primo respiro. Quando aveva ascoltato per la prima
volta la musica, sbigottito, il battito del cuore che accelerava
per l'emozione. Quando per la prima volta lei aveva
intonato una canzone e canticchiato insieme a lui. Quando
per la prima volta avevano ballato insieme. Ma ricordava
un bar con un pianoforte, un jukebox e un pianoforte,
il jukebox era un Wurlitzer, largo, tozzo, con il vetro
istoriato offuscato da una patina di sporco, attraverso il
quale una luce sfolgorante pulsava al ritmo semplice e
cadenzato delle canzonette, e quando a tarda sera il jukebox
diventava silenzioso la mamma lo portava (insonnolito
com'era, con la testa ciondoloni!) al vecchio pianoforte
verticale Knabe con i tasti ingialliti accanto al bancone, fili
d'argento natalizi e sfilze di luci rosse, odore acre di birra,
fumo di tabacco, corpi di uomini, la mamma che diceva
con voce eccitata e squillante come una campana, in modo
che tutti sentissero: Provaci, Zack! Prova a suonare il piano,
stringendolo tra le braccia calde e forti, stringendoselo
in grembo e sulle ginocchia solide, e in quei momenti lui diventava
un bambino impacciato, un timido topolino, muto
e affranto, il sudicio sgabello troppo basso perch lui
riuscisse ad arrivare alla tastiera, uomini intorno che osservavano,
c'erano sempre degli uomini in quei caff, taverne,
bar dove lo portava la mamma, uomini che gli rivolgevano
parole cordiali di incoraggiamento: Avanti, piccolo!
Facci sentire, e l'alito di lei caldo e odoroso di birra sulla sua
nuca, tremando d'eccitazione gli sollevava le manine flessuose
e le appoggiava sulla tastiera, non importava che i
tasti d'avorio fossero ingialliti e storti e che i bordi acuminati
gli graffiassero le dita, non importava che i tasti neri
non tornassero indietro quando venivano pigiati, che il
pianoforte fosse sporco, malridotto e scordato, la mamma
sapeva dove appoggiare le mani del figlio, al centro della
tastiera, il pollice sul Do centrale, e ogni dito trovava il tasto
per istinto, era confortante sentirle dire: Ha un talento
innato, Dio lo ha voluto diverso dagli altri. A volte non riesce a
parlare bene. In quelle occasioni lei si esprimeva in modo
strano, deciso, con grande sicurezza, lo sguardo risoluto,
la bocca atteggiata a un sorriso che esprimeva una fiera
speranza, anche se quelle parole lo ferivano, lui ne percepiva
la falsit anche se credeva di capirne la logica: Abbiate
compassione di noi! Aiutateci, aveva paura per lei, non
per se stesso perch non possedeva nessun talento, era nato
senza particolari doti e nessun dio lo aveva voluto diverso
dagli altri, era per la madre che provava spavento, temeva
che gli uomini che sembravano affascinati da lei
potessero all'improvviso deriderla, ma quando cominciava
a suonare le battute e le risa degli uomini svanivano
come d'incanto, non udiva pi la voce bassa beffarda indignata
del padre nelle voci di quegli estranei, non avvertiva
pi la tensione che pervadeva il corpo della madre e
il calore che irradiava, mentre pigiava i tasti, quelli che
funzionavano, e suonava velocemente una scala, quella di
Do maggiore, eseguita con fanciullesco entusiasmo pur
non sapendo affatto che quella che stava suonando era la
scala di Do maggiore, quasi armoniosamente, con tutte e
due le mani, anche se la sinistra, una frazione di secondo
pi lenta della destra, adesso suonava degli accordi, cercando
di pigiare i tasti che funzionavano male, i tasti neri,
i diesis, i bemolle, senza cognizione di quello che faceva, ma
per gioco, il pianoforte era un gioco, questo era per Zack il
pianoforte, un gioco, quello che faceva gli sembrava giusto,
naturale, dalle profondit insondabili dello strumento (lo
immaginava pieno di fili e con una valvola fluorescente,
come una radio) scaturivano quasi miracolosamente quei
suoni meravigliosi, come se il vecchio verticale Knabe abbandonato
nell'angolo pi appartato di un caff lungo la
strada, ad Apalachin, New York, rimasto muto per cos
tanto tempo, senza che nessuno lo suonasse a parte degli
ubriachi che pestavano casualmente la tastiera, assistesse
sbigottito al suo risveglio, preso alla sprovvista.
Ecco cosa voleva dire sua madre con le parole Dio lo ha
voluto diverso dagli altri. Non si riferiva alle sue mani, mani
di bimbo che brancolavano alla cieca, ma ai suoni del pianoforte,
che percepiva con tutta l'anima, come nessun altro
suono. Sin dalla prima infanzia ascoltava la musica alla
radio, anche esecuzioni pianistiche, ma non era paragonabile
ai vividi misteriosi suoni che nascevano all'improvviso
dalle sue dita. Rimaneva a bocca aperta per la meraviglia,
impressionato. Sorrideva, era una gioia immensa.
Scoprire il modo in cui le singole note si fondevano tra loro
come se le sue dita fossero dotate di una propria volont.
Si lasciava intimidire dagli sconosciuti e i locali lungo
la strada dove sua madre lo portava erano affollati
esclusivamente da sconosciuti, la maggior parte uomini che
lo fissavano con gli sguardi vitrei e indifferenti dei maschi
verso i figli degli altri. Ma adesso aveva catturato la loro
attenzione. Perch stava scoprendo, nel dedalo di tasti ingialliti,
deformati, che non rispondevano al suo tocco, uno
strumento in grado di permettergli di suonare una sequenza
di note armonicamente legate che non immaginava
risultassero subito familiari all'orecchio di quegli
sconosciuti, come quelle di Footprints in th Snow di Bill
Monroe che lui aveva pi volte sentito al jukebox in quello stato irreale di dormiveglia, con la testa poggiata sul
cappotto della madre ripiegato su uno dei tavoli del caff;
non poteva sapere che la successione delle note che stava
suonando era una canzone composta ed eseguita da individui
a lui sconosciuti e che quelli che lo stavano ascoltando
si chiedevano meravigliati: Ges, come fa? Un bambino
cos piccolo, non prende lezioni, vero?.
Lui non li sentiva. Teneva gli occhi chiusi per la concentrazione.
Le dita della mano destra suonavano a orecchio
il motivo principale come se gi lo conoscesse, le dita della
mano sinistra, pi deboli, scandivano gli accordi, riempivano
gli intervalli. Suonare. Giocare. Quella era la felicit!
Le note del vecchio pianoforte che fluivano da lui,
dalle dita, dalle mani, dal tronco, come corrente elettrica.
Chiedigli se sa suonare Cumberland Breakdown.
La mamma rispose di no. Sapeva suonare solo le canzoni
che sentiva al jukebox.
Rocky Road Blues? Quella c' nel jukebox.
Stava scoprendo che poteva eseguire un gruppo di note
e ripeterle come un'eco, in una tonalit diversa: pi alte o
pi basse di un semitono. Poteva mutare il tema suonando
le note pi velocemente o rallentando o accentuando
certe note piuttosto che altre, eppure il tema era sempre
riconoscibile.
Naturalmente non riusciva a coprire un'ottava, aveva le
mani troppo piccole. E naturalmente non arrivava ai pedali.
Non aveva idea di dove fossero. Nemmeno la madre
lo sapeva. I suoni venivano fuori staccati, spezzati. Non
era la musica dal ritmo fluido che si ascoltava alla radio.
Gli uomini, dapprima attratti dal bambino che suonava
il pianoforte, cominciarono a perdere interesse e a disperdersi.
Di l a poco risuonarono di nuovo le loro voci, quelle
risate stridule.
Un uomo rimase, si avvicin. Mise il piede sul pedale
destro e lo premette. Immediatamente i suoni staccati fra
di loro si fusero.
Ci vuole il pedale. Usalo.
Era un uomo, uno sconosciuto. Ma diverso dagli altri.
Sorrideva, aveva bevuto, per sapeva una cosa che gli altri
ignoravano. E mostrava un atteggiamento premuroso,
sembrava sinceramente interessato a quel bambino che si
affannava su uno strumento mai toccato prima, stupito da
quel modo di suonare naturale e istintivo. E poi c'era la giovane
madre che lo teneva in braccio, sorridente, cos fiera, il
volto radioso dall'espressione un po' folle.
Lo sconosciuto chiese loro chi erano, da dove venivano.
E la giovane donna rispose evasiva, bench sempre sorridente:
Oh, dal Nord. Un posto che senz'altro non conosce.
Ma l'uomo insist: Mettimi alla prova, dolcezza: di
dove? e la giovane madre rise fissando l'uomo con i placidi
occhi scuri apparentemente imperturbabili offuscati
dalla stanchezza che lui trov bellissimi, replicando, come
una battuta provata e riprovata: Da nessun posto veniamo,
ma in qualche posto andiamo.
Un caff su una strada di Apalachin, New York. Appena a
sud del fiume Susquehanna e pochi chilometri a nord del
confine con la Pennsylvania. Era il tardo inverno del 1960,
da quasi cinque mesi fuggivano da Niles Tignor.
Fu la prima volta che suon un pianoforte. La prima volta
che lei lo avvicin a una tastiera. Forse aveva bevuto,
aveva notato il piano sistemato in un angolo appartato del
caff e le era venuta l'idea, cos come adesso gliene venivano
tante altre: Il soffio di Dio.
Non che credesse in qualche dio. Diavolo, no.
Tuttavia alle volte soffiavano quelle imprevedibili brezze.
Improvvise raffiche di vento, sferzante come quello
della sua infanzia, che soffiava sulla vecchia casa di pietra
dall'immenso lago Ontario. Un vento crudele che mozzava
il fiato, impedendoti di respirare. Faceva volare via la
biancheria stesa ad asciugare, a volte anche i pali venivano
divelti. Ma c'erano anche venti pi lievi, brezze leggere come
alito. Erano queste che stava imparando a riconoscere.
Le aspettava con ansia. Avrebbero guidato la sua vita.
Dopo quella sera altri caff, altre taverne, ristoranti, alberghi,
si sarebbero succeduti. Altri pianoforti. Se era possibile,
piazzava il suo dotato Zacharias davanti a un pianoforte.
Se non era possibile, faceva comunque in modo
di farlo suonare. Perch dovevano sentirlo! Dovevano sapere
quant'era portato per la musica!
Ogniqualvolta Zack suonava partivano gli applausi.
Non si indaga mai troppo a fondo su ci che scatena gli
applausi.
E immancabilmente, alla fine, c'era un uomo che indugiava
intorno a loro. Che si meravigliava, ammirato. Un
uomo che aveva denaro, anche solo pochi dollari da spendere
per quella strana, giovane madre e il suo bambino gracile,
col viso smunto dall'espressione profonda e gli occhi
spauriti.
Dimmi il tuo nome, dolcezza. Il mio lo sai.
E tu sai quello di mio figlio. Per ora pu bastare.
No. Devo conoscere anche il tuo.
Mi chiamo Hazel Jones.
"Hazel Jones. " Bello!
Davvero? Me l'ha messo una persona. I miei genitori non me
lo hanno mai rivelato e adesso non ci sono pi. Ma forse un
giorno lo scoprir.


3.

Se non ci hanno ammazzato finora, c' da pensare che
l'abbiamo scampata.
Lei rise a quella divertente perla di saggezza.
In fuga con il bambino non si era mai fermata a guardarsi
indietro. Sarebbe stata la sua strategia per settimane, mesi,
infine per anni. Non-fermarsi-mai, la chiamava. Ogni giorno
riservava una sorpresa, e un premio: bastava non-fermarsi-mai.
Quell'ultima sera alla fattoria di Poor Farm Road aveva
preso i soldi che lui le aveva scagliato addosso sprezzante
del suo corpo e ripudiando il suo amore di giovane moglie
ingenua delusa dal matrimonio. Quel denaro, quelle banconote
spiegazzate di vario taglio, se l'era guadagnate. In
caso di bisogno arrotondava lavorando: come domestica,
donna delle pulizie, cameriera d'albergo, cassiera al botteghino
di qualche cinema, "maschera", commessa. Inginocchiata
con grazia ai piedi di uomini che aiutava a calzare le
scarpe, Hazel Jones col suo radioso sorriso da ragazza americana:
Allora, signore, come le stanno?.
Spesso degli uomini offrivano da mangiare e da bere a
lei e al suo bambino. E del denaro. A volte rifiutava, a volte
accettava, mai per in cambio di prestazioni sessuali: la
sua indole puritana rifuggiva al solo pensiero.
Meglio morire. Uccidermi insieme a Zack. E questo
non accadr mai.
Non avvertiva alcun rimorso per aver abbandonato il
padre del bambino in quel modo. Non aveva rimpianti,
sensi di colpa. Ma aveva paura. In quel modo vago con
cui pensiamo alla nostra morte, non imminente ma inesorabile.
Se non ci fermiamo, non ci trover mai.
Non le venne mai in mente che l'uomo che aveva picchiato
lei e il bambino aveva commesso dei reati. Non
avrebbe mai preso in considerazione l'idea di rivolgersi alla
polizia di Chautauqua Falls, pi di quanto Anna Schwart
sarebbe corsa alla polizia di Milburn perch terrorizzata da
Jacob Schwart.
Hai voluto la bicicletta? Ora pedala.
Era la saggezza dei contadini. Il risoluto buonsenso della
terra. Non si discuteva.
Le ferite si rimarginarono, i lividi scomparvero. A volte,
quando era stanca, avvertiva un lieve ronzio acuto nell'orecchio
sinistro. Ma non pi fastidioso del pigolio di un
pulcino a primavera o del brusio degli insetti d'estate. Sfiorava
distrattamente con un dito le croste arrossate che le
deturpavano la fronte, con una sorta di timore reverenziale,
quasi un piacere nel quale indulgere. Comunque poteva
nasconderle sotto i capelli. Era pi preoccupata per il
bambino che per se stessa, al pensiero che il padre infuriato
lo rivolesse indietro.
Ehi, voi due: vi voglio bene.
Ricordava che Leora Greb la ammoniva scuotendo il capo:
non metterti mai tra un uomo e i suoi figli se ci tieni
alla pelle.
Rebecca aveva seguito un piano: abbandonare la macchina
di Tignor in un luogo pubblico, in modo che le autorit
la ritrovassero subito e ne rintracciassero il proprietario,
cos Tignor ne sarebbe rientrato in possesso e non avrebbe
avuto motivo per darle la caccia. Sapeva che l'uomo era infuriato
per il furto della sua automobile.
Rise, pensando alla sua ira.
Ora s che mi ucciderebbe. Ma sono lontana dalle sue
grinfie.
Sorrise. Si tocc le croste all'altezza dell'attaccatura dei
capelli, ormai non le dolevano quasi pi. Non avrebbe parlato
di Tignor al bambino, e non avrebbe mai pi tollerato
che si mettesse a piagnucolare e a frignare in cerca di pa-p.
Adesso c' la mamma. La mamma sar tutta per te.
Ma pa-p...
No. Pap non c' pi. C' solo la mamma.
Rise e diede un bacio al bambino, visibilmente preoccupato.
Avrebbe fugato le sue paure a suon di baci. Vedendola
ridere, anche lui rise. Voleva compiacere la mamma,
desiderava che lo baciasse. Avrebbe imparato presto.
Non avrebbe pi pronunciato ad alta voce il nome dell'uomo
che si era spacciato per suo marito! L'aveva abbindolata
facendole credere che il matrimonio celebrato a
Niagara Falls era valido. In realt a ingannarla era stata la
sua stupidit, ma ormai era acqua passata. Quell'uomo
era morto, il suo nome cancellato dalla memoria.
Il nome del bambino era un diminutivo di quello del padre.
Un nome strano, di fronte al quale alcuni reagivano
con un sorriso beffardo. Non l'avrebbe pi chiamato cos.
Doveva dargliene un altro, e a quel punto il distacco dal
padre sarebbe stato completo.
Lasciatasi alle spalle Chautauqua Falls, percorrendo strade
secondarie con la Pontiac rubata, aveva puntato a nordest
verso le colline pedemontane delle Chautauqua Mountains,
attraversato le dolci ondulazioni della regione agricola
dei Finger Lakes e infine la Mohawk Valley, dove il fiume
color acciaio scorreva impetuoso e tetro tra cangianti colonne
di bruma. Non aveva avuto il coraggio di fermarsi,
temeva che riconoscessero lei e il bambino, e cos continu
a spingersi lontano, esausta, piena di dolori. In un torrente
basso e roccioso che scorreva lungo una strada si lav e
sciacqu il bambino, cercando di ripulire le ferite. Lo ricopriva
di baci, enormemente sollevata dal fatto che non
avesse riportato niente di serio; o per lo meno cos credeva.
Le sue piccole ossa duttili sembravano sane, e cos la
testa, tanto delicata per la madre ansiosa, quella testolina
a guscio d'uovo in realt resistente ed elastica, rimasta intatta
alla furia dell'uomo.
Era anche sollevata al pensiero che il bambino non potesse
vedersi gli occhi tumefatti e pesti, il labbro superiore
gonfio e ricoperto di crosticine, le narici orlate di sangue.
Doveva tranquillizzarlo, era cos impressionabile, avrebbe
percepito la sua paura: Siamo scappati! Siamo scappati!
Non ci troveranno mai, siamo scappati!.
Era strano come si sentisse sempre pi felice, lasciandosi
velocemente alle spalle il ricordo di Poor Farm Road.
Era strana quell'esultanza, con quel viso gonfio e le ossa
doloranti.
China a baciare e abbracciare il figlio. A sussurrargli all'orecchio
delle sciocchezze per farlo ridere.
Si addentrarono nei campi di granturco per fare i propri
bisogni, come animali. Giocarono a nascondino, emettendo
risatine stridule.
Mamma! Mamma, dove sei?
Rebecca gli si avvicin alle spalle e lo abbracci in un'estasi
di felicit, pervasa da una sensazione di possesso.
Aveva salvato suo figlio, e se stessa. Era convinta che la
sua vita, per quanto straziata e sconvolta, come se si trovasse
tra le fauci di una bestia feroce, fosse stata benedetta.
Fu allora che le venne il nome da dare al figlio: Zacharias.
Un nome biblico.
Era felicissima. Ispirata. Abbandon la macchina rubata a
Rome, un'antica cittadina oltre il lago Onega, grande all'incirca
la met di Chautauqua Falls. Un posto che non le
diceva niente, a parte il fatto che l'uomo che si era spacciato
per suo marito aveva degli affari l, ne aveva parlato
spesso. L'avrebbe lasciata in quel luogo per confonderlo,
come un indovinello.
Parcheggi la macchina, il serbatoio ormai vuoto, nei
pressi della stazione dei pullman Greyhound. Penser che
siamo andati a est. Non ci trover mai.
Invert la rotta della loro fuga. Alla stazione Greyhound acquist
due biglietti a tariffa intera per Port Oriskany, quattrocento
chilometri a ovest da l.
Prese due biglietti per adulti per depistare eventuali inseguitori.
Era la prima volta che viaggiavano in pullman. Quello
della Greyhound era enorme! L'esperienza fu entusiasmante,
un'avventura. Non c'era altro da fare se non ammirare
il panorama che sfilava dal finestrino: la strada scorreva
veloce sotto i loro occhi, mentre l'orizzonte si profilava in
lontananza. Era sfinita, le dolevano le ossa, eppure si sorprese
a sorridere. Il bambino dormiva accanto a lei, tranquillo
e al calduccio. Gli pass la mano tra i capelli setosi,
accarezzando con le dita fresche il visino tumefatto.
Almeno prendi il mio biglietto da visita.
Nel caso volessi contattarmi.
Accetta il lascito che ti spetta. Hazel Jones.
Si chiama "Dottor Hendricks. Byron Hendricks".
L'uomo in uniforme, la pelle molto scura, un paio di baffetti
e gli occhi dalle palpebre cascanti, la scrutava stupito.
Quarto piano, signora. Ma non credo che ci sia.
Rebecca non aveva considerato quell'eventualit. Sin
dal pomeriggio in cui lo aveva incontrato lungo il canale
era convinta che, avendola tampinata in quel modo, l'uomo
con il panama la stesse aspettando.
Al muro era affisso l'elenco dei professionistiche esercitavano
in quell'edificio, il Wigner Professional Building. Vide
il nome, hendricks b.k. appartamento 414.
Il piccolo Zacharias gironzolava nel sontuoso atrio dagli
alti soffitti del Wigner Building, curioso e irrequieto. Con il
suo nuovo nome, in quella citt sconosciuta, Port Oriskany,
che sorgeva sulle sponde di un enorme lago dalle
acque di un blu cupo, sembrava diverso: la timidezza aveva
lasciato il posto a una spiccata curiosit, fissava con insistenza
quegli sconosciuti con indosso abiti eleganti che,
dalla trafficata Owego Avenue, entravano nell'edificio dalle
porte girevoli. Sino a quel momento aveva vissuto in
campagna, e i pochi adulti che aveva visto erano vestiti e si
comportavano in maniera molto differente da questi.
Quando non era intento a osservare la gente che gli sfilava
veloce accanto, si chinava a esaminare il pavimento di
marmo nero tirato a lucido, cos diverso da tutti quelli su
cui aveva camminato.
Uno specchio scuro! Sotto i suoi piedi, rifletteva l'immagine
spettrale di un bambino il cui volto indefinito si
muoveva a scatti.
Zack, vieni dalla mamma. Ora prendiamo l'ascensore.
Si mise a ridere, quel nome gli suonava cos strano, come
quando si riceve un pizzicotto all'improvviso e non si
sa se per scherzo o per punizione.
Zacharias voleva dire "benedetto", gli aveva spiegato la
mamma. Era pronto per il suo primo viaggio in ascensore.
Bench ancora claudicante per le botte prese dal padre
ubriaco, e malgrado sembrasse che il visino pallido fosse
stato usato a mo' di punching ball, si rendeva conto che stava
per entrare in un mondo di imprevedibili sorprese e
avventure.
L'uomo in uniforme s'infil nell'ascensore e si piazz
accanto alla pulsantiera. Signora, l'accompagno allo studio
del dottor Hendricks. Ma, come le dicevo, non credo
che ci sia.  un po' che non lo vedo.
Rebecca parve non udirlo. Afferr la manina esile del
bimbo. Era calda e asciutta. Sperava che non avesse la febbre,
in quel momento non aveva tempo per simili seccature.
Era a Port Oriskany, stava per incontrare Byron Hendricks!
Si era meravigliato che Hazel Jones fosse sposata;
cos'avrebbe pensato nello scoprire che aveva un figlio? Si
sentiva disorientata, confusa. Forse stava commettendo
uno sbaglio.
Muoveva le labbra. Forse parlava tra s.
Eppure deve esserci. Mi ha dato questo biglietto appena
qualche giorno fa. Credo che mi stia aspettando.
Vuole che rimanga qui, nel caso il dottore non ci sia?
L'uomo in uniforme attendeva la sua risposta. Lei si
chiese se quella profferta non avesse lo scopo di metterla in
difficolt, di farla piangere, per poterla consolare. Ma sembrava
sincero. Azion l'ascensore, e lei not che portava
guanti bianchi. Si sentiva l'odore della brillantina con cui si
era pettinato i capelli. Non era mai stata cos vicina a un uomo
di pelle nera, n si era mai trovata ad aver bisogno di
aiuto da parte di un uomo di colore. Al General Washington
Hotel non si familiarizzava con gli inservienti negri.
No, non  necessario, grazie.
L'uomo in uniforme ferm l'ascensore al quarto piano e
apr la porta con gesto teatrale. Rebecca si affrett a uscire
sul corridoio, tirandosi dietro Zacharias.
Pensa che stia portando il bambino dal dottore. Ecco cosa pensa.
 laggi, da quella parte. Vuole che l'aspetti, signora?
Le ho detto di no!
Irritata, Rebecca si allontan senza voltarsi. Sent le porte
dell'ascensore che sbattevano.
Zack piagnucolava che non voleva andare da nessun
dottore, no e poi no.
L'appartamento 414 era in fondo al corridoio, dove
aleggiava un sentore di medicinali. Su una porta con la
parte superiore di vetro smerigliato era appeso un cartello
con la scritta a mano studio del dottor byron k. hendricks.
Ma l'interno era buio e la porta chiusa. Quella parte di corridoio
appariva sporca e fatiscente.
Disperata, Rebecca buss sul vetro della porta.
Non sapeva cosa fare. Nella sua febbrile e confusa immaginazione
si era figurata di andare a trovare Byron Hendricks,
e che l'uomo, riconoscendo in lei Hazel Jones, le
avrebbe sorriso, lieto di vederla, ma non aveva considerato
la possibilit di non trovarlo.
Zack continuava a piagnucolare, non gli piaceva quell'odore,
no e poi no.
Be', Rebecca di soldi ne aveva. Parecchie centinaia di
dollari in biglietti di vario taglio. Se fosse stata oculata,
per un po' avrebbe potuto permettersi di non lavorare.
Avrebbero passato la notte in una pensione, a Port Oriskany.
Avevano urgente bisogno di riposare. Avrebbero
fatto un bagno e dormito in un letto con le lenzuola pulite
e ben stirate. Si sarebbero chiusi nella stanza di un hotel
pieno di sconosciuti, al sicuro. Per tre notti di fila avevano
dormito nella Pontiac, in strade di campagna, tremando
di freddo. Il viaggio con l'autobus da Rome era durato cinque
lunghe ore.
Gli telefono di mattina. Fisso un appuntamento.
Zack si accorse che la madre era sempre pi in ansia. Le
si aggrapp alle gambe e prese a piagnucolare Mam-ma
con vocina lamentosa.
Lei stava pensando di aver commesso un'imprudenza a
recarsi allo studio del dottor Hendricks direttamente dalla
stazione degli autobus. Avrebbe dovuto telefonare per accertarsi
che ci fosse. Avrebbe potuto cercare il numero sull'elenco.
Come facevano le persone normali. Doveva imparare
da loro.
Rebecca prov di nuovo ad aprire la porta. Perch Hendricks
non c'era?
Se l'avesse vista, l'avrebbe riconosciuta. Ne era certa. In
quell'occasione era stato lui a insistere. L'aveva chiamata,
supplicata. Nessuno l'aveva mai pregata cos. Nessuno le
aveva mai letto nel cuore in quel modo.
L'uomo con il panama. L'aveva seguita dalla citt, l'aveva
riconosciuta. Aveva modificato il corso della sua
esistenza, lei, una giovane donna ingannata, che viveva
con un uomo spacciatosi per suo marito. Un individuo
violento, un criminale. Non avrebbe avuto il coraggio di
lasciarlo se non avesse incontrato Hendricks lungo quel
canale.
Molto probabilmente, non avrebbe suscitato la gelosia
dell'uomo che si faceva passare per suo marito se Hendricks
non l'avesse avvicinata sull'alzaia.
Sai, hai cambiato la mia vita! Ora sto qui, a Port Oriskany,
questo  mio figlio Zacharias...
Non gli avrebbe mentito. Non avrebbe sostenuto di essere
Hazel Jones.
Ma non lo avrebbe nemmeno negato nel modo pi assoluto,
in fondo c'era la possibilit che fosse stata adottata.
Herschel non aveva insinuato che l'avevano trovata, in
fasce, su una nave nel porto di New York?... Non ho pi
i genitori, dottor Hendricks. Non posso pi chiederglielo.
Ma non mi sono mai sentita figlia loro. Esausta e turbata
com'era, le pareva ben pi che un'ipotesi remota.
Il bambino corrug la fronte, guardandola. Perch la
mamma parlava da sola? E sorrideva, mordicchiandosi il
labbro ricoperto di croste.
Mamma? Andiamo via? C' puzza qui.
Lei si volt, inebetita. Cerc la mano del bambino. Si
sforzava di pensare ma aveva la testa vuota. Passando davanti
alla porta di vetro smerigliato not il riflesso sfocato
del suo volto, solo la folta chioma arruffata era chiaramente
visibile. Aveva l'aspetto di un'annegata.
Una delle porte a vetri si apr. Il nauseante odore di medicinali
divenne pi intenso. Un individuo stava uscendo
dall'interno 420, che corrispondeva al Dottor Hiram Tanner,
M.D. Spinta da un impulso Rebecca entr nella sala
d'attesa. M.D. significava medico dentista? Nel vederla,
una segretaria seduta dietro una scrivania aggrott la
fronte. S? Posso esserle utile, signorina?
Sto cercando il dottor Hendricks, dell'interno 414. Ma
lo studio sembra chiuso.
La segretaria inarc le sopracciglia disegnate con la matita
in un'espressione di esagerata sorpresa.
Come, non lo sa? Il dottor Hendricks  morto l'estate
scorsa.
Morto! Ma...
Pensavo che i suoi pazienti fossero stati avvertiti. Era
una sua paziente?
No. Cio... s.
Non hanno ancora sgombrato il suo studio, c' qualche
problema.  in condizioni pietose, bisogner ripulirlo
per bene.
La segretaria, una donna di mezz'et vestita in maniera
inappuntabile, guardava ora Rebecca ora il bambino che
si aggrappava alla madre, osservandone i volti tumefatti.
Ci sono altri medici nell'edificio. Gi al secondo piano
c'...
No! Devo vedere il dottor Hendricks. Il figlio, non il
padre.
 dall'estate scorsa che non vedo nessuno in quello
studio spieg la segretaria. Dicono che venga qualcuno
dopo l'orario di chiusura. Spostano oggetti, riempiono di
rifiuti delle scatole e le lasciano nel corridoio perch il
portiere le rimuova.  da un po' che non vedo il figlio. Pare
che al dottor Hendricks sia venuto un colpo. Aveva un
sacco di pazienti, quasi tutti anziani. Non mi risulta che
anche il figlio sia un medico.
E invece s! protest Rebecca. Il dottor Byron Hendricks.
Mi ha dato il suo biglietto da visita. Dovevo fissare
un appuntamento...
Un uomo sulla quarantina? Un tipo nervoso? Con degli
strani modi, e una maniera curiosa di guardare? Sempre
vestito in modo eccentrico, con un cappello? D'inverno
di feltro, altrimenti di paglia. A quanto ne so, non  un
medico, ma potrei sbagliare. Magari si  laureato per non
esercita, qualcosa del genere.
Rebecca fissava la donna, mentre Zack le si aggrappava
alle gambe, abbracciandole. Vedendo Rebecca cos sbalordita,
la donna disse, portandosi le mani al petto: Senta,
signorina, a me non piace spettegolare. Il dottor Tanner si
limitava a salutare il vecchio, scambiavano qualche parola,
ma non li conosceva bene, nessuno dei due.
Rebecca chiese, confusa: Si pu essere un medico senza
esercitare? Ma.... Colse negli occhi della donna un
lampo di piet, ma anche di soddisfazione. Pensava che
avrebbe fatto meglio ad abituarsi all'idea.
Ringrazi la segretaria, usc dalla stanza tirandosi dietro
Zack e richiuse la porta.
Una volta nel corridoio Zack si divincol e corse avanti
zoppicando, agitando scompostamente le mani, fischiettando
e schiamazzando come se non ce la facesse pi a respirare
quell'aria stantia. Diventava sempre pi indisciplinato,
cocciuto. Non si era mai comportato in quel modo
in un luogo pubblico.
Rebecca esclam quasi singhiozzando: Zack! Dannazione,
vieni qui.
Stava per spingere il pulsante per chiamare l'ascensore.
Rebecca rimase sorpresa che riuscisse a fare una cosa del genere
alla sua et. Gli allontan la mano dalla pulsantiera.
Non voleva chiamare l'addetto all'ascensore, il negro in
uniforme con i baffetti curati e gli occhi dallo sguardo vivo e
penetrante, anche lui l'avrebbe guardata con compassione.
Facciamo le scale, tesoro. Sono pi sicure.
Imboccarono il vano delle scale senza finestre, tre ripide
rampe che conducevano a una massiccia porta con la
scritta uscita da cui sbucarono in un vicolo.
Il ronzio che sentiva nelle orecchie era diventato pi
forte, le impediva di concentrarsi. Le sembrava quasi che
l intorno ci fossero degli insetti notturni.
Poi pens: Hendricks voleva solo che tu gli credessi, che ti fidassi
di lui. Sull'alzaia. Quel giorno. Non immaginava che
avresti cercato di rintracciarlo.
Solo noi due. Una notte. Io e mio figlio.
Avrebbero trascorso la notte in un albergo senza ascensore,
un edificio in arenaria a pochi isolati da Owego Avenue.
Rebecca si fece mostrare diverse stanze prima di sceglierne
una: controll federe e lenzuola, alz un angolo
del materasso per verificare che non ci fossero cimici e pidocchi.
L'addetto alla reception la guardava divertito, osservando
i lunghi capelli arruffati e il viso pieno di lividi.
Se vuoi lo Statler, tesoro, hai sbagliato posto.
Il letto matrimoniale occupava quasi tutta la stanza, con
i muri tappezzati di carta da parati macchiata e una finestra
da cui si godeva lo squallido panorama di un pozzo
di aerazione. Non c'era il bagno e i servizi igienici erano
nel corridoio.
Rebecca rise, strofinandosi gli occhi.
Cinque e cinquanta a notte. Questo  il posto giusto.
Quando rimasero soli nella stanza, Zack si mise a frugare
dappertutto, imitando la madre. Fingeva di essere un cane
che annusava negli angoli. Si chin a guardare sotto il letto.
Mamma, e se pa-p...
Rebecca alz un dito e lo ammon: No.
Ma mamma! Se pa...
Ti ho detto che adesso c' la mamma. D'ora in poi solo
la mamma.
Non rimprover il bambino. Non lo avrebbe mai spaventato.
Lo abbracci e si mise a fargli il solletico.
Alla fine avrebbe dimenticato. Era ben decisa.
Prima di andare a letto lo port a cena in una tavola calda
con distributori di cibo automatici, su Owego Avenue. Il
bambino rimase affascinato dalle luci intense, dai rumori
dell'ambiente e dal modo in cui venivano erogate le pietanze,
su lucidi vassoi di plastica che scorrevano su un nastro.
Dopo cena medit di fare una passeggiata per l'ampia
piazza spazzata dal vento dove sorgeva lo Statler di
Port Oriskany, l'albergo pi famoso della citt. Voleva mostrare
al figlio l'ampia e sontuosa hall, affollata di uomini e
donne ben vestiti. I pavimenti di marmo, i divani in pelle, i
vasi di felci e di alberelli. L'atrio aperto che portava al piano
ammezzato. I portieri in uniforme, i fattorini.
Lo Statler di Port Oriskany sfavillava di luci. Doveva
avere almeno venticinque piani. All'estremit opposta
dell'edificio in arenaria sorgeva un parco che si affacciava
sul lago Erie, che si stendeva all'orizzonte. Rebecca ricordava
vagamente di aver visto quel panorama dall'alto.
Anni prima l'uomo che si spacciava per suo marito l'aveva
portata in quel grande albergo. A quei tempi si era illusa
di essere felice, che stupida! Il suo matrimonio era tutto
una finzione.
Ero la sua puttana. Ma non lo sapevo.
Zack la guard con aria interrogativa. Stava parlando
da sola, rideva. Era abbastanza grande da sapere che gli
adulti non si comportano cos in pubblico.
Rebecca stava cercando di rammentare se era stato a
Port Oriskany o in un'altra citt che un individuo con giacca
e cappello da marinaio l'aveva seguita. Alla fine era saltato
fuori (lo sospettava, non ne aveva mai avuto la certezza)
che era stato incaricato da Tignor per mettere alla
prova la sua fedelt. Per la prima volta si chiese cosa le sarebbe
successo se gli avesse sorriso, lasciandosi abbordare.
Non era sicura che fosse avvenuto a Port Oriskany, ma
ricordava che in quella citt l'uomo che si spacciava per
suo marito l'aveva portata da un ginecologo, che l'aveva
visitata, aveva eseguito un esame delle urine e le aveva
annunciato la lieta nuova: otto mesi dopo avrebbe avuto
un bambino.
L'uomo che si spacciava per suo marito aveva detto in
tono perplesso, con i suoi modi rudi: Sei incinta, sai, piccola.
Non aveva detto: Aspetti un bambino.
A distanza di anni, adesso che il figlio era nato, rifletteva
su quelle parole, sulla differenza tra le due frasi.
Mamma, sei triste? Mamma, stai piangendo?
Ma non piangeva. Lo rassicur che stava ridendo.
Il mattino dopo l'aria era fresca e tonificante. Quella notte
aveva deciso di non chiamare Byron Hendricks. Se la sarebbe
cavata da sola, non aveva bisogno di lui. E poi non
aveva tempo di cercare il numero della Jones sull'elenco.
Era di ottimo umore. Aveva dormito come un sasso, e cos
anche il bambino. Pi di nove ore! Lui si era svegliato solo
una volta per fare la pip.
Tremava di freddo. Mezzo addormentato. Lo aveva
preso per mano, gli aveva fatto sbottonare il pigiama, e dopo
lo aveva aiutato a tirare la catena. Lo aveva baciato teneramente
sulla nuca, dove aveva un grosso livido. Che
bravo ometto!
In alberghi come quello, situati in edifici in arenaria senza
ascensore, al cui pianterreno si trovavano ristoranti
dalle serrande abbassate, come il raffinato Statler di Port
Oriskany, a volte capitavano clienti con o senza bagaglio
che, dopo essersi chiusi a chiave nella loro stanza e aver
tirato le tende, si suicidavano - goffamente, in preda a un
raptus o dopo aver pianificato l'evento, comunque disperati
- di solito sdraiandosi nella vasca da bagno, nudi o
vestiti, e recidendosi i polsi con un rasoio. Al General Washington
Hotel si vociferava di casi del genere, ma Rebecca
non si era mai trovata davanti a una scena cos raccapricciante,
n le era mai stato chiesto di ripulire macchie
di sangue.
I suicidi nelle stanze d'albergo non erano infrequenti,
mentre gli omicidi erano molto rari. Rebecca non aveva
mai sentito di qualcuno che avesse ucciso un bambino in
un albergo.
Aveva chiesto a qualcuno, forse allo stesso Hrube, in un
periodo in cui erano in buoni rapporti, perch la gente si
ammazza in una stanza d'albergo, e lui con una scrollata
di spalle aveva replicato: Per rompere il cazzo a noi, ecco
perch. A quella risposta particolarmente ispirata Rebecca
era scoppiata a ridere.
Chiss perch stava pensando a Hrube. Erano anni che
non le tornava in mente quel bastardo dalla faccia rincagnata.
Tornata in stanza aveva chiuso la porta a chiave, aveva
abbassato le serrande consunte, aveva preso in braccio e
rimesso a letto il bambino insonnolito e gli si era stesa accanto,
addormentandosi abbracciata a lui.
Avevano dormito come sassi! Non esisteva nulla di pi
dolce.
Al mattino era riuscita a lavare il piccolo, perfino i capelli,
nel minuscolo lavandino del bagnetto. Lui aveva
fatto i capricci, ma senza troppa convinzione. Grazie a
Dio c'era il sapone! Gli aveva lavato i sottili capelli biondi
e glieli aveva pettinati, ripulendoli degli ultimi grumi di
sangue incrostato che vi erano rimasti impigliati.
Rebecca aveva i capelli troppo folti, lunghi e arruffati
per potersi fare lo shampoo in un lavandino. In quel momento
li odi. Erano voluminosi e grassi, emanavano un
cattivo odore, le avviluppavano l'anima. Somigliava a suo
fratello Herschel, la si sarebbe presa per un'irochese.
Lasci il bambino alla tavola calda, raccomandandogli
di non muoversi e di aspettare il suo ritorno. Lui stava divorando
la seconda scodella di porridge caldo con latte e
una generosa spolverata di zucchero di canna, mai assaggiato
prima. Rebecca entr in un negozio di parrucchiere
dietro l'angolo e si fece lavare e tagliare i capelli. Lo aveva
notato la sera prima durante la passeggiata, e aveva dato
un'occhiata ai prezzi esposti in vetrina.
Era proprio stanca dei suoi capelli! L'ex marito amava
quella chioma lunga, folta, vi infilava voluttuosamente le
dita, affondandovi il volto mentre facevano l'amore, gemendo
ed effondendo la sua vita in lei, tra le gambe che
aveva bramosamente baciato, strofinando la faccia sull'ispida
peluria che lei stessa non sopportava di toccare. Ma
quel tempo era finito. Quell'amore ingannevole apparteneva
al passato. Ora detestava quella massa informe di
capelli spessi e perennemente ingarbugliati, impossibili
da pettinare, che si ungevano se non venivano lavati ogni
due giorni, e ovviamente non poteva pi farlo con quella
frequenza. Adesso, poi, erano tutti aggrovigliati per i coaguli
di sangue raggrumato. Avrebbe dovuto tagliarli corti,
giusto qualche centimetro sopra le orecchie.
Dal parrucchiere sfogli l'opuscolo "Hair Styles", fino a
quando trov quello che cercava: un taglio corto, brioso,
adatto a Hazel Jones, con la frangetta proprio sopra le sopracciglia.
Il piccolo sedeva dove l'aveva lasciato, nella tavola calda
a distribuzione automatica. Se ne stava immobile, come
immerso nei suoi pensieri. Aveva un'espressione intensa,
assorta, le braccia strette attorno al petto in una sorta di
abbraccio. A vederlo cos le venne da pensare: Sta suonando
il pianoforte, tiene il ritmo con le dita.
Si fidava ciecamente di lei. Non aveva dubitato nemmeno
per un attimo che sarebbe tornata a prenderlo. Alz
gli occhi per guardarla, battendo le palpebre.
Mamma, sei bel-la. Mamma, sei proprio carina.
Era vero. Era bella, era proprio carina. Quando i lividi e il
gonfiore svanirono, divenne una donna molto attraente.
Con quella nuova acconciatura sbarazzina attirava gli
sguardi. Per quel modo di camminare, il contegno. Acquist
due biglietti senza riduzione allo sportello della Greyhound,
scegliendo a caso una destinazione ("Jamestown",
una localit a sud di Port Oriskany) perch il pullman
partiva dopo venti minuti ed era stanca di attardarsi in
quel luogo pubblico dove potevano notare lei e il bambino.
(Zack indossava un berretto con la visiera rigida. Sedeva
dove lei l'aveva sistemato, sul limitare dell'affollata
sala d'attesa. Li avrebbero visti insieme solo in fila sul
marciapiede mentre salivano sulla corriera, giusto qualche
minuto. E avrebbero preso posto sul retro, seduti vicini
come per caso.) Rebecca sorrise all'impiegato alla cassa,
scuotendo l'uomo dal suo torpore mattutino.  proprio
una bella giornata di sole. Il bigliettaio, piuttosto giovane,
con le spalle tonde e lo sguardo scontroso, vedendo
un'incantevole e disinvolta ragazza americana con la lucente
frangetta scura, s'illumin, e fissandola con un sorriso
rispose: S, perbacco,  davvero bella.
Forse d'ora in poi la vita di Hazel Jones sarebbe stata
pi serena.
Il pullman per Jamestown si stava riempiendo. Fece cenno
al bambino di seguirla. Gli regal due fumetti che aveva
trovato nella sala d'attesa. Una volta preso posto, lo strinse
fra le braccia e lo riemp di baci. Non ci troveranno, tesoro.
Siamo salvi. Era come un gioco, di cui solo la mamma conosceva
le regole e la logica. Mentre il veicolo arrancava rumorosamente
per la collinosa campagna a sud di Port Oriskany,
il bambino era immerso nella lettura di un fumetto.
Disegni di animali! Che camminavano eretti, parlavano
e addirittura pensavano (in nuvolette fluttuanti sulle loro
teste) proprio come esseri umani. A lui non sembravano
pi bizzarri o illogici delle azioni degli individui cui aveva
assistito.
Al risveglio si ritrov solo. La mamma era seduta in
compagnia di una coppia a giocare a gin rummy, sui sedili
in fondo, che occupavano tutta la larghezza del pullman.
Si chiamavano Fisk. Ed e Bonnie. Eddy era un uomo
calvo e grassoccio con le guance rubiconde, le basette lunghe
e una risata contagiosa. Bonnie aveva il petto grosso e
affascinanti e luccicanti unghie laccate. Sulle ginocchia di
Ed era appoggiata una valigia di cartone, su cui lui distribuiva
le carte a s e alle due donne sedute ai lati.
La mamma si comportava in modo strano. Durante il
viaggio da Rome era rimasta tutto il tempo sulle sue, evitando
persino gli sguardi della gente.
"Gypsy gin rummy."  una variante dell'altro, ci sono
pi possibilit. Nel gypsy ci sono i "jolly" e le "prese". Se
vi interessa ve lo spiego.
Ai Fisk interessava. Bonnie disse che lo conosceva ma
non ci aveva mai giocato.
Zack stette a osservare per un po'. Era contento che la
madre sorridesse, ridesse in modo nuovo. Gli piaceva quel
nuovo taglio di capelli. Era appoggiato allo schienale del
sedile, e ogni tanto lei sollevava lo sguardo su di lui e gli faceva
l'occhiolino. Poi scivol nel sonno, con il fruscio delle
carte, le esclamazioni e le risate dei giocatori che gli facevano
da sottofondo. Lo confortavano quelle parole: Non ci troveranno,
siamo salvi. Per ora gli bastava sapere quello.
In seguito, in un altro momento, ci sarebbero state altre
cose da conoscere. Ma c'era tempo.
Il viaggio a Port Oriskany, cos emozionante, era gi un
lontano ricordo. La stanza d'albergo in quell'edificio in
arenaria, con il cigolante letto a due piazze. La sorpresa di
vedere la mamma con i capelli corti e rilucenti, la frangetta
sulla fronte che nascondeva i lividi e le rughe scavate
dalla preoccupazione. Il bambino cominciava ad assaporare
la gioia del viaggio. Giungi in una citt sapendo che
presto la lascerai. L'emozione dell'arrivo, e quella ancora
pi forte della partenza.
Toccava alla mamma dare le carte. Rideva e scherzava
con i nuovi amici che non avrebbe pi visto una volta
giunti a Jamestown; scesero in periferia, nei pressi di una
fattoria. Era inebriante pensare che il mondo fosse pieno
di persone come i Fisk, affabili, sempre pronti a ridere e a
divertirsi. Lei disse: La vita  una partita a carte. Si pu
perdere, ma si pu anche vincere. Era Hazel Jones quella
che rideva in quel modo nuovo, mentre mischiava e dava
le carte.


4.

A Horseheads, New York, fra la fine dell'inverno e l'inizio
della primavera del 1962, James Judd, pubblico notaio e
direttore del personale dell'archivio del tribunale della
contea di Chemung, prese in simpatia Hazel Jones. In
quel periodo lavorava come cameriera al Blue Moon Caf
a Depot Street. Una giovane vedova, con il figlio. Si era
fatta benvolere al Blue Moon, dove i clienti, che erano per
lo pi uomini, presto impararono a rispettarla. Be', Hazel 
un po' come una sorella. Non si molesta una sorella, no?
Willie James Judd era prossimo alla pensione, dopo
aver passato una vita in quell'ufficio. Mangiava quasi
sempre al Blue Moon, dove conobbe la nuova cameriera
Hazel Jones, di cui aveva gi sentito parlare dalla sorella
minore, Ethel Sweet, che aveva sposato il proprietario della
scalcinata locanda Horsehead Inn, dove la giovane vedova
e il suo bambino avevano preso una stanza in affitto
settimanale. Ethel Sweet decantava con tutti la pazienza
di Hazel Jones. Era ben diversa dagli altri pensionanti.
Una personcina tranquilla, che se ne stava per conto proprio.
Non riceveva mai visite. Non sprecava asciugamani,
lenzuola, acqua calda, sapone. Non lasciava mai le luci accese
quando usciva dalla stanza. Non permetteva al figlio
di scorrazzare per le scale, o di giocare chiassosamente,
nemmeno fuori dalla locanda. E gli proibiva di sgusciare
gi nella sala per guardare la televisione insieme agli altri
ospiti.
Non ci si accorgeva nemmeno, raccontava Ethel compiaciuta,
se il bambino ci fosse o meno.
E la vita di Hazel non era certo stata facile: dopo un po'
aveva rivelato a Ethel Sweet di aver perso i genitori da bambina,
il padre in un incendio scoppiato in casa quando lei
aveva quattro anni, e la madre per un cancro al seno quando
ne aveva nove. Era stata adottata da parenti a Port Oriskany,
che la trattavano male e non le si affezionarono, e a
sedici anni l'avevano costretta a lasciare la scuola per trovarsi
un lavoro come cameriera fino a quando, a diciotto anni,
era fuggita con un uomo che aveva il doppio della sua
et, l'aveva sposato e solo troppo tardi aveva capito lo sbaglio
commesso, dopo aver scoperto che lui era gi stato sposato
due volte, aveva dei figli di cui si disinteressava, era un
bevitore accanito, picchiava lei e il bambino, li aveva minacciati
pi volte di ucciderli, finch, tre anni prima, incapace
di sopportare oltre quella situazione, una notte era scappata
portandosi dietro il bimbo terrorizzato, e aveva cominciato
un'esistenza raminga per paura che l'uomo la ritrovasse.
No, non erano divorziati. Lui non glielo avrebbe mai
concesso. Piuttosto avrebbe preferito vederla morta. E anche
il figlio.
Era ancora cos scossa, povera Hazel! Tremava mentre
le confidava quella storia, come se la stesse rivivendo.
Ma adesso desiderava rimanere a Horsehead. L aveva
stretto delle amicizie, era felice. Soddisfatta. Il prossimo
autunno intendeva iscrivere Zacharias alla prima elementare;
a settembre avrebbe avuto quasi sei anni.
Forse Ethel aveva notato che Zacharias era diverso dagli
altri bambini, vero? Non giocava con loro, era timido e
aveva paura di tutto, suo padre lo picchiava in continuazione,
bastava che gli mostrasse il pugno per terrorizzarlo,
per questo aveva dovuto preservarlo dall'aggressivit degli
uomini e dei bambini, con i loro giochi irruenti e chiassosi,
e poi Zacharias aveva un talento naturale per la musica,
un giorno sarebbe diventato un concertista e non
poteva correre il rischio di danneggiarsi le mani.
Ethel Sweet rimase cos commossa! La stupiva che Hazel,
la quale a Horseheads aveva reputazione di donna riservata,
e al Blue Moon evitava osservazioni personali e
domande sorridendo senza mai rispondere, avesse d'improvviso
aperto il suo cuore a lei, una donna di una certa
et con figlie ormai adulte e sistemate, alle quali non importava
un accidente della madre.
Ma Ethel aveva notato che la giovane donna era nervosa
e preoccupata. Le aveva chiesto se c'era qualche problema
e Hazel le aveva risposto che non aveva i documenti
necessari per iscrivere Zacharias a scuola.
Che documenti? domand Ethel. Il certificato di nascita?
S, rispose Hazel. Quello del figlio ma anche il suo.
Perch il certificato di nascita di Hazel era bruciato nell'incendio
della casa quando lei aveva quattro anni. Non
esistevano documenti che registrassero la sua nascita, da
nessuna parte! L'incendio era avvenuto in qualche cittadina
a nord dello Stato, Hazel non ricordava quale, con la
madre morta quando Hazel aveva nove anni si spostavano
da una citt all'altra nella Chautauqua Valley. E i parenti
con cui aveva vissuto non si curavano di lei. Le era
stato detto che era nata su una nave proveniente dall'Europa,
nel porto di New York, i genitori erano immigranti
polacchi o forse ungheresi, ma non sapeva il nome della
nave, n l'anno, non aveva mai visto il suo atto di nascita.
Era come se avessero voluto cancellarmi appena nata,
disse a Ethel. Ma senza amarezza, come una semplice
constatazione.
Il certificato di nascita di Zacharias lo aveva il padre, a
meno che non l'avesse perduto o distrutto.
A quelle parole Ethel aveva replicato calorosamente che
era assurdo, se hai davanti una persona, per forza deve
essere nata. Doverlo provare con un documento era proprio
insensato.
E altrettanto calorosamente aveva aggiunto che la legge
e quelle cose da avvocati erano tutte stupidate. Willie, che
lavorava in tribunale da trentotto anni, ne raccontava di
tutti i colori, storie da sbellicarsi dalle risa o da dare la nausea
per il disgusto. E questo valeva anche per i giudici.
Poi, sempre pi infervorata, aveva concluso: Sai qual 
il problema, Hazel? Gli uomini. Ti fanno pagare un casino
i loro sproloqui, alcuni fino a settantacinque dollari all'ora!
Se fosse per le donne, non ci sarebbe bisogno di documenti
legali o di quelle stronzate necessarie per comprare
o vendere un pollaio o fare testamento.
Hazel l'aveva ringraziata per la sua solidariet. Era tanto
tempo che non si confidava con qualcuno. Era come una
spina nel cuore, non poter dimostrare che lei e Zacharias
erano nati. Non era pi come un tempo, adesso bisognava
avere certificati per farsi strada nel mondo. Non potevi farne
a meno. Al Blue Moon lavorava in nero, e ovviamente
anche le mance erano sottobanco, ma non poteva continuare
cos, quando un giorno avesse smesso di lavorare si
sarebbe trovata senza pensione e al verde.
D'impulso Ethel le aveva detto: Oh, tesoro, devi sposarti.
Ecco che devi fare, trovarti un marito.
E Hazel aveva risposto, mordendosi il labbro, sul punto
di scoppiare in lacrime, tanto che Ethel avrebbe voluto
mangiarsi la lingua: Non posso. Sono gi sposata. Non
posso pi risposarmi.
Ethel chiam subito suo fratello Willie. Era una persona di
buon cuore. A Horseheads aveva reputazione di vecchio
bastardo permaloso a cui piaceva spadroneggiare, ma agiva
cos solo con chi lo prendeva per il verso sbagliato. Era
una persona perbene. Gli dispiaceva per quella ragazza,
Hazel Jones. E per quel bambino quieto come un sordomuto.
Presso l'archivio del tribunale Willie Judd si occupava
del rilascio di ogni tipo di certificati: di nascita, di matrimonio,
di morte. Duecento anni di testamenti ingialliti redatti
con inchiostro ormai sbiadito, atti di propriet risalenti
al Settecento, trattati stipulati con le Sei Nazioni degli
indiani irochesi. Documenti di ogni tipo. Inoltre era un notaio
pubblico con tanto di stemma dello Stato di New York.
E cos, impietosito, nella primavera del 1962 Willie Judd
prese a cuore il caso di Hazel Jones. Non era certo un filantropo,
poco incline com'era alla comprensione o alla
piet. Doveva rimanere un segreto. Invit la giovane donna
nel suo ufficio, al piano seminterrato del tribunale, alle
cinque del pomeriggio, orario di chiusura, per farsi spiegare
la sua situazione, cosa che lei fece, riassumendo meticolosamente
per iscritto le informazioni che lui le chiese.
Mentre scriveva, dovette fermarsi per asciugarsi gli occhi.
Il suo nome era "Hazel Jones", quello del marito non desiderava
ricordarlo; naturalmente Zacharias portava il cognome
del padre, era terrorizzata all'idea che quell'uomo
potesse rintracciare il bambino, se quel cognome cominciava
a circolare. Ecco perch, spieg Hazel, erano costretti
a spostarsi in continuazione, di citt in citt, dove nessuno
li conosceva. Ma adesso speravano di stabilirsi a
Horseheads.
Willie allontan quei dettagli come avrebbe fatto con
uno sciame di moscerini. Era il dirigente capo dell'archivio
del tribunale con trentotto anni di servizio e per di pi
notaio pubblico. In pratica aveva quasi il potere di un giudice.
Qualsiasi documento avesse redatto, avrebbe avuto
valore legale.
E cos, dopo qualche generosa sorsata di ottimo whisky
di malto, Willie Judd fu maledettamente ispirato.
Redasse dei certificati di nascita sostitutivi per Hazel
Jones e suo figlio. La fantasia di Willie Judd andava a briglia
sciolta. Esisteva un modulo apposito, con carta intestata
del tribunale della contea di Chemung, che permetteva
di redigere atti sostitutivi di documenti andati perduti o
distrutti. E comunque, solo da pochi decenni c'era bisogno
di "certificati di nascita". Un tempo a nessuno importava
un accidente. Come le adozioni. Se prendevi un bambino,
di qualsiasi et, ti apparteneva, non c'era bisogno di documenti
formali che ne attestassero l'adozione, quelle erano
solo stronzate. Comunque, Hazel in quel modo avrebbe
potuto dimostrare quanto affermava: Hazel Esther Jones,
nata l'11 maggio 1936 nel porto di New York, figlia di genitori
sconosciuti.
Per il certificato di Zacharias bisognava indicare il nome
del padre. Non si poteva fare altrimenti. Ha in mente
qualcosa? aveva chiesto a Hazel, al che lei aveva risposto
sorridendo, senza pensarci: Willie? Cio, William.
William... come?
Che ne direbbe di Judd?
Cristo, se gli fece piacere! Rimase dannatamente lusingato.
Ma potevano nascere delle complicazioni, osserv. Sarebbe
stato pi saggio invertire i cognomi: Hazel Judd, William
Jones. Jones era il cognome che aveva assunto dal marito.
Hazel scoppi a ridere, un riso feroce, amaro. Il certificato
di nascita del figlio recitava: Zacharias August Jones,
nato il 29 novembre 1956 a Port Oriskany, New York, da Hazel
Jones e William Jones.
Da adesso il suo nome - da nubile - non era pi Hazel
Jones, bens Hazel Judd. Ma solo su quel documento con
la carta intestata del tribunale della contea di Chemung.
Hazel ringrazi l'anziano funzionario e scoppi a piangere.
Nessuno era mai stato cos gentile con lei, da tanto
tempo.
(La faccenda doveva rimanere segreta. Non doveva confidarlo
nemmeno a Ethel. Quella donna parlava troppo,
l'avrebbe spifferato. Sarebbe andata fiera del fratello che
aveva aiutato la povera Hazel Jones, avrebbe spiattellato
tutto, mettendoli nei guai. Adesso Hazel aveva i documenti
che le occorrevano, nessuno li avrebbe contestati; perch
mai avrebbe dovuto farlo?
Con il tempo Willie Judd si era reso conto che non esisteva
una chiara logica negli avvenimenti. Poteva andare
benissimo in tutt'altro modo.
Riempivi un modulo. Poi un altro. Li firmavi. Vi apponevi
il timbro dello Stato di New York, in qualit di notaio
pubblico. Tutto qui.)
La sera seguente Willie Judd arriv prima del consueto
per la cena, e si ferm pi a lungo. Ordin pasticcio di
pollo, una specialit del Blue Moon. Sedette al solito tavolo,
i gomiti appoggiati sul piano a contemplare sorridente
la cameriera dagli occhi color t. Fuori pioveva che Dio la
mandava, Willie indossava l'impermeabile d'incerata nero
che lo faceva canzonare dalla gente del posto, dicevano
che cos conciato somigliava a un tricheco. Quell'enorme
indumento lucido appeso all'attaccapanni, che gocciolava
sul pavimento. Aveva intenzione di chiedere la mano a
Hazel Jones. Non si era mai sposato, unico in famiglia,
non sapeva nemmeno lui perch. Forse per il carattere
schivo. Sotto la maschera di duro. Andava dannatamente
fiero della carriera che aveva fatto. Era stato l'unico in famiglia
a prendere il diploma. Forse era una sorta di maledizione!
Willie era il figlio pi dotato, ma non aveva trovato
la ragazza giusta, come era capitato agli altri, che
avevano minori aspettative. Il tempo  come un vortice,
Cristo, aveva sessantaquattro anni. L'anno seguente sarebbe
andato in pensione. Con i contributi versati dalla
contea, era una bella cosa ma anche triste. Dava da pensare.
Aveva scorto negli occhi di Hazel un certo calore. Una
promessa. Lo aveva reso padre di suo figlio. Hazel era sempre
cos dolce e spontanea, sorrideva a tutti come quell'attrice,
come si chiamava, Doris Day, ma si portava dietro
un'aria di riserbo, tutti lo avevano notato. Induceva al rispetto.
Quando gli portava una spumosa birra alla spina
nei traboccanti boccali di porcellana. O uno dei menu
chiazzati dalle mosche con la scritta piatti speciali del
blue moon, assicurati con una graffetta sulla cartellina, come
se Willie, che frequentava da una vita quel locale, ne
avesse bisogno per scegliere le pietanze. E gli serviva i panini
caldi con un bel po' di burro.
In qualche modo accadde. Forse Willie aveva bevuto
troppa birra. Non era da lui: un tempo alzava spesso il
gomito, ma poi era riuscito a contenersi, almeno relativamente.
Non poteva continuare a ingurgitare alcol in quelle
quantit, il fegato ne risentiva. Soprattutto dopo i cinquanta.
Quando Hazel gli port il dolce al cioccolato e il
caff, si mise a raccontarle dei vecchi tempi a Horseheads,
quando lui e Ethel erano bambini. Hazel lo stava ad
ascoltare educatamente, sorridendo, malgrado avesse altri
clienti da servire e dei tavoli da sgomberare. E quasi
senza volerlo il vecchio Willie le chiede ad alta voce: Lo
sai perch Horseheads si chiama cos, Hazel?. La giovane,
sorridendo, risponde di no, non lo sa, al che Willie,
trattenendola per un gomito, continua: Una volta c'erano
davvero delle teste di cavallo qui! S, proprio delle teste
di cavallo. Be', un bel po' di tempo fa. Stiamo parlando
di roba come... il 1780. Prima dell'arrivo dei coloni.
Sai, tra di loro c'erano i Judd. I miei antenati. La famiglia
mia e di Ethel. Bis-bis-bis-bis qualcosa, te l'immagini?
Tanto tempo fa. C'era quel generale, Sullivan, che combatteva
contro gli irochesi. Arriv dalla Pennsylvania.
Avevano trecento cavalli per i soldati e per il trasporto.
Combatterono contro i maledetti indiani, e furono costretti
a ritirarsi. E i cavalli stramazzarono. Erano trecento.
Si racconta che i soldati dovettero finirli. Ma non li
seppellirono. Be', si capisce, no? Non ti metti a seppellire
trecento cavalli se tu stesso sei sul punto di crollare. Dopo
aver combattuto contro gli irochesi che ti strappavano il
fegato e se lo divoravano davanti ai tuoi occhi. Lo facevano
con i loro simili, indiani di altre trib. Cercarono di annientarli.
Gli irochesi erano i peggiori, come i comanches
all'Ovest. E poi dicono che  stato l'uomo bianco a portare
il male su questo continente, stronzate! Il male era gi
in questo continente, radicato nella stessa terra, prima ancora
che arrivasse l'uomo bianco. I miei antenati venivano
da qualche parte del Nord dell'Inghilterra. Approdarono
a New York proprio dove sei nata tu, Hazel, che
coincidenza, eh? "Il porto di New York." Non sono in
molti a essere nati nel "porto di New York". Io credo nelle
coincidenze. I coloni si spinsero a forza sin qui. Diavolo,
non mi spiego perch lo fecero. Doveva essere una regione
selvaggia, non proprio come la Fifth Avenue di New
York, no? Comunque, i coloni arrivarono qui, dopo un
anno o due, e diamine, la prima cosa che videro furono
tutti quegli scheletri di cavalli. Lungo il fiume e nei campi.
Trecento scheletri e teschi di cavalli. Non riuscivano a
spiegarsi cosa diavolo fosse successo, a quel tempo si conosceva
poco la storia. Immagino che le notizie si apprendessero
per sentito dire. Non potevi accendere la radio o
la tv. Trecento teschi di cavalli a seccarsi al sole, e cos lo
chiamarono "Horseheads". Willie ansimava. Aveva proteso
la mano per afferrare il gomito di Hazel. Tutti gli avventori
del Blue Moon avevano smesso di parlare, persino
il jukebox tacque d'improvviso, fino a un attimo prima
stava suonando una canzone di Rosemary Clooney. In seguito
si sarebbe raccontato che nel locale non si sentiva
volare una mosca. Il giorno dopo Ethel Sweet avrebbe accusato
un duro colpo nell'apprendere che suo fratello
Willie si era ubriacato, innamorato com'era di Hazel, a
cui aveva fatto un favore, e per questo aveva ragione di
pensare che lei avrebbe fatto un favore a lui, non immaginando
che una donna cos giovane e carina non desiderasse
certo sposare un uomo della sua et oltretutto tanto
corpulento.
E cos Willie comincia a balbettare. Arrossisce, conscio
di dare spettacolo. Ma non sa come uscire da quella situazione,
e allora conclude, con una risata fragorosa: A ogni
modo, Hazel, ecco come nacque il nome di questo posto,
"Horseheads". Viene da chiedersi, perch si stabilirono
qui? Cosa diavolo li spinse a fermarsi in un posto come
questo? Dall'erba non sporgevano una o due o una dozzina
di teste di cavallo ma trecento. Eppure decidi di rimanere,
rivendicare il possesso della terra, costruire una casa,
arare i campi e mettere al mondo dei figli, e il resto 
storia.  una domanda da un milione di dollari, eh, Hazel,
diavolo se lo .
Hazel era sconcertata dalla veemenza di Willie. Non lo
aveva mai visto tanto rosso in viso, e ridere cos a squarciagola.
Mormorando qualche parola a bassa voce, che
pot sentire solo Willie, la cameriera si divincol precipitandosi
verso le porte a battenti della cucina.
Willie aveva notato l'espressione di ripugnanza sul suo
volto. Tutto quel discorso di scheletri e teste di cavalli,
"Horseheads": aveva rovinato quello che poteva essere
un bel momento.
Il giorno seguente, Hazel Jones e il bambino lasciarono
Horseheads per sempre.
Di primo mattino, alle 7,20, sulla route 13 presero un
pullman della Greyhound portandosi dietro le loro cose
stipate in valigie, scatole di cartone e buste della spesa. Il
pullman era diretto a sud, da Syracuse a Ithaca, a Elmira,
Binghamton e oltre. Ethel Sweet raccont che Hazel aveva
lasciato la stanza come uno specchio. Aveva tolto le
lenzuola e il coprimaterasso del suo letto e di quello del
bambino, piegandoli accuratamente per farli lavare.
Aveva lasciato pulito anche il bagno che avevano condiviso
con altri due ospiti, la vasca linda dopo averla usata
al mattino presto, gli asciugamani ripiegati pronti per il
bucato. Aveva svuotato delle sue cose l'armadio della
stanza, lasciando tutte le stampelle, e i cassetti del com.
Non era rimasto nemmeno uno spillo, un bottone. Il cestino
di vimini era stato svuotato in un cassettone sul retro
della locanda. Sul com c'era una busta indirizzata
alla signora ethel sweet. Conteneva numerose banconote
che coprivano l'affitto della stanza per tutto il mese di
aprile (malgrado fosse solo il 17) e una breve lettera, che
strazi il cuore di Ethel Sweet, che aveva perso non solo
la migliore pensionante ma una specie di figlia, come ormai
la considerava. Avrebbe mostrato a numerose persone
quel biglietto scritto con una grafia ordinata, l'avrebbero
letto e riletto e ci avrebbero riflettuto su a lungo a
Horseheads.
Cara Ethel,
io e Zacharias siamo dovuti partire all'improvviso, siamo
addolorati di dover lasciare un posto cos bello.
Spero che questa somma sia sufficiente a coprire l'affitto
del mese di aprile.
Forse un giorno ci incontreremo di nuovo, ringrazio te e
Willie dal profondo del cuore.
La tua amica "Hazel"


5.

Era una vecchia citt fluviale sul San Lorenzo, sulla sponda
nordorientale del lago Ontario. Era pi o meno grande
quanto la citt della sua infanzia, sul canale. Sulla sponda
opposta di quel fiume, il pi grande che avesse mai visto,
c'era un paese straniero, il Canada. A est sorgevano le
Adirondack Mountains. Canada, Adirondack, erano nomi
nuovi per lui, esotici e musicali.
Chi li avesse visti avrebbe desunto che quella donna e il
figlio stavano andando a sud. Invece avevano cambiato
corriera a Binghamton, e avevano inopinatamente puntato
a nord, verso Syracuse, quindi a Watertown e adesso all'estremit
settentrionale dello Stato.
Per seminarli. Nel caso ci seguissero.
Quell'accortezza era diventata una facolt istintiva. Non
aveva nulla a che fare, almeno apparentemente, con la logica,
e nemmeno con il calcolo delle probabilit. Rientrava
in quel non-fermarsi-mai, il bambino lo sapeva. Anche lui
ormai ragionava in quei termini.
Andiamo, forza! Dannazione, muoviti!
Gli afferr la mano. Lo trascinava. Se fosse corso davanti
a lei sul marciapiede sconnesso e pieno di buche, impaziente
dopo il lungo viaggio in pullman, lei lo avrebbe sgridato
perch aveva sempre paura che cadesse, si facesse
male. Avvertiva l'ingiustizia di quelli che a lui parevano i
capricci della madre.
Lei procedeva rapida, a lunghe falcate. In quei momenti
sembrava sapere esattamente dove stava andando, come
se quella fretta avesse una ragione. Fecero una sosta
di due ore alla stazione Greyhound. Aveva chiuso le loro
cose in diversi armadietti. Le chiavi le teneva al sicuro in
una tasca interna della giacchetta, che si era affrettata a
chiudere con la lampo. Aveva un foulard attorno al capo.
Erano usciti dalla parte posteriore della stazione, in un
vicolo.
Lui era senza fiato. Non riusciva a tenere il suo passo!
Aveva dimenticato il nome di quel posto. O forse lei non
glielo aveva detto. Aveva lasciato la cartina sull'autobus.
Quella dello Stato di New York, tutta piegata e spiegazzata.
La cartina del non-fermarsi-mai. L'aberrazione era stata
rimanere cos tanto tempo in quel posto (aveva gi dimenticato
il nome, Horseheads, tra qualche giorno l'avrebbe
cancellato completamente dalla memoria).
 stato un presagio. Potrebbero essercene altri.
Non aveva idea di che cosa stesse parlando. Il bagliore
di eccitazione negli occhi, le mascelle contratte. Procedeva
cos veloce e senza esitazione che i passanti si voltavano a
guardarla, incuriositi.
Soprattutto gli uomini. Erano quasi tutti uomini l sulla
sponda del fiume.
Stava di nuovo pensando che non aveva mai visto un
fiume cos grande. Lei gli aveva detto che lungo il suo corso
c'erano mille isole. Si fece scudo con la mano sugli occhi
per ripararsi dal riverbero sulle acque increspate, che
sembravano solcate da infuocate esplosioni.
Aveva sonnecchiato per tutto il viaggio, la testa ciondolante
contro il finestrino sporco, e con gli occhi socchiusi
aveva visto sfilare enormi distese di piatta campagna. Infine
dei terreni coltivati, delle case. Un gruppo di roulotte,
baracche di carta catramata, cimiteri di automobili, passaggi
a livello e granai, l'ufficio della Jefferson Co. Farm,
bandiere sventolanti in una stazione di benzina Sunoco,
un altro passaggio a livello. Dovunque stessero andando,
il paesaggio era meno verde rispetto a centinaia di chilometri
pi a sud.
Erano tornati indietro nel tempo? Il sole emanava un bagliore
invernale, l.
La campagna terminava all'improvviso. La strada scendeva
tra edifici di mattoni a tre piani dai tetti inclinati e
macilenti come anziani. Si saliva in maniera brusca fino a
un vecchio ponte di ferro a schiena d'asino che sovrastava
la ferrovia. Lui si disse prontamente: Siamo al sicuro, non
croller. Doveva essere cos perch sua madre era tranquilla,
non faceva caso al vecchio ponte inquietante che il grosso
pullman della Greyhound stava attraversando a meno
di venti chilometri all'ora.
Guarda! Laggi.
Era china su di lui, entusiasta, e guardava fuori dal finestrino.
Ogniqualvolta entravano in un paese, in una
citt, che dovessero scendere o che rimanessero sull'autobus,
sua madre era vigile, eccitata. Quand'era cos vicina
ne percepiva l'umido odore dolciastro, confortante quanto
quello del proprio corpo quando indossava il pigiama,
o la biancheria intima. E l'odore pi intenso dei suoi capelli
nei giorni in cui li tingeva, perch aveva deciso che i
capelli di Hazel Jones non sarebbero stati neri ma castano
scuro con "colpi di sole color ruggine".
Gli stava indicando qualcosa dal finestrino. Davanti ai
loro occhi si stendeva un vasto lotto ingombro di carri
merci, con le scritte baltimore & ohio, buffalo, chautauqua &
NEW YORK CENTRAL, ERIE & ORISKANY, SANTA FE. Parole
che da lungo tempo aveva imparato a riconoscere avendole
viste spesso, per quanto ne ignorasse il significato. Nomi
che al suo orecchio suonavano esotici e musicali, appartenenti
alla logica degli adulti.
Sua madre stava dicendo: Mi sembra di riconoscere il
posto, eppure non ci siamo mai stati.
Non sembrava riferirsi ai carri merci. Stava indicando
un cartellone pubblicitario piazzato sopra un gigantesco
bidone dell'olio, gelato sealtest. Una bambina riccioluta
nell'atto di portare alla bocca un cucchiaino di gelato al
cioccolato. Si ramment all'improvviso, l'alimentari Ike's,
il ricordo luccic come un pesce salito per un attimo a galla
prima di sprofondare di nuovo nell'oblio.
Lei stava dicendo che la gente era stata buona con loro.
Nella sua vita, nei momenti di bisogno, aveva sempre trovato
qualcuno che l'aveva aiutata. Era riconoscente. Non
dimenticava. Avrebbe voluto credere in Dio, cos avrebbe
pregato per loro, perch li ricompensasse per quella
bont.
Non in cielo ma qui in terra. E qui che ne abbiamo bisogno.
Lui non capiva a cosa si riferisse, ma era contento quando
lei era felice. Quando arrivavano in un nuovo paese o
citt era sempre nervosa, ma la bambina con i boccoli nel
cartellone della Sealtest le aveva strappato un sorriso.
Adesso siamo persone reali anche noi, Zack. Possiamo
provare la nostra identit come tutti gli altri.
Si riferiva ai certificati di nascita. Nel lungo viaggio da
Binghamton aveva esibito parecchie volte quei documenti
dall'aria cos solenne, come se non riuscisse a capacitarsi
che esistevano.
Zacharias August Jones, nato nel 1956. Hazel Esther Judd,
nata nel 1936. A lui piaceva che entrambi i certificati finissero
con il numero 6. Non sapeva di chiamarsi August di
secondo nome, gli pareva strano avere il nome di un mese,
come giugno, luglio. Non sapeva nemmeno che il cognome
della madre fosse Judd, e si chiese se era proprio
cos. E suo padre... William Jones?
Pass il pollice sopra lo stemma dello Stato di New
York, lievemente in rilievo, solcato da linee come l'impronta
di un pollice, grande quanto un dollaro d'argento.
Questi siamo noi? chiese con voce dubbiosa, tanto da
indurre la mamma al riso.
Lei cominciava a lamentarsi che lui fosse cos dannatamente
cocciuto, non aveva nemmeno sei anni! E ancora
non andava a scuola. Era il suo piccolo caprone. Gli spuntavano
delle corna che lei doveva tagliare, ecco come si faceva
con i bambini disobbedienti.
Lui le chiese dove. E la mamma tocc la fronte per indicarglielo.
Ma si era calmata, lo cap dall'espressione del viso. Si
era rilassata e gli aveva dato un bacio, perch Hazel Jones
non aveva mai rimproverato o fatto spaventare suo figlio
senza poi tranquillizzarlo con un bacetto.
S, siamo noi.
Prima di scendere dal pullman, aveva accuratamente
riposto i certificati in una tasca interna della valigia con la
cerniera, foderata con pezzi di cartone per evitare che si
strappassero.
Sulla banchina c'era un segnale consunto che scricchiolava
al vento.
MALIN HEAD BAY
Forse era il nome di quella citt. Compit tra s le parole,
malin head bay, notando gli accenti ritmici.
Cos' una baia, mamma?
Lei era distratta, non lo sent. Avrebbe cercato pi tardi
la parola nel dizionario.
Adesso la madre aveva rallentato il passo. Non lo teneva
pi per mano. Sembrava stesse fiutando l'aria, vigile e
apprensiva. Sul fiume imponente c'erano pescherecci e
chiatte. La superficie era increspata. Le chiatte erano molto
pi grandi di quelle che navigavano sul canale. Solcavano
le acque che mandavano barbagli infuocati, come
esplosioni. Il vento era gelido, ma se ci si riparava al sole
si stava bene.
Davanti alla taverna sostavano degli uomini che bevevano.
C'erano alberghi fatiscenti con i cartelli stanze per
una notte, affitti settimanali e mensili, e sui gradini consumati
delle entrate erano stravaccati al sole uomini dall'aspetto
malsano. Si accorse che sua madre esitava alla
vista di tutti quegli uomini, uno dei quali, a torso nudo, si
crogiolava al sole sbevazzando da una bottiglia di vetro
marrone. Li oltrepassarono. Fece per prendergli la mano,
ma lui si sottrasse. Comunque teneva il suo passo. Desiderava
tornare alla stazione dei pullman, ma sapeva che
lo avrebbero fatto solo quando lei avesse deciso. Perch la
sua volont era tutto: vasta come una rete che avvolgeva
il cielo.
Ma Un Head Bay. Con le dita suonava la tastiera, gli accordi.
Traeva conforto da tutto ci che riusciva a trasformare
in musica. E non c'era niente, nemmeno le cose pi brutte,
che non poteva trasformare in musica.
Sua madre si ferm all'improvviso. Le and quasi a
sbattere contro. Vide che stava osservando la figura grottesca
di un vecchio grasso steso al sole, a pochi metri da loro.
Se ne stava allungato in tutta la sua mole su una cassa di
legno capovolta. Aveva la pelle bianca come farina, stranamente
a rilievo e striata, come quella di un rettile. Alla camicia
mancavano diversi bottoni, si vedevano le pieghe
squamose e le grinze della carne arrossata dal sole. Gli occhi
incavati nel viso grassoccio sembravano incapaci di
mettere a fuoco gli oggetti e quando Hazel Jones gli pass
davanti a una distanza di non pi di tre metri non diede
segno di vederla, si limit ad alzare la bottiglia e a portarla
alla bocca, simile a una ventosa, e a tirare un sorso.
 cieco. Non pu vederci.
Il bambino cap che quella frase significava: Non pu
farci del male.
E cos Zack comprese che si sarebbero fermati a Malin
Head Bay, almeno per un po'.


6.

Non sembra di queste parti.
Una lieve enfasi su quel non sembra. E sorrideva.
Lei non diede segno di aver sentito. Aveva modi pacati
eppure infantili. Sembr degnarlo di una minima attenzione
solo quando la mano dalle unghie laccate di rosso prese
il biglietto che le porgeva; allora gli rivolse un sorriso smagliante,
dicendo: Grazie, signore! come se avesse ritirato
un premio. Come se per la tariffa ridotta dello spettacolo del
tardo pomeriggio, 2 dollari e 50, quell'uomo fosse entrato in
un santuario e non nella sala che odorava di muffa del Bay
Palace Theater, dov'era in programma West Side Story.
Strapp abilmente il biglietto verde e restitu all'uomo
la matrice, lo sguardo gi proiettato oltre, con quel sorriso
radioso indirizzato a chiss chi. Grazie, signore.
Assunta come maschera al Bay Palace Theater. Pantaloni
grigi svasati, una giacchetta a bolero attillata con rifiniture
cremisi. E, sulle spalline lievemente imbottite, dei cordoncini
dorati. Una luminosa frangetta bombata sulla fronte, a
sfiorarle le sopracciglia. Capelli castano scuro, con riflessi
rosso tiziano. E la lunga torcia che impugnava con l'entusiasmo
di una ragazzina, mentre accompagnava vecchi clienti
o mamme con i bambini nei recessi oscuri del cinema dove
sulla moquette logora si rischiava di inciampare in una scatola
di popcorn o in una barretta di cioccolato mangiucchiata
ancora avvolta nella carta: Da questa parte, prego!.
Poteva avere qualsiasi et, tra i diciannove e i ventinove
anni. Lui non era in grado di indovinarlo, come non riusciva
a capire il carattere delle persone: voleva cogliere solo il
lato migliore degli altri, augurandosi che facessero altrettanto
con lui, fermandosi all'apparenza, nel suo caso quella
gradevole di un americano affascinante e inappuntabile.
Non ricordava di aver mai fatto caso alla presenza di una
maschera in quel cinema. Era raro che notasse qualcuno. In
realt ci andava di rado. La cultura popolare americana lo
annoiava a morte. L'unica musica del Ventesimo secolo ad
appassionarlo era il jazz. Aveva la sensibilit da jazzista per
ci che sta ai margini. Era bianco solo per sbaglio.
L a Malin Head Bay, ai confini settentrionali dello Stato
di New York, nella bassa stagione vivevano solo i residenti.
Erano pochi i turisti che vi si fermavano dopo il Labor
Day. Quella ragazza che lavorava al Bay Palace Theater
abitava certo l, ma doveva essere nuova di quelle parti.
Lui stesso, Gallagher, non era di quel posto: era uno dei
turisti attardatisi l.
La sua famiglia possedeva da decenni una tenuta, come
si chiamava un tempo, per le vacanze sull'isola di Grindstone.
Grindstone era una delle isole pi grandi delle Mille
Isole, pochi chilometri a est di Malin Head Bay, sul fiume
San Lorenzo. Gallagher vi si recava d'estate, sin da
bambino; da quando aveva divorziato, nel 1959, trascorreva
sempre pi tempo a Malin Head Bay, da solo. Aveva
acquistato una casetta lungo il fiume. Suonava piano jazz
al Malin Head Inn due o tre sere a settimana. Possedeva
anche una propriet nei pressi di Albany, nella zona suburbana,
Ardmoor Park, dove vivevano i Gallagher; era
comproprietario della casa dove abitava la ex moglie con
il secondo marito e la sua famiglia. Non si sentiva in esilio
o emarginato dai suoi parenti, poich quel tipo di esistenza
gli pareva pi romantico, conduceva una vita pi appartata
e interessante rispetto a prima.
Che fine ha fatto Chet Gallagher?
Si  stabilito in qualche posto, sul San Lorenzo.
 divorziato? Si  allontanato dalla famiglia?
Qualcosa del genere.
Ora che ricordava, aveva gi visto la nuova maschera a
Malin Head Bay. L'aveva notata da qualche parte. Forse al
Lucky 13, quell'estate. O forse al Malin Head Inn. O magari
per Main Street, o Beach Street. Al supermercato mentre
spingeva un carrello traballante nel tardo pomeriggio,
quando c'erano pochi clienti, poich la maggior parte dei
residenti di Malin Head Bay cenavano alle sei, se non prima.
Gli sembrava di ricordare che la giovane donna avesse
un bambino con s.
Sperava che non fosse cos.
Hanno avuto dei figli, Chet e la moglie?
Lei s, ma non da lui.
La maschera gli aveva sorriso come se ne andasse della
sua vita, ma con discrezione aveva ignorato il suo sciocco
commento. Forse l'aveva intimorita. O magari l'aveva messa
in imbarazzo, in realt voleva solo essere cordiale, come
un qualsiasi abitante di Malin Head Bay; probabilmente
avrebbe dovuto cercarla per scusarsi, ma non l'avrebbe
fatto, lo sapeva. Lasciarla in pace era la strategia pi saggia,
si convinse mentre brancolava nel buio alla ricerca di un posto
nella sala semideserta, indirizzandosi verso la zona riservata
ai fumatori, nelle ultime file.
Qualche settimana dopo la incontr di nuovo al cinema; l'aveva
dimenticata, e quando la riconobbe avvert una certa
eccitazione. In quei casi  facile che un uomo creda erroneamente
che anche la donna lo abbia riconosciuto.
Quella sera la maschera era alla cassa a vendere i biglietti.
Con quell'allegra divisa dalla foggia vagamente militaresca,
nel botteghino, nell'atrio illuminato a giorno. Come
la volta precedente, rimase impressionato dai modi di
quella giovane donna, dal suo sorriso luminoso. Era di
quelle persone il cui volto si trasfigura quando sorridono,
come per un'improvvisa esplosione di luce.
Aveva cambiato l'acconciatura dei capelli: li aveva legati
a coda, ricadevano tra le scapole, lungo la schiena. Si vedeva
che le piaceva avvertirne il contatto sulla pelle, provava
un piacere voluttuoso e infantile a scrollarli, muovendo
il capo.
Di colpo Gallagher si sent sopraffatto. Le ginocchia molli,
inghiottiva a fatica come se si fosse disidratato dopo
aver bevuto whisky. Non ti sarai mica innamorato. No no no.
Eppure, per quanto strano, sino a quel momento non
aveva pensato a quella ragazza. Dalla sera di West Side
Story, settimane prima. Ormai si era in ottobre, una nuova
stagione. Per quanto si fosse disaffezionato al padre, Thaddeus,
e ormai da tempo si fosse allontanato dalla famiglia,
possedeva ancora delle quote della societ, la Gallagher
Media Group, proprietaria di stazioni radio e televisive a
Malin Head Bay, Alexandria Bay e Watertown. Era consulente
del "Watertown Standard", per il quale ogni tanto
scriveva degli articoli, e della sua mezza dozzina di affiliati
nella regione rurale degli Adirondack: era l'unico democratico
liberale associato al Gallagher Media Group,
dove era visto come un rinnegato. E si esibiva in concerti
jazz, che non fruttavano granch a parte l'intenso piacere
che ne traeva, e che cominciavano a diventare il centro
della sua vita dissipata.
Quando non beveva partecipava agli incontri degli Alcolisti
Anonimi che si tenevano a Watertown, sessantacinque
chilometri a sud di Malin Head Bay. L Chet Gallagher
era una sorta di leader spirituale.
Ecco perch, rifletteva mentre era in fila, dietro a pochi
altri, per acquistare il biglietto del film Anna dei miracoli,
un uomo desidera incontrare un'attraente ragazza sconosciuta.
La donna e il suo sorriso rappresentano la speranza.
Non si pu vivere senza speranza, cos come non si
pu vivere senza ossigeno.
Salve! Due dollari e cinquanta, signore.
Gallagher spinse un frusciante biglietto da cinque sotto
il vetro del botteghino. Si era ripromesso di non rendersi
ridicolo, ma si ritrov a chiederle in tono innocente: Me
lo consiglia questo film? Pare che sia s'interruppe, non
sapendo come proseguire, timoroso di offendere quella
ragazza dal sorriso radioso piuttosto impegnativo.
Si pent di aver usato quella parola, "impegnativo". In
realt voleva dire "pesante".
Sempre con un sorriso, la giovane prese il denaro, batt
i tasti della cassa con le sfolgoranti unghie laccate di rosso,
e con gesto teatrale spinse il biglietto verde del resto.
Era ancora pi bella di come gli era sembrata a settembre,
aveva occhi castano scuro dallo sguardo vigile, cordiale. Il
colore del rossetto si abbinava allo smalto, e Gallagher
not, non pot evitare di gettare un rapido sguardo, che
non portava anelli.
Oh, no, signore. Non lo definirei impegnativo, ma pieno
di speranza. Sembra che ti spezzi il cuore, ma poi rispose
con voce concitata, dall'accento del Sud, con una certa
veemenza, come se Gallagher avesse messo in dubbio i
convincimenti pi profondi della sua anima provi gioia,
ti senti viva.
Gallagher rise. Era impossibile resistere a quegli intensi
occhi castano scuro. Il suo cuore, ormai avvizzito, palpit di
emozione.
Grazie! Cercher di provarla anch'io.
Gallagher si allontan con il biglietto, senza voltarsi. La
giovane donna stava gi sorridendo al cliente successivo cos
come aveva sorriso a lui.
Bellissima ma non molto intelligente. Trasparente (fragile?) come
vetro.
La sua anima. Le si legge dentro. Superficiale, vulnerabile.
Sedette nella zona fumatori, ultima fila. Dopo dieci minuti
dall'inizio del film divent smanioso, cominci a distrarsi.
Non sopportava la colonna sonora, la trovava invadente,
oppressiva. Anna dei miracoli, un melodramma a tinte
forti, non riusc a coinvolgerlo, lui che era ormai giunto alla
conclusione che il fallimento, e non la vittoria sulle avversit
della vita, fosse la vera condizione umana. Per ogni Helen
Keller che trionfa vi sono decine di milioni di creature
che falliscono, esseri muti, sordi e insensibili come vegetali
gettati su un gigantesco mucchio di spazzatura a imputridire.
Con quello stato d'animo le scintillanti immagini
del film, mere luci proiettate su uno schermo con una qualit
dell'immagine scadente, non potevano operare la loro
magia.
Eppure aneliamo l'intervento di un taumaturgo, che possa
riscattarci.
Gallagher aveva la vescica piena. Quel giorno aveva bevuto
diverse birre. Si alz dalla poltroncina e and al bagno.
Un posto squallido, pacchiano e maleodorante. Conosceva
il proprietario del cinema e il direttore di sala. Il
Bay Palace Theater risaliva a prima della guerra, sembrava
passata una vita. Decorazioni art dco, uno svenevole motivo
egizio in voga negli anni Venti. Il periodo dell'infanzia
e dell'adolescenza di suo padre. Quando il mondo aveva il
suo incanto.
Desiderava rivedere la ragazza con i capelli a coda di
cavallo, ma decise di lasciar perdere. Era troppo vecchio
per lei, aveva quarantun anni. Probabilmente lei ne aveva
la met. Ed era cos ingenua, fiduciosa.
Il modo in cui lo aveva guardato, sollevando gli occhi
su di lui. Come se nessuno l'avesse mai respinta, le avesse
mai fatto del male.
Doveva essere molto giovane, per essere cos innocente.
Aveva evitato di sbirciare il nome che aveva ricamato
con un filo color cremisi sulla divisa all'altezza del seno sinistro.
Non era tipo da guardare il petto alle donne. Ma poteva
chiamare il direttore, frequentava come lui il bar del
Malin Head, e prendere informazioni.
La ragazza, quella nuova, che era al botteghino ieri sera?
Troppo giovane per te, Gallagher.
Avrebbe voluto protestare, lui si sentiva giovane. Almeno
dentro. Il viso era ancora quello d'un ragazzo, malgrado
le rughe sulla fronte e una calvizie incipiente. Quando
sorrideva, i denti aguzzi da vampiro balenavano.
In alcune zone di Malin Head Bay era conosciuto e rispettato
in quanto rampollo della famiglia Gallagher: il figlio
di un miliardario. Indossava intenzionalmente abiti
frusti, non si curava del suo aspetto. Portava capelli lunghi
non di rado scarmigliati e spesso non si faceva la barba
per giorni. Mangiava in taverne e locande. Lasciava mance
spropositate. Aveva un'aria assente, come di chi beva
molto, anche quando non toccava alcol ma era perso dietro
le sue sfibranti elucubrazioni. Ritrov il posto dov'era
seduto senza uscire nell'atrio in cerca della maschera. Provava
vergogna ripensando a quel goffo pretesto per attaccare
bottone; non era stato leale, mentre lei gli aveva risposto
con sincerit, dal cuore.
Quando alle ventidue e cinquantotto il film fin in un turbine
di musica trionfale, Gallagher not che il botteghino
era chiuso, e la giovane donna con la coda di cavallo in divisa
era andata via.


7.

Non mostrare agli altri tutto ci che sai. Nascondi la tua
debolezza. Perch  una debolezza sapere troppo quando
sei tra persone che sanno troppo poco.
Lui era Zacharias Jones, un bambino di sei anni iscritto
alla prima classe della scuola elementare di Bay Street. Viveva
solo con la madre, perch il padre non era pi in vita.
Devi rispondere cos a chi te lo domanda. Se insistono,
di' loro di chiedere a tua madre.
Era un bimbo con un visino scaltro da volpe, luminosi
occhi scuri e sfuggenti e una bocca che si muoveva in silenzio
quando gli altri bambini parlavano, come se volesse
accelerare quei loro stupidi balbetti. Aveva un'abitudine
che sconcertava la sua insegnante, batteva le dita - tutte e
dieci - sul banco o su qualsiasi superficie, come se volesse
accelerare il tempo. ,
Se ti chiedono da dove vieni, rispondi "dal Sud dello
Stato". Loro non devono sapere altro.
Non c'era bisogno di chiedere chi fossero loro: erano gli
altri. Sapeva per istinto che la mamma aveva ragione.
Vivevano in un appartamento di due stanze ammobiliate,
sopra la farmacia Hutt. Sul retro dell'edificio che ricordava
una chiesa, rivestito in legno scuro, c'era una scalinata esterna.
Dalle assi del pavimento proveniva un pungente sentore
di medicinali, la mamma diceva che era un odore gradevole
e salutare: Non ci sono germi. L'appartamento aveva tre
finestre, davano tutte sul vicolo nel retro dove c'erano i garage,
i bidoni dell'immondizia e detriti sparsi a terra. La visuale
era compromessa dalle inevitabili macchie sui vetri
delle finestre che la mamma poteva lavare solo da dentro. A
poco pi di due chilometri scorreva il fiume San Lorenzo,
percepibile al crepuscolo come una luminosa scia blu opaco
che sembrava baluginare sui tetti. Sopra la farmacia abitavano
altri inquilini, senza figli. Quel povero bambino si
sentir solo qui, non ha nessuno con cui giocare l'aveva avvertita
la vicina di casa, la cui ipocrisia traspariva dalla piega
della bocca, ma Hazel Jones aveva ribattuto con la voce
decisa usata al lavoro: Oh, no, signora Ogden! Zack star
benissimo. Lui non  mai solo, ha la sua musica.
La sua musica, strano modo di dire. Perch lui non aveva
mai pensato che una qualsiasi musica fosse sua.
Venerd pomeriggio alle quattro e mezzo aveva la lezione
di pianoforte. Rimaneva a scuola a Bay Street (con il permesso
della maestra, nell'improvvisata biblioteca dove alla
fine di novembre aveva gi letto la met dei libri esposti
sugli scaffali, inclusi quelli per i ragazzi della quinta) fino a
quando arrivava l'ora, e allora si affrettava emozionato
verso l'attigua scuola media dove, in un angolo dietro le
quinte dell'auditorium, il signor Sarrantini gli impartiva
lezioni di pianoforte in sessioni di mezz'ora, durante le
quali passava attraverso vari gradi di concentrazione e di
entusiasmo. Il signor Sarrantini era il soprintendente musicale
di tutte le scuole pubbliche della citt, nonch organista
della chiesa cattolica del Santo Redentore. Soffriva di
problemi di respirazione, un uomo dall'addome prominente,
sempre rosso in viso e con gli occhi guizzanti, dall'et
indefinibile per un bambino; Zack avrebbe solo potuto
definirlo "vecchio". Ascoltava i suoi allievi a occhi chiusi.
Da vicino emanava un odore dolciastro, come di vino rosso,
e anche un sentore aspro e acre simile al tabacco. Nel
pomeriggio del venerd, quando Zacharias Jones arrivava
per la sua lezione, il signor Sarrantini appariva spesso
stanco e irascibile. A volte interrompeva Zack mentre si cimentava
con le scale: Basta! Inutile perdere tempo. Altre
volte sembrava scontento di Zack. Ravvisava nel suo allievo
pi giovane una scarsa "attitudine al pianoforte". Aveva
detto a Hazel Jones che in un certo senso suo figlio era dotato;
poteva suonare "a orecchio" e un giorno sarebbe stato
in grado di suonare a prima vista ogni tipo di spartito. Ma
i passi da compiere per suonare bene il pianoforte erano
difficili e specifici, era fondamentale una "disciplina pianistica",
Zacharias doveva imparare le scale e gli studi nell'esatto
ordine prescritto per i principianti prima di affrontare
le composizioni pi complicate. Quando Zack
eseguiva uno studio assegnatogli, tratto dal libro Il mio primo
anno di pianoforte, il signor Sarrantini si accigliava e gli
intimava di fermarsi. Una volta gli diede una pacca sulle
mani. In un'altra occasione fece per chiudergli il coperchio
sulle dita. Zack ebbe appena il tempo di ritrarre le mani.
La cosa che tutti gli insegnanti di pianoforte disprezzano
 un cosiddetto "prodigio" che vuole fare il passo pi
lungo della gamba.
Oppure, con un risolino gorgogliante, ironizzava: Ecco
il nostro piccolo Wolfgang. Eh!.
Zack sapeva che la madre aveva offeso il signor Sarrantini
prefigurandogli che suo figlio era destinato a diventare un
pianista. Lui aveva provato un moto di disgusto a quell'affermazione
cos enfatica, rivolta al soprintendente musicale
della citt.
"Destinato a diventare", signora Jones? E da chi?
Un altro genitore, vittima di un tale sarcasmo, sarebbe
ammutolito, ma Hazel Jones, con la sua voce decisa, in tono
serio aveva replicato: Da quello che noi tutti abbiamo
dentro, signor Sarrantini, e che non conosciamo fin quando
non riusciamo a farlo emergere.
Pur nella sua infantile perspicacia Zack aveva notato che
il signor Sarrantini era rimasto colpito dalla madre. Almeno
in sua presenza avrebbe trattato pi gentilmente l'allievo.
Scale, sempre scale. Zack si sforzava di eseguire pazientemente
i noiosissimi esercizi di "diteggiatura". Ma le scale
non finivano mai. Una volta imparate le tonalit maggiori,
c'erano le minori. Le dita non sapevano cosa fare se
non le educavi? E perch il tempo era cos importante? I
modelli degli esercizi erano cos prevedibili che Zack sentiva
gi le note prima ancora di toccare i tasti. Peggio ancora
erano i pezzi che doveva studiare (Ding Dong Bell,
Jack e Jill Go Up th Hill, Three Blind Mic); quando li suonava
le dita sfuggivano al controllo come se si prendessero
gioco di lui. Ricordava i brani boogie-woogie che suscitavano
una tale allegria da venir voglia di alzarsi e mettersi
a saltare tanto erano briosi, come se rifacessero il verso ad
altri tipi di musica; ne era stato affascinato, tanto tempo
prima, ascoltandoli alla radio nella vecchia fattoria di Poor
Farm Road, a cui non poteva pensare perch la mamma si
sarebbe intristita se l'avesse saputo.
Se la mamma lo sapesse. Ma la mamma non poteva conoscere
tutti i suoi pensieri.
L a Malin Head Bay, nel loro appartamento sopra la
farmacia Hutt, c'era una radio portatile di plastica che la
mamma teneva sul tavolo della cucina. Girava in continuazione
la manopola della sintonia cercando programmi
di "musica classica", ma incontrava per lo pi strombazzati
intermezzi scherzosi e radiogiornali, spot pubblicitari,
canzoni pop interpretate da donne con voci sospirate e
uomini che pi che cantare urlavano, oppure scariche di
elettricit statica.
Un giorno avrebbe suonato composizioni di Beethoven
e Mozart, cos gli aveva assicurato la mamma. Sarebbe diventato
un vero pianista, si sarebbe esibito sui palcoscenici.
La gente lo avrebbe ascoltato, lo avrebbe applaudito.
Anche se non fosse diventato celebre si sarebbe guadagnato
la stima di tutti. La musica  una cosa meravigliosa,
la musica  una cosa importante. Nella ricorrenza della
Pasqua a Watertown si teneva un "concerto della giovent".
Forse non la prossima Pasqua - era ancora troppo
presto, supponeva -, ma quella seguente avrebbe potuto
suonare anche lui a quel concerto, per doveva seguire gli
insegnamenti del signor Sarrantini, imparare i pezzi che
gli assegnava e fare il bravo bambino.
L'avrebbe fatto! Ci avrebbe provato.
Perch nulla importava pi che rendere felice la mamma.
Arriv venti minuti prima della lezione con il signor
Sarrantini, per ascoltare l'allievo che lo precedeva, una
studentessa delle medie con uno stile brioso che il maestro
a volte lodava. Eseguiva coscienziosamente e con caparbiet
le scale; si atteneva quasi alla perfezione allo spietato
battito del metronomo. Una ragazza robusta, con le trecce
ispide, labbra carnose e tumide, che studiava sul libro dalla
copertina azzurra Il mio terzo anno di pianoforte. Sembrava
che suonasse con pi di dieci dita, a volte anche con i
gomiti: Donkey Serenade, Bugie Boy March, Anvil Chorus.
A casa Zack non aveva un pianoforte per esercitarsi. Hazel Jones
non voleva che si sapesse, ne provava vergogna.
Possiamo realizzare noi una tastiera. Perch no!
La costruirono insieme, con fogli di cartoncino bianco,
colorati di nero. Ridevano, era come un gioco. Tracciarono
delle linee con l'inchiostro nero per indicare lo spazio tra i
tasti. Le mani di Zack erano ancora troppo piccole per coprire
un'ottava, ma si sarebbe esercitato con le scale. Non
stai facendo gli esercizi solo per il signor Sarrantini, ma per
te stesso.
Adesso, mentre preparava la cena, lanciava occhiate a
Zack che muoveva le mani sulla tastiera di carta. Sembrava
indiavolato mentre eseguiva le scale!
Tesoro, peccato che quei dannati tasti non suonino.
Senza fermarsi, Zack replic: Suonano, mamma. Io li
sento.


8.

Adesso che si erano stabiliti in una citt la situazione era
pericolosa. Anche a Malin Head Bay, nelle propaggini settentrionali
dello Stato, vicino alla frontiera canadese, a
centinaia di chilometri dalla loro vecchia casa nella Chautauqua
Valley, era pericoloso. Ora che Zacharias Jones era
iscritto alla scuola elementare e Hazel Jones lavorava sei
giorni a settimana al Bay Palace Theater, dove chiunque
poteva entrare per comprare un biglietto, era pericoloso.
Lui, sempre lui rappresentava il pericolo. L'uomo il cui
nome non veniva nemmeno pronunciato, con il tempo aveva
acquisito uno strano potere.
Era come un cielo sereno, senza nuvole, che d'improvviso
si copriva di nubi e in pochi minuti scoppiava una tempesta,
come avveniva sul lungolago, sull'Ontario.
I giochi di sua madre! Si creavano dal nulla.
Si sforzava di capirne la natura anche mentre vi partecipava.
Perch c'erano sempre delle regole. I giochi hanno
delle regole. Come la musica. Da dove venissero fuori, quelle
regole, non lo sapeva.
Il Gioco-dei-sassolini-(che-scompaiono).
Hazel aveva posto quindici sassolini di varia grandezza
sul davanzale della finestra pi grande, che dava su un vicolo,
nel retro della farmacia Hutt. Uno dopo l'altro cominciarono
a sparire. All'inizio dell'inverno ne erano rimasti solo tre.
Una regola del gioco era che lui poteva notare l'assenza
di un sassolino, ma non domandare chi l'aveva preso, o perch.
Del resto, era ovvio che l'aveva preso sua madre. (Ma
per quale ragione?)
Con il tempo Zack comprese che quei giochi infantili
non erano dei semplici giochi.
I sassolini li avevano raccolti sulla spiaggia pietrosa
presso il ponte dell'isola di St. Mary, sulla sponda del fiume.
Li consideravano "pietre preziose", "pietre della fortuna".
Molti erano davvero splendidi per essere delle normali
pietre: levigati e dai colori striati come marmo. Zack
non si stancava mai di contemplarli, di toccarli. Altri sassolini
non erano altrettanto belli, apparivano compatti e
minacciosi, come un pugno chiuso. Per emanavano un potere
speciale. Quelli non li toccava mai, ma era rassicurante
vederli al mattino sul davanzale.
Senza un ordine preciso, nei mesi successivi, i sassolini
cominciarono a sparire. Non sembrava che la scomparsa
avesse a che fare con la loro bellezza o grandezza. C'era un
elemento di casualit nel gioco che teneva Zack in uno stato
di perpetua inquietudine.
Era ovvio che fosse la madre a farli sparire. Ma lei non
l'ammetteva, e Zack non poteva accusarla. I sassolini scomparivano
la notte come per una sorta di magia, era una regola
implicita di quel gioco.
Altra tacita regola era che non potesse essere Zack a toglierli.
Aveva preso uno dei pi belli per nasconderlo sotto
il materasso del suo letto, ma la mamma doveva averlo scovato
perch era sparito anche quello.
Se non ci trova prima che scompaiano tutti i sassolini,
 segno che non ci trover mai.
Lui, sempre lui. Il pap-che-non-si-deve-nominare.
Ora che Hazel Jones lavorava come maschera al cinema,
a volte scimmiottava il modo di parlare di certe attrici hollywoodiane.
Da quando aveva assunto il nome di Hazel
Jones, alludeva a cose che la madre di Zack un tempo non
avrebbe mai menzionato. Ricordava che la mamma aveva
un altro nome all'epoca in cui vivevano nella grossa vecchia
casa di Poor Farm Road, vicino al canale dove lui giocava,
quando c'era ancora pap, il cui nome non si poteva
nominare altrimenti la mamma sarebbe andata su tutte le
furie. Viveva nel terrore di fare arrabbiare la mamma.
Adesso c' la mamma. D'ora in poi la mamma sar tutta per te.
E cos tutto quello che Hazel Jones diceva con quel tono
spensierato e noncurante chiss perch non sembrava "vero",
ma a volte serviva a comunicare delle cose "vere".
Come quando si parla attraverso una maschera, con il
volto celato.
L'altro gioco lo terrorizzava. Non era nemmeno certo che
si trattasse di un gioco.
A volte sulla strada. Altre in un negozio. Nei luoghi
pubblici. Avvertiva l'improvvisa apprensione della madre,
che si bloccava di colpo mentre parlava, o gli stringeva
la mano fino a fargli male, mentre fissava qualcuno che
lui, Zack, non aveva ancora visto. E forse non avrebbe visto.
Sua madre poteva decidere che non c'era pericolo, oppure
veniva colta dal panico e lo spingeva verso una porta,
o dentro un negozio che attraversavano di corsa per uscire
dal retro, incuranti degli altri che li guardavano incuriositi,
scrutando il volto pallido della madre e del figlio che correvano
come fossero in pericolo di vita.
Accadeva sempre troppo in fretta. Zack non opponeva
resistenza. Comunque non avrebbe voluto. La mamma aveva
una tale forza in quei momenti di disperazione.
Una volta lo aveva spinto a terra per nascondersi dietro
una macchina parcheggiata. Aveva cercato goffamente di
fargli scudo con il corpo.
Niley, ti amo.
Il suo vecchio nome, che portava quand'era piccolo. La
mamma l'aveva pronunciato senza volerlo, in quel momento
di panico. In seguito avrebbe capito che si aspettava
di essere uccisa, era una sorta di addio.
O si aspettava che uccidesse lui.
Poche volte Zack scorse l'uomo che spaventava cos sua
madre. Era alto, con le spalle grosse. Di profilo, o di spalle.
Non lo vide mai bene in faccia. Aveva i capelli corti,
d'un grigio scintillante. Una volta stava uscendo dal Malin
Head Inn, s'era fermato sotto l'insegna per accendersi
una sigaretta. Portava una giacca sportiva e la cravatta.
Un'altra volta era fuori dal supermercato mentre lui e la
mamma stavano uscendo con il carrello; la mamma fu presa
dal panico, torn indietro e and a sbattere contro un
altro cliente che stava dietro di loro.
(Dovettero abbandonare il carrello con i pochi articoli
acquistati per fuggire sul retro. Per fortuna il direttore del
supermercato ormai conosceva Hazel Jones e i cibi furono
messi da parte, li ritir la mattina dopo.)
Quegli incontri turbavano Zack, lo spaventavano. Perch
sapeva che ognuno di quegli uomini poteva essere lui.
E che lo avrebbe punito insieme alla mamma per qualcosa
che avevano fatto, lui non li avrebbe mai perdonati.
Una volta a casa la mamma abbassava tutte le tapparelle.
La sera accendeva solo una lampadina. Zack l'aiutava
a spostare la poltrona pi pesante contro la porta chiusa a
doppia mandata. Quelle sere a cena non aveva mai molto
appetito, e dopo, mentre si esercitava sulla tastiera del
pianoforte immaginario, le note e gli accordi acuti e cristallini
venivano interrotti dalla voce tonante, incredula e furiosa
di un uomo, che nemmeno il terrore folle di un bambino
riusciva a placare.
Non era lui, Zack. Non credo. Non stavolta.
Ingobbito sulla tastiera immaginaria. Le dita che battevano
sui tasti di carta. La musica del pianoforte avrebbe scacciato
quell'altro rumore se continuava a suonare forte.
La mattina, i sassolini sul davanzale.
Se era un giorno di sole, i raggi filtravano dal vetro riscaldandoli.
Zack si rese conto che quello dei sassolini non era
solo un gioco. Era reale cos come pap era reale, anche se
invisibile.
La mamma non alludeva a quello che era accaduto il
giorno prima, o che stava per accadere. Era una regola del
gioco. Lo abbracciava e gli dava un bacio schioccante con le
labbra inumidite, e con la voce briosa di Hazel Jones lo faceva
sorridere: Abbiamo superato la notte! Lo sapevo.
Con il tempo si svilupp una curiosa variante del gioco
Lui/Sempre lui. L'aveva ideato da solo, e ne aveva fissato le
regole.
Per caso era solo lui a vedere l'uomo, non la mamma.
Un uomo che assomigliava abbastanza a quello che non
potevano nominare, alle volte la mamma non lo notava.
Aspettava, con crescente tensione, che la madre lo vedesse
e reagisse; se non lo vedeva, o, pur notandolo, non gli badava
granch, Zack sentiva come uno schiocco nel cervello,
all'improvviso perdeva il controllo e si metteva a spintonare
la madre, disperato.
Zack, cosa c'?
Il bambino sembrava furibondo, tutto d'un tratto. La
spingeva, la tempestava di pugni.
Ma... cos'hai, tesoro...
Ormai per il pericolo era passato. L'uomo, lo sconosciuto,
era sparito dietro l'angolo. Forse non era mai esistito:
Zack l'aveva immaginato. Ma, ormai, in preda a una
collera infantile, scopriva i denti. Era un tic del padre, e ritrovarlo
sul volto del bambino era terrificante.
Non te ne sei accorta! Non l'hai visto! Io l'ho visto! Poteva
venirti addosso e bum! bum! bum! ti sparava in faccia
e bum! mi avrebbe sparato e non potevi fermarlo! Ti
odio.
In preda allo stupore Hazel Jones guardava il figlio furibondo.
Era senza parole.


9.

Era sbalordita. Terribilmente colpita. In qualche modo suo
figlio lo sapeva, il padre aveva una pistola.
In qualche modo aveva memorizzato alcune espressioni
del padre. Quello sguardo che esprimeva disgusto. Quell'espressione
di furia indignata, cos rabbiosa che non si
osava avvicinarsi a lui nemmeno per rabbonirlo mostrandosi
teneramente indifesi.


10.

Innamorarsi dell'amore.
Mettere da parte tutto il mio amore. Per te.
Fu all'inizio dell'inverno del 1962 che cominci a vedere
la giovane donna nel piano-bar pieno di fumo del Malin
Head Inn, dove suonava. Nell'atrio dell'albergo c'era un
vistoso manifesto con la sua foto patinata che lo ritraeva in
primo piano, chet gallagher piano jazz.
Quando la vide non credette ai suoi occhi; eppure sembrava
proprio lei. La maschera del Bay Palace Theater.
La ragazza il cui nome aveva appreso dall'amico che
gestiva la sala. (Comunque non si era servito di quell'informazione,
si era impegnato a non farlo.)
Arriv presto al piano-bar, verso le otto di sera. Sedette
sola a uno dei tavolini tondi con il ripiano zincato, vicino al
muro. And via prima che la sala si riempisse, poco dopo le
dieci. Rimase sola tutto il tempo. Spiccava nella sua solitudine.
Declin l'offerta di un drink da parte di altri avventori,
maschi. O di compagnia, sempre di maschi. Con un sorriso,
per addolcire il rifiuto. Era evidente che era l per ascoltare
il pianista, non per fare conversazione con estranei.
Ogni volta ordinava due drink. Non fumava. Sedeva
ascoltando Gallagher, con attenzione. Applaudiva con
maggior entusiasmo e trasporto rispetto agli altri clienti
abituali, come se non fosse abituata a seguire concerti.
Hazel Jones.
Pronunci il nome tra s e s. Sorrise a quel nome cos
semplice e innocente. Tipicamente americano.
La prima volta che Gallagher la vide era una di quelle
serate in cui era d'umore malinconico. Suonava in maniera
assorta Round About Midnight di Thelonious Monk. Minimalista,
meditabondo. Come attraversare il sogno di
qualcun altro,  facile perdere la strada. Gallagher amava
Monk. Una parte di lui era Monk. Ostinato, forse un po'
eccentrico. Stravagante. Era una musica bellissima, autentico
cool black jazz. Avrebbe voluto che gli altri la sentissero
come la sentiva lui. La vivessero come la viveva lui.
Quello era il problema. Per suonare bene quel tipo di
jazz bisognava essere distaccati. E Gallagher non lo era.
 lei.  proprio lei?
Una donna sola in un piano-bar. Presumi che stia aspettando
un uomo, ma non viene nessuno. Una bella ragazza
con quello che sembrava un vestito da cocktail di un appariscente
tessuto rosso a motivi argentati, di poco valore.
Aveva capelli vaporosi e morbidi sul collo. Con un sorriso
lievemente accennato, incurante degli sguardi insistenti degli
uomini; quando il cameriere le si avvicinava alzava gli
occhi fissandolo, con sguardo quasi supplichevole. Come a
chiedere: Posso rimanere qui? Non mi manderete via, vero?
Gallagher accenn qualche nota. Termin il sinuoso brano
di Monk tra sporadici applausi e le sue agili dita balzarono
sulla tastiera attaccando un pezzo pi animato, ritmico,
sensuale, I Can't Give You Anything But Love, Baby.
Era tempo che non lo suonava. ,
Non si era reso conto di pensare a lei. "Hazel Jones." Per
certi versi, gli seccava pensare alle donne. Era convinto di
aver superato quella fase, quella sensazione di calore e tensione
al petto e all'inguine. Dopo aver visto Anna dei miracoli,
quell'estate, era tornato solo una volta al Bay Palace
Theater, e in quell'occasione aveva evitato di cercare la
graziosa maschera, di attaccare discorso con qualche stratagemma.
No, no! In seguito si era sentito fiero di s.
La ricerca spasmodica della felicit serve solo a complicare
la vita. E Gallagher ne aveva abbastanza di complicazioni.
Quella sera, Gallagher fece la sua pausa senza cercare
con lo sguardo la giovane donna. Sgusci subito fuori.
Quando torn, il tavolo era occupato da qualcun altro.
Peccato. Ma era meglio cos.
Chiese al cameriere cosa aveva bevuto la ragazza e gli
fu risposto Coca-Cola con ghiaccio. Aveva lasciato una
mancia di trentacinque centesimi in spiccioli.
Era una fase particolare della vita di Chet Gallagher: si era
alzato una mattina e si era ritrovato un affabile eccentrico
che viveva in una cittadina e suonava piano jazz al Malin
Head Inn le sere del mercoled, gioved e venerd. (Il sabato
c'era un complessino che suonava musica country e
western.) Viveva in una piccola casa di legno sul lungofiume,
a volte si spingeva con la macchina alla tenuta di famiglia
sull'isola di Grindstone e passava qualche giorno
in solitudine. Si era in bassa stagione, sulle isole i turisti
scarseggiavano. La gente del posto non era propriamente
socievole. Non molto tempo prima avrebbe potuto portare
con s un'amica. Prima ancora, la moglie. Adesso preferiva
andare da solo.
Troppi problemi a radersi ogni mattina. Troppi problemi
a doversi mostrare sempre divertente e cordiale, "positivo".
La compulsione all'ottimismo lo esasperava. Diamine, s!
La sua famiglia viveva all'altra estremit dello Stato, ad
Albany e nei dintorni. Nel loro ambiente assolutamente
esclusivo, il "destino" di famiglia. Erano mesi che non sentiva
nessuno di loro, il padre addirittura dal 4 luglio, quando
era andato a trovarlo nella sua tenuta a Grindstone.
E cos era diventato un intrattenitore del Malin Head
Inn, il cui proprietario era un suo amico, un conoscente di
lunga data di suo padre Thaddeus Gallagher. Il Malin
Head era l'albergo pi grande della zona, ma durante la
bassa stagione solo un quinto delle stanze erano occupate,
persino nei fine settimana. Gallagher suonava il pianoforte
con lo stile di Hoagie Carmichael, la sua figura snodata
curva sulla tastiera, le agili dita affusolate che scivolavano
su e gi lungo i tasti come se stessero facendo l'amore, una
sigaretta tra le labbra. Non cantava come Carmichael ma
spesso canticchiava a bocca chiusa, rideva tra s. Nel mondo
del jazz si raccontano diverse storielle piccanti. Gallagher
era un interprete appassionato dei pezzi di Duke Ellington,
Fats Waller, Monk. Al piano-bar, gli chiedevano
di suonare Begin th Beguine, Happy Birthday to You, Battle
Hymn of th Republic, Cry. Accennava un sorriso educato e
continuava a suonare la musica che gli piaceva, inframmezzata
da motivi pi adatti al grande pubblico. Era affabile.
Non reagiva in maniera beffarda o malevola. Un uomo
di mezza et dall'aspetto giovanile che in genere riusciva
simpatico agli uomini e attraeva fortemente alcune donne.
Si ubriacava di rado.
Alcune sere beveva solo acqua tonica con ghiaccio, con
uno spruzzo di lime. Un bicchiere alto che sgocciolava sul
pianoforte, e accanto un portacenere.
Aveva degli ammiratori. Alcuni venivano a sentirlo da
Watertown. Non molti. Venivano ad ascoltare chet gallagher
piano jazz, per lo pi uomini, liberi come lui, scapoli,
divorziati o separati. Uomini stempiati, con il ventre
flaccido, lo sguardo vivace, e un gran bisogno di ridere.
Di calore umano. Uomini per i quali Stormy Weather, Mood
Indigo, St. James Infirmary, Night Train avevano un profondo
significato. C'era anche qualche donna del posto a cui
piaceva il jazz, ma erano poche. (Come si poteva ballare al
suono di Brilliant Corner? Era impossibile.) La clientela
dell'albergo era piuttosto eterogenea, soprattutto nella
stagione estiva. A volte capitavano dei veri appassionati
di jazz. Ma era raro. I clienti si fermavano in quella sala per
bere, fumare. Ascoltavano per un po', smaniavano e si spostavano
nel bar, dove c'era un'atmosfera meno riservata, e
un jukebox. O rimanevano a bere. A volte parlavano ad
alta voce, ridevano. Non intendevano essere villani, erano
solo del tutto indifferenti. Per Chet Gallagher era gente
che non mostrava alcun rispetto per la cultura musicale,
per lui cos importante, la sua affabilit non gli impediva
di avvertire l'offesa arrecata alla musica, pi che a lui stesso.
Li etichettava come bianchi snob figlidiputtana, sentendosi
la pelle nera e sovversiva del jazz.
Era una delle cose che suo padre detestava in lui. Una
vecchia storia, quella dei loro rapporti. Le idee politiche di
Gallagher, le sue tendenze "sinistroidi", "rosse". Troppo
tenero verso i negri, aveva votato per Kennedy e non per
Nixon, per Stevenson e non per Eisenhower, e nel 1948 per
Truman e non per Dewey.
Quello era stato il peggior insulto: preferire Truman a
Dewey. Thaddeus Gallagher era amico di vecchia data di
Dewey, aveva finanziato generosamente la sua campagna
elettorale.
Era una fortuna che non bevesse pi tanto. Quando i
suoi pensieri prendevano una certa direzione, gli veniva
quasi la febbre. Per gran parte della vita era vissuto in
mezzo a bianchi snob figlidiputtana. Affanculo le cose in cui
credi. Non te ne frega niente. La musica va avanti anche senza di
te. Guarda in faccia la realt, Gallagher, anche tu sei un bianco
snob figliodiputtana. Quello che fai al piano non  serio. Niente
di quello che fai  serio. Un uomo senza una famiglia non  serio.
Suonare il piano al Malin Head non  un vero lavoro,  solo un
passatempo. La tua vita non  pi una vera vita,  solo un hobby.
Stava suonando Blue Moon. Un'interpretazione lenta, malinconica.
Maudlin elevato all'ennesima potenza. Era met
dicembre, una sera che nevicava fitto. Fiocchi che si riversavano
languidamente dal cielo nero sul fiume San Lorenzo.
Gallagher non voleva illudersi che Hazel Jones sarebbe
tornata ancora al piano-bar, non si illudeva mai. Era venuta
parecchie volte, andava via presto. Sempre sola. Si era
chiesto se lavorasse un venerd s e uno no al Bay Palace, o
se si fosse licenziata. Si era informato, sapeva che per quel
lavoro la paga era miserabile. Forse poteva aiutarla a trovare
un impiego migliore.
L'amico che gestiva il Bay Palace gli aveva rivelato che
Hazel veniva dal Sud dello Stato. Non conosceva nessuno
nella zona. Era un tipo riservato, ma un'eccellente lavoratrice,
estremamente affidabile. Sempre cordiale, o cos appariva.
Molto abile a vendere biglietti. Ha personalit. E
quel sorriso! Andava bene per i clienti maschi che creavano
problemi. Assumevi una bella ragazza dalle forme generose
e le davi la divisa da maschera ma non volevi rogne. A
differenza della sua collega, Hazel Jones non si offendeva
quando i clienti (maschi) si comportavano aggressivamente
con lei. Rispondeva in tono calmo, sorrideva e andava a
chiamare il direttore. Non alzava mai la voce. Come un uomo,
che non lasciava trasparire i propri sentimenti. Forse
Hazel  pi grande di quello che sembra. Ne deve aver passate parecchie.
Adesso devono sembrarle tutte stronzate.
Gallagher gett un'occhiata alla sala piena di fumo; proprio
in quel momento stava entrando una giovane donna,
si dirigeva a un tavolino vuoto accanto al muro. Era lei!
Sorrise tra s. Non cerc il suo sguardo. Provava una sensazione
piacevole. Improvvisava, contento di come le dita
affusolate balenavano sulla tastiera. Da Blue Moon scivol
lentamente a Honeysuckle Rose, un Ellington d'annata per
una persona che probabilmente conosceva poco il jazz,
tanto meno quello di Ellington. Desiderava fargliela ascoltare,
conoscere. Lo bramava quasi. Pensava:  venuta per
me. Per me! Mentre eseguiva un'appariscente cascata di
note, Chet Gallagher s'innamor della donna che conosceva
come Hazel Jones.
Quando venne il momento della pausa, and direttamente
al suo tavolino.
Si chin verso la ragazza che lo guardava sorpresa, dopo
averlo applaudito con entusiasmo tutto infantile.
La ringrazi, le disse che l'aveva notata. Si present, come
se lei non conoscesse il suo nome. E si chin per sentire
il suo: "Hazel"... come? Non ho capito bene.
Hazel Jones.
Gallagher rise compiaciuto, come un ladro che inserisce
una chiave in una serratura.
Le dispiace se mi siedo per qualche minuto, signorina
Jones?
Not che si sentiva lusingata dalle sue attenzioni. Altri
clienti aspettavano di scambiare due chiacchiere con il
pianista, ma lui li aveva schivati, noncurante. Eppure in
seguito si sarebbe ricordato con disappunto che Hazel Jones
aveva esitato, fissandolo. Sorrideva, ma gli occhi avevano
assunto un'espressione vaga. Forse l'aveva spaventata,
comparendo cos all'improvviso. Era alto quasi un metro
e novanta, curvo e dinoccolato, la testa con un'incipiente
calvizie, la faccia rossa per la performance al piano; aveva
uno sguardo ombroso, mite ma intenso. Hazel Jones non
pot evitare di invitarlo a sedere. Il tavolino dal ripiano
zincato era piccolo, le loro ginocchia si urtarono.
Da vicino Gallagher not il volto accuratamente truccato,
le labbra d'un rosso acceso. Sembrava un'attrice, di
quelle ritratte sui manifesti del Bay Palace. Indossava un
vestito da cocktail di una stoffa scarlatta lucente che le calzava
attillato sulle spalle e sul petto. Aveva le maniche a
sbuffo e i polsini stretti. Nella scarsa luce della sala densa
di fumo appariva a un tempo sensuale e apprensiva. Gallagher
le offr da bere, qualcosa di alcolico, ma lei rifiut
educatamente: Grazie, signor Gallagher. Ma devo andare
via presto.
Lui rise, risentito. Ribatt: La prego, Hazel, mi chiami
Chet. Il signor Gallagher  il mio sessantasettenne genitore,
che vive ad Albany.
Fu una conversazione goffa, alquanto strana. Come salire
in una canoa con uno sconosciuto, senza remi. Elettrizzante
ma al contempo insidiosa. Per risero, quindi fu
anche divertente.
Come si sente lusingato un uomo, quando una donna
ride alle sue battute!
Com' infantile quel desiderio di fidarsi di una donna.
Perch  attraente, giovane. Perch  sola.
Doveva ammettere che quella ragazza lo eccitava. Al
Bay Palace, con quella divisa ridicola, e adesso al pianobar,
con quel vestito rosso scintillante. Le sopracciglia erano
meno folte di quello che ricordava, probabilmente le
aveva curate. I capelli soffici e vaporosi avevano un taglio
scalato, come un cappello largo sulla testa. Bruni, con mche
color ruggine. Aveva la pelle lattea. Avvicinarsi a Hazel
Jones era come avvicinarsi al fuoco. Gallagher avvert
una lieve paura; ormai non era pi un ragazzo, e i sentimenti
che provava lo riportavano alla giovent. Ed erano
associati al dolore, alla delusione.
Eppure eccolo l con Hazel Jones, che gli sorrideva. Anche
lei era nervosa, agitata. A differenza delle tante donne
che conosceva, Hazel sembrava parlare senza sotterfugi. Si
rese conto che conversare con lei era diverso: non c'era
quell'ipocrisia di fondo, simile a una maschera, che si creava
con altre donne, la sua ex moglie, alcune amanti, le sorelle
da cui si era allontanato. Con la disinvoltura di una
ragazzina Hazel gli stava dicendo che ammirava il suo
"stile nel suonare il pianoforte" anche se il jazz era "difficile
da seguire, comprendere fino in fondo". Lo stup quando
gli rivel che anni prima la notte ascoltava un programma
radiofonico notturno di jazz, da una stazione radio di
Buffalo.
Gallagher individu subito il programma: "Zack Zacharias"
di Radio Meraviglia WBEN.
Hazel parve sorpresa che lui conoscesse quel programma.
Gallagher dovette trattenersi per non rivelarle che i
programmi radiofonici notturni di jazz in un gran numero
di radio dello Stato erano stati una sua idea. La WBEN era
affiliata al gruppo Gallagher Media, una delle stazioni radiofoniche
pi importanti.
Lo conosce? "Zack Zacharias"? Mi sono sempre chiesta
se fosse... sa, negro.
Pronunci delicatamente quella parola: Ne-gro. Come
se essere di pelle nera fosse una sorta di handicap.
Gallagher rise. Il suo vero nome non  Zack Zacharias e
non  pi negro di me. Ma conosce bene il jazz, il programma
va avanti da nove anni.
Hazel sorrise, sembrava confusa. Lui non voleva che
pensasse che rideva di lei.
Lei  di Buffalo, vero?
No.
Ma  della parte occidentale dello Stato, giusto? Lo
sento dall'accento.
Hazel sorrise di nuovo, incerta. Accento? Lei stessa non
aveva mai sentito quelle vocali nasali piatte.
Gallagher non voleva metterla in imbarazzo. Era cos
vulnerabile, fiduciosa.
Perch  venuta in queste lande nordiche? A Malin
Head Bay. Sar arrivata in estate, vero?
S.
Conosce qualcuno qui? Ha dei parenti?
Hazel parve non aver udito quella domanda diretta. E
se ne usc con un'osservazione che lo lasci di sasso, che
da un'altra donna gli sarebbe parsa civettuola:  parecchio
tempo che non viene al cinema, signor Gallagher. O
almeno non l'ho vista.
Si ricordava di lui! E voleva che lui lo sapesse. Gallagher
era lusingato.
Sfiorandole il gomito la preg di nuovo di chiamarlo
Chet.
Era proteso verso di lei, si sentiva elettrizzato, avvertiva
il sangue che fluiva caldo nelle vene. Com'era bella e, come
le era disperatamente grato che fosse tornata! Un uomo
suona piano jazz nella speranza di attrarre una donna
come quella. Le disse che in realt non amava il cinema.
Non era molto americano, sotto questo aspetto. La sua famiglia
era nel settore dei "media": non film, ma giornali,
stazioni radio e televisive. Commerciava in immagini, in
sogni. L'obiettivo principale dell'industria cinematografica
era vendere biglietti. Se ci si rendeva conto di questo, era
difficile farsi sedurre. Quello che pi detestava dei film
hollywoodiani era la musica. Le "colonne sonore". Di norma
gli davano ai nervi. Trovava offensivo l'uso strumentale
della musica per evocare emozioni, "ambientare le scene".
Era un nostalgico del cinema muto, a quei tempi
durante le proiezioni dei film c'era sempre un pianista che
suonava in sala. Lo trovava esagerato, illogico. A volte si
tappava le orecchie per non ascoltare quella musica. Altre
si copriva gli occhi per non vedere le scene.
Hazel rideva. Lui stesso stava esagerando per risultare
spiritoso. Gli piaceva vederla ridere. Immaginava che in
altre circostanze Hazel non ridesse molto. Era arrossita.
Aveva l'abitudine di toccarsi i capelli, sollevare e lasciar
ricadere la frangetta sulla fronte. Era un gesto infantile
che attirava l'attenzione sul suo viso sereno, sulla chioma
lucente, sulle dita senza anelli con le unghie laccate di rosso.
Inoltre muoveva in continuazione le spalle nel vestito
attillato, piegandosi in avanti e poi raddrizzandosi. Dava
l'impressione di provare imbarazzo per il proprio corpo,
come fosse cresciuto troppo in fretta. Quell'abito rosso
scintillante era una divisa, come quella che indossava al
lavoro. Gallagher era convinto, senza bisogno di verificarlo,
che portava scarpe dal tacco molto alto.
Avrebbe voluto proteggere quella giovane donna dal dolore
a cui quell'ingenuit di certo la esponeva. Voleva che si
fidasse di lui. Che lo adorasse. Desiderava accarezzarle il
viso, la gola snella. Le spalle irrequiete, parzialmente scoperte.
Voleva prenderle i seni tra le mani. Avvert un desiderio
spasmodico immaginandone le nudit. La forte emozione
che si prova a vedere per la prima volta una donna
nuda, un tale abbandono.
Gallagher parlava in maniera concitata. Stava accadendo
tutto cos in fretta, si sentiva girare la testa. E quella sera
aveva bevuto solo birra. Ma era ubriaco di Hazel Jones.
L'antico, familiare brivido della paura. E il morboso
conforto che recava. Gallagher non aveva mai fatto l'amore
con una donna senza prima provare quella sensazione di
sgomento. Tranne che con la moglie, era come paralizzato
dalle emozioni troppo violente. Non appena il sesso diventava
una convenzione, una pratica abituale, cessava di essere
passione per tramutarsi in qualcos'altro.
Questa non la sposerai.
Cos cercava di tranquillizzarsi.
Le chiese se le piacesse il cinema, costretta com'era a
vedere film in continuazione.
Non prest attenzione alla risposta. Era la sua voce ad
attirarlo, non le parole. Eppure rimase sorpreso quando
gli rivel che vedeva solo alcune scene, mai un film per
intero. E prima di essere assunta in quel posto aveva visto
pochi film: I miei genitori non approvavano il cinema.
Cos vedeva solo qualche scena, spesso anche pi di una
volta. Capitava che vedesse il finale ore prima di vedere
l'inizio. Oppure vedeva gli inizi subito dopo aver visto i
finali drammatici. Le storie non avevano n capo n coda.
Prevedeva le battute degli attori, anche quando cominciava
una "nuova" scena. Sapeva cosa suscitava l'ilarit degli
spettatori, anche se la gente che assisteva era sempre
diversa e rideva di cuore. Era in grado, anche solo ascoltando
la colonna sonora, di capire cosa stesse accadendo.
Ti d l'ingannevole sensazione di poter capire cosa aspettarsi
nella vita. Ma nella vita di tutti i giorni non c' musica,
non si hanno indizi a disposizione. Quasi tutto accade
in silenzio. Si vive proiettati nel futuro e nei ricordi. Non
si rivive mai la stessa esperienza, la si rievoca, e in maniera
imperfetta. La vita non  mai semplice come la trama di
un film, c' troppo da ricordare.
E tutto ci che si dimentica  come se non fosse mai accaduto.
Invece di piangere, si preferisce ridere.
E Hazel rise, la risata fievole e angosciata di una bambina,
che cess d'improvviso cos com'era cominciata.
Gallagher era stupito dallo sfogo della giovane donna.
Non aveva idea di cosa stesse parlando. E quella curiosa
enfasi sulla parola "ridere", come se avesse scarsa dimestichezza
con la loro lingua. Non voleva ammettere di aver
sottovalutato l'intelligenza di quella ragazza, non riusciva
ad accordare a una donna giovane e bella come Hazel Jones
una capacit analitica e di ragionamento cos fine. Nella
sua esperienza le donne parlavano sull'onda delle emozioni.
Rise, come se quello che gli aveva detto fosse divertente.
Le prese la mano, in un gesto cavalleresco, giocoso.
Aveva le dita fredde, poich aveva toccato il bicchiere con
il ghiaccio, inaspettatamente forti, non fragili o con le ossa
minute; la pelle era lievemente ruvida. Lo fece con il pretesto
di stringerle la mano, a malincuore doveva tornare a
suonare, la pausa era terminata.
Erano quasi le nove e mezzo. Stavano affluendo nuovi
clienti. I tavoli erano quasi tutti occupati. Gallagher era
contento, aveva un pubblico numeroso, Hazel sarebbe rimasta
ancora pi colpita.
Qualche richiesta, Hazel? Sono ai suoi ordini.
Hazel parve riflettere. Si accigli impercettibilmente.
Una ragazza che prendeva sul serio ogni domanda, not
Gallagher.
Suoni la canzone che la rende pi felice, signor Gallagher.
"Chet", tesoro! Mi chiamo Chet.
Suoni la canzone che la rende pi felice, Chet. Vorrei
sentire quella.


11.

Era Capodanno. Da certe osservazioni velate ed enigmatiche
della madre, Zack comprese che lo attendeva una sorpresa.
Meglio di Natale. Molto meglio!
A scuola si erano soffermati parecchio sul tema del Natale.
E si parlava parecchio dell'anno nuovo, il 1963. Gli
scolari della prima avevano dovuto imparare a compitare
la parola gennaio, facendo attenzione alla doppia. Zacharias
Jones, il volto impassibile, batteva le dita sul banco
perso dietro note e accordi invisibili. E se la maestra lo riprendeva,
piegava le braccia e batteva le dita sul petto, di
nascosto, incapace di controllarsi. Scale, sequenze ritmiche,
movimenti contrari delle dita, posizione di arpeggi e
inversioni. Non conosceva i nomi di quegli esercizi, ma li
eseguiva. Sentiva cos chiaramente le note nella testa da
rendersi subito conto quando commetteva un errore. In
quel caso ricominciava dall'inizio. Il signor Sarrantini era
una presenza invisibile durante le lezioni a scuola. Al posto
del viso giallastro della signorina Humphrey compariva
il rosso volto grassoccio dell'insegnante di pianoforte.
Come lui, anche la signorina Humphrey era parca di lodi
con Zacharias Jones. Era evidente che al signor Sarrantini
non andava a genio il suo pi giovane allievo. Non importava
che eseguisse fluentemente gli esercizi assegnati, c'era
sempre qualcosa che non andava. Quella nuova scala,
Fa minore, con quattro bemolli. Dopo appena un giorno di
intensi esercizi era riuscito a eseguirla scorrevolmente come
la scala in Do maggiore, che non presentava diesis o
bemolli. Eppure prevedeva che il signor Sarrantini avrebbe
schioccato le labbra umide in tono di rimprovero.
Con quel sorrisetto compiaciuto avrebbe esclamato: "Ecco
il nostro piccolo Wolfgang. Eh!".
La signorina Humphrey era pi gentile del suo insegnante
di musica. Di solito. Perch alle volte, esasperata, gli
schioccava le dita sotto il naso per attirare la sua attenzione,
facendo ridere la classe. Non le era piaciuto per niente
vedere Zack armeggiare maldestramente - era convinta che
lo facesse di proposito - con forbici, carta e colla, quando
aveva spiegato a tutta la classe come costruire dei Babbo
Natale di carta incollandovi della lanugine a mo' di barba
bianca. Aveva detto all'ansiosa madre del bambino che
Zack leggeva come un ragazzo di prima media ed era bravissimo
in matematica, ma aveva aggiunto: Suo figlio ha
problemi di condotta, di comportamento. Ha difficolt a socializzare.
O  inquieto e non riesce a stare fermo o precipita in una
sorta di trance e sembra che non mi senta nemmeno.
Aveva sei anni. Gi albergava in lui, acuminata come
una scheggia nella carne, la consapevolezza che, se non vai
a genio alla gente, non importa quanto talento o intelligenza
hai. Sembra che non mi senta nemmeno era l'accusa.
La signora Jones si era scusata per il figlio. Aveva promesso
che si sarebbe "impegnato di pi" con il nuovo anno.
All'inizio di quel nuovo anno il freddo s'intensific. Sette
gradi sotto zero, due se il sole riusciva a filtrare tra gli spessi
banchi di nubi plumbee. Ma Hazel era una donna concreta,
paziente. Rideva quando sentiva il tono cupo con
cui venivano lette le previsioni del tempo. Era buffo, in
quei bui giorni invernali la stazione radio locale trasmetteva
la musica pi allegra e gioiosa: Sunny Side of th Street,
Blue Skies, How Much Is That Doggie in th Window?
Preparava per lei e per Zack delle fumanti tazze di cioccolata
calda. Era il principio del thermos, spiegava la mamma:
avere del liquido bollente nello stomaco ti mantiene
caldo finch arrivi a destinazione.
Quando c'era una bufera di neve non si usciva. Che
gioia! Zack non era costretto ad andare a scuola e poteva
crogiolarsi a casa in quel silenzio ovattato e Hazel non doveva
andare al lavoro. Non doveva truccarsi il viso come
quei volti sui manifesti del cinema o. passare ore a spazzolarsi
i capelli fino a farli fiammeggiare. Cantava sottovoce,
sbarazzina, Sfiznn' all my love for you, e lanciava occhiate
furtive al figlio cos tenacemente immerso negli esercizi di
pianoforte sul tavolo della cucina. In quelle giornate abbaglianti
che spesso seguivano le bufere, la mamma lo vestiva
con la lunga maglia intima di lana che dava il prurito,
una camicia e due maglioni, il rigido giubbotto di montone
con la chiusura lampo appena acquistato da Sears, gli
calcava ben bene il cappello di lana sulla fronte e gli avvolgeva
attorno al collo una pesante sciarpa in modo da
coprire la bocca, cos che quando usciva, se non respirava
con il naso, cosa che non riusciva a fare, l'alito inumidiva
la lana, che prendeva un cattivo odore. Sotto gli stivali di
gomma, anch'essi acquistati di recente da Sears, aveva
due paia di calzettoni, e alle mani due paia di guanti, il secondo
di finta pelle con una guarnizione di pelliccia sintetica.
I tuoi preziosi ditini, Zack! Le punte dei piedi possono
anche congelarsi e cadere, tesoro, ma non le dita. Un
giorno varranno una fortuna.
Rideva, chiamandolo micetto monello, e con le labbra
umide gli dava un bacio sul naso.
Hai un nuovo amico, Zack! Andiamo a conoscerlo.
Non aveva mai visto la madre cos ansiosa, eccitata. Lo
stava portando nell'albergo vivacemente illuminato, lungo
il fiume, il Malin Head Inn, che aveva visto solo dall'esterno,
tanto tempo prima, quando - faceva ancora caldo -
avevano raccolto i sassolini sulla spiaggia.
Avanzavano impacciati, e sbatterono contro la porta girevole.
Nell'atrio furono investiti da una folata di aria calda.
Quanta gente! Zack rimase a occhi aperti. La mamma gli afferr
la manina guantata e lo condusse attraverso la sala
affollata. C'era un gran fermento. E un mucchio di cose da
vedere. Era appena arrivato un chiassoso gruppo di sciatori,
che si stavano registrando alla reception. Sfoggiavano
variopinte giacche a vento e costosi equipaggiamenti da sci.
Molti giovani osservarono Hazel Jones mentre attraversava
l'atrio. Avevano le guance irritate dal freddo e apparivano
stravolti come se avessero corso. Giunti nel salone la mamma
gli apr il giubbottino di montone e si lev la larga mantella
grigia di un tessuto lanuginoso, con il cappuccio. Sotto
indossava uno dei due vestiti "da festa", come li chiamava,
il preferito di Zack, di jersey color porpora scura con delle
perline sul petto e una fusciacca di raso. Li aveva acquistati
entrambi per nove dollari a una svendita in un negozio del
centro che aveva subito un incendio. Solo se si faceva attenzione
si notava che avevano qualche difetto.
Ci sta aspettando, tesoro. Vieni!
Hazel afferr la mano del figlio, a cui aveva sfilato i
guanti, e lo trascin con s. Zack era contento che non ci
fossero altri bambini. Gli sembrava una serata speciale, a
quell'ora i bambini erano gi a letto: erano le otto e mezzo
passate. Raramente Zack prendeva sonno prima delle dieci,
a volte anche dopo se ascoltava musica alla radio. Adesso
la sentiva, ed era eccitato.
 un matrimonio, ma non vedo la sposa.
Hazel si era fermata davanti all'ingresso di una sala da
ballo color avorio e oro dove, su un palco sistemato in fondo,
contro la parete, un'orchestrina di cinque elementi stava
suonando musica da ballo. Quel ritmo induceva al sorriso
e ti faceva venire voglia di ballare: era "swing". Strano
che la maggior parte degli uomini e delle donne vestiti
elegantemente non stessero ballando, ma fossero radunati
in crocchi, con bicchieri in mano, a parlare e ridere ad alta
voce.
Zack si chiese se quello - il matrimonio? - fosse la sorpresa.
Di certo la sorpresa non poteva essere pap. Ormai i
sassolini erano tutti spariti.
Ma lo stesso pap era sparito. Non doveva dimenticarlo.
Zack tir la mamma per la gamba. Una madre cos giovane,
con il viso come quelli dei manifesti al Bay Palace Theater,
e con quel vestito da festa jersey color porpora, non
sembrava per niente una mamma, e la cosa lo spaventava.
Perch la gente si sposa, mamma?  l'unico modo?
L'unico modo per cosa?
Zack lo ignorava. Sperava che lei completasse il suo
pensiero, come spesso avveniva.
Attraversarono un corridoio fiancheggiato da vetrine
intensamente illuminate, con articoli esposti. Pezzi di
gioielleria, borsette, golfini lavorati a mano di lana shetland.
Al limitare del corridoio c'era una stanza scarsamente
illuminata, oscura come una caverna: piano-bar.
Zack sent il suono di un pianoforte. Ecco la sorpresa! Hazel
lo trascin dentro, tutto tremante ed eccitato. In fondo
alla stanza c'era un uomo seduto dietro un bellissimo pianoforte
luccicante, non un piccolo piano verticale come
quello all'auditorium della scuola media, con il coperchio
alzato. L'uomo stava suonando la musica che Zack conosceva
dai tempi in cui ascoltava la radio, tanto tempo prima,
nella casa di Poor Farm Road: "jazz".
Numerose persone erano sedute ai tavolini sparsi nella
sala densa di fumo. Al bar altri clienti erano seduti sugli
sgabelli. Alcuni parlavano e ridevano, ma la maggior parte
stava ascoltando il pianista che suonava quella musica
briosa, vivace, sorprendente. Zack avvert il fascino del
piano-bar, il cuore batteva forte per la felicit.
A Hazel Jones era stato riservato uno di quei tavolini con
la superficie zincata, proprio vicino al pianoforte! Hazel fece
sedere Zack in modo che potesse seguire le mani del
pianista. Lui non aveva mai visto dita cos lunghe e agili.
Non aveva mai sentito una musica simile, cos da vicino.
Era stupefacente, travolgente. Zack immagin che l'uomo
dietro il pianoforte riuscisse a prendere dodici tasti - quindici!
- con quelle dita lunghe e agili. Osserv e ascolt incantato.
Sarebbe rimasto uno dei ricordi pi straordinari
della sua vita, Chet Gallagher che suonava jazz al pianoforte
una sera di gennaio del 1963 al Malin Head Inn.
I'll Isn't Love, A-Tisket, A-Tasket, I Ain't Got Nobody, in stile
Fats Waller: brani che Gallagher suon quella sera, e che
un giorno Zack avrebbe imparato. ,
Nella pausa Gallagher and a sedersi al loro tavolino.
Zack not che conosceva gi sua madre: era lui l'"amico".
In quel momento comprese perch gli aveva comprato il
giubbotto di montone e gli stivaletti da Sears, e perch
avevano fatto installare il telefono nell'appartamentino,
l'aria di segretezza e di serenit che aveva la madre. Non se
ne era chiesto la ragione, da tempo aveva compreso che
era inutile cercare di capire la logica del comportamento
degli adulti. Rimase sorpreso non tanto che Chet Gallagher
conoscesse la madre, ma che Chet Gallagher, l'uomo
che sino a quel momento aveva suonato il pianoforte, volesse
conoscere lui, che gli stringesse la mano con un sorriso e
facendogli l'occhiolino lo salutasse: Ciao, Zack! Tua madre
mi ha detto che anche tu suoni il piano, eh?. Zack era
troppo emozionato per rispondere. Hazel gli diede un colpetto
con il gomito e spieg: Zack  timido con gli uomini
adulti, al che Gallagher scoppi a ridere, in un modo che
lasciava trasparire quanto fosse preso da Hazel Jones, e ribatt:
Cosa ti fa pensare che io sia un "uomo adulto"?.
Gallagher aveva un testone oblungo come se fosse stato
intagliato nel legno. I capelli scuri e crespi incorniciavano
una fronte spaziosa e il naso lungo e stretto, con bizzarre
narici come due buchi scuri. Sorrideva sempre, il capo inclinato
in avanti. Quando sedeva al piano, la spina dorsale
sembrava un salice, lievemente ricurva. Gallagher indossava
gli abiti pi strani che Zack avesse mai visto addosso
a un uomo: una camicia nera di seta senza colletto, stretta
sul busto muscoloso e aderente come un guanto, bretelle
di un vistoso tessuto azzurro iridescente, che in qualche
modo ricordava il vestito per la festa di Hazel Jones. Zack
non aveva mai visto un uomo con quella faccia, probabilmente
era brutta, ma pi la guardavi pi ti piaceva. Anche
gli occhi erano unici.
Gallagher si alz. Era tempo di tornare a suonare. Aveva
portato con s il suo drink, un liquido chiaro in un bicchiere
alto. Mentre si voltava, la mano sfior la spalla di
Hazel. Zack si addorment ascoltando le dita di Gallagher
che maramaldeggiavano su e gi per la tastiera in un
ritmo sfrenato, che gli facevano muovere le sue per imitazione:
un "boogie-woogie".
I knezv then that a man could love.
A man can love.
With his music, with hisfingers a man can love.
A man can he good, a man does not have to hurt you(1).
Dopo un po' Zack venne svegliato. Il piano-bar aveva chiuso.
Il barista stava pulendo. Chet Gallagher aveva ordinato
degli hamburger per tutti: quattro sandwich per tre
persone tra cui un bambino di sei anni tutto insonnolito.
Naturalmente Chet Gallagher aveva una fame da lupo.
Divor due panini e mezzo. E aveva anche una gran sete.
Al termine della serata aveva voglia di festeggiare. Hazel
rideva, protestando che era tardi, erano le due di notte passate,
non era stanco? Gallagher scosse energicamente il capo:
Diamine, per niente.
Zack si avvicin bramoso al pianoforte. Rimase in piedi,
lo sgabello era troppo basso. Dapprima sfior appena i tasti,
li premette con cautela, ascoltando i suoni acuti, cristallini,
le note che uscivano dai recessi misteriosi dello strumento
che non mancavano mai di eccitarlo, meravigliato
che esistessero quei suoni e potessero essere evocati dal
silenzio dalle sue dita.
Era quello il prodigio: che i suoni scaturissero dal silenzio,
dal nulla. Che fosse lui lo strumento di quel suono.
Ud la voce giocosa e piacevolmente confidenziale di
Gallagher, come se si conoscessero da lungo tempo: Forza,
piccolo. Il piano  tuo. Suona.
Zack esegu la scala in Fa minore, prima con la destra,
poi con la sinistra e infine con entrambe le mani. Le dita si
muovevano sui tasti come fossero abituate a quel bellissimo
pianoforte! Ma produceva un suono completamente
diverso da quello con cui prendeva lezioni dal signor Sarrantini.
Era di gran lunga pi limpido, le note pi cristalline.
Le dita cominciarono a imitare i movimenti e gli accenti
sincopati di Gallagher, ritmi jazz, boogie-woogie. Si
ritrov a suonare, o cercare di farlo, una delle melodie
orecchiabili che il pianista aveva suonato quella sera,
quella che sembrava una canzoncina per bambini: A-Tis-
ket, A-Tasket. E su quelle note improvvis un goffo boogie-
woogie. Gallagher si avvicin ridendo e si chin su di lui.
Sent l'odore dolciastro e sgradevole del suo fiato, misto a
quello di fumo. Ges, piccolo. Suoni a orecchio, eh? Straordinario.
Le gigantesche mani di Gallagher discesero sulle
sue manine sopra la tastiera; le lunghe maniche della camicia
nera cinsero Zack, senza toccarlo. Le flessuose dita
agili si mossero esperte sui tasti acuti e sui bassi, sempre
pi piano, sin quando le note furono quasi troppo profonde
da percepire. Ogni tanto Gallagher scoppiava a ridere,
era esilarante vedere le dita esili di Zack che tentavano di
seguire le sue, scivolando e incespicando tra i tasti, premendo
quelli sbagliati, ma senza arrendersi, come un cucciolo
che corre goffamente dietro un cane dalle lunghe
zampe. Zack aveva il viso accaldato, si stava eccitando.
Gallagher pigiava i tasti con decisione, le mani indiavolate.
Zack tentava di imitarlo. Le dita gli facevano male. Era
sovraeccitato, in uno stato quasi febbrile.
Piccolo, sei una bomba. Da dove sei saltato fuori?!
Gallagher poggi il mento sul capo di Zack. Lievemente,
come a volte faceva Hazel quando lui si esercitava in
cucina e lei era d'umore allegro. Basta un tocco, piccolo.
Non c' bisogno di pestare. La musica devi farla uscir fuori,
non c' bisogno di picchiare sui tasti. Basta toccarli. Poi
ti muovi veloce, vedi?... la mano sinistra suona per lo pi
accordi. Uno-due-tre-quattro. Uno-due-tre-quattro. Tieni
il tempo. Con il tempo puoi suonare qualsiasi cosa. St. James
Infirmary.
Le grosse mani di Gallagher battevano i tasti con gravit,
come se intonassero una marcia funebre. Per lo stupore
di Zack, Gallagher cominci a cantare con un vocione
nasale dal tono mutevole, non si capiva se per far ridere o
per commuovere:
Let'er go, let'er go, Good bless her...
Wherever she may he...
She can look this wide ivorld over...
She'll neverfind a sweet man like me(1).
Gallagher torn al tavolino, Hazel rideva e applaudiva con
entusiasmo infantile.
Zack rimase al pianoforte, deciso a suonare come Gallagher.
La mano sinistra suonava gli accordi, la destra la melodia.
Le linee melodiche erano molto semplici, se si conoscevano.
Sempre le stesse note. Zack cominci ad avvertire
una strana sensazione, come delle vertigini, si stava impadronendo
del segreto del pianoforte attraverso le note che
Gallagher aveva suonato con grande sicurezza, un giorno
sarebbe stato capace di suonare qualsiasi musica avesse sentito,
perch (in qualche modo) sarebbe esistita nelle sue dita,
cos come sembrava esistere nelle grosse dita di quell'uomo.
Ascoltava distratto la madre che si lamentava con Gallagher
dell'insegnante di piano di Zack, il signor Sarrantini
era anziano, non amava l'insegnamento ed era troppo critico
verso suo figlio, spesso ne feriva i sentimenti. E Zack si
impegna a fondo. La musica sar lo scopo della sua vita.
Purtroppo non aveva un pianoforte a casa. Non poteva
esercitarsi come avrebbe dovuto.
Gallagher le propose subito: Diamine, venite da me.
Ho un pianoforte, pu studiare con il mio. Tutto quello che
vuole. Hazel replic titubante: Farebbe questo per
Zack?. Al che Gallagher rispose, con quel suo tono caldo
e disinvolto: Perch no? Il bambino ha talento.
Segu qualche attimo di silenzio. Zack stava imitando
Gallagher, suonava St. James Infirmary. Ma le dita esitavano,
meno sicure di prima. Percep la voce della madre sussurrare
ansiosa: Ma... potrebbe perderlo, vero? Il "talento".
 come una fiamma, no? Un'entit astratta.
Zack non credeva alle proprie orecchie. Era impossibile
che sua madre dicesse quelle cose su di lui, tradendolo con
uno sconosciuto. Non lo aveva vantato, per anni? Costringendolo
a suonare davanti a estranei, sperando in un applauso?
Era lei ad aver insistito affinch prendesse lezioni
dal signor Sarrantini. Gli aveva sempre ripetuto che un
giorno le sue dita sarebbero valse una fortuna. E adesso
perch esprimeva quei dubbi? E tra i tanti proprio a Chet

Note.
1. Sapevo allora che un uomo poteva amare./ Un uomo pu amare. / Con la
sua musica, con le sue dita, un uomo pu amare./ Un uomo pu essere
buono, un uomo non deve farti del male. [N.d.T.]


12.

Gallagher! Zack era arrabbiato, suonava note e accordi striduli.
Aveva perso il tempo. Quel tempo dannato. Le dita
suonavano quasi a caso. Sentiva il chiacchiericcio a bassa
voce tra sua madre e il suo nuovo amico, assorti nella conversazione,
a voce bassa come se non volessero che lui
udisse, n lui voleva sentire, ma gli giunsero le parole esitanti
della madre: Io... non credo di poter accettare, signor
Gallagher. Cio... Chet. Non sarebbe giusto e Gallagher
che replicava: Non sarebbe giusto? Diamine, e per chi non
lo sarebbe? e poich Hazel non replicava, aggiunse, in tono
pi comprensivo:  sposata, Hazel?  per questo?.
Adesso Zack si sforzava di non sentire. La voce imbarazzata
della madre era poco pi d'un sussurro.
No.
Divorziata?
Le dita di Zack brancolavano sui tasti, si sforzavano di
tirare fuori una melodia. La stava cercando. Strano, una
volta che la perdi non la trovi pi, quando invece ce l'hai
tra le dita niente  pi facile e naturale. Aveva le palpebre
pesanti. Era stanchissimo! Sent sua madre, con l'incantevole
vestito jersey da festa color porpora, confessare a
Gallagher che non era maritata n divorziata, non lo era
mai stata: Non mi sono mai sposata.
Era una cosa di cui vergognarsi, Zack lo sapeva. Una
donna con un figlio, senza marito. Perch fosse cos, lo
ignorava. Gi le parole "avere un figlio" pronunciate con
un certo tono insinuante provocavano risolini maliziosi. A
scuola, i compagni lo canzonavano chiedendogli se avesse
un padre, dove fosse, e lui, cos come lo aveva istruito,
la mamma, rispondeva che suo padre era morto, e si allontanava,
non sopportava quelle facce crudeli che lo deridevano,
scappava via disperato. La mamma gli aveva
consigliato di non scappare mai, l'avrebbero rincorso come
un branco di cani, ma non poteva farci niente, era spaventato
dalle loro grida di scherno, mentre gli scagliavano
contro palle di neve. Perch lo detestavano, gli gridavano
dietro Jo-nes come se quel nome fosse un insulto?
La mamma diceva che erano invidiosi. Lui era un bambino
speciale, loro nessuno li amava come lei amava lui,
ecco perch erano invidiosi, perch Zacharias era davvero
speciale agli occhi del mondo e tutto il mondo un giorno
l'avrebbe scoperto.
Gallagher stava dicendo: Hazel, non importa. Per amor
di Dio.
Importa. Agli occhi della gente.
Non ai miei.
Zack non stava guardando gli adulti. Eppure con la coda
dell'occhio vide l'uomo appoggiare la sua grande mano su
quella di Hazel, sul tavolino zincato. Lo vide chinarsi in
avanti, goffamente, e dare un bacio sulla fronte della madre.
Zack stava suonando con la mano sinistra, sempre pi piano.
La destra tratteggiava una melodia sui toni alti, come il
cinguettio nervoso di un uccello. Cavolo, aveva dimenticato
tutte le canzoni che conosceva. E aveva perso il tempo. Le
dita presero a pestare la tastiera. Le mani erano come artigli,
percuotevano dieci tasti contemporaneamente, come farebbe
un qualsiasi bambino bizzoso che batte su una tastiera
che non sa suonare, su e gi, con un fragore di tuono.
Zack! Tesoro, smettila.
Hazel gli si avvicin e lo prese per mano.
Era tempo di andare. Stavano spegnendo le luci del piano-bar.
Il barista era gi andato via. Chet Gallagher si alz
in piedi, era pi alto di quello che Zack immaginava, si
stiracchi pigramente come un gattone, sbadigliando.
Andiamo. Vi accompagno a casa.
Lo fecero sedere sul sedile posteriore. Una macchina cos
grande, larga quanto una barca! I sedili erano comodi come
un divano. Gli si chiudevamo gli occhi per il sonno.
L'orologio a cristalli verdi segnava le 2,48. La mamma sedeva
davanti accanto al signor Gallagher. L'ultima cosa
che sent fu Gallagher che diceva con frase a effetto:
Hazel Jones, questa  stata la serata pi bella della mia inutile
vita. Almeno sino a ora.


13.

Sul finire dell'inverno del 1963 si trasferirono da Malin
Head Bay a Watertown, New York. Era un nuovo modo di
non-fermarsi-mai. Non presero il pullman della Greyhound,
non erano pi poveri e disperati, ma furono accompagnati
da Chet Gallagher con la sua comoda Cadillac del 1959
larga e fluttuante come una barca.
Ci aspetta una nuova vita. Una vita decente. Nessuno
ci seguir, qui!
Nel giro di una convulsa settimana venne presa la decisione:
Hazel avrebbe lavorato come commessa al negozio
di pianoforti e strumenti musicali dei fratelli Zimmerman,
a Watertown. E Zack avrebbe preso lezioni di piano dal
pi anziano dei fratelli Zimmerman, che insegnava solo
agli allievi pi dotati.
Da Malin Head Bay si spostarono di sessantacinque
chilometri a sud, in una citt pi grande, Watertown,
dove non conoscevano nessuno.
Dall'angusto e maleodorante alloggio sopra la farmacia
Hutt traslocarono poi in un appartamento di due stanze
dalle pareti bianche appena ritinteggiate al secondo
piano di uno stabile in arenaria su Washington Street,
distante cinque minuti a piedi dal negozio degli Zimmerman.
L'affitto l'avrebbe pagato Hazel Jones, non il signor
Gallagher. La sua paga era il triplo di quella che percepiva
come maschera al Bay Palace Theater.
Chi vende musica vende bellezza. D'ora in poi, vender
bellezza.
Finalmente Zack avrebbe preso serie lezioni di pianoforte.
Avrebbe avuto un suo strumento. Zack era un bambino
molto maturo.
Dalla scuola elementare di Bay Street venne trasferito a
quella di North Watertown, dove fu iscritto alla seconda
classe. C'era anche la possibilit che saltasse un anno, se i
suoi risultati continuavano a essere cos eccellenti.
Un giorno, il signor Gallagher aveva accompagnato lui
e la madre alla scuola di Watertown, dove Zack aveva dovuto
sostenere le prove di ammissione: lettura, dettato,
aritmetica, geometria. Non erano difficili, Zack le complet
in poco tempo. Poi vennero ricevuti dal preside, e
anche quel colloquio sembrava fosse andato bene.
Probabilmente era stato Chet Gallagher a organizzare il
tutto. La mamma glielo lasci intendere. Gli assicur che
si sarebbe trovato benissimo nella nuova scuola, molto
meglio che nell'altra.
Signora Jones, ha il certificato di nascita di suo figlio?
S, ce l'ho.
Era un documento indispensabile per l'iscrizione. Il
certificato di nascita di Zack dichiarava che Zacharias August
Jones era nato il 29 novembre 1956 a Port Oriskany,
New York. Da Hazel Jones e William Jones (deceduto).
Hazel spieg al preside che il documento, nuovo, era
un certificato sostitutivo. L'originale era andato perduto
anni prima in un incendio.
Tanti saluti a Malin Head Bay! Non fosse stato per il tormento
che gli infliggevano i compagni di scuola e il distacco
con cui lo trattava il signor Sarrantini, a Zack piaceva
vivere in quella vecchia citt fluviale.
Passeggiare da soli sulla spiaggia ciottolosa con la mamma.
E i giorni di tempesta rimanere a casa, soli. E quella sera
al Malin Head Inn, che aveva cambiato le loro vite.
Chet Gallagher era l'amico della mamma, ma anche
amico suo. Si erano appena trasferiti nel nuovo appartamento
di Watertown che gi si ventilava l'ipotesi di un
nuovo trasloco: in una casa che il signor Gallagher stava
trattando, o forse aveva gi comprato.
Troppo eccitato per dormire, Zack giaceva immobile
nel letto, ascoltando i discorsi degli adulti nell'altra stanza
del nuovo appartamento.
Sentiva le loro voci al di l delle mura, mentre con le dita
suonava note su un'invisibile tastiera.
Perch le parole sono una specie di musica. Pur se indistinte,
prevale il tono, il ritmo.
... non ti piacerebbe, Hazel?
S, ma...
Cosa?
Non sarebbe giusto. Se...
Balle. Non  una ragione.
La gente sparlerebbe.
E chi diavolo se ne frega? Quale gente? Non conosci nessuno
qui.
Da Zimmerman mi conoscono. E conoscono te.
E allora?
E poi c' Zack.
Chiediamoglielo, allora.
No! Per favore, non svegliarlo, lo turberesti soltanto. Lo sai
quanto ti ammira.
Be', sono io che lo ammiro.  un bambino straordinario.
Ha avuto una vita molto difficile, ha solo sei anni...
Vuoi sposarti, Hazel?  questo che vuoi?
Io... non lo so. Non credo...
Sposami, allora. Che diamine.
Non era proprio un litigio. Hazel Jones non era tipo da
litigare. Aveva modi dolci, equilibrati. La voce melodiosa
e suadente come una canzone. Sentire parlare Hazel Jones
era come ascoltare un brano alla radio. Era Gallagher,
l'uomo, a perdere le staffe, inaspettatamente. Soprattutto
quando aveva bevuto. E spesso quando andava a trovare
Hazel aveva bevuto. Allora Zack veniva svegliato all'improvviso
dalla sua voce tonante, dal rumore di un pugno
che colpiva qualcosa, di una sedia scostata dal tavolo,
udiva Gallagher alzarsi in piedi imprecando e allontanarsi
verso la porta, e la voce implorante di Hazel: Chet, per
favore, Chet! Ma Gallagher andava via, come una cascata
di note su una tastiera, quand'era in preda a quell'impeto
non era possibile fermarlo, scendeva le scale a passi pesanti,
con l'orgoglio di un uomo ferito, non sarebbe tornato
per giorni, rintanato a Malin Head Bay, non avrebbe
nemmeno telefonato, per far capire a Hazel Jones che,
dannazione, poteva scomparire dalla sua vita cos come
c'era entrato, poteva uscire dalla vita di qualsiasi donna, e
allora?
Perch non sono una puttana. Non lo sono.
Era un piccolo pianoforte verticale quello che Gallagher
aveva regalato a Zack. Aveva insistito che era di "seconda
mano", un "affare". Non era nuovo, Zimmerman gli aveva
fatto un buon prezzo. Era un regalo per il piccolo, Gallagher
aveva rassicurato Hazel che non doveva sentirsi in
debito.
Non  uno Steinway,  un Baldwin. Davvero, Hazel,
non costa molto.
I tasti non erano d'avorio ma di plastica, d'un bianco
smagliante. Il legno era impiallacciato, ma ben levigato,
color tek. Il pianoforte era della stessa grandezza di quello
malconcio della scuola media di Bay Street, ma aveva un
suono molto pi cristallino. Zack rimase sbalordito dal regalo.
In un primo momento sembr quasi rifiutarlo, sopraffatto
dall'emozione. Hazel aveva notato sul volto del
figlio l'espressione sorpresa di una donna adulta. Aveva
reagito diversamente da un bambino normale, si era messo
a piangere.
Hazel pens, a disagio: Sente il peso del regalo. Si sente in
obbligo. Teme di non essere all'altezza.
Avevano consegnato il pianoforte a nome di zacharias
jones. Su un bigliettino attaccato allo strumento, ben visibile,
Gallagher aveva scarabocchiato:
Gallagher parl con il consueto tono canzonatorio della
casa che stava acquistando a Watertown. La cosa che pi
ti piacer, Hazel, sono i due ingressi separati: potremo entrare
e uscire senza vederci per settimane.
Non sopportava che il figlio origliasse. La vita privata della
mamma non era affar suo. La tocc con il gomito tanto forte
da farle male. Ma perch, mamma? Non ti piace il signor
Gallagher? e lei, evasiva, S, mi piace il signor Gallagher.
E il piccolo, in un tono fra il supplichevole e il prepotente,
come un bambino testardo:  proprio simpatico, 
vero, mamma?. Al che Hazel rispose: Una persona pu
sembrare simpatica, Zack. Finch non ci vivi insieme.
Tra madre e figlio si stagliava l'ombra di quell'uomo.
Quando ne parlavano non lo chiamavano mai per nome, e
Hazel si chiedeva se Zack ricordasse il nome del padre.
Non si poteva pronunciarlo ad alta voce. Eppure, la torrmentava
ancora nei momenti di debolezza.
Niles Tignor.
Si domandava anche se Zack ricordasse il suo vecchio
nome. Quante volte l'aveva chiamato amorevolmente.
Era come se Niley fosse il suo primogenito. E quest'altro
bambino, Zacharias, pi difficile e caparbio, non riusciva
ad amarlo come l'altro.
Zacharias si stava allontanando da lei, lo percepiva. La
sua devozione non andava pi alla mamma ma a quell'uomo
adulto che era entrato nelle loro vite, Gallagher. Immaginava
che fosse inevitabile, del tutto normale. Tuttavia
doveva proteggere suo figlio, oltre che se stessa.
Accarezzandogli la fronte accaldata, gli spieg: Non
credo che siamo pronti per vivere con un uomo, Zack.
Non penso che possiamo fidarci. Non ancora. Non parlava
quasi mai cos francamente con il figlio, temeva di
pentirsene.
Ma quando, mamma?
Un giorno, forse. Non posso prometterlo.
Il mese prossimo? La settimana prossima?
Certamente non la settimana prossima. Ho detto...
Il signor Gallagher mi ha detto...
Non importa quello che ti ha detto il signor Gallagher,
non ha il diritto di parlarti di nascosto da me.
Non me l'ha detto di nascosto!
Tutto d'un tratto Zack si era arrabbiato. Andava in collera
con una rapidit sconcertante, in un batter d'occhio. Voleva
sapere perch non potevano vivere con il signor Gallagher
se lui voleva stare con loro! Nessun altro aveva mai
voluto stare con loro! Nessun altro voleva sposarli! E il signor
Gallagher stava comprando una casa per loro! Hazel
rimase stupefatta davanti a quel visino accalorato che sprizzava
ira, contorto in una smorfia che pareva un pugno, le
mani serrate minacciosamente che agitava in maniera
scomposta. Vuole un padre. Crede che glielo abbia portato via.
Si sforz di parlargli con calma. Non era da lei reagire
con emotivit all'emotivit altrui.
Tesoro, non  una faccenda che ti riguardi. Quello che
c' tra me e il signor Gallagher non sono affari tuoi, sei solo un bambino.
Adesso Zack era davvero inferocito. Url offeso che lui
non era un bambino, uno stupido bambino, non lo era.
Si divincol dal suo abbraccio e corse via, tutto tremante.
Non le diede dei pugni, ma la scost come se la odiasse
e si chiuse nella sua stanza sbattendo la porta, mentre lei
lo fissava scossa e sconcertata.
Poi l'ira sboll. Usc dalla stanza e and diritto al pianoforte.
Quel giorno si era gi esercitato per due ore. Ma avrebbe
suonato e risuonato la lezione che gli aveva assegnato il
signor Zimmerman, poi si sarebbe concesso (Hazel immaginava
che quella fosse la logica, una sorta di patto) dei
brani a piacere, composizioni pi avanzate tratte dal Corso
moderno di pianoforte di John Thomson, un libro di jazz e
boogie-woogie nello stile di Chet Gallagher.
Hazel cerc di blandirlo: Suona Savir All My Love For
You.
Forse. Forse no.
Hazel si tranquillizz sentendo il figlio che si esercitava
al pianoforte. Prepar la cena. Anche quando Zack suonava
troppo forte o sbadatamente, o ripeteva sequenze ritmiche
in maniera ossessiva, come a punire se stesso e lei, Hazel
pensava: Siamo nell'unico posto giusto, Hazel Jones ci ha portato
qui.

Note.
1. Lasciala andare, lasciala andare, Dio la benedica... / Ovunque sia... / Guarda
il mondo dall'alto... / Non trover un uomo dolce come me. [N.d.T.]


14.

Chi vende musica, vende bellezza.
Hazel Jones non era mai stata cos orgogliosa del lavoro
che svolgeva. Mai cos radiosa, esultante. Il giovane volto
emanava luce, come un raggio di sole riflesso in uno specchio.
Sbatteva in continuazione le palpebre quasi commossa,
provando gratitudine, incredulit.
Il negozio di pianoforti e strumenti musicali dei Fratelli
Zimmerman era un'antica attivit di Watertown, sistemato
in un edificio di arenaria che, pur cadente, conservava
una certa eleganza, in South Main Street, un quartiere residenziale
dove sorgevano alcune attivit commerciali,
con vecchi palazzi dall'aria distinta e piccoli negozi. La
prima cosa che si notava entrando era il grazioso bovindo
dov'era piazzato in esposizione permanente un pianoforte
a coda Steinway. Al crepuscolo, nelle uggiose giornate
invernali, il bovindo era illuminato, e il pianoforte scintillava
alla luce.
Hazel si soffermava a guardare. Era uno strumento mirabile,
rimaneva come spossata, scossa a quella vista. Le
veniva da pensare: Nessuno pu seguirti qui.
Intendeva da Milburn. L'antica esistenza. Presto avrebbe
compiuto ventisette anni, la figlia del becchino che a
tredici aveva rischiato di morire.
Che burla, la sua vita! Quel brav'uomo di Gallagher,
una persona gentile e per bene, era convinto di amarla,
ma non la conosceva per niente.
Avvert un senso di colpa, per averlo ingannato. Ma anche
uno strano piacere inebriante, ben pi intenso.
Soprattutto di primo mattino, quando raggiungeva a
piedi il negozio di musica e sentiva il tipico passo rapido
e cadenzato di Hazel Jones, le veniva in mente la casa in
pietra nel cimitero. I suoi fratelli, Herschel, August. Se
erano ancora in vita, Herschel doveva avere sui trentacinque
anni, August poco meno. Chiss se li avrebbe riconosciuti.
E se loro avrebbero riconosciuto lei, Hazel Jones.
Sarebbero stati fieri della sorella, ne era certa. Le volevano
bene. Le avrebbero augurato ogni fortuna... no? Herschel
avrebbe scosso il capo, incredulo. Ma sarebbe stato
felice per Hazel Jones, certo.
E i genitori.
Cavolo, Jacob Schwart sarebbe rimasto impressionato
dall'ampio negozio dei Zimmerman, col pavimento in
parquet nella sala d'esposizione dei pianoforti, con la musica
classica in sottofondo. Anche se Jacob Schwart disprezzava
i tedeschi. Cos come disprezzava i benestanti.
Non riusciva a fare a meno di deridere, sminuire ogni impresa
della figlia.
Sei ignorante. Non sai niente di questo buco d'inferno, il
mondo.
E invece Hazel Jones lo sapeva. Ma nessuno a Watertown
avrebbe sospettato il suo passato.
Anna Schwart sarebbe stata orgogliosa di lei! Commessa
in un negozio di pianoforti!
Anche se Hazel Jones, come le colleghe, non si occupava
della vendita dei pianoforti: questa competeva a Edgar
Zimmerman.
Hazel si occupava della vendita di libri musicali, spartiti,
dischi di musica classica. E di altri strumenti: chitarre,
ukulele. Nel negozio c'era anche un botteghino dove si
potevano acquistare biglietti per concerti, recital, spettacoli
musicali di ogni genere, attivit cui Hazel era fiera di
dedicarsi. A volte le venivano regalati due biglietti omaggio,
e portava Zack a quegli eventi.
Una nuova vita, Zack. Abbiamo cominciato una nuova
vita.
In onore di quella nuova esistenza Hazel indossava
spesso guanti bianchi per andare al lavoro. Volendo emulare
la fascinosa e mondana moglie del presidente Kennedy,
sfoggiava un cappello nero con una sottile veletta.
Cappello e guanti li toglieva quando arrivava al negozio.
Naturalmente indossava scarpe con il tacco alto e calze di
nylon senza smagliature, ed era sempre perfettamente
curata come le ragazze della pubblicit. Portava i capelli
castani, puliti e acconciati con vigorose passate di phon,
che ricadevano lunghi ed elettrizzati sulle spalle, con la
frangetta.
Sotto la frangetta erano appena visibili delle cicatrici
bianche, che a parte il figlio nessuno aveva mai visto. Molto
probabilmente lui le aveva dimenticate.
I Zimmerman avevano altre impiegate: due formose
donne di mezza et, Madge e Evelyn. Madge era la telefonista
di Edgar Zimmerman, il titolare, e svolgeva anche
mansioni di ragioniera. Evelyn era la commessa specializzata
nella vendita di libri e spartiti musicali, nota a tutti
gli insegnanti di musica delle scuole pubbliche della contea.
Entrambe indossavano dei vestiti neri informi, spesso
con scialli drappeggiati sulle spalle. Erano due donne minute,
arrivavano a malapena al metro e cinquanta. Invece
Hazel Jones era alta, una giovane davvero attraente, e sceglieva
abiti che ne mettevano in rilievo l'avvenenza. Non
possedeva un guardaroba fornito, ma era molto abile a
variare le sue mise: una lunga gonna pieghettata di lana
nera con un bolerino perfettamente in tono, ricamato con
rossi boccioli di rosa; una lunga gonna grigia di flanella
con una piega nella parte posteriore, una cintura di elastico
nero, ricercate camicette "semitrasparenti" molto femminili;
maglioncini lavorati a uncinetto con applicazioni
di gemme o perline; attillati vestiti di tessuto lucido. Dietro
al bancone dal ripiano in vetro a volte Hazel somigliava
a un addobbo natalizio, con la sua aria di radiosa innocenza.
Il datore di lavoro, Edgar Zimmerman, notava con
un certo stupore che quando un cliente maschio entrava
nel negozio, dopo aver lanciato un'occhiata alle tre donne,
si dirigeva senza esitazione verso Hazel, che lo accoglieva
allegra e sorridente.
Salve, signore. In cosa posso esserle utile?
A volte la si vedeva dietro il bancone in un atteggiamento
d'improvvisa inquietudine, come se qualcuno l'avesse
chiamata da lontano, o le avesse lanciato un'occhiata
dalla vetrina, o un passante l'avesse allarmata. Hazel?
Qualcosa non va? le chiedeva Edgar Zimmerman, sperando
di non essere importuno; ma Hazel Jones si destava
subito da quella sorta di trance e lo rassicurava con un
sorriso: Oh, no! Non  niente, signor Zimmerman. Mi 
venuta la pelle d'oca... credo.
La risposta era cos innocente che Edgar Zimmerman
scoppiava a ridere.
Com'era divertente! Hazel Jones aveva il dono raro di
far ridere come un ragazzino un anziano e malinconico
signore.
La vendita dei pianoforti era esclusiva pertinenza di
Edgar Zimmerman. Quegli strumenti erano la sua vita. (Il
suo illustre fratello Hans non si occupava delle vendite.
Disdegnava gli aspetti "commerciali". Veniva al negozio
solo per dare lezioni di piano a pochi allievi selezionati.)
Ma Hazel Jones andava spesso nella sala d'esposizione,
sempre pronta a spolverare, lucidare, pulire i magnifici
pianoforti scintillanti. Cominci ad amare il caratteristico
profumo di limone del detergente usato dagli Zimmerman
per farli brillare, un costoso prodotto d'importazione
tedesca che si vendeva nel negozio. Inizi ad amare l'odore
del vero avorio. I fratelli Zimmerman avevano acquistato
un antico clavicembalo, un piccolo, raffinato strumento
in ciliegio intarsiato con dorature e decorazioni di
madreperla, che a Hazel piaceva particolarmente. Probabilmente
il vedovo Edgar Zimmerman, un ometto sempre
agghindato, con grigi capelli cespugliosi e un pizzetto che
si accarezzava in continuazione, era lusingato dall'entusiasmo
manifestato dalla pi giovane delle sue dipendenti,
perch spesso si intratteneva con lei nella sala d'esposizione
in discussioni animate; e non di rado la chiamava
per assisterlo mentre trattava una vendita, cosa che non
faceva con Madge o con Evelyn.
Il tuo sorriso, Hazel Jones! Fa concludere l'affare.
Era una specie di gioco, piuttosto audace da parte del
signor Zimmerman. Si lisciava il pizzetto con inconscio
ardore.
Anche Edgar Zimmerman era un pianista, non dotato
come suo fratello Hans, ma comunque abile, e dava dimostrazione
delle qualit dei pianoforti suonando pezzi di
Schubert, Chopin, lo strepitoso inizio del Preludio in Do
diesis minore di Rachmaninov e l'inizio fluidamente romantico
della Sonata al chiaro di luna di Beethoven. Edgar
si vantava di aver assistito a un concerto di Rachmaninov,
tanto tempo prima, alla Carnegie Hall, a Manhattan, dove
il maestro aveva eseguito il suo Preludio. Una serata indimenticabile!
E Hazel, col suo sorriso ingenuo, aveva detto: Immagino
che Beethoven non l'abbia sentito... in Germania? Era
troppo tempo fa, vero?.
Edgar aveva riso. Naturalmente, Hazel! Beethoven 
morto nel 1827.
E la sua famiglia quando si  trasferita in questo paese,
signor Zimmerman? Immagino tanto tempo fa.
S. Tanto tempo fa.
Prima della guerra?
Prima ancora dell'altra guerra.
Avr dei parenti in Germania. La sua famiglia  originaria
della Germania, vero?
S, di Stoccarda. Una citt bellissima, o almeno lo era.
Lo "era"?
Stoccarda  stata distrutta durante la guerra.
Quale guerra?
Hazel gli sorrideva, anche se pi titubante. Lo guardava
come una scolaretta imbarazzata, mentre si avvolgeva
una ciocca di capelli intorno al dito. Le unghie smaltate di
rosso balenavano.
Lui le disse: Un giorno, Hazel, forse visiterai la Germania.
 una meta importante. Sono rimaste delle testimonianze
di grande interesse.
Oh, mi piacerebbe molto, signor Zimmerman! Magari
in luna di miele.
Risero. A Edgar Zimmerman sembrava di avere le vertigini,
come se il pavimento vorticasse sotto i piedi.
Sai, Hazel, un sacco di cose che hanno detto sulla Germania
- sui tedeschi - sono solo una scandalosa esagerazione.
Gli americani hanno la mania di esagerare, prendi
Hollywood. Per lucro. Solo per guadagnare, per vendere
biglietti! A noi tedeschi hanno affibbiato a tutti lo stesso
marchio.
Quale marchio, signor Zimmerman?
Edgar le si accost, lisciandosi nervosamente il pizzetto.
Erano soli nella lussuosa sala d'esposizione dei pianoforti.
Il marchio degli Juden. Cos'altro!
Accompagn le parole con una risata amara. D'un tratto
si sentiva temerario, con quell'ingenua ragazza che lo
guardava a occhi sgranati.
"Juden"?
Ebrei.
Hazel aveva un'espressione cos perplessa che Edgar si
pent di aver tirato fuori quel discorso. Era un argomento
che non giustificava affatto l'emozione che sembrava suscitare.
A bassa voce aggiunse: Quello che hanno affermato.
Loro - gli ebrei - ci hanno messo il mondo contro. Tutta
quella propaganda sui "campi di sterminio".
Hazel continuava a fissarlo sbalordita. Contro chi, signor
Zimmerman? Si riferisce ai nazisti?
Non ai nazisti, Hazel! Credimi. I tedeschi.
Adesso era tutto eccitato. Il cuore gli batteva nel petto
come un metronomo sfasato. Apparve Madge sulla porta,
e gli comunic che lo desideravano al telefono.
L'argomento non venne mai pi ripreso.
Hazel Jones, tu ci mantieni giovani. Grazie a Dio esistono
persone come te!
Era stata un'idea di Hazel quella di mettere dei vasi di
fiori sul pianoforte pi bello esposto nella sala, e di organizzare
una lotteria con in palio dei biglietti per il recital
annuale tenuto dagli allievi di Hans Zimmerman, che si
teneva nel mese di maggio, o ancora di offrire biglietti
omaggio ai migliori clienti del negozio. E perch non fare
le rclame televisive oltre che radiofoniche? E sponsorizzare
una gara per giovani pianisti? Sarebbe stata una
splendida pubblicit per i fratelli Zimmerman...
Hazel esprimeva quelle idee tutte d'un fiato. Le sue colleghe
pi anziane sorridevano sbigottite.
Era stata Madge Dorsey a fare quell'osservazione su
Hazel Jones, che li manteneva tutti giovani. E a ringraziare
il Signore che esistessero persone come lei.
"Persone come me"? Chi?
Hazel sembrava canzonarle, non si sapeva mai dove
volesse andare a parare. La sua risata sbarazzina era contagiosa.
Madge Dorsey si decise a non detestare pi Hazel. Durante
tutte quelle settimane, da quando Edgar Zimmerman
aveva assunto la nuova commessa - che non solo
non aveva alcuna esperienza, era anche completamente a
digiuno di musica - Madge aveva covato un vero e proprio
odio nei suoi confronti, avvertiva quel sentimento nel
petto, come un cancro divorante che la consumava. Ma
odiare Hazel Jones era come odiare il tanto atteso disgelo
primaverile nelle lande nordiche di quello Stato! Odiare
Hazel Jones era come odiare la calda, abbacinante ondata
di luce solare! E poi la situazione era alquanto ridicola,
Madge doveva ammetterlo: Edgar Zimmerman era palesemente
attratto dalla ragazza che aveva assunto.
A Evelyn Steadman, dipendente dei fratelli Zimmerman
da ventidue anni, ci volle pi tempo per farsi conquistare
dalla "personalit" di Hazel Jones. A cinquantaquattro
anni era ancora nubile, nutriva la fievole eppur
sempre viva speranza che Edgar Zimmerman, che aveva
superato la sessantina ed era vedovo ormai da dodici anni,
provasse improvvisamente una romantica attrazione
verso di lei.
Ma Hazel Jones ebbe la meglio. Pensava: Far in modo
che mi amiate! Cos non desidererete mai farmi del male.
Come va la mia amica Hazel, Edgar? Qualche lamentela?
Alcune settimane dopo l'assunzione di Hazel, Chet
Gallagher si present al negozio all'imbrunire di un pomeriggio
invernale, verso l'orario di chiusura. Spunt
fuori dal nulla. Era amico di Edgar, e Madge e Evelyn, che
si illuminarono nel vederlo, dettero l'impressione di conoscerlo.
Sorprendeva sempre Hazel. Non immaginava che
Gallagher fosse in citt, e la stup invitandola a cena, quella
sera stessa; non l'aveva chiamata per diversi giorni, dopo
una sfuriata.
Ogniqualvolta Gallagher si faceva vivo al negozio, appariva
sorridente ed esuberante, perfettamente padrone
di s. Indossava un costoso cappotto di cammello sgualcito,
la lucida fronte spaziosa e i capelli arruffati sul colletto
della camicia. Spesso non si radeva per un giorno o due,
le mascelle luccicavano come schedari di metallo. Hazel
avvert il fascino emanato dall'improvvisa apparizione
dell'amico, dalla teatralit dei suoi gesti. Nei raffinati interni
decorati di quel negozio, sul parquet levigato, Gallagher
appariva pi imponente, come un'immagine sul
grande schermo. Si diresse immediatamente da Edgar
Zimmerman, gli strinse con entusiasmo la piccola mano.
Sembrava trarre piacere dalle attenzioni riservategli da
Madge Dorsey e Evelyn Steadman, che gli sfarfallavano
intorno, chiamandolo "signor Gallagher" e pregandolo di
suonare il piano.
Solo qualche minuto, signor Gallagher. Lo faccia per
noi!
Era una scena animata. Se gli affari erano stati fiacchi, la
comparsa di Chet Gallagher faceva chiudere la giornata
con una nota di allegria. Evidentemente il pianista jazz
era una figura di rilievo in citt, e ben voluto.
Lanciava sguardi a Hazel con un sorriso sarcastico, della
serie: Vedi? Da queste parti Chet Gallagher  un pezzo grosso.
Hazel se ne stava in un angolino, un po' a disagio. Quando
Gallagher faceva una delle sue apparizioni era costretta
a mostrare piacere e sorpresa. Il viso doveva illuminarsi.
Doveva precipitarsi ad accoglierlo con quelle scarpe dal
tacco alto, dargli la mano perch lui potesse stringerla.
Non l'avrebbe ritratta, non poteva ferirlo. Quell'uomo aveva
pagato le spese del suo trasloco a Watertown, le aveva
prestato del denaro per diverse spese, compreso il deposito
per l'affitto dell'appartamento. ("Prestato" senza interesse.
E non mostrava di avere fretta che glielo restituisse.)
Gallagher le aveva assicurato che la sua era un'amicizia disinteressata,
ma Hazel si trovava in una situazione imbarazzante.
Gallagher diventava sempre pi imprevedibile:
saltava sulla macchina e la raggiungeva a Watertown sull'onda
di un impulso, solo per vederla, e tornava a Malin
Head Bay la sera stessa; a volte, senza motivo, non si presentava,
malgrado avessero un appuntamento. Da Hazel
spiegazioni ne pretendeva, ma lui non ne forniva.
Quel pomeriggio al negozio, Hazel not che Gallagher
la fissava con un misto di confusa tenerezza e sensuale aggressivit,
e prov inquietudine e sdegno. Vuole che pensino
che sono la sua amante. Che Hazel Jones gli appartiene!
Era una finzione. Ma non poteva sottrarsene.
Avanti, suonaci qualcosa, Chester. Devi farlo.
Devo? Nah.
Da ragazzo Gallagher era stato allievo di Hans Zimmerman.
Tra quelle attempate ammiratrici aveva un'aria da
giovane rinnegato. Cedendo alle insistenti richieste, Gallagher
sedette allo Steinway a coda. Allung e flesse le
lunghe dita, si chin all'improvviso sullo strumento e prese
a suonare un pezzo di inattesa, sottile bellezza. Hazel si
aspettava di sentire del jazz, e rimase sorpresa da quella
musica cos diversa.
Le donne, in adorazione, identificarono il brano: il Sogno
d'amore di Liszt.
Gallagher lo suonava a memoria. Era un'esecuzione diseguale,
con improvvise accelerazioni e saggi di virtuosismo,
poi con toni di nuovo attenuati, sognanti. Quindi tornava
a sfoggiare la sua abilit, si era portati a osservare le
mani del pianista, le braccia, l'ondeggiare del busto e della
testa, oltre ad ascoltare la musica. Hazel rimase impressionata,
incantata. Se lei e Zack fossero vissuti con Chet Gallagher,
avrebbe suonato il pianoforte cos per loro...
Percepiva la sottile coercizione. Se Anna Schwart fosse
stata l con lei in quel momento!
Ma Gallagher faceva anche degli errori. Alcuni riusciva
a mascherarli, ma altri erano evidenti. Mentre eseguiva
una scala nei toni alti gli sfugg un'imprecazione: Dannazione!.
Era imbarazzato per tutti quegli sbagli. Gli altri lo
elogiarono pregandolo di continuare, ma Gallagher si volt
sullo sgabello come uno scolaretto, volgendo la schiena alla
tastiera, e con gesti goffi si accese una sigaretta. Era avvampato
in viso, le orecchie sporgenti e appuntite tutte
rosse. Hazel si rese conto che era furioso con se stesso, e
pareva insofferente per la meticolosa spiegazione che Edgar
Zimmerman diede alle tre donne: Vedete, Chester
suona il Liebesraum impiegando lo stesso stile di Liszt.
Avete visto come le braccia ondeggiano con le note, la forza
dei movimenti, che fluisce dalla schiena e dalle spalle. 
lo stile rivoluzionario, di grande virilit, che Liszt rese cos
famoso, dimostrando che l'arte del pianista equivale a quella
del compositore.
A Gallagher, Zimmerman mosse un paternalistico rimprovero:
Non avresti dovuto abbandonare la musica seria,
Chester. Tuo padre ne sarebbe stato fiero.
E invece l'ho abbandonata replic Gallagher in tono
asciutto. Stava cercando di accendersi la sigaretta, e Hazel
temette che delle scintille finissero sul pianoforte.
Poi Gallagher cominci a scherzare con Edgar Zimmerman
e con Hazel, chiedendo come si comportava la ragazza,
al che lei se ne usc con una risata imbarazzata. Sapeva
di aver ottenuto quel lavoro grazie all'amicizia di Gallagher
con Hans Zimmerman, doveva essere grata a lui e
agli Zimmerman, e lo dimostrava non standosene con le
mani in mano come gli altri. Hazel stava chiudendo la cassa
quando era arrivato Gallagher, e quindi torn a quell'occupazione.
Avrebbe impiegato un bel po' ad avvolgere
abilmente nella carta pile di spiccioli da portare in banca.
Era un rituale noioso eppure a suo modo eccitante. Madge
e Evelyn se ne sottraevano volentieri, a occuparsene
era Hazel, non se ne lamentava ed eseguiva impeccabilmente
il lavoro.
Hazel, cara. E ora di chiudere.
Gallagher aveva indossato il soprabito spiegazzato, e le
si stava avvicinando porgendole il cappotto aperto per
farglielo indossare, come per imprigionarla in una rete.
Scusa se mi sono presentato cos all'improvviso, Hazel. Immagino
che non mi aspettassi stasera.
No.
Be', che importa? Non hai niente da nascondere, vero?
Era improbabile che lui li seguisse in quella nuova vita.
Perch anche quella era una sorta di non-fermarsi-mai.
Sorrise al pensiero di come sarebbe rimasto sbalordito se
avesse saputo!
Pianoforti e strumenti musicali Fratelli Zimmerman. In una
fila di palazzine in arenaria in South Main Street, Watertown.
Il bovindo, visibile da tutta la strada, con lo Steinway
gran coda tutto illuminato. E un vaso di alti gigli
bianchi sul lucido pianoforte a dare un tocco raffinato.
E la casa nell'edificio in arenaria al 1722 di Washington
Street, interno 26, dove H. Jones e suo figlio abitavano. Nel
vestibolo, accanto alle cassette della posta di alluminio, in
corrispondenza dell'interno 26, c'era un cartoncino bianco
con il nome H. jones scritto in perfetto stampatello, che si
era vista costretta ad affiggere per farsi recapitare la posta.
(Hazel si era lamentata col postino: Ricevo solo bollette:
gas, luce, telefono! Non possono essere spediti solo "all'interno
26"? C' una legge che mi obbliga a scrivere il nome?
Ebbene s.)
Ricordava il Watertown Plaza Hotel.
Nel registro dell'albergo si era segnata come Signora Niles
Tignor. E con quel nome era conosciuta. Ricordava solo
vagamente le stanze dove aveva pernottato con Niles Tignor,
ma ne aveva dimenticato il viso, i modi e quello che
le diceva, perch quando era stanca una specie di nebbia
le oscurava la visione, nell'orecchio avvertiva l'eco di un
acuto ronzio. Hazel cercava di evitare l'antico e regale Watertown
Plaza Hotel, ma a Gallagher piaceva la Steak House
dell'albergo. Era ovvio, l era conosciuto, lo accoglievano
con calore. Gallagher amava la carne: ordinava immancabilmente
una tagliata di filetto, anelli di cipolle fritte, martini
dry. Quando capitava a Watertown insisteva per portare
Hazel e Zack alla Steak House. Hazel era consapevole
del pericolo, ma cercava di tranquillizzarsi, Non essere ridicola.
Tignor non lavora pi per la fabbrica di birra.  tutto finito.
Ti ha dimenticato. Non ha mai conosciuto Hazel Jones. Per
quelle serate alla Steak House Hazel indossava abiti vistosi,
mentre Gallagher era solito sorprenderla con dei "completi"
eleganti. Sempre attento agli sguardi curiosi degli
uomini, Gallagher provava un gusto morboso a farsi vedere
in compagnia di Hazel. Nell'atrio del Plaza, tenendo
Zack per mano e seguendo da presso Chet Gallagher, Hazel
avvertiva i "glissando" degli sguardi maschili che indugiavano
su di lei, quasi spogliandola, anche se di certo
l nessuno conosceva lei o Niles Tignor, non avrebbero potuto
riferirgli di averla vista.
Ne era certa.
Quando una donna concede il suo corpo a un uomo, l'uomo lo
possieder come fosse suo.
Se un uomo ti ama cos, arriver a odiarti. Con il tempo.
Un uomo non ti perdona mai la debolezza che manifesta nell'amare.


15.

Ripeti, piccolo.
Uno studio tratto dal metodo Czerny, un allegretto di
ventisette battute di semicrome con quattro bemolli in
chiave. Zack l'aveva eseguito un po' troppo affrettatamente,
in piccoli ansiosi slanci mentre l'insegnante batteva
il tempo con una matita con la precisione dell'antiquato
metronomo posto sul pianoforte. Adesso, su richiesta
di Hans Zimmerman, lo esegu una seconda volta.
Ancora una volta, piccolo.
Zack ripet lo studio. A occhi semichiusi, perch le dita
scivolavano rapide sui toni alti scorrendo ripetutamente
sulla tastiera. Avrebbe trascorso mesi, anni, immerso in
quegli studi: Czemy, Bestini, Heller, Kabalevsky. Per acquisire
e raffinare la tecnica pianistica. Quando termin, abbandon
sulla tastiera le mani percorse da un lieve tremito.
L'hai memorizzato, vero?
Il signor Zimmerman chiuse il libro.
Di nuovo, piccolo.
Zack, gli occhi semichiusi come prima, riesegu l'allegretto
di ventisette battute di semicrome con quattro bemolli
in chiave. Era una composizione in quattro quarti,
invariabile. Le composizioni degli Studi di pianoforte del
Reale Conservatorio di Musica non variavano mai. Quando
fin, l'anziano Hans Zimmerman manifest la sua approvazione
con un mormorio soddisfatto. Si era tolto gli occhiali
con le lenti sporche e sorrideva al suo allievo pi
giovane.
Molto bene, piccolo. Lo hai suonato quattro volte, senza
errori, non hai sbagliato una nota.
A Watertown, New York, dove li aveva portati il signor
Gallagher. Dove ogni giorno della settimana era decisivo
come mai lo era stato a Malin Head Bay. Dove il sabato
era cos carico d'aspettative che il venerd, il giorno che lo
precedeva, Zack entrava in uno stato di insopportabile
apprensione ed eccitazione: la scuola lo distraeva, a casa
si esercitava febbrilmente al pianoforte per ore, non voleva
perdere tempo a cenare e si rifiutava di andare a letto
prima di mezzanotte. Perch sabato mattina alle dieci
aveva la lezione settimanale con Hans Zimmerman.
Era il suo giorno preferito! Tutta la settimana aspettava
il sabato mattina, quando sua madre lo accompagnava dai
fratelli Zimmerman. Arrivavano alle 8,45, e non andavano
via prima della chiusura del negozio, alle 15,30.
Quanti anni ha, Hazel?
Sei e mezzo.
Solo sei e mezzo! I suoi occhi...
Zack era eccitato per la lezione con il signor Zimmerman,
che alle volte si protraeva per dieci, quindici minuti,
mentre l'allievo successivo aspettava paziente in un cantuccio
della sala sul retro del negozio. Ed era ugualmente
emozionato quando gli veniva concesso di assistere alle
lezioni di alcuni allievi di livello avanzato, era un modo
anche quello per acquisire la tecnica.
Per devi promettermi di rimanere seduto in un angolo,piccolo. Immobile come un topolino.
Zack pensava: Un topolino  nervoso, non immobile.
Le lezioni degli altri allievi erano interessantissime.
Perch Zack sapeva che un giorno avrebbe studiato anche
lui quelle cose. Non ne dubitava, il signor Gallagher aveva
messo in moto un meccanismo e lui nutriva una fiducia
sconfinata nel signor Gallagher.
Gli permette di assistere alle lezioni degli altri allievi, Chet.
Non  meraviglioso?
Spero che non sia troppo per il bambino.
Troppo? Come pu essere troppo?
Ai bambini la musica viene a noia se li si forza.
Era strano, agli altri allievi invidiava solamente le mani
pi grandi delle sue. Ma a suo tempo le avrebbe avute anche
lui.
Con suo grande sollievo, Hans Zimmerman non si lasciava
mai andare a osservazioni offensive o personali con i
suoi allievi, come faceva Sarrantini! Badava solo all'esecuzione
dei brani. Non sembrava fare molta distinzione tra i
pi grandi e i pi piccoli. Era un insegnante dai modi garbati
che lodava quando andava fatto, ma evitava di illudere,
c'erano sempre nuovi esercizi da eseguire: Schnabel
lo considerava il suo ideale, voleva suonare solo le
composizioni pianistiche che non si riesce a padroneggiare
pienamente. Solo quei pezzi "pi grandi di quanto si
riesca a rendere con l'esecuzione". Perch quello che si
pu suonare non  il non plus ultra. Quello che si pu
suonare facilmente e bene  Schund.
Era l'espressione sdegnosa del volto di Hans Zimmerman
a comunicare ai suoi allievi il significato della parola
tedesca.
Gallagher spieg loro che Zimmerman aveva studiato
con il grande Arthur Schnabel. A Vienna, nei primi anni
Trenta. Aveva insegnato per anni alla Portman Academy of
Music di Syracuse, adesso era in pensione. Si era ritirato
anche dall'attivit concertistica. Gallagher sorprese Hazel e
Zack portando parecchi dischi che Zimmerman aveva inciso
sul finire degli anni Quaranta per una piccola ma prestigiosa
casa discografica di musica classica di New York.
Erano composizioni di Beethoven, Brahms, Schumann
e Schubert. Hazel si ripropose di parlarne con Hans Zimmerman,
ma Gallagher la mise in guardia: Non credo
che gli faccia piacere.
Perch mai?
Ad alcune persone, come a me, non piace ricordare il
passato.
Al negozio di strumenti musicali dei fratelli Zimmerman,
Hans dava lezioni di pianoforte mentre Edgar gestiva gli
affari. Si diceva fossero soci, anche se in pratica Hans non
aveva niente a che fare con l'attivit commerciale, la gestione
del personale e la parte amministrativa; si occupava
di tutto Edgar. Hans era pi anziano di quattro o cinque
anni, ma sembrava di un'altra generazione: le maniere signorili,
un modo di parlare distaccato e ponderato; portava
lenti bifocali unte spesso appese al collo, un paio di baffi
poco curati color dell'acciaio, e aveva l'abitudine di
respirare rumorosamente tra i denti quando era concentrato
nell'ascolto dell'esecuzione di un allievo. Era alto, macilento,
indossava con signorilit cappotti lisi e male assortiti,
pullover e calzoni non stirati. Le sue scarpe preferite
erano un paio di vecchi mocassini. Da giovane doveva essere
stato un bell'uomo, ma adesso il viso recava tutti i segni
dell'et. Aveva modi riservati, parco nelle critiche come
nelle lodi. Per intere lezioni Zack lo spiava con la coda
dell'occhio, ma Zimmerman si limitava a mormorare: Bene.
Continua oppure Ripeti, per favore. In diverse occasioni
gli aveva sentito pronunciare la terribile frase: Ripeti
la lezione per la prossima settimana. Grazie.
Di norma il signor Zimmerman gli faceva rieseguire dei
brani, ma non gli aveva mai chiesto di ripetere un'intera
lezione. Lo chiamava "piccolo": forse non ricordava il suo
nome. E perch mai avrebbe dovuto ricordare un nome?
Un viso? A lui dei suoi allievi interessavano le mani; anzi,
le dita; o per meglio dire, la "diteggiatura". Un nome o un
viso non gli dicevano niente.
L'intero, grandioso Hammerklavier che Hans Zimmerman
aveva memorizzato pi di cinquant'anni prima rimaneva
intatto nella sua mente, ogni singola nota, ogni
pausa, ogni variazione tonale, eppure aveva problemi a
ricordare i nomi, anche delle persone che vedeva di frequente.
E adesso c'era quel bambino cos dotato, gli era capitato
di rado in vita sua: era saltato fuori dal nulla, con quegli
occhi bramosi, dal taglio in qualche modo europeo, non
aveva nulla del bambino americano, a suo giudizio. Non
aveva fatto domande alla madre sul suo giovane allievo,
non voleva conoscerne il passato, evitava di lasciarsi coinvolgere
emotivamente. Ormai non provava pi sentimenti
simili. Eppure, nei momenti di debolezza, l'insegnante
si sorprendeva a fissare il bambino mentre eseguiva gli
esercizi, per esempio uno di quegli infidi studi di Czemy.
Un presto in sei ottavi, con tre diesis in chiave. Le mani
che sfilavano rapide e speculari su e gi lungo i tasti. Nella
battuta conclusiva erano quasi alle due estremit della
tastiera, il piccolo allargava le braccia come in una bizzarra
crocifissione.
Hans Zimmerman si sorprese a ridere ad alta voce.
Bravo, piccolo. Se suoni Czerny come Mozart, come
suonerai Mozart?


16.

Mi rende felice. Cosa mi rende felice. O Cristo, cosa!
Non sapere che diavolo suonare. Nessuno gli aveva mai
fatto quella richiesta. Le dita annasparono sulla tastiera.
Gran parte della sua vita da adulto si era svolta in maniera
meccanica, la sua volont sospesa e indifferente. Il baratro
nella sua anima gli si apriva davanti come un pozzo profondo,
non osava guardarvi dentro.
Ma le dita non lo tradirono. Chet Gallagher alla tastiera.
Il vecchio classico Savir All My Love For You.
And proprio cos.


17.

Una ballata romantica, un ritmo blues.
Guidava nel paesaggio innevato.
Gallagher vagava come in un sogno, al volante della
sua automobile. Da sempre sentiva la musica nella testa.
La musica di altri, ma a volte anche la sua.
Guidava verso l'isola di Grindstone
sul fluttuante fiume San Lorenzo
riflesso nel cielo
l'innamorato Gallagher ormai redento
sull'isola di Grindstone
sul fluttuante fiume San Lorenzo
riflesso nel cielo.
Qualcuno vuole tornare indietro? Io no.
Stavano andando all'isola di Grindstone. Avevano deciso
di passare il weekend di Pasqua nella tenuta dei Gallagher. Tutti e tre: la sua famigliola. Perch lui li amava, malgrado
il suo disperato amore non corrisposto per Hazel.
Amava il bambino, gli pareva che a volte anche lui lo amasse.
Ma da quando avevano lasciato Watertown non era riuscito
a incrociare lo sguardo di Zack nello specchietto retrovisore,
per lanciargli un sorriso ammiccante e complice
ripetendo la sua insolente provocazione: Qualcuno vuole
tornare indietro? Diamine, io no.
Cosa potevano dire i Jones? Prigionieri nella sua macchina,
che procedeva a meno di sessanta chilometri all'ora
sulla Route 180 resa infida dal ghiaccio.
Poi Hazel mormor quello che sembrava un "No" o cos
gli parve, in quel suo tono esasperante che suonava entusiastico
e vago, dubbioso, al tempo stesso.
Era il modo in cui Hazel permetteva a Gallagher di
amarla. Nella misura in cui glielo permetteva.
Nel sedile posteriore il viso di Zack era scomparso.
Aveva portato con s gli Studi di pianoforte del Reale Conservatorio
ed era tutto preso, la fronte aggrottata per la concentrazione,
dimentico della strada innevata e dei veicoli
abbandonati che di tanto in tanto si incrociavano.
Gallagher gli aveva assicurato che a casa c'era un pianoforte.
Lui stesso l'aveva strimpellato in numerose occasioni.
Per i suoi parenti. Per suo diletto. Quelle estati nell'isola
di Grindstone erano tra i suoi ricordi pi piacevoli.
Desiderava comunicare al bambino e a sua madre che la
felicit  una condizione possibile, forse persino un luogo
dove andare.
Aveva acquistato la casa a Watertown sull'onda di un
impulso. Ma Hazel non era ancora pronta.
Il weekend di Pasqua sull'isola di Grindstone. Era una
gran bella pensata, peccato che il marted mattina avesse
cominciato a cadere una pioggia gelata che in poche ore si
era trasformata in nevischio e poi in neve portata da un
vento umido che ululava attraverso il lago Ontano. Entro
venerd mattina si erano accumulati dai due ai tre metri di
neve.
Comunque in quella zona erano abituati alle bufere
fuori stagione. Nevicava anche ad aprile, a volte persino a
maggio. Tormente passeggere, rapidi disgeli. Di notte gli
spazzaneve avevano sgombrato le strade. Le vie di comunicazione
attraverso gli Adirondack erano impraticabili,
ma la Route 180 a nord di Malin Head Bay e il ponte che
collegava l'isola di Grindstone erano aperti: il traffico procedeva
lento ma scorrevole. Venerd pomeriggio il vento
era cessato. Il cielo sembrava fragile come vetro.
Al diavolo: Gallagher non avrebbe cambiato i suoi progetti.
Entro domenica la neve si sarebbe sciolta. Certo che s,
aveva insistito Gallagher. Quella mattina aveva telefonato
al custode, il quale gli aveva assicurato che avrebbe provveduto
a spalare il viale d'accesso per quando sarebbe
arrivato con i suoi ospiti. Avrebbe aperto e preparato la tenuta
per accoglierli. Avrebbe attaccato la corrente.
(McAlster era sicuro che nello chalet non fosse saltata, su tutta
l'isola c'era.) Nella cucina c'era una riserva di cibi in scatola
e bottiglie. Frigorifero e stufa. Tutto funzionante.
McAlster avrebbe arieggiato le stanze. Di lui ci si poteva
fidare. Gallagher non aveva voluto modificare i suoi piani,
McAlster si era detto d'accordo, un po' di neve non significava
nulla. L'isola era bellissima cos imbiancata. Era
un peccato che un posto cos incantevole per la maggior
parte dell'anno fosse deserto.
Una vergogna che appartenga a gente come te.
Da decenni McAlster, un uomo che aveva passato i sessanta,
era il custode della loro tenuta. Gallagher non aveva
mai percepito in lui la bench minima aria di rimprovero.
Era lui a provare vergogna, a sentirsi in colpa. La sua famiglia
possedeva tre ettari e mezzo di quell'isola, di cui non
ne era utilizzato nemmeno uno: il resto erano boschi di pini
e betulle. Per un chilometro e mezzo la propriet correva
lungo il fiume, era un luogo di straordinaria bellezza. Il
padre di Thaddeus Gallagher l'aveva acquistata e vi aveva
fatto costruire uno chalet agli inizi del Novecento, ben prima
che nella regione delle Mille Isole si sviluppasse il turismo
estivo. All'epoca era una landa selvaggia, nella remota
propaggine settentrionale dello Stato di New York. La
piccola comunit di residenti nell'isola di Grindstone viveva
per lo pi nella zona portuale, a Grindstone Harbor, in
case dai muri asfaltati, baracche di carta catramata, roulotte.
Possedevano i negozi di attrezzature per la pesca, le
pompe di benzina e i ristoranti che sorgevano lungo la
strada. Erano cacciatori di pelli, guide, pescatori dediti al
commercio e custodi come McAlster, i quali offrivano i loro
servigi ai proprietari delle tenute che di tanto in tanto vi
soggiornavano, come i Gallagher.
Non ti senti in colpa a possedere tutte quelle propriet in cui
non vai quasi mai? aveva chiesto una volta Gallagher a suo
padre Thaddeus, da giovane, durante un diverbio per ragioni
ideologiche, al che Thaddeus aveva rabbiosamente
replicato, senza esitazione: Quella gente dipende da noi! Gli
diamo lavoro.  con le nostre tasse sulla propriet che costruiscono
strade, scuole, servizi pubblici. Adesso c' persino un ospedale
a Grindstone Harbor, non c'era mai stato! Come credi che sia
stato possibile? Nella stagione morta la met della popolazione di
Grindstone riceve il sussidio statale, su chi diavolo pensi che
gravino quei costi?
Gallagher provava una tale rabbia nei confronti del padre,
che in sua presenza aveva problemi di respirazione.
Era un disturbo simile a un attacco d'asma.
Mio padre...
Seduta in macchina accanto a lui Hazel gli lanci uno
sguardo penetrante, di sottecchi. Senza rendersene conto
Gallagher stava trattenendo il respiro. Tamburellava con le
dita sul volante.
S?
... ha detto che vuole conoscerti, Hazel. Ma non accadr.
Non le aveva detto quasi niente del padre.  della sua
famiglia. Probabilmente ne aveva sentito parlare da altri.
In effetti, la settimana prima Thaddeus aveva chiamato
il figlio, apostrofandolo: E vero che te la fai con una cameriera,
una spogliarellista, una squillo con un figlio bastardo e ritardato?
Correggimi se sbaglio.
Gallagher aveva subito riagganciato.
Non aveva notizie del padre dal Natale del 1962, quando
la segretaria privata di Thaddeus l'aveva chiamato annunciandogli
che il padre era in linea per parlare con lui,
al che aveva replicato, educatamente: Ma io non sono in linea.
Mi dispiace.
Be', se non vuoi che conosca tuo padre, non lo conoscer.
N tu n Zack. Nessuno dei due.
Hazel sorrise incerta. Gallagher sapeva di turbarla, lei
non riusciva a decifrare il suo stato d'animo: se scherzava,
era ironico o diceva sul serio. Cos come non sapeva interpretare
il tono dei pezzi jazz pi complessi e tortuosi che
suonava.
Sei troppo buona per conoscere quell'uomo. Hai un'indole
troppo nobile.
Certo.
Hazel, dico sul serio! Sei troppo buona, troppo bella e
pura per un uomo come Thaddeus Gallagher. Ti sporcherebbe
anche solo a guardarti. A respirare la sua stessa aria.
Hazel non sapeva spiegarsi perch Gallagher fosse d'improvviso
cos infuriato. Forse era per causa di McAlster.
Hazel Jones, William McAlster. Appartenevano entrambi
alla servit. Thaddeus Gallagher avrebbe riconosciuto
immediatamente Hazel.
Erano accodati dietro un autocarro che spargeva sale
sull'autostrada, nei pressi di Malin Head Bay. Erano quasi
le sei del pomeriggio ma il cielo era ancora luminoso. Su
parecchi alberi riluceva un velo splendente di ghiaccio, dove
i raggi dardeggiavano come fuoco. Su Main Street il
traffico procedeva lento, era stata spalata solo una corsia.
Gallagher preferiva non pensare a cosa avrebbe trovato
sull'isola di Grindstone.
McAlster gli aveva promesso che sarebbe stato tutto in
ordine. Quell'uomo era un tipo di parola.
L'ira si plac. Gallagher propose di pernottare al Malin
Head Inn nel caso le condizioni meteorologiche fossero
state proibitive.
Sei preoccupata, Hazel, vero?
Hazel rise. Preoccupata? Mai quando sono con te.
Gli poggi una mano sul braccio per rassicurarlo. Una
ciocca di capelli gli sfior la guancia. Gallagher avvert
una sensazione di oppressione al petto.
Gli aveva confidato che un uomo le aveva fatto del male.
Supponeva che fosse il padre di Zack, che l'aveva sedotta e
abbandonata. Doveva essere accaduto circa sette anni prima.
Gli aveva dato un bacio e si era ritratta, dicendogli che
non voleva pi che un uomo la ferisse in quel modo.
Far in modo di rimediare, Hazel. Di qualsiasi cosa si
sia trattato.
Gallagher cerc a tentoni la mano di Hazel e la port alle
labbra. Baci bramosamente le dita. Non un bacio erotico,
anche se l'erotismo si manifesta nei modi pi impensati.
Quel giorno non l'aveva baciata. Erano rimasti soli non pi
di cinque minuti. Era fiaccato dal desiderio, lo sdegno misto
alla brama. Avrebbe sposato Hazel Jones, la prossima
volta che avrebbe attraversato il ponte di St. Mary per andare
nell'isola di Grindstone lei sarebbe stata sua moglie.
McAlster aveva ragione, l'isola innevata era incantevole.
La nostra propriet comincia pi o meno l. Da quel
muro di pietra.
Hazel contemplava il panorama dal parabrezza. Finalmente
il bambino, sul sedile posteriore, appariva vigile,
attento.
Queste terre appartengono tutte ai Gallagher. Per chilometri
su quella collina. E lungo il fiume.
La strada che costeggiava il fiume era stata spalata alla
meglio. Gallagher procedeva con estrema prudenza. Aveva
montato le catene, era abituato a guidare su percorsi di
ghiaia gelati.
Sull'isola gli alberi erano ricoperti di ghiaccio, sagome
inclinate sotto il peso simili a figure di ubriachi. Alcune betulle
erano cadute. I sempreverdi erano pi resistenti, non
sembravano aver subito troppi danni. Sulla strada erano
caduti dei rami, Gallagher faceva attenzione a evitarli.
Si vede che non  inverno. Dal sole. Eppure quanta neve.
Ges!
Il fiume era increspato, le acque erano agitate dal vento.
Era vasto, offriva uno spettacolo mozzafiato. Prima dell'improvvisa
bufera, si era sgelato; lungo la riva tra i massi
enormi si ergevano frastagliate lance di ghiaccio che s'innalzavano
come stalagmiti. Gallagher avvertiva l'emozione
della donna e del bambino davanti a quel maestoso
paesaggio nuovo ai loro occhi.
Quello  lo chalet, sulla sommit della collina. In mezzo
a tutti quei sempreverdi. Laggi ci sono gli altri villini per
gli ospiti. A quanto pare McAlster ha spalato la strada per
noi, per stasera siamo a posto.
Lo chalet era una tipica costruzione degli Adirondack,
della grandezza di un piccolo alberghetto, costruito in legno,
pietra locale e stucco. Aveva un tetto di legno spiovente,
con due grossi camini in pietra. Sulla cresta della collina
c'era un campo da tennis sommerso di neve. C'era anche
un garage con il tetto a due falde che poteva ospitare tre automobili.
In alto un falco planava pigramente sospinto dalla
corrente, ad ali spiegate. Il cielo sembrava vetro sul punto
di frantumarsi. Gallagher si rese conto che adesso Hazel
Jones avrebbe concluso:  ricco. La sua famiglia  ricca.
Non era quella la ragione per cui l'aveva portata l. O almeno
non lo credeva.


18.

Un gioco rude e brutale. La portava come un animale terrorizzato
fra le spighe di granturco allineate. Lunghi steli
simili a ubriachi spezzati e riarsi dalla calura del primo autunno
e barbe brunite che ondeggiavano ferendole il viso.
Herschel batteva le mani ridendo con quella sua risata stridula
e sguaiata, mentre le diceva: Avanti piccola, forza stupida,
allampanato e dinoccolato, a bocca aperta per respirare
mentre correva, e lei gli andava dietro, con la sensazione
di un fuoco nella pancia, ridendo goffamente, incespicando
con le gambette, cadendo sulle ginocchia; fin in terra
pi di una volta, rialzandosi in fretta prima che i lividi e le
escoriazioni sporche di terra cominciassero a sanguinare,
aprendosi un varco verso l'estremit dei filari di granturco
al limitare del campo e sulla strada per il cimitero che si
stendeva al di l...
Come finiva il gioco, Rebecca non riusciva ma'i a ricordarlo.
Mamma? Allora?
Era mattina. Il sabato santo. Una giornata piena di sole
e molto ventosa. Hazel Jones si stava pettinando i capelli
con rapidi colpi di spazzola, ignorando il figlio che la tirava
per la manica, stizzito.
Nello specchio sul com un viso fluttu pallido e indistinto
come fosse sott'acqua. Non il suo, ma il volto di Hazel Jones
che sorrideva spavaldo.
Tu! Non hai diritto di stare qui!
Aveva passato la prima notte a Grindstone ed era convinta
che ci avrebbe passato anche la seconda e allora tutto
sarebbe stato deciso.
Mamma? Mamma!
Il bambino si era svegliato spesso quella notte. Lo aveva
sentito piagnucolare nel sonno, nella stanza accanto. Aveva
persino preso a digrignare i denti. Il vento! Quel dannato
vento lo aveva tenuto sveglio, lo aveva spaventato. Non
uno solo, ma numerose correnti che soffiavano dal fiume
San Lorenzo e sul lago Ontario verso occidente, recando
voci umane, grida indistinte e risa.
Tu! Tu! sembravano accusare quelle risa.
Hazel si era svegliata presto nel letto sconosciuto, sulle
prime non ricordava dove si trovasse, quanti anni avesse, e
il cuore si era messo a battere forte quando le voci si erano
fatte pi audaci, deridendola: Tu! Ebrea, non hai diritto di stare
qui.
Erano anni che non sentiva quelle voci. Che non pensava
a quelle cose. Si era alzata tutta scossa, spaventata.
Ma era stato Gallagher a portarla l. Gallagher, il suo
amico.
Dalla finestra della stanza posta nella parte anteriore della
casa si vedeva un'altra isola che sembrava fluttuare sulle
acque luccicanti del fiume. E, oltre, la compatta costa canadese
di Gananoque.
Lo chalet della famiglia Gallagher era ancora pi spazioso
di quanto apparisse dall'imbocco del viale. Era stato edificato
su un'altura, constava di tre piani e un'ala di recente
costruzione collegata al corpo principale da una terrazza
lastricata, ora ricoperta di neve.
Nel vederla, Hazel Jones aveva riso. Una casa privata di
quelle dimensioni!
Per un attimo aveva osservato la propriet dei Gallagher
con gli occhi di Jacob Schwart. La risata beffarda dell'uomo
si era confusa con quella di Hazel Jones.
Alquanto imbarazzato, Gallagher si era giustificato,
certo, la casa era grande, ma era molto appartata. E d'inverno
era quasi tutta chiusa, avrebbero usato solo poche
stanze.
Hazel comprese che Gallagher si vergognava di appartenere
a una famiglia ricca, per ne andava anche fiero.
Non poteva farci nulla. Non conosceva bene se stesso. L'odio
che nutriva nei confronti del padre era sacro, lei non si
sarebbe intromessa. Ma non vi credeva sino in fondo.
Gallagher le aveva assegnato quella che pi che una
stanza sembrava una suite, attigua a una stanzetta per
bambini, dove aveva dormito Zack. Lui invece si era sistemato
non lontano, in una camera in fondo al corridoio. Si
sforzava di controllarsi, ma era tutto eccitato. Era la prima
volta che partivano tutti e tre, lui era il loro anfitrione, si
sentiva responsabile del loro benessere. Dopo aver appoggiato
la leggera valigia di Hazel sul letto - un catafalco antico,
di ottone, a baldacchino, con una trapunta color azzurro
lavanda - era rimasto a fissarlo a lungo, il fiato grosso
per le scale, rosso in viso ed esitante; Hazel lo vide scegliere
con cura le parole, per fare colpo su di lei.
Hazel. Spero che ti troverai bene qui.
Era un'osservazione che recava in s un significato recondito.
In quell'attimo Gallagher aveva abbassato lo sguardo.
Se Zack non fosse stato presente, intento a esplorare la
sua stanza (una cameretta per bambini, con letti a castello,
lui avrebbe dormito su quello superiore), l'avrebbe certo
abbracciata. L'avrebbe baciata. Le avrebbe preso il viso tra
le sue grandi mani e le avrebbe dato un bacio. E lei glielo
avrebbe restituito, non gli si sarebbe irrigidita tra le braccia,
come a volte involontariamente faceva.
Implorandolo: Non amarmi! Ti prego.
Al che lui si addolciva, mesto e con un sorriso offeso
ma speranzoso, replicava: Va bene, Hazel! Aspetter.
Zack le si aggrapp alle cosce. Mami! Sposeremo il signor
Gallagher?
La frase la dest bruscamente da quella specie di trance.
Prima di cadervi si stava pettinando i capelli con lunghi e
rapidi colpi di spazzola davanti allo specchio ricurvo.
Quella notte Zack aveva preso a chiamarla "mami", e
non "mamma". A volte pronunciava la parola a denti stretti,
una sola sillaba: "mamma" diventava "mm".
Il bambino sapeva per istinto che il linguaggio  musica
per l'orecchio. E una musica pu anche ferire.
Era sveglio da pi di quaranta minuti, ed era irrequieto.
Forse si sentiva a disagio in quel posto sconosciuto. La
strattonava per la coscia, le avrebbe fatto male se non glielo avesse impedito. Gli diede un colpetto scherzoso con il
dorso della spazzola, ma lui non smise. Ho detto allora,
mami. Sposeremo il signor Gallagher?
Zack, parla piano.
Mami, ho detto...
No.
Hazel lo afferr per le spalle, non per scuoterlo ma per
farlo stare fermo. Il corpicino tremava di indignazione. Gli
occhi scuri, inumiditi e scintillanti la fissavano con uno
sguardo di sfida che la fece imbestialire, ma Hazel non si
arrabbiava mai. Non era una madre che picchia i figli, non
alzava nemmeno la voce. Se Gallagher avesse ascoltato
quello scambio di battute! Sarebbe stato mortificante, non
l'avrebbe sopportato.
Il viso non era ancora quello di Hazel Jones, ma pi
bruno, la pelle untuosa d'un vivido olivastro che doveva
celare con un trucco pi leggero, chiaro, e poi con della cipria.
Avrebbe avuto cura di passarla fin sulla gola, sfumandola
sulle mandibole, sempre accuratamente, con
meticolosit. Avrebbe fatto in modo di mascherare i lievi
segni sbiaditi in corrispondenza dell'attaccatura dei capelli,
che Gallagher non aveva mai visto. Ma aveva spazzolato
i capelli con troppo vigore, e adesso erano tutti elettrizzati,
d'un castano intenso con riflessi ramati, un colore
che si addiceva perfettamente a Hazel Jones. Aveva indossato
un paio di pantaloni sportivi di lana grigi stirati alla
perfezione e un maglioncino di lana rosa con un colletto
di pizzo applicato. Per quel fine settimana a Grindstone
aveva portato due paia di pantaloni stirati con cura e un
golfino beige a trecce lavorato a maglia, oltre a quello che
aveva indosso, e due camicette di cotone. Hazel Jones era
una giovane donna dalle maniere e dall'abbigliamento
estremamente decorosi. Gallagher rideva del suo modo di
fare, era cos per bene. Ma Hazel sapeva che Gallagher l'adorava
proprio per quello, non desiderava che fosse diversa.
(Gallagher continuava a frequentare delle donne. Cio,
andava a letto con altre. Quando poteva, quando gli capitavano
a tiro. Hazel lo sapeva, e non ne era gelosa. Non si
sarebbe mai sognata di indagare sulla vita privata, sessuale
di Gallagher.) Al negozio di pianoforti e strumenti musicali
dei Fratelli Zimmerman la commessa si era distinta
per la sua spiccata personalit come il personaggio femminile
di un fumetto: Olivia di Braccio di Ferro, Petronilla
di Arcibaldo, Tess di Dick Tracy, Brenda Starr la reporter.
La vera essenza dell'anima americana  la sua superficialit
da fumetto, e al negozio, dietro il bancone lucente dal
ripiano in vetro, ecco Hazel Jones graziosamente agghindata,
che sorride speranzosa in attesa del cliente. Come
Gallagher, anche Edgar Zimmerman l'adorava. Non poteva
fare a meno di toccarla con le sue piccole mani frenetiche,
asciutte e calde di desiderio. Bastardo. Nazista. Il sorriso
vacillava solo quando Edgar le afferrava il braccio con
troppa forza mentre parlava con lei nei momenti di calma,
quando non c'erano clienti, altrimenti le mani sottili di
Hazel restavano tranquille sul bancone lucente dal ripiano
in vetro. E ora che i clienti l'avevano conosciuta, aspettavano
pazientemente che fosse lei a servirli, ignorando le
altre commesse.
Mami, allora! Sposeremo il signor Gallagher?
Zack, ti ho detto...
No no no no no. No, mami.
A Hazel dava fastidio che Zack fingesse di essere un
bambino. Che si comportasse in maniera infantile. Lo sapeva,
nel cuore era un adulto quanto lei.
Zack, perch dici "noi"? Non c' nessun "noi". Solo un
uomo e una donna si possono sposare, nessun altro. Non
fare lo stupido.
Non sono stupido. Tu sei stupida.
Zack cominciava a scalmanarsi, presto sarebbe stato ingovernabile.
A casa non avrebbe mai osato farle quelle domande.
Gli era stato proibito di parlare con troppa familiarit
del "signor Gallagher", che era piombato nelle loro
vite rivoluzionandole in quel modo, come pure non doveva
parlare di Hazel Jones.
Proprio come a Malin Head Bay, quella che pareva una
vita fa, quando gli era stato proibito di fare domande sui
sassolini che sparivano l'uno dopo l'altro dal davanzale.
Quell'isola rifulgente di neve chiamata Grindstone sul
turbolento fiume San Lorenzo sembrava aver scatenato in
Zack uno spirito ribelle. Quella mattina si era messo a
ruzzare su e gi per le scale e a rotolarsi sui tappeti nel vestibolo,
e quando Hazel l'aveva richiamato era andato riluttante
come un cagnolino capriccioso. Adesso, sempre
irrequieto, si aggirava per la stanza: frugava dentro un armadio
di cedro, saltava sul letto a baldacchino che Hazel
aveva accuratamente rifatto non appena alzata. (A casa
sua era impossibile trovare letti sfatti o scompigliati. Era
una cosa che le provocava una sorta di indignazione morale.)
Sul com c'era un orologio antico di legno intagliato
con lo sportello di vetro apribile: Zack stava muovendo le
nere lancette metalliche, e Hazel temeva che le rompesse.
Hai fame, tesoro. Preparo la colazione.
Gli afferr le mani. Per un attimo ebbe l'impressione
che stesse per ribellarsi, poi si rilass.
Gli ambienti sconosciuti rendevano Zack nervoso, irritabile.
Era venuto di malavoglia a passare quel weekend
nell'isola di Grindstone, anche se desiderava rompere la
monotonia della sua vita quotidiana. Hans Zimmerman
aveva detto a Hazel che per un pianista giovane e dotato
come suo figlio la giornata doveva ruotare attorno al pianoforte.
La mattina Zack si svegliava sempre alla stessa
ora, sul presto. Si esercitava mezz'ora al pianoforte prima
di andare a scuola. Al ritorno riprendeva per almeno due
ore, a volte di pi, a seconda della difficolt della lezione.
Quando sbagliava una nota, immancabilmente l'insegnante
gli faceva ripetere il pezzo dall'inizio. Hazel non poteva
interferire. Se cercava di farlo smettere, di mandarlo a letto,
Zack poteva reagire con uno dei suoi scatti d'ira; aveva
i nervi a fior di pelle. Hazel lo vedeva sedersi al piano con
le piccole spalle sollevate come se fosse sul punto di tuffarsi
in una battaglia. Era fiera di lui, ma anche preoccupata.
Si rasserenava nel sentirlo esercitarsi al pianoforte, perch
in quei momenti capiva che lei e il figlio si trovavano nel
posto giusto, che quello era il motivo per cui la loro vita
era stata risparmiata a Poor Farm Road.
E poi puoi suonare il pianoforte, tesoro. Tutto il tempo
che vuoi.
Come aveva assicurato Gallagher, ce n'era uno al pianoterra
dello chalet. La sera precedente, prima di cena, Gallagher
aveva suonato chiassose canzonette popolari americane,
sigle di spettacoli televisivi, con Zack seduto accanto
a lui sullo sgabello. Sulle prime Zack aveva ascoltato
intimidito, ma Gallagher l'aveva convinto a suonare
con lui, interpretazioni improvvisate a quattro mani di canzoni
popolari. Poi avevano eseguito con un ritmo boogie-woogie
uno degli studi di Kabalevsky tratto dal suo libro Il
pianoforte, e Zack si era scompisciato dalle risa.
Il pianoforte era un mezzacoda, di un nero opaco, non
proprio in buone condizioni. Nessuno lo suonava da anni,
e alcuni tasti non funzionavano.
Gallagher aveva filosofeggiato: La musica pu essere
divertente, piccolo. Non  sempre seria. In fin dei conti,
un pianoforte  solo un pianoforte.
Zack era rimasto perplesso.
In cucina Gallagher aveva aiutato Hazel a preparare la
cena. Avevano fatto la spesa a Watertown, per il weekend.
Hazel gli aveva chiesto: Davvero un pianoforte  solo un
pianoforte? e Gallagher aveva risposto sbuffando:  solo
un pianoforte, tesoro! Diamine, di certo non  una bara. A
Hazel non era piaciuta quell'osservazione, tipica di Gallagher
quando era un po' alticcio e di quell'umore spavaldo
e inquieto, con gli occhi malinconici e accusatori, adoranti
e sdegnati, quasi spiritati. In quelle occasioni Hazel s'irrigidiva
e distoglieva lo sguardo, facendo finta di niente.
Non capisco cosa vuoi dire. Mi hai sconvolta, non voglio ascoltarti.
Non toccarmi!
Indovinava come sarebbe stata la vita con Gallagher,
quella che aveva vissuto la sua ex moglie per otto anni. Era
il pi tenero degli uomini, ma la sua dolcezza poteva risultare
soffocante, opprimente.
In maniera goffa, provocando un bel po' di fumo che gli
fece lacrimare gli occhi, Gallagher aveva acceso il fuoco
nel gigantesco camino di pietra nel soggiorno, e avevano
consumato la cena su un tavolino davanti al focolare. Zack
era particolarmente affamato, aveva divorato il cibo con
tale voracit da sentirsi quasi male. Il pavimento della cucina,
piastrellato in bianco e nero con un motivo a losanghe, gli procurava le vertigini, aveva l'impressione che si
deformasse. Nel soggiorno aveva temuto che le scintille
del fuoco potessero schizzare sul tappeto a mezzaluna, ed
era rimasto affascinato e spaventato dalle numerose teste
di animali appese alla parete: un orso nero, una lince, un
cervo con le corna ramificate. Gallagher gli aveva consigliato
di ignorare i "trofei", erano disgustosi, ma Zack era
rimasto a fissarli ammutolito. In particolare, lo incantava
il cervo con le corna ramificate, perch si trovava sopra il
camino e gli occhi marmorei sembravano troppo grandi,
splendevano come pezzi di vetro, ironici. La pelliccia dell'animale
era di un bruno lucente, ma appariva lievemente
arruffata, logora. Una fragile ragnatela pendeva dalla
punta delle corna.
Hazel aveva messo Zack a letto poco dopo le nove, pur
dubitando che si sarebbe addormentato, era cos sovraeccitato,
quasi febbricitante, e poi non aveva mai dormito in
un letto a castello.
Tuttavia lui volle salire sulla scaletta, aveva scelto il lettino
superiore. Pareva spaventato al pensiero di dormire
sotto.
Hazel aveva acconsentito a tenere una lampada accesa
accanto al letto, e aveva promesso di non chiudere la porta.
Se durante la notte si fosse svegliato in preda all'agitazione,
avrebbe saputo dove si trovava.
Per favore, stai buono, Zack!  una splendida mattina.
Non siamo mai stati in un posto cos bello, vero?  un'isola.
Un posto speciale. Se vuoi "sposare" il signor Gallagher
dovrai vivere con lui in una casa, giusto? Questo fine
settimana viviamo con lui. Siamo a casa sua, appartiene
alla sua famiglia. Si offender se non fai il bravo.
Gli si era rivolta come a un bimbo. Tra loro fingevano che
lui fosse ancora piccolo.
Hazel gli risistem i bottoni della camicia di flanella che
lui aveva allacciato male. Gli fece infilare un maglioncino
e lo pettin. Gli baci la fronte calda. Era cos eccitato!
Sentiva il cuore battergli veloce come il suo.


19.

Erano degli estranei in quella casa, ma erano stati invitati,
e ora eccoli l.
Uscirono dalla stanza. Nel vestibolo tiravano parecchi
spifferi, e si sentiva ancora l'acre odore del fumo della sera
precedente.
A parte il vento, il rumore del ghiaccio che si scioglieva,
colando dalle grondaie, e le stridule, intermittenti strida dei
corvi, la casa era immersa nel silenzio. Il cielo era screziato
da sottili nubi impalpabili attraverso le quali il sole brillava
luminoso. Sembrava uno di quei giorni miti in pieno inverno.
Hazel prese Zack per mano per evitare che si mettesse a
correre per il corridoio e si sorprese a un pensiero irriverente,
entrare nella camera da letto di Gallagher, che era l vicino:
avrebbero potuto stuzzicare l'uomo mezzo addormentato,
prenderlo un po' in giro. Gallagher era il tipo che
amava essere punzecchiato, almeno fino a un certo punto.
Lei e Zack potevano salire sul letto dove lui dormiva...
Invece si fermarono fuori dalla porta, e lo sentirono russare:
un gorgoglio lieve, come se l'uomo stesse faticosamente
inerpicandosi su un'altura portando un grosso peso.
In qualche modo era piuttosto strano che quel suono
fosse cos aritmico; era intervallato da pause di parecchi
secondi, un silenzio assoluto. Zack cominci a ridacchiare,
e Hazel gli mise una mano sulla bocca per zittirlo. Poi anche
lei scoppi a ridere, e dovettero allontanarsi di corsa.
Li prese una sorta di frenesia. Hazel temeva di trasmetterla
al bambino, sarebbe stato irrefrenabile per ore. Zack
si divincol e si mise a scorrazzare intorno. C'era cos tanto
da vedere, senza Gallagher tra i piedi. Hazel era particolarmente
interessata a una parete dov'erano appese numerose
fotografie incorniciate, cui Gallagher aveva fatto
solo qualche vago cenno il giorno prima. La famiglia Gallagher
doveva avere un'alta opinione di s. Hazel supponeva
che fosse un segno della ricchezza: era naturale che chi
si reputava superiore volesse mostrarlo agli altri.
Tra i volti sconosciuti cerc quello a lei familiare del suo
amico. D'un tratto desiderava vederlo come un Gallagher,
il giovane rampollo della famiglia. Eccolo, insieme ai parenti,
doveva avere sui venticinque anni, con una folta capigliatura
scura, e un sorriso timido. E un'altra, che ritraeva
un ragazzo magro sui dodici anni, in maglietta e calzoncini
da mare, accovacciato goffamente su una barca; e quella
di un giovanotto con le spalle e le braccia muscolose,
che impugnava una racchetta da tennis. Poi la fotografia
di Gallagher, sempre intorno ai venticinque anni, con una
giacca sportiva chiara immortalato nel bel mezzo di una
risata, mentre abbracciava due ragazze con le spalle nude,
dei vestitini estivi e sandali dai tacchi alti. Era stata scattata
nel giardino davanti casa, d'estate.
Donne bellissime! Molto pi di quanto Hazel Jones potesse
mai diventare.
Hazel si chiese se una delle due fosse la sua ex moglie. Si
chiamava Veronica. Gallagher non ne parlava quasi mai,
se non per dire che era stata una dannata fortuna non aver
avuto figli.
Voleva convincersene. Gallagher era il tipo che davanti
agli altri ripeteva le cose in cui voleva credere.
In molte di quelle fotografie compariva un uomo con il
torace ampio, la testa grossa, massiccia, un viso gradevole,
dai lineamenti decisi, come intagliato nella pietra. Il fisico
tarchiato, l'espressione sicura di s. Era sempre seduto
al centro, con le mani sulle ginocchia. Nelle fotografie
dove appariva pi anziano, stringeva un bastone con gesto
disinvolto. L'unica rassomiglianza con Gallagher era
negli occhi, dalle palpebre pesanti, lo sguardo gioviale e
maligno. Non era molto alto, le gambe sembravano corte.
Dava l'impressione che fosse mutilato, come se gli mancasse
una parte del corpo, ma non si vedeva quale.
Doveva essere il padre, Thaddeus.
In un gruppo di foto Thaddeus era seduto accanto a un
uomo che sembrava un manichino, il cui aspetto era familiare
a Hazel: l'ex governatore Dewey? Un uomo basso con
capelli neri lisci, un paio di baffetti curati che sembravano
incollati sul labbro superiore, e luccicanti occhi neri sporgenti.
Nelle fotografie dove apparivano insieme ad altri,
Thaddeus e Dewey erano seduti vicini al centro, guardavano
l'obiettivo come se fossero stati interrotti nel bel
mezzo di una conversazione.
A giudicare dall'abbigliamento, erano foto scattate qualche
estate di diversi anni prima. Thomas E. Dewey sembrava
un piccolo manichino in eleganti abiti sportivi, dalla
postura rigida, che suggeriva fermezza.
Quegli altri. Quelli che ci circondano. I nostri nemici.
Il palmo della mano che si abbatteva sul giornale aperto
sopra l'incerata che copriva il tavolo della cucina. Improvvisamente,
imprevedibilmente infuriato.
Ma in seguito aveva capito il motivo di quelle sfuriate:
odiava tutti i politici, le figure pubbliche. I ricchi. Tutti nemici.
 un'altra epoca, pa'. Oggi la storia  cambiata.
Strano, Hazel aveva articolato il pensiero ad alta voce.
Non lo faceva nemmeno quando era sola.
Poi not un'altra fotografia di Gallagher da ragazzo:
sembrava sui sedici anni, il viso lungo, l'espressione triste,
la pelle lievemente macchiata, in posa in giacca e cravatta
accanto a un pianoforte a mezza coda, su quello che
sembrava un palcoscenico. Dietro di lui c'era un uomo pi
anziano vestito elegantemente, che fissava l'obiettivo con
sguardo austero: Hans Zimmerman.
Zack! Vieni a vedere.
Le venne da sorridere, Gallagher era cos giovane. Eppure
non ci si poteva sbagliare, era proprio lui, e anche
Zimmerman, malgrado fosse molto pi giovane, forse
sulla quarantina, era inconfondibile. Dall'espressione dell'insegnante
trapelava un certo orgoglio per il suo allievo.
Hazel avvert una curiosa sensazione, quasi dolorosa, di
sgomento.
Non lo ami, vero?
In quel momento cap che non l'avrebbe mai conosciuto
sino in fondo. Quella notte, nel letto, in quell'ambiente
estraneo aveva pensato molto a Gallagher, sapeva che anche
lui stava pensando a lei, nella speranza che andasse da
lui. Aveva provato una fitta di panico, la paura di conoscerlo
intimamente. Dopo Tignor, non aveva pi voluto fare l'amore.
Non si fidava degli uomini, per concedersi a loro.
Eppure adesso le sembrava chiaro, non avrebbe potuto
conoscere Gallagher neanche se fosse diventata la sua
amante. Nemmeno condividendo la vita con lui. Neppure
se fosse diventato un padre per Zack, come lui stesso desiderava.
Una parte sostanziale della sua anima era andata
perduta, l'aveva dissipata.
Zack, tesoro? Vieni a vedere cos'ho trovato.
Ma Zack non c'era, distratto chiss da cosa. Hazel and
a cercarlo, sperando che non combinasse qualche guaio.
Lo trov in piedi su uno dei divani di pelle, intento a osservare
il "trofeo" appeso sopra la mensola del camino.
Nell'ambiente si avvertiva ancora il puzzo di fumo. Com'era
attirato dal macabro, suo figlio!
Oh, tesoro. Scendi di l.
Alla luce del giorno il cervo era pi visibile, faceva bella
mostra di s. Un esemplare notevole. Con delle corna
straordinarie. Si vedeva che era solo un oggetto, privo di
vita; impagliato e artificioso, gli occhi scintillanti di ironica
consapevolezza, ma di fatto vitrei. Le ramificate corna
araldiche erano incongrue, quasi comiche. La pelliccia
bruno-argentea era arruffata e logora, ricoperta di ragnatele.
Eppure, stranamente, quel trofeo aveva un che di solenne,
intimidiva. In qualche modo sembrava vivo. Hazel
intu perch il figlio ne fosse cos attratto, e lo fissasse con
un misto di fascinazione e repulsione.
Hazel gli si avvicin piano, per fargli il solletico fra le
costole.
Disse, con quella voce giocosa che aveva adottato da
quando era Hazel Jones: Qualcuno lo ha "sposato".
Quando Gallagher scese, in tarda mattinata, Hazel e Zack
avevano gi fatto colazione. Hazel aveva pulito la cucina: i
fornelli, il forno, le mensole, misteriosamente appiccicose;
le credenze, a cui bisognava cambiare la carta che ne rivestiva
i ripiani, e che Hazel aveva accuratamente riordinato,
girando le scatolette in modo che si vedesse l'etichetta.
Aveva aperto le finestre per far arieggiare la stanza ed eliminare
la puzza di fumo e l'odore di muffa. Aveva aggiustato
le pile di vecchi numeri di "Life", "Collier's", "Time",
"Fortune", "Reader's Digest". Era salita su una sedia e aveva
spolverato i "trofei", ponendo particolare cura alle corna
del cervo. Gallagher la vide seduta, illuminata da un
raggio di sole, intenta a sfogliare Le mie Mille Isole: dalla Rivoluzione
a oggi. Vicino a lei, Zack si stava esercitando con
uno dei suoi studi di Kabalevsky.
La mia famigliola! Buongiorno.
Gallagher voleva mostrarsi spiritoso, faceto, per scusarsi
di essersi alzato cos tardi rispetto ai suoi ospiti, ma gli
occhi frementi e arrossati si velarono di lacrime, come Hazel
not suo malgrado quando alz lo sguardo.


20.

Gallagher stava dicendo, argomentando il suo punto di
vista: Perch dev'essere cos importante, Hazel? Se la gente
si sposa o no. McAlster  solo un custode. Non ti conosce,
qui nessuno ti conosce.
Ma Hazel Jones non voleva incontrare il custode.
Ma perch no, Hazel? Sei qui, lui sa che ho degli ospiti.
 perfettamente naturale. Ha aperto la casa per noi,
vorr sapere se pu rendersi utile a te o a Zack.
Ma Hazel Jones non voleva incontrare il custode.
Scapp su quando il camioncino di McAlster si avvicin
allo chalet.
Gallagher era divertito. Si sforzava di non arrabbiarsi.
Amava Hazel Jones! La rispettava. Anche se a volte la
sua risata allegra gli dava ai nervi. Quando vedeva quegli
occhi spaventati, ma la bocca ostinatamente atteggiata
in un sorriso. Quel suo modo di parlare frivolo e sfuggente
come un'attrice che reciti una battuta in cui non
crede.
Ma capiva: era una donna ferita. Chiunque fosse il padre
del bambino, le aveva fatto di certo del male. Non era
a suo agio nelle situazioni in cui temeva di sentirsi messa a
nudo. Era gi un miracolo che su quell'isola non indossasse
i soliti guanti bianchi, il cappello e le scarpe con il tacco
alto. Gallagher si era ripromesso di conquistarsi la sua fiducia,
di cercare di rieducarla: perch Hazel aveva una
fantasia primitiva.
I suoi parenti di Albany avrebbero indovinato quello
che si celava dietro quella goffa compostezza. Quella prospettiva
lo spaventava.
Suo padre! Ma Gallagher non pensava a suo padre rispetto
a Hazel Jones. Era ben deciso a non farli mai incontrare.
Eppure, per ironia della sorte si era innamorato di una
donna che, nell'anima, sembrava appartenere pi di lui alla
famiglia Gallagher. Cos tradizionale nei principi in cui
credeva, nella sua "morale". Quello che  giusto, quello
che  sbagliato. Ci che  perbene, ci che non lo . Hazel
non si era fatta vedere dal custode perch non poteva sopportare
che uno sconosciuto supponesse che lei era l'amante
di Gallagher, era l per passare le festivit pasquali
con lui.
Altre donne che aveva portato a Grindstone non avevano
mostrato un tale imbarazzo. Si trattava di persone con un
certo grado di istruzione, di esperienza. Per loro un subalterno
come McAlster era praticamente invisibile. Nemmeno
per un attimo si sarebbero chieste cosa pensasse di loro.
Non che McAlster non fosse una persona estremamente
riguardosa. Tutti i dipendenti dei Gallagher lo erano, su
quell'isola come sulla terraferma. Era ben difficile che ponessero
ai loro datori di lavoro delle domande imbarazzanti,
anzi, se per quello, si astenevano dal fare domande.
Durante i sei o sette anni di matrimonio con la sua ex moglie,
Veronica, l'aveva sempre chiamata rispettosamente
"signora Gallagher", e in seguito, dopo il divorzio, non si
era certo sognato di chiedere sue notizie.
Quando McAlster and via con il suo camioncino, Gallagher
chiam Hazel dai piedi delle scale, canzonandola:
Ha-zel! Hazel Jones! Via libera.
Uscirono. Fecero un'escursione al molo dei Gallagher.
Alla luminosa luce del sole il fiume era di una bellezza
straordinaria, d'un colore blu cobalto, meno increspato
del solito. Il vento era calato, c'era una temperatura di sei
gradi. La neve si stava sciogliendo, ovunque si assisteva
al rapido disgelo dei ghiacci, che si fondevano in mille rivoli.
Gallagher aveva messo gli occhiali scuri per ripararsi
gli occhi dai raggi dardeggianti che gli procuravano come
un tintinnio di nacchere nella testa.
Sono i postumi di una sbornia? No.
Un alienante motivetto a suon di nacchere. Per fortuna,
Hazel non poteva sentirlo.
Da quel molo il San Lorenzo offriva una vista mozzafiato.
Gallagher, che vi mancava dall'estate precedente, e che
se non fosse stato per i suoi ospiti non ci sarebbe certo tornato,
indic il faro di Malin Head Bay, parecchi chilometri
a est; dalla parte opposta si scorgeva il faro pi piccolo di
Gananoque, sull'Ontario.
Lui, che non saliva su una barca da dodici anni, si sorprese
a dire: Quest'estate possiamo andarci in barca. Tu,
io e Zack. Ti piacerebbe, Hazel?.
S, le sarebbe piaciuto.
Era tipico di lei riacquistare il suo abituale stato d'animo.
Appena scesa dalla stanza, la faccenda del custode
era gi dimenticata. Non teneva mai a lungo il broncio, il
malumore cedeva subito posto alla sua consueta vivacit.
Gallagher non aveva mai conosciuto una donna cos femminile,
ne era affascinato. Eppure non gli si concedeva, si
teneva a distanza, a disagio.
Lui non poteva fare a meno di stuzzicarla. Hazel si riparava
gli occhi con la mano per farsi schermo dalla luce del
sole. Il custode mi ha chiesto dei miei ospiti. Se le stanze
erano a posto; gli ho risposto che pensavo di s.
Hazel rispose prontamente che le stanze andavano benissimo.
Non abboccava. Domand se il signor McEnnis
sarebbe tornato il giorno seguente.
Gallagher la corresse: McAlster. Si chiama "McAlster".
La sua famiglia  originaria di Glasgow,  emigrata qui
quando lui aveva due anni, vive su quest'isola da pi di
sessant'anni. No, non torner domani.
Stavano passeggiando sul lungofiume. Hazel voleva
imboccare un insidioso sentiero roccioso che scendeva
sulla spiaggia, dove dei lastroni di ghiaccio rifulgevano al
sole come denti giganteschi, e detriti trasportati dalla bufera
giacevano in mucchi aggrovigliati sulla sabbia indurita
come cemento, ma Gallagher glielo imped, preoccupato.
No, Hazel. Ti romperai una caviglia.
Si erano spinti per pi di un chilometro lungo il fiume,
e per tornare allo chalet sull'altura dovevano percorrere
un bel tratto. Da quella prospettiva la propriet dei Gallagher
appariva sconfinata.
Zack aveva preferito rimanere a casa a esercitarsi al pianoforte.
Per le festivit pasquali la sua lezione era stata posticipata
al marted pomeriggio. Hazel aveva riferito a Gallagher
che quella mattina il bambino era gi stato un po'
all'aria aperta. Lo disse quasi a scusarsi del disinteresse di
Zack per i dintorni dello chalet, come se la cosa potesse irritare
Gallagher.
Tutt'altro! Gallagher era dalla parte del bambino. Faceva
sempre in modo di esserlo. Suo padre non aveva mai
mostrato alcuna attenzione verso il figlio minore, se non
per manifestargli il suo "disappunto" nei momenti cruciali,e lui non intendeva imitarlo. Far in modo che abbiate bisogno
di me, e allora mi amerete.
Gallagher era sorpreso, Hazel Jones si stava rivelando
molto pi resistente di quello che immaginava. S'inerpicava
sulla collina stancandosi meno di lui, non aveva nemmeno
il fiatone. Procedeva con passo sicuro, tutta entusiasta. Da
lei emanava un'aria di felicit, di benessere. Il disgelo di
met aprile la rendeva euforica; lungi dall'affaticarla, il sole
sfolgorante sembrava conferirle energia.
Gallagher avrebbe voluto parlarle. Doveva approfittarne
mentre erano soli. Ma lei non gliene aveva dato occasione,
sembrava impaziente. Slittava e scivolava sulla neve
che si scioglieva, ridendo invece di irritarsi. Non sembrava
importarle che i rami dei sempreverdi le gocciolassero
sulla testa. Aveva il passo sicuro ed esuberante di un giovane
animale improvvisamente libero. Gallagher sudava,
arrancava dietro di lei. Ma si sarebbe dannato piuttosto
che chiamarla per chiederle di aspettarlo. Il cuore gli batteva
forte nel petto.
Tu mi ami. Devi amarmi.
Perch non mi ami?
Hazel aveva indossato una mise deliziosa per la passeggiata:
giacca a vento e stivaletti di gomma, e un cappellino
di feltro d'un rosso chiaro che aveva trovato in un armadio
della sua stanza. Gallagher fu costretto a ricordare che
quando toccava Hazel, nei teneri momenti d'intimit, e
quando la baciava, lei s'irrigidiva; come un animale in
gabbia che non reagisce, ma rimane quasi immobile, guardingo.
Non immaginava che avesse un corpo cos giovane,
agile e fremente di vita. Sotto i vestiti un corpo di donna,
ardente.
In alto, dei falchi volteggiavano nel cielo. Sull'isola di
Grindstone c'erano sempre dei grossi sparvieri, che volavano
lungo l'argine del fiume. Piombavano sulle prede
nelle zone aperte, era raro che s'inoltrassero nei boschi. Le
loro ombre guizzavano sull'erba innevata e sulla figura di
Hazel, uno stormo di falchi che volava cos piano che Gallagher
scorse il profilo aguzzo dei becchi.
Anche Hazel li not, alzando lo sguardo inquieta. Acceler
il passo, come per sfuggire loro.
Dannazione! Gallagher vide che aveva preso a scalare
un sentiero pieno di solchi, o quello che ne rimaneva,
inerpicantesi sulla collina; avrebbe preferito tornare alla
villa, per quel giorno ne aveva abbastanza di escursioni.
Ma Hazel continuava a salire, dimentica del compagno.
Stavano scalando una piccola montagna riccamente boschiva,
un percorso frastagliato, irregolare, con aguzze rocce
scistose piene di spuntoni orlati di ghiaccio; l i raggi
del sole arrivavano solo in alcuni tratti, l'interno della pineta
era immerso nell'ombra, gelido. Gallagher ricordava
che la sommit della collina era impraticabile. Erano almeno
venticinque anni che non si spingeva per quel dannato
sentiero.
Hazel! Torniamo indietro.
Ma Hazel continuava a salire decisa, immersa nei suoi
pensieri. Gallagher non aveva scelta, doveva seguirla.
Aveva acquistato una casa per lei e il bambino a Watertown.
Un'elegante dimora in mattoni rossi, in stile coloniale,
con due ingressi separati e la vista su un parco. Ma
Hazel non aveva voluto andarci.
Nell'anima era una commessa. Una maschera. Avrebbe
voluto sparire per la vergogna, temeva il giudizio di un
custode.
 uno sbaglio amare Hazel Jones. E sposarla sarebbe uno sbaglio
ancora pi grave.
Gallagher non era abituato a una tale capacit di resistenza
in una donna. Sull'isola di Grindstone era raro che
le donne si avventurassero su quella montagna. La sua ex
moglie gli avrebbe riso in faccia se le avesse proposto una
simile escursione durante il disgelo. Ormai Gallagher associava
le donne con i bar, i cocktail nelle sale d'albergo, i
ristoranti costosi dall'illuminazione soffusa. Per lo meno,
quelle che trovava sessualmente desiderabili. Ed ecco invece
Hazel in giacca a vento e con un cappello da uomo, che
scalava un sentiero scosceso senza nemmeno voltarsi indietro.
Le donne che aveva portato a passeggio su quell'isola
gli erano sempre rimaste accanto, e pendevano dalle
sue labbra.
E c'era un'altra singolare differenza: per quanto ricordasse
Hazel era l'unica ospite entrata in quella casa, maschio
o femmina, che non avesse commentato la parata di
fotografie. Tutti prorompevano immancabilmente in qualche
esclamazione quando individuavano un viso "conosciuto"
tra i Gallagher e i loro amici, dando cos l'impressione
di trovarsi del tutto a proprio agio. Alcune delle
persone ritratte in quelle fotografie erano uomini ricchi e
potenti, che Hazel non aveva riconosciuto, ma c'erano anche
delle personalit pubbliche: Wendell Wilkie, Thomas
E. Dewey, Robert Taft, Harold Stassen, John Bricker e Earl
Warren, il vicepresidente di Dewey nella corsa alle elezioni
presidenziali nel 1944 e nel 1948. Oltre a rappresentanti
del Congresso e senatori repubblicani. Era abitudine di
Gallagher parlare in maniera sprezzante delle amicizie
politiche del padre, ma Hazel non gliene aveva dato l'opportunit,
visto che non aveva fatto alcun commento.
Probabilmente era ignorante in politica, pensava Gallagher.
Non aveva ricevuto nessuna educazione, non era
nemmeno diplomata. Conosceva poco del mondo degli
uomini, i fatti, la storia. Leggeva gli articoli che lui scriveva
occasionalmente per qualche giornale, ma non muoveva
alcuna critica o osservazione. Sa cos poco. Mi protegger.
Finalmente Hazel si era fermata. Stava aspettando Gallagher
nel punto in cui il sentiero terminava in un sottobosco,
nella pineta. Quando la raggiunse, senza fiato, madido
di sudore, lei gli indic un mucchietto di penne sparse
sul terreno, tra aghi di pino e scintillanti rivoletti di ghiaccio.
Erano lunghe non pi di cinque, sette centimetri, grigie,
morbide e belle. C'erano anche degli ossicini, con brandelli
di carne ancora attaccati. Gallagher spieg che si
trattava dei resti della preda di una civetta. I boschi sono
pieni di civette. Le abbiamo sentite anche stanotte.
E le civette uccidono altri uccelli? Uccellini pi piccoli?
chiese Hazel in tono ingenuo, meravigliata. Aveva un'espressione
addolorata, il volto contratto in una smorfia.
Be'. Sono dei predatori, tesoro. Devono uccidere.
I predatori non hanno scelta, vero?
No, se non vogliono morire di fame. E poi, quando invecchiano,
fanno anche loro quella fine, diventano cibo
per altri predatori.
Gallagher aveva parlato con leggerezza, per alleviare la
tristezza di Hazel. Come la maggior parte delle donne, rimaneva
eccessivamente colpita anche dalla morte di un
piccolo animale.
Hazel aveva le guance arrossate per lo sforzo, gli occhi
sgranati e vigili, luccicanti. Sembrava febbricitante, ancora
eccitata. Trasudava calore e sensualit. Gallagher quasi
si ritrasse da lei.
Era pi alto di Hazel Jones di diversi centimetri. Avrebbe
potuto afferrarla per le spalle e baciarla, con la forza. Invece
si allontan, gli occhi tremuli celati dalle lenti scure.
Dannazione, stava sudando eppure tremava. A quell'altezza
l'aria era pi fredda, lievi raffiche di vento giungevano
dal fiume, sferzavano il viso nudo come rasoiate.
Gallagher prov un moto di risentimento infantile davanti
a una donna che non si prendeva cura del proprio uomo,
cos rischiava di beccarsi un accidente.
La prese per un braccio e la condusse gi lungo il sentiero.
Lei lo segu, docile.
La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo.
Hazel aveva pronunciato quelle parole con voce strana,
incerta, stupita, come se parlasse tra s. Gallagher la guard,
sorpreso.
Perch hai detto quella frase, Hazel?
Ma Hazel pareva non saperlo nemmeno lei.
Gallagher not:  un'osservazione triste.  una massima
del filosofo tedesco Hegel, pare volesse dire che la sapienza
ci giunge solo quando  troppo tardi.
"La nottola di Minerva." Ma chi  Minerva?
La dea romana della sapienza.
Stiamo parlando di un po' di tempo fa?
Tanto tempo fa, Hazel.
In seguito Gallagher avrebbe ricordato quel curioso
dialogo. Avrebbe voluto chiederle da chi aveva sentito
quella frase, chi gliel'aveva insegnata, ma sapeva che
avrebbe fatto in modo di non rispondere, evasiva. Gallagher
non si fidava di quei modi candidi e fanciulleschi,
non completamente.
Perch credi che sia cos? Che "la nottola di Minerva
inizia il suo volo sul far del crepuscolo"? Deve essere per
forza cos?
Hazel, non ne ho idea.  solo un'osservazione.
Quella ragazza era cos priva di fantasia! Avrebbe dovuto
fare attenzione a quello che le diceva, soprattutto se fosse
diventata sua moglie. Gli avrebbe creduto senza obiezioni.
Uscirono dal folto del bosco e imboccarono il sentiero che
portava allo chalet. L in piena luce senza gli occhiali da sole
Gallagher sarebbe rimasto accecato. L'odore di moffetta
colp quasi come una burla le loro narici, prima lieve poi
pi intenso. Probabilmente proveniva dal boschetto di betulle,
o forse da uno dei villini riservati agli ospiti. Era un
sentore che da lontano poteva risultare quasi gradevole,
ma da vicino era tutt'altra cosa. Come l'odore di ragnatela
imputridita che diventa nauseante se ci si avvicina troppo.
A volte famiglie di moffette andavano in letargo sotto le
dpendance. Con il caldo si erano risvegliate.
Da qualche parte dovranno pur vivere, le moffette, come
noi comment Hazel in tono allegro. Gallagher rise.
Non ce l'aveva pi con lei, dopo che gli aveva fatto rischiare
un infarto su quella dannata montagna.
Gallagher prov le porte di parecchi chalet fino a quando
non ne trov una aperta. Dentro faceva freddo, l'aria era
immota. In un attimo Gallagher si sent inspiegabilmente
eccitato.
La struttura dello chalet era formata da tronchi corrosi
dal tempo, sorgeva su un ruscelletto scintillante. Era immerso
tra betulle i cui tronchi bianchi rilucevano accecanti
ai raggi del sole. Si avvertiva un lieve ma pungente odore
di moffetta. Era arredato con dei letti a castello, dai materassi
all'apparenza nuovi, coperti alla meglio con lenzuola
e cuscini senza federa. Sul pavimento era steso un tappetino
lavorato a uncinetto. Trovandosi in quello chalet da solo con Hazel Jones, Gallagher avvert un'emozione cos violenta
da sentirsi mancare. Avvertiva l'impulso urgente di
aprirsi, di spiegarle. Non le aveva mai parlato seriamente
da quando erano arrivati sull'isola, e il tempo scivolava
via in fretta. L'indomani avrebbe dovuto riportare la sua
famigliola a Watertown, si sarebbero di nuovo separati.
Aveva acquistato una bellissima casa per Hazel e il bambino,
ma non si erano ancora decisi a vivere con lui.
Nessun figlio. Lui non aveva figli. Se hai smarrito la strada 
meglio non averne.
Fu allora che Gallagher si lanci. Raccont a Hazel che
da ragazzo, un'estate, si era accampato nei boschi, solo,
per notti intere. Non con i fratelli, da solo. Aveva una piccola
tenda, con la zanzariera. All'epoca non c'erano ancora
gli chalet. I rumori del bosco lo spaventavano, non aveva
quasi chiuso occhio, era stata un'avventura che aveva
lasciato il segno. Si chiese se esperienze di quel genere accadano
quando si  soli, e spaventati.
Dormire all'aperto, sotto una tenda, era un po' come in
tempo di guerra. Anche se allora sei sempre cos esausto
che non hai difficolt a dormire.
Le disse che suo padre aveva fatto costruire la maggior
parte degli chalet dopo la guerra. Thaddeus aveva allargato
la villa e aveva acquistato altro terreno lungo il fiume.
I Gallagher possedevano propriet un po' dovunque
nelle Mille Isole, erano localit in via di sviluppo, rendevano
parecchio. Thaddeus Gallagher si era arricchito durante
la guerra, e dopo aveva costruito un impero, grazie
a una normativa fiscale favorevole al Gallagher Media
Group, approvata dallo Stato di New York nei primi anni
Cinquanta, sotto le legislature dei repubblicani.
(Perch le stava raccontando tutte quelle cose? Voleva
impressionarla? Farle sapere che era il figlio di un miliardario,
ma che lui non si era sporcato le mani? Hazel non
aveva modo di sapere se Gallagher avesse accesso alle ricchezze
di famiglia o se - era solo un'ipotesi! - fosse stato
diseredato.)
Hazel non gli aveva mai chiesto di parlarle della sua famiglia,
cos come non gli aveva chiesto di raccontarle del suo
precedente matrimonio. Hazel Jones non era persona da rivolgere
domande personali. Eppure adesso gli chiese, in modo
estremamente diretto, se aveva combattuto in guerra.
In guerra? Oh, Hazel.
Le sue esperienze del tempo di guerra non erano un argomento
che Gallagher affrontava a cuor leggero. I suoi
modi giocosi, sfacciati, spavaldi non si addicevano a quel
tema. I suoi occhi si fissarono in quelli di Hazel Jones, che
brillavano, lo sguardo intenso. Si trovavano nei pressi della
porta, vicini, ma non si toccavano. Erano estremamente
consci l'uno dell'altro. In quello spazio angusto una tale
intimit era snervante per Gallagher.
Hai visto i campi di sterminio?
No.
Non li hai visti?
Ero di stanza nell'Italia settentrionale. Fui ferito e ricoverato
in ospedale.
In Italia non c'erano campi di sterminio?
Il tono della frase era interrogativo. Gallagher non sapeva
cosa rispondere. Quando era stato arruolato, lo avevano
mandato prima in Francia, poi in Italia, nella zona a nord di
Brescia, non sapeva dell'esistenza dei famigerati campi di
sterminio nazisti. Ventitr giorni dopo l'arrivo in Europa
era stato colpito dalle schegge di una granata alla schiena e
alle ginocchia. Aveva dovuto portare un collare grosso come
quello di un cavallo e aveva contratto una grave infezione,
e poi aveva avuto problemi con la morfina. Aveva
visto delle cose terribili, ma in qualche modo non aveva potuto
appurarle direttamente. Era come se uno schermo gli
fosse calato davanti agli occhi, una membrana.
Adesso Hazel Jones lo osservava con curiosit e desiderio.
Gallagher avvertiva il calore febbrile che emanava
dal suo corpo; era una scoperta per lui, estremamente eccitante.
Perch i nazisti volevano uccidere tanta gente? Cosa
significa che certe persone sono "sporche", "impure", "indegne
di vivere"?
Hazel, i nazisti erano pazzi. Non importa quello che
volessero dire.
I nazisti erano pazzi?
Anche quella sembrava una domanda. Hazel parlava
con particolare veemenza, come reagendo a una battuta
di Gallagher.
Certo. Pazzi e assassini.
Ma quando gli ebrei sono venuti negli Stati Uniti le navi
furono rimandate indietro. Gli americani non li volevano,
proprio come i nazisti.
No, Hazel. Non credo sia cos.
Non lo credi?
No.
Gallagher si era tolto gli occhiali da sole. Armeggi per
infilarli nella tasca della giacca, ma gli scivolarono di mano
e caddero a terra. Era sbigottito dal fervore di Hazel,
per certi versi lo trovava disgustoso. Aveva una voce stridula,
perturbante. Non era la femminile voce melodiosa
di Hazel Jones, ma quella di un'altra donna. Gallagher
non l'aveva mai sentita prima.
No, Hazel, sono sicuro che non era cos, ti sbagli.
Dici?
Era una questione diplomatica. Se stiamo parlando
della stessa cosa.
Gallagher si esprimeva in modo incerto. Non era sicuro
di quanto aveva detto, conosceva solo vagamente l'argomento,
lo trovava sgradevole. Cercava invano di ricordare.
Aveva il fiato grosso come se stesse scalando la collina.
Le navi approdarono nel porto di New York ma i funzionari
dell'immigrazione non fecero sbarcare i profughi.
C'erano bambini, neonati. Centinaia di persone. Furono
rimandati in Europa, a morire.
Ma perch sono tornati in Europa? domand Gallagher.
Aveva avuto un'intuizione: era meglio argomentare.
Perch, se potevano andare da qualche altra parte,
ovunque?
Non potevano andare da nessuna parte. Furono costretti
a tornare in Europa, a morire.
Credo che dei profughi siano sbarcati ad Haiti. In Sudamerica.
Alcuni addirittura a Singapore.
Era sempre pi dubbioso. In realt non sapeva se fosse
vero. Ricordava vagamente di aver letto degli articoli sui
giornali del gruppo Gallagher, come su molti altri, negli
anni precedenti all'attacco di Pearl Harbor, schierati contro
l'intervento americano nel conflitto. I mezzi di comunicazione
del gruppo Gallagher si opponevano alla politica
di Franklin Delano Roosevelt, lo accusavano di essere
troppo sensibile alle influenze degli ebrei, di corruzione.
In alcuni articoli Roosevelt veniva tacciato di essere ebreo,
come il segretario del tesoro Henry Morgenthau Jr. Per un
attimo confuso il velo si squarci e Gallagher ricord una
scena vista con lo sguardo curioso di bambino, un cartello
nell'atrio di uno splendente albergo a Miami Beach, in
QUESTO ALBERGO GLI EBREI NON SONO GRADITI. A quando risaliva
quel ricordo, agli inizi degli anni Trenta? Prima che
i Gallagher acquistassero la loro residenza privata sull'oceano
a Palm Beach.
Gallagher aggiunse, balbettando: Hanno esagerato parecchio,
Hazel. Non sono morti solo gli ebrei, ma molti altri,
inclusi i tedeschi. Molti milioni. E altrettanti sono morti
sotto Stalin. S, anche bambini. Neonati. Un'esplosione di
follia, come un vulcano rigurgitante lava... Se avessi combattuto
in guerra capiresti com' impersonale. La storia.
Allora li stai difendendo. "Hanno esagerato parecchio."
Gallagher la fiss, perplesso. Avvertiva un sottile moto
di disgusto nei confronti di quella donna, persino paura,
all'improvviso la sentiva cos diversa da lui. Le mise una
mano sulla spalla. Hazel. Che c'?
"Hanno esagerato parecchio." Sono parole tue.
Hazel rise. Sbatteva in continuazione le palpebre, senza
guardarlo.
Hazel, scusami. Ho detto delle stupidate. Hai perso
qualcuno in guerra?
No, non ho perso nessuno in guerra.
Rispose in tono aspro, quasi beffardo. Gallagher fece
per abbracciarla. Per un attimo rimase rigida, poi parve
sciogliersi, gli si strinse contro, rabbrividendo. Un'onda di
desiderio colp Gallagher come un pugno.
Hazel! Cara, mia amata Hazel...
Le prese il viso tra le mani e la baci; rimase sorpreso
dalla veemenza con cui ricambi il bacio. Erano immersi
in una pozza di luce accecante. Dietro lo chalet l'aria scintillava
al sole, emanava un bagliore come di fuoco. La
bocca di Hazel era fredda, ma sembrava succhiare quella
di Gallagher. Goffamente, come chi non sia abituato a
quel tipo di intimit, con una sorta di disperazione si aggrapp
a lui, stringendolo tra le braccia. C'era qualcosa di
feroce e di spaventoso in quell'improvviso bisogno. Gallagher
mormor: Hazel, cara Hazel. Il mio tesoro canticchiando,
con voce estatica, cos diversa dal solito. La trascin
dentro lo chalet, incespicando con lei, il loro fiato si
condensava in vapore, risero nervosi, baciandosi, cercando
di farlo, tentando goffamente di abbracciarsi malgrado
quegli abiti pesanti... Gallagher guid Hazel verso uno
dei letti a castello. Sotto le ampie lenzuola scolorite il materasso
era nudo. Dalle assi del pavimento saliva un odore
di moffetta, animalesco, aveva un che di intimo. Era un
sentore lieve, stranamente piacevole. Annaspando, ridendo,
ma senza gioia, poich sembrava piuttosto spaventata,
Hazel gli tolse la giacca e armeggi con la cintura dei
pantaloni. Le mani si muovevano lente, impacciate. Gallagher
pens: Come spoglia il bambino, una mano che sveste
un figlio. Era stupefatto. Era completamente affascinato da
lei. Hazel Jones gli aveva resistito cos a lungo, e adesso!
Giacevano sul materasso in una falce di luce accecante, si
baciavano, abbarbicati, trafficando confusamente per spogliarsi.
Da tempo Gallagher si ripeteva: Non  vergine, Hazel
Jones non  vergine, non sto costringendo una vergine, Hazel
Jones ha un figlio,  gi stata con un uomo, ma adesso
quella stessa Hazel Jones lo stava sbalordendo, gli si avvinghiava
addosso, lo tirava a s, a fondo dentro di lei.
Con frenesia la bocca succhiava la sua, lui stava perdendo
coscienza di s, completamente soggiogato, in un delirio
di urgenza animalesca. Fra le braccia di quella donna si
sarebbe annullato, era sorprendente, erano anni che non
gli accadeva. Forse dalla tarda adolescenza, in occasione
delle prime esperienze sessuali. Adesso non era lui il pi
forte tra i due. La sua volont non era pi potente di quella
di Hazel Jones. Il suo destino era quello di soccombere
a quella donna, non una ma parecchie volte, perch quella
era solo la prima di numerose altre, questo gli fu chiaro.
I capelli madidi di sudore di lei gli ricadevano sul viso,
sulla bocca. I seni erano pi grandi, pi sodi di quanto si
era immaginato, d'un biancore latteo, i capezzoli come
bacche. Non era preparato alla folta e ispida peluria scura
del pube, che risaliva verso l'ombelico. Non si aspettava la
forza muscolare delle sue gambe, delle ginocchia che lo
serravano in una morsa. Ti amo ti amo ti amo, gorgogli con
la gola mentre disarmato effondeva la sua vita dentro di
lei.
Velocemente il sole conquist tutto il cielo.


21.

Il soffio di Dio.
Una brezza capricciosa che improvvisamente la spingeva
in una direzione imprevista, per un suo scopo. Lei, e il
bambino che era il suo scopo.


22.

Un uomo vuole sapere. Se ti ama vuole sapere. Vuole succhiarti
il midollo, vuole sapere.
Un uomo ne ha il diritto. Se ti ama ne ha il diritto. Una
volta che  entrato nel tuo corpo in quel modo, ne ha acquisito
il diritto.
Raccontargli l'indicibile. Un uomo che ti ama vuole conoscere
anche quello che non si pu rivelare. Bisogna offrirgli
qualche segreto. Era venuto il momento, gi da
molto. Lei lo sapeva, anche se non era sua moglie n lo sarebbe
diventata. Avevo una compagna di scuola a Milburn,
sai dov' Milburn, e lui rispose: No, non credo, e lei continu:
Quando avevamo tredici anni suo padre uccise la madre, il
fratello maggiore e lei prima di togliersi la vita, con un fucile da
caccia a doppia canna nella camera da letto della loro casa; vivevano
in una strana vecchia casa di pietra che sembrava uscita
da un libro di fiabe, solo che era vecchia, stava sprofondando
nella terra. E lui disse: Ges! che storia terribile, muovendosi
a disagio: Era una tua amica intima, e Hazel subito rispose:
No e poi: S, ma non tanto intima allora, lo eravamo ai tempi
delle elementari; e Gallagher chiese: Perch il padre ha fatto
una cosa cos mostruosa, era pazzo? Disperato? Povero? con
sorprendente ingenuit per uno che era stato in guerra ed
era rimasto ferito, le fece quella domanda e Hazel sorrise
nel buio, non il sorriso luminoso e ardente di Hazel Jones
ma un sorriso rabbioso: Per le ragioni per cui si uccidono i
propri familiari e ci si toglie la vita, per quelle motivazioni
evidenti, ma Gallagher fraintese il tremore di Hazel credendo
che dipendesse dall'emozione e l'abbracci per proteggerla
come sempre avrebbe fatto: Povera cara Hazel! Dev'essere
stato terribile per te, e per tutti quelli che li conoscevano e Hazel
sorrise: Davvero? perch quel pensiero non le aveva
mai sfiorato la mente. Disse: Era il becchino della citt. Come
se fosse una spiegazione. Gallagher la accett.
Naturalmente Hazel sapeva che non era vero. Nessuno
a Milburn avrebbe pensato che fosse terribile. Era solo il
becchino che aveva trucidato la sua famiglia e si era tolto
la vita.
Perch li ha uccisi tutti. Non era rimasto nessuno a piangere
i morti.


23.

Perch? Perch era venuto il momento.
Hazel Jones and a vivere con Gallagher nella casa in
mattoni rossi che lui aveva comprato per lei a Watertown,
naturalmente con il figlio.
Aveva acconsentito per amore del bambino, sarebbero rimasti
sin quando fosse stato opportuno, sin quando l'uomo fosse stato
convinto di amarla perch la figlia del becchino non aveva il diritto
di lasciarsi sfuggire una simile occasione e quando due
anni dopo al bambino venne offerta una borsa di studio
alla Portman Academy of Music Gallagher acquist una
casa a Syracuse e si trasferirono l.
Lui la considerava la mia famigliola. Nella sua vita da
adulto non era mai stato cos felice.
Era destino. Era il soffio di Dio. Che mio figlio un giorno sarebbe
diventato un pianista, che avrebbe suonato davanti a un vasto
pubblico acclamante.
Ma perch ci tieni cos tanto, Hazel?
Gallagher glielo aveva chiesto dolcemente, con un sorriso,
mentre le carezzava la mano. La toccava sempre, la
riempiva di carezze. L'adorava! Ma quella sua pervicacia,
l'inflessibile, tetragona volont che la caratterizzava, lo
preoccupava. Credeva dipendesse dalla sua anima primitiva,
ma poi si vergognava di quel pensiero. Perch l'adorava,
avrebbe dato la vita per lei. E amava anche il bambino,
sebbene non quanto la madre.
Perch cominci a rispondere Hazel, poi s'interruppe,
si inumid le labbra, confusa, o cos sembrava, in momenti
come quelli diventava timida, era incerta, gli occhi evitavano
il suo sguardo cos che Gallagher non potesse
confonderla con la propria equanimit, la musica  meravigliosa.
La musica ... A quel punto la voce di Hazel si
affievoliva in un modo che Gallagher trovava incantevole
ma esasperante, doveva avvicinare la testa alla sua per
udire. E se non riusciva a sentire e le chiedeva di ripetere
quello che aveva detto lei si ritraeva imbarazzata, intimidita
come un'adolescente: Oh, niente.  una stupidaggine.
Quella volta non aveva sentito le parole appena mormorate:
La musica  l'unica realt.
"Perch gli stupidi si innamorano"...
E perch diamine no? Aveva quarantadue anni, non sarebbe
diventato pi giovane, pi intelligente o pi bello.
Rise di s, davanti allo specchio mentre si radeva. Quella
era la faccia che evitava sempre di guardare - letteralmente!
- soprattutto alla fredda, inesorabile luce dello
specchio del bagno. No, grazie! Ma in quel momento Hazel
Jones era in cucina al piano di sotto a preparare la colazione
per lui e per Zack, una donna a cui piaceva davvero
preparare la colazione e quando lo faceva indossava un grembiulino
a fiori stampati, e Gallagher poteva permettersi di confrontarsi
con la propria immagine senza che gli venisse
l'antico desiderio di fracassare lo specchio con un pugno,
o vomitare l'anima nel lavandino.
Amava anche il ragazzo, s.
Il mio piccolo. A volte, in qualche conversazione casuale,
gli scappava persino Mio figlio.
La mia famigliola, ripeteva sempre a Hazel e a se stesso.
E, solo a se stesso: La mia nuova vita.
La musica non  "l'unica realt", tesoro. Ci sono tante altre
"uniche realt".
Era davvero cos? Gallagher, un ex bambino prodigio
del pianoforte, che si era spento emotivamente a diciassette
anni e per un periodo aveva anche pensato al suicidio,
certamente ne era convinto.
Ma non l'avrebbe rivelato a Hazel. Di tante cose che si
proponeva di dirle, quella l'avrebbe tenuta per s, perch
temeva di turbarla, di ferirla.
Aveva paura di dire la verit.
Chet Gallagher non suonava pi al Malin Head Inn, era
andato a vivere a centinaia di chilometri a sud, a Syracuse,
in una casa a tre isolati dal conservatorio dove Zack prendeva
assidue lezioni da un pianista che era stato uno dei
pupilli di Hans Zimmerman. Era stato proprio quest'ultimo
a fargli ottenere la borsa di studio, ma ci sarebbero stati
altri costi, anche rilevanti, se Zack avesse intrapreso una
seria carriera professionale. Non c'era stato bisogno di dire
a Hazel che avrebbe provveduto lui, Gallagher era ben
lieto di pagare gli studi e tutto quello che serviva. Ormai
suonava poco, voleva evitare bar affumicati, dov'era tentato
di bere molto e aveva occasione di incontrare seducenti
donne sole, oh Cristo, preferiva di gran lunga passare
le sere a casa con la famigliola adorata.
Aveva paura di dire la verit.
Malgrado tutto Hazel esitava a sposare Gallagher! Era il
grande mistero della sua vita.
Era un mistero, e una profonda ferita.
Ma Hazel, perch no? Non mi ami?
Come sempre Hazel se ne usciva con scuse pretestuose,
evasive. Parlava in maniera esitante. Sembrava quasi che
le parole fossero dei cardi, dei sassolini che le scorticavano
la gola. I Gallagher non l'avrebbero accettata, una ragazza
madre. L'avrebbero disprezzata, non l'avrebbero mai
perdonata.
Hazel! Per amor di Dio.
L'abbracciava, era cos afflitta. Gallagher non voleva
turbarla oltre. Adesso che vivevano insieme lui aveva imparato
a comprenderne gli stati d'animo. Hazel Jones era
un po' come una fiamma, attirava.gli sguardi, abbagliava,
ma una fiamma in fondo  assai delicata, d'improvviso
pu diventare minacciosa, pu spegnersi.
Ragazza madre, disprezzare. Perdonare! Gallagher reagiva
con una smorfia a quei luoghi comuni. A lui che diavolo
importava se i Gallagher disapprovavano la sua relazione
con Hazel Jones? In realt non sapevano niente di lei. Ad
Albany giravano le voci pi assurde, pi malevole sul suo
conto. E adesso che Gallagher viveva apertamente con
lei... Non li avrebbe mai fatti incontrare con Hazel, se poteva
evitarlo. Ormai era stato diseredato. Da anni Thaddeus
lo aveva cancellato dalle sue volont.
Sei preoccupata per i soldi? Non ho bisogno del loro
denaro, Hazel. Posso guadagnarne da me.
Non era proprio cos: riceveva una rendita lasciatagli
dai nonni materni. Ma era tornato a scrivere articoli per i
giornali, a produrre programmi radiofonici. Se Hazel era
preoccupata per i soldi, ne avrebbe guadagnati di pi.
Voleva proteggere Hazel Jones, quello era un punto fermo
per lui. Gli piaceva credere di essere un uomo di principi.
Persino suo padre, del tutto indifferente alle sofferenze
delle masse umane, da buon "conservatore", era
nondimeno una persona leale, a volte accanitamente e irrazionalmente
devoto a chi sentiva vicino.
Anche Thaddeus aveva delle donne, o ne aveva avute
quand'era pi giovane, pi sano. Uno smodato desiderio
sessuale, primitivo e in apparenza insaziabile, che aveva
soddisfatto con chiunque gli capitava a tiro. Tuttavia, Thaddeus
era rimasto un marito "fedele" agli occhi della societ.
Non aveva tradito la moglie pubblicamente e forse nel suo
candore (cos gli piaceva pensare) sua madre non aveva
mai saputo delle scappatelle del marito.
Gallagher si sorprese a chiederle, con tristezza: Non
mi ami, Hazel? Io invece s.
Gli manc la voce. Si stava rendendo ridicolo. Era una
sorta di accusa.
Hazel gli si rifugi tra le braccia, quasi troppo affranta
per replicare. Gli si stringeva contro come faceva a letto,
non gli opponeva mai resistenza, era sempre calorosamente
affettuosa, le braccia al collo, la bocca aperta ad accogliere
la sua. Adesso sentiva il battito del suo cuore. Avvertiva
l'eccitazione e il fremito del suo corpo. Un pensiero gli attravers
la mente: Sta ricordando un altro uomo, quello che
l'ha ferita. Gallagher sent l'impulso di farle del male, come
quell'altro. Di spezzarle le ossa, stritolarla, e di seppellire
la faccia furibonda e accesa nel suo collo, in una ciocca dagli
splendenti riflessi rossi.
Nascose il viso stravolto, e pianse. Lacrime che era meglio
tenere nascoste.
N a Watertown n a Syracuse aveva mai visto qualcuno
che somigliasse a colui che si era spacciato per suo marito,
eppure in un'estasi di amara certezza pens: Se sposo quest'uomo,
se amo quest'uomo, l'altro ci dar la caccia e ci uccider
tutti.
Poteva guadagnare denaro per la sua famigliola, certo,
Chet Gallagher poteva farlo. Hazel Jones, tu hai il dono
della felicit! Hai portato una grande gioia nella mia vita.
Era vero: Gallagher sembrava tornato giovane. Un
amante ardente, pazzo d'amore! L'uomo che un tempo
amava ripetere che il cuore gli si era avvizzito, come un
chicco d'uva passa, adesso quel cuore lo sentiva grande
quanto un pugno, soffuso di speranza oltre che di sangue.
Il viso era ringiovanito. Sorrideva sempre, fischiettava.
(Zack lo aveva pregato di non fischiettare cos forte, quei
motivi gli entravano in testa e interferivano con la musica
che stava suonando nella mente.) Limitava l'assunzione
di alcolici a un bicchiere di vino rosso a cena. Mangiava
meno avidamente, era dimagrito nove chili, aveva smaltito
la pancia. I capelli continuava a perderli, ma al diavolo,
Hazel accarezzava la sua testa calva dalla forma irregolare,
si avvolgeva intorno alle dita le irte ciocche che rimanevano,
gli diceva che era l'uomo pi bello che avesse mai
conosciuto.
La sua ex moglie aveva ferito la sua vanit di maschio,
altre donne lo avevano deluso. Ma Hazel Jones aveva cancellato
quei ricordi.
Quasi da un giorno all'altro, da quando andava a letto
alle quattro del mattino e si svegliava distrutto a mezzogiorno,
Gallagher era diventato un uomo che andava
quasi sempre a letto alle undici e si svegliava alle sette.
Produceva una serie di programmi radiofonici ("Jazz
America", "American Classics") che venivano registrati in
una stazione radio a Syracuse e trasmessi in tutto lo Stato
di New York, nell'Ohio e in Pennsylvania. Era stato aiutato
dal caporedattore del "Syracuse Post-Dispatch", un
giornale di propriet dei Gallagher, uno fra i pi indipendenti
del gruppo, e aveva cominciato a scrivere articoli su
argomenti politici ed etici. Diritti civili, abolizione della
segregazione razziale nelle scuole, l'attivit di Martin
Luther King. La discriminazione razziale nei sindacati. La
necessit di "una riforma radicale" della legge sul divorzio
nello Stato di New York. La guerra del Vietnam, "moralmente
sospetta". Erano articoli appassionati, ravvivati
dall'umorismo, che presto si fecero notare. Chet Gallagher
era l'unica voce liberale i cui articoli fossero pubblicati nei
giornali del gruppo di propriet della sua famiglia, una
presenza controversa. Quando gli editori appoggiavano,
come sempre avveniva, i candidati repubblicani in corsa
per qualche carica, con i suoi articoli roboanti Gallagher
analizzava, criticava, denunciava. Il fatto che fosse altrettanto
critico nei confronti dei candidati democratici stava
a testimoniare la sua integrit. Furono pubblicate aspre
lettere che attaccavano le sue idee. Pi dispute nascevano,
pi i giornali vendevano. Gallagher amava essere al centro
dell'attenzione! (I suoi pezzi non venivano mai censurati
dal quotidiano di Syracuse, ma capitava che altri giornali
del gruppo rifiutassero di pubblicarli. Dietro quelle
decisioni non c'era lo zampino di Thaddeus Gallagher,
che raramente interferiva nella gestione dei suoi giornali,
se davano profitto. Molto probabilmente Thaddeus leggeva
tutti gli articoli del figlio, poich seguiva da vicino le
sue aziende, ma non rilasci mai alcun commento. Gallagher
sapeva che il padre non aveva mai esercitato il suo
potere per censurare un articolo. Da lungo tempo uno dei
principi del vecchio era distaccarsi dalla carriera del figlio
minore, era un modo per affermare la propria superiorit
morale su di lui.)
E cos Gallagher era felice. Sino a un certo punto.
 sposata?  questo? E non  divorziata? Mi ha mentito,  cos?
Quel pensiero lo assaliva all'improvviso, persino mentre
facevano l'amore. Anche quando erano seduti l'uno
accanto all'altro, mano nella mano, ad ascoltare Zack che
suonava il piano. (Il suo primo recital alla Portman Academy
of Music. Aveva nove anni, era l'esecutore pi giovane
a esibirsi e suscit gli applausi pi entusiastici.) A
volte era roso dalla gelosia, soffriva come se avesse dei
serpenti aggrovigliati nelle viscere.
Hazel gli aveva detto che non era mai stata sposata,
con una tale accorata sincerit che Gallagher non poteva
dubitarne.
E poi era sempre pi deciso a adottare il bambino. Prima
che fosse troppo tardi. Ma per farlo lei doveva sposarlo.
Nel suo intimo, Gallagher detestava il matrimonio. Aborriva
l'intrusione dello Stato nella sfera privata degli individui.
Condivideva gli insegnamenti di Marx, era solito
citarlo per far arrabbiare Thaddeus, perch Marx aveva visto
giusto, per lo pi: le masse dei lavoratori si vendono
per il salario, i capitalisti sono dei figli di puttana che ti tagliano
la gola e raccolgono il tuo sangue per venderlo al
maggior offerente, la religione  l'oppio dei popoli e le
chiese sono delle imprese capitalistiche organizzate per fare
soldi, assicurarsi il potere, l'autorit. Naturalmente le
leggi favoriscono i ricchi e i potenti, il potere desidera solo
produrre altro potere cos come il capitale vuole solo produrre
altro capitale. Inevitabilmente il mondo industriale
aveva generato pazzia, due guerre mondiali, l'eterno spettro
di un catastrofico conflitto planetario, rivalit incessanti
tra gli Stati. Marx aveva colto nel segno e per il resto aveva
indovinato Freud: la civilt era il prezzo da pagare per
non farsi tagliare la gola, ma era un prezzo troppo alto.
Ottenere un divorzio nello Stato di New York a met
degli anni Cinquanta! Gallagher era tra quelli che ne mostrava
ancora le ferite, quasi un decennio dopo.
Testa di cazzo! Ma  solo colpa mia!
L'ironia era che si era sposato solo per rabbonire gli altri.
Sua madre stava molto male a quel tempo, sarebbe
morta poco dopo le nozze. La tirannia esercitata dal ruolo
della madre morente nella civilt non potr mai essere sopravvalutata!
Gallagher era tornato dall'Europa lottando
per non soccombere alla disperazione, alla depressione,
all'alcolismo, come tanti reduci di sua conoscenza, per
un'intera generazione il matrimonio aveva rappresentato
un'ancora di salvezza.
Gallagher era giovane: aveva ventisette anni. Era grato
di non aver perso la vita, e di non avere riportato menomazioni
(per lo meno visibili). Un modo per dimostrare la
propria gratitudine fu quello di essere pi conciliante con
il prossimo, in particolare con i suoi genitori. Un errore
che non avrebbe pi commesso.
Vivendo ad Albany, la capitale dello Stato di New York,
Gallagher aveva toccato con mano l'intrusione dello Stato
nell'esistenza degli individui, sin da ragazzo. Era impossibile
ignorare la politica se si viveva in quella citt! Non la
politica idealistica, ma quella sporca, quella degli "affari".
Non esisteva fine pi alto degli "affari" e stimolo pi pressante
del proprio tornaconto. Il suo disgusto tocc l'apice
nel 1948, con il sordido attivismo politico che accompagn
la legge Taft-Flartley approvata dal Congresso dominato
dai repubblicani malgrado il veto di Truman. E con
la denigratoria campagna elettorale che Dewey lanci
contro lo stesso Truman, alla quale Thaddeus contribu
con un mucchio di denaro, e non tutto pulito. Aveva litigato
con il padre ed era andato via da Ardmoor Park. Da allora
i loro rapporti non sarebbero pi stati buoni.
E Hazel Jones che si sentiva indegna dei Gallagher e di
lui! Assurdo!
Vergognandosi, si sorprese a supplicare.
Hazel, potrei adottare Zack se fossimo sposati. Non ti
sembra una buona idea?
Hazel gli diede un bacio, certo, pensava di s.
In futuro.
In futuro? Zack sta crescendo, adesso  il momento giusto.
Non quando sar adolescente e non gli importer un
accidente di avere un padre.
Avrebbe voluto dire quando se ne fotter di avere un padre.
La rabbia che montava stava per sfociare nella disperazione.
Nella stanza con il pianoforte sul retro della casa Zack
stava suonando. Doveva aver sbagliato una nota, la musica
s'era interrotta bruscamente, e dopo una breve pausa
ricominci.
Vedendo com'era addolorato, Hazel gli prese una mano,
tanto pi grande e pesante delle sue, e se la port al
volto, in uno di quei gesti impulsivi che trafiggevano il
cuore del suo innamorato.
Un giorno o l'altro.
Per il concorso dei giovani pianisti a Rochester, nel maggio
del 1967, Zack stava studiando Improvviso n 3 di Schubert.
A dieci anni e mezzo sarebbe stato il pianista pi giovane
in gara, si sarebbe misurato anche con diciottenni.
Il concorrente pi piccolo dopo di lui era un ragazzo
americano di origine cinese di dodici anni, che studiava al
Royal Conservatory of Music di Toronto, il quale di recente
si era piazzato al secondo posto in un concorso internazionale
per giovani pianisti tenutosi in quella citt.
Si esercitava tutti i giorni, spesso sino a tarda sera. Note
cos precise, pulite, una tale rapidit di esecuzione che non
si sarebbe mai detto che il pianista fosse cos giovane, e se,
come faceva Gallagher, si sbirciava dalla porta, si coglieva
lo sguardo fisso del bambino sulla tastiera (il pianoforte
non era pi un Baldwin verticale ma uno Steinway a mezza
coda che Gallagher aveva acquistato dai fratelli Zimmerman)
e le sue piccole dita che scorrevano sui tasti sembravano
dotate di una propria volont, perch il testo
andava memorizzato, non una nota, una pausa, un movimento
del pedale doveva essere lasciato al caso.
Gallagher ascoltava, rapito. Non aveva dubbi, il ragazzo
suonava meglio di lui a quell'et, o anche quand'era
pi grande. Si vantava: Ha ereditato tutto quello che avevo da
dargli. Che talento!
Pian piano stava diventando un padre per lui. Strano
che non si chiedesse chi fosse quello vero.
Indugiava incerto sulla soglia della stanza, aspettando
che il bambino finisse di suonare, a quel punto l'avrebbe
applaudito entusiasta - "Bravo, Zack! Un'esecuzione favolosa"
- e il ragazzo sarebbe arrossito di piacere. Ma non
si fermava mai, perch se commetteva anche il pi piccolo
errore tornava all'inizio e ricominciava il pezzo, cos
Gallagher perse la pazienza e scivol via, senza essere
notato.
Non te lo avevo promesso, ma'? Saresti stata fiera.
Si chiama "Zack. Un nome biblico. Perch  benedetto da
Dio. Nessuno di noi se lo sarebbe mai aspettato!
Mio figlio. Tuo nipote. La sua faccia ti dir qualcosa, quando
la vedrai. La riconoscerai, ma'. Non ha preso molto dal padre.
I suoi occhi, ma'! Sono bellissimi, come i tuoi.
Forse ha preso anche dagli occhi di pa'. Un po'.
Lo sento quando suona, e so dov'. In tutto il mondo  qui,
ma'. Ovunque vada  qui. Con noi.
 al sicuro in questa casa.
Non avrei dovuto lasciarti, ma'. Stare lontana cos a lungo.
A volte penso che la mia anima si sia perduta in quei campi.
Lungo il canale. Sono stata cos tanto lontana da te, ma'.
Sto espiando per questo, ma'.
Se lo senti, ma', capirai. Perch ho dovuto vivere.
Ti amo, ma'.
Questo  per te, ma'.
Si chiama Improvviso n 3 di Schubert.


24.

Era accaduto tutto cos in fretta, che l'avrebbe rivisto molte
volte nella sua mente. Lui era sempre invisibile, incapace
di intervenire. Se qualcosa fosse accaduto a sua madre, sarebbe
stato impotente.
Pensava: Non l'ho avvertita. Era come se non mi trovassi l,
nessuno mi ha visto.
L'uomo era apparso dal nulla.
Dal nulla fissava Hazel Jones come se la conoscesse.
In effetti Zack aveva notato l'uomo forse da dieci, venti
secondi. Lui che non faceva mai caso a nessuno aveva visto
quell'uomo che osservava sua madre da una decina di
metri, mentre Hazel passeggiava per il vialetto del parco,
persa nei suoi pensieri.
Sulla strada attigua c'era un furgoncino per le riparazioni.
L'uomo doveva essere un operaio, indossava una
tuta e scarpe da lavoro. Nelle citt (ormai vivevano e
viaggiavano sempre nelle citt) impari a non fare caso agli
sconosciuti.
Ma quell'uomo stava scrutando Hazel Jones con estrema
attenzione.
Quel giorno! Zack era "libero". Il giorno seguente avrebbe
partecipato a un recital. Per almeno settantadue ore i
suoi sensi sarebbero rimasti vigili, desti. La musica nella
testa continuava a risuonargli, con intensit decrescente, e
avvertiva il bisogno di crearla con le dita. In quei momenti
gli pareva di avere occhi nuovi, infiammati, sensibili alla
minima luce. Si inumidivano con estrema facilit. Le
orecchie desideravano ardentemente di sentire, bramose
in maniera bizzarra: non musica, ma suoni normali. Voci!
Rumori!
Si percepiva come una creatura che si era spinta fuori da
un bozzolo opprimente, dal guscio che la imprigionava.
Non sapeva dare un'et all'uomo con la tuta da lavoro,
forse la stessa di Gallagher, o pi giovane. Aveva l'aspetto
di un uomo su cui la vita si  accanita. Poteva essere alto
pi di un metro e ottanta, ma sembrava che il torace avesse
ceduto, come rotto. Aveva la mandibola inferiore sporgente,
la pelle ruvida, chiazzata e arrossata come per degli
ascessi. La testa sembrava lievemente deformata come se
una parte fosse stata modellata con cera fusa e ciuffi di capelli
scoloriti erano sparsi come alghe sul cuoio capelluto.
Il viso devastato dalla rabbia come una superficie sfregata
sull'asfalto, ma vi brillavano due occhi pieni di un sorprendente
struggimento, di meraviglia.
 lui.
... lui?
Un pomeriggio di settembre del 1968. Stavano trascorrendo
il weekend a Buffalo, New York. Erano ospiti del
Delaware Conserva tory of Music. Un gruppo di sei o sette
persone, tutti adulti eccetto Zack, procedevano verso il
Park Lane Hotel dove alloggiavano Gallagher e i Jones.
Avevano pranzato al conservatorio, dove, la sera precedente,
si era esibito il giovane pianista. Avrebbe compiuto
dodici anni a novembre, ma gli era stata assegnata una
borsa di studio al prestigioso istituto, e la primavera seguente
avrebbe suonato con l'orchestra da camera del
conservatorio.
Hazel e Zack erano rimasti un po' indietro. Per istinto volevano
rimanere soli. Davanti, Gallagher stava conversando
animatamente con i nuovi conoscenti. Si era presentato
come protettore e manager di Zacharias Jones. Era vagamente
sottinteso che fosse il patrigno del ragazzo, e quando
Hazel Jones veniva chiamata "signora Gallagher" il
malinteso veniva accettato in silenzio.
L'eccezionale giovane pianista Zacharias Jones era il
soggetto della conversazione degli adulti, come gi durante
il pranzo, ma Zack non era molto interessato. Lui, il
ragazzo, aveva ascoltato di sfuggita, da lontano. Da tempo
aveva imparato a rifuggire le attenzioni degli altri. Nei
caff sulla strada dove le sue mani avevano scoperto la tastiera
del pianoforte aveva cominciato a capire che importava
poco quello che gli altri dicevano, o pensavano, alla
fine c'era solo la musica. Da Hazel Jones aveva appreso a
essere al tempo stesso presente e assente; a sorridere anche
quando la mente si era rifugiata da qualche altra parte.
Alle volte Zack palesava modi sgarbati e intolleranti.
Gli veniva perdonato, poich era un giovane pianista di
talento: si presumeva che fosse perch una musica gli risuonava
nella testa. Anche a Hazel risuonava costantemente
una musica nel capo, ma nessuno poteva indovinare
di che musica si trattasse.
Durante il pranzo nella sala del conservatorio Zack aveva
lanciato un'occhiata a Hazel Jones, che lo stava osservando.
Lei gli aveva sorriso, facendogli di nascosto l'occhiolino,
Zack era arrossito e aveva distolto subito lo sguardo.
Non avevano bisogno di parlare. Quello che c'era tra
loro non poteva essere articolato a parole.
Il suo debutto. Zacharias Jones avrebbe debuttato a febbraio
del 1969 con la Delaware Chamber Orchestra, nella
quale erano pochi i musicisti sotto i diciotto anni.
Febbraio 1969! Durante il pranzo Hazel, ridendo imbarazzata,
aveva detto che sembrava cos lontano, e se nel
frattempo fosse accaduto qualcosa...
Gli altri le avevano lanciato occhiate interrogative, Zack
si era reso conto che la madre aveva detto una sciocchezza.
Era intervenuto Gallagher. Sfoderando un sorriso che
aveva messo in mostra i denti aguzzi da vampiro, aveva
osservato che quella data sarebbe arrivata in un baleno.
Zack avrebbe eseguito un concerto per pianoforte, ma il
brano non era ancora stato scelto. Naturalmente il direttore
d'orchestra lo avrebbe seguito passo passo.
In quel momento aveva avvertito una sensazione di panico,
il gelido sapore della paura. E se avesse fallito...
Pi tardi Hazel Jones gli aveva sfiorato il braccio. Nel
parco si erano lasciati superare dagli altri. Era un caldo e
sbiadito pomeriggio d'autunno dalle tonalit color seppia.
Hazel si era fermata ad ammirare dei cigni, alcuni d'un
bianco abbagliante, altri neri con il becco rosso, che nuotavano
sul lago scivolando languidi a scatti improvvisi.
Come lo opprimeva la compagnia di quegli altri! Quasi
gli toglievano il respiro.
Dopo il recital della sera precedente, Gallagher aveva
abbracciato Zack e gli aveva dato un festoso bacio sul capo,
esclamando che era dannatamente orgoglioso di lui. A
Zack aveva fatto piacere, ma aveva provato anche un certo
disagio. Amava molto Gallagher, ma la sua presenza lo
intimidiva e imbarazzava.
L'orgoglio lo confondeva. Zack Jones non aveva mai capito
cosa fosse.
Nemmeno Hazel Jones sembrava averne contezza. Da
piccola, quando aveva frequentato le comunit cristiane,
le era stato insegnato che l'orgoglio  un peccato, precede
la caduta. Era un sentimento pericoloso, no?
L'orgoglio lasciamolo agli altri, Zack. Non fa per noi.
Era a questo che stava pensando Zack quando aveva
notato l'uomo in tuta da lavoro, all'angolo di una strada.
Non c'era molta gente nel parco, il traffico procedeva lento
sulla strada, a singhiozzo. L'uomo che stava fissando
Hazel come se si stesse chiedendo se la conosceva era l'unico
in tuta da lavoro.
Non era inusuale che degli sconosciuti lanciassero occhiate
a Hazel Jones, ma quel tale era diverso, Zack avvert
il pericolo.
Eppure non disse niente alla madre.
L'uomo aveva deciso di abbordare Hazel, si stava avvicinando
con sorprendente rapidit. Si vedeva subito che
era un individuo nerboruto dalla fisicit marcata. Pur
avendo un'aria poco sana, con quel torace incavato e il viso
butterato, non dava un'idea di debolezza, e non era affatto
titubante. Sembrava un lupo che balzi silenzioso su
un daino che non ha ancora avvertito la sua presenza. Per
fare pi in fretta l'uomo attravers il prato su cui era
esposto in bella vista un cartello, vietato calpestare le
aiuole, e poi prese il sentiero di ghiaia. Ai lati si ergevano
imponenti platani da cui il sole filtrava proiettando sui
passanti piccoli coni di luce.
Hazel Jones assomigliava vagamente a un daino, con le
scarpe a tacco alto e l'elegante cappellino di paglia, mentre
l'uomo con la tuta da lavoro faceva pensare a un lupo,
con quella capigliatura arruffata e le movenze sgraziate.
Zack intu che quello sconosciuto doveva trovare affascinante
la madre: la chioma castana scintillante dai riflessi
ramati, il bagliore delle unghie laccate di rosso e le labbra
vermiglie. L'incedere elegante, a testa alta. Per il pranzo
che si era tenuto al conservatorio Hazel aveva indossato
un abito di lino d'un beige chiaro, una collana di perle e
un cappellino di paglia a tesa larga con un nastrino di velluto
verde. Zack aveva notato gli sguardi ammirati che attirava,
ma nessuno l'aveva fissata sgarbatamente. Dopo il
concorso per giovani pianisti tenutosi a Rochester, dove
Zack, l'interprete pi giovane, si era guadagnato una menzione
speciale della giuria, ai pianisti e ai loro genitori erano
state scattate delle fotografie, e uno dei fotografi aveva
detto a Hazel: Lei  bellissima, con quei capelli e il colore
della pelle dovrebbe vestire di nero. Hazel aveva riso, replicando
sprezzante: Il nero!  il colore del lutto, e io non
sono in lutto.
Adesso l'uomo in tuta da lavoro si era avvicinato a Hazel
e le aveva rivolto la parola. Zack vide la madre voltarsi
a guardarlo, spaventata.
Signora? Mi scusi.
Hazel brancol alla cieca in cerca della mano di Zack,
che era un po' discosto da lei.
Scorse il panico sul suo volto. Vide gli occhi atterriti
nella maschera di Hazel Jones.
Mi stavo chiedendo se... se ci conosciamo. Lei assomiglia
a una persona di mia conoscenza. Mi chiamo Gus
Schwart.
Hazel si affrett a scuotere il capo, no. Riacquist la padronanza
di s, e sfoder il suo educato, cauto sorriso.
Gallagher e gli altri, che stavano davanti, non si avvidero
della scena. Continuavano a camminare, diretti all'albergo.
Signora, mi spiace importunarla. Ma mi sembra di conoscerla.
Viveva a Milburn?  una piccola citt a poche centinaia
di chilometri a est di qui, sul canale Erie. Andavo a
scuola l...
Hazel lo fissava in modo cos privo d'espressione che
l'uomo cominci a balbettare. Il viso ricoperto di croste arross.
Cerc di sorridere, come potrebbe sorridere un animale,
mettendo in mostra denti ingialliti, scheggiati.
Zack si era avvicinato per proteggere la madre, ma l'uomo
non manifestava il minimo interesse per lui.
Hazel si stava scusando, no, non lo conosceva, non era
mai stata a Milburn.
Sono stato male, signora. Non sono stato bene. Ma
adesso  passato, e io...
Hazel stava tirando Zack per un braccio, e si avvi come
se volesse fuggire. L'uomo in tuta da lavoro si copr la bocca
con la mano, imbarazzato. Eppure non si decideva a desistere,
li segu per qualche metro, impacciato, e balbettando
disse: Vede, lei ha un aspetto... familiare, signora. Mi
sembra di conoscerla. Con mio fratello Herschel e mia sorella
Rebecca vivevamo a Milburn... io sono andato via
nel 1949.
Senza voltarsi, Hazel rispose seccamente: Signore, non
credo. No.
Signore era un appellativo che usava di frequente, ma
non con quel tono.
C'era un che di rude e sprezzante nel suo modo di parlare,
non era da lei.
Zack! Andiamo.
Zack si lasci trascinare dalla madre, come un bimbo.
Era sbalordito, non riusciva a comprendere quell'incontro.
Non  mio padre. Non  quell'uomo.
Il cuore gli batteva forte, era deluso.
Hazel continuava a tirarlo per un braccio, e lui si divincol.
Non aveva il diritto di trattarlo come un bambino di
cinque anni.
Chi era quell'uomo, mamma? Ti conosceva.
No, non mi conosceva.
E tu conoscevi lui. L'ho visto.
No.
Tu hai vissuto a Milburn. Me l'hai detto tu.
Hazel rispose a denti stretti, senza guardarlo. No. A
Chautauqua Falls. Tu sei nato a Chautauqua Falls. Si ferm,
ansimante. Sembrava sul punto di aggiungere qualcosa,
ma non disse niente.
Avrebbe tormentato la madre adesso. Dopo quell'incontro
nel parco si sentiva stranamente scosso, agitato.
E dopo il recital era libero di dire e fare quello che desiderava.
Con quel vestito di lino, le perle e il cappellino di paglia
a larghe falde Hazel lo indisponeva.
E cos non conoscevi quell'uomo. Maledetta bugiarda,
s che lo conoscevi.
Le diede uno spintone. Voleva ferirla. Perch non alzava
mai la voce, perch non lo sgridava mai? Perch non
piangeva mai?
Ti ha osservato attentamente. L'ho visto.
Hazel mantenne la sua dignit, stringendo la tesa del
cappellino mentre attraversava una strada, a passo rapido.
Zack desiderava correrle dietro e picchiarla. Voleva colpirla,
colpirla con i pugni! Voleva quasi rompersi le mani,
che gli adulti consideravano cos preziose.
Gallagher e il resto della compagnia li stavano aspettando
sotto il portico dell'albergo. Gallagher a braccia conserte,
sorridente. La visita a Buffalo era andata nel migliore
dei modi, come si era augurato. Avrebbe cercato una nuova
casa nella zona del Delaware Park, la zona residenziale
pi esclusiva della citt; avrebbe messo in vendita quella
di Syracuse. Se non avesse racimolato abbastanza denaro
per un'abitazione spaziosa a Delaware Park, avrebbe fatto
in modo di ottenerne in prestito da qualche parente.
Quando Hazel gli si avvicin, sul volto di Gallagher si
dipinse un'espressione radiosa, come se si fosse accesa
una luce.
Zack si trascinava dietro Hazel con il viso accaldato, accigliato.
Doveva salutare gli adulti, stringere mani e comportarsi
educatamente. L'attenzione degli estranei era accecante,
come i riflettori sul palcoscenico. Solo che sul palco
non c' bisogno di guardare le luci, ti concentri sulla bellissima
tastiera bianca e nera che hai davanti.
Zack doveva tornare a Buffalo tra meno di un mese.
Avrebbe preso lezioni di pianoforte dall'insegnante pi celebre
del Delaware Conservatory, che aveva studiato con
il grande pianista tedesco Egon Petri quando questi aveva
insegnato in California.
Se avesse fallito...
La sera prima non aveva fallito. Aveva suonato Improvviso
di Schubert che piaceva cos tanto a Hazel, e un pezzo
nuovo che lo aveva soddisfatto di meno, un notturno di
Chopin. Il tempo del notturno gli pareva esasperatamente
lento, si era sentito come nudo davanti al pubblico. Non
era musica da nascondere dentro!
Tuttavia, a quanto pareva il pubblico aveva apprezzato.
Era piaciuto ai docenti del conservatorio, incluso il suo
nuovo insegnante. Ondate di applausi, una cascata che
aveva quasi smorzato le roventi pulsazioni del sangue
nelle orecchie. Perch! Perch! Perch! Perch! In quei momenti
si sentiva stordito, perdeva la cognizione dello spazio.
Come un nuotatore sul punto di annegare, che lotti
disperatamente per salvarsi, e in quel modo attirava l'attenzione
di sconosciuti ammiratori che lo applaudivano.
Gallagher gli aveva detto che doveva essere orgoglioso di
se stesso, e Hazel, meno espansiva di Gallagher in presenza
di estranei, gli aveva stretto la mano, dicendogli che
era felice, che aveva suonato benissimo.
Vedi? Te l'avevo detto!
E cos Zack non era uscito sconfitto. Non aveva fallito,
non ancora. E avrebbe studiato sempre pi duramente. La
sua esistenza era scritta nel destino, e lui doveva realizzare
quelle rosee previsioni. Avvertiva l'amaro peso di tale responsabilit,
non lo sopportava. Aveva colto un'osservazione
di Hans Zimmerman al fratello Edgar: Il mio allievo
pi giovane dagli occhi sembra il pi vecchio. Eppure adesso,
stordito per il sollievo, era stato risparmiato. Questa volta.
Sarebbe salito nella loro suite al Park Lane Hotel, si sarebbe
gettato sul letto e sarebbe sprofondato in un sonno
senza sogni.
Madre e figlio salirono al nono piano, Gallagher rimase a
bere un drink nella sala bar dell'albergo con il direttore
dell'orchestra da camera. Gallagher era infaticabile nel
progettare il futuro! La sua famigliola era tutta la sua vita,
l'adorava senza riserve. In camera Hazel si tolse il cappellino
elegante e lo gett verso il letto, voltandosi per vedere
dove atterrasse. Lei e Zack non avevano pi parlato da
quando lui l'aveva aggredita in quel modo. Nell'ascensore
avevano evitato di guardarsi, non si erano nemmeno
sfiorati. Zack era esausto, la stanchezza lo aveva colto come
un'eclisse di sole. Vide la madre davanti a una delle
alte finestre, guardava silenziosa verso il parco. And in
bagno, facendo pi rumore possibile, e quando torn lei
era ancora l, la fronte appoggiata al vetro. Immancabilmente
quando andavano in un albergo ispezionava la
stanza per verificare che fosse pulita, senza trascurare le
finestre, aggrottando le sopracciglia mentre controllava se
i vetri fossero stati lucidati o se recassero l'impronta della
fronte di un estraneo. Zack la osservava in silenzio. Stava
pensando all'uomo con la tuta da lavoro, che non era suo
padre. Ma chi poteva essere, non ne aveva idea. Se fosse
andato da Hazel per scrutarle il volto, avrebbe visto un viso
dall'espressione assente, non pi giovane n bello. Gli
occhi avevano perduto la lucentezza, come prosciugati
dalla luce. Le spalle cascanti, i seni pesanti, privi di tono.
Era infuriato con lei. Ne era spaventato. Comunque non le
avrebbe rivolto la parola. Di certo Hazel era conscia della
sua presenza, dello sguardo accusatorio negli occhi di suo
figlio, ma rimaneva in silenzio. Quando erano soli, spesso
non parlavano. Quello che c'era tra loro, ingarbugliato come
un viluppo di budella, non avevano bisogno di esprimerlo
a parole.
Zack si volt. And nella sua stanza, attigua alla suite
degli adulti, e chiuse la porta, ma non a chiave. Si butt
sul letto senza spogliarsi, non tolse nemmeno le scarpe,
tutte impolverate per la passeggiata al parco. Si svegli
d'improvviso a pomeriggio inoltrato, e si accorse che la
stanza era buia, Hazel aveva abbassato le veneziane. La
madre gli giaceva accanto, anche lei completamente vestita,
ma si era tolta le scarpe, immersa in un sonno profondo
ed estenuato com'era stato il suo.


25.

Trascina per il braccio il bambino istupidito. Come se volesse
strapparglielo. Inveisce contro di lui, lo tempesta di pugni e di
calci. Il bambino cerca di scappare, striscia carponi, trascinandosi
per terra, poi il padre lo afferra, gli schiaccia le mani con lo stivale:
prima la destra, poi la sinistra. Sente le ossa fragili spezzarsi.
Sente il bambino gridare: Pap non farmi male! Pap non uccidermi!
E dov' sua madre, perch non interviene? Perch l'aggressione
non  finita, non finir finch il bambino giacer privo
di sensi e sanguinante e ancora il padre furibondo urler: Sei mio
figlio! Il mio fottuto figlio! Mio figlio. Mio.


26.

Le ci vollero settimane per decidersi a telefonare. In realt,
anni.
E poi, componendo il numero che d'improvviso le era di
nuovo familiare, facendosi coraggio mentre udiva gli squilli,
d'un tratto ebbe davanti agli occhi la casa dei Meltzer
che non ricordava da anni e l'istante in cui dalla porta laterale
stava osservando la casa colonica dove avrebbe abitato
e cresciuto il suo bambino in un delirio di indicibile felicit
e allora si rese conto che quello era stato l'unico periodo
davvero felice della sua vita, e cominci a tremare, non era
in grado di parlare con la disinvoltura e la lucidit che Hazel
Jones avrebbe desiderato.
Signora... Signora Meltzer? Forse si ricorder di me...
Ero una sua vicina, otto anni fa. Abitavo in quella vecchia
fattoria. Vivevo con un uomo che si chiamava Niles Tignor.
Lei mi teneva il bambino quando lavoravo in citt, in una
fabbrica. Lei...
La voce le manc. All'altro capo del filo sentiva un respiro.
Sei Rebecca? Rebecca Tignor?
L'inconfondibile voce della signora Meltzer. Eppure era
diversa, pi anziana e stranamente debole.
Pronto? Pronto? Sei Rebecca?
Hazel cercava di rispondere. Le sfuggirono monosillabi
soffocati. Il cuore batteva pericolosamente nel petto. Il
dannato ronzio nell'orecchio, a cui si era cos abituata da
non sentirlo quasi pi durante il giorno, si confondeva
con le pulsazioni.
Rebecca? Mio Dio, pensavo fossi morta. Tu e Niley.
Pensavamo che vi avesse ucciso, anni fa.
La signora Meltzer era sul punto di piangere. Hazel la
preg in silenzio, no.
Edna Meltzer non era sua madre. Era ridicolo confondere
le due donne. Era ridicolo tremare in quel modo, aggrappata
al ricevitore, la mano che sussultava.
Per fortuna era sola in casa, Gallagher e Zack erano
usciti.
Dov', signora Meltzer?
 morto, Rebecca.
Morto...
Tignor  morto a Attica, Rebecca, due o tre anni fa. Cos
ha sentito dire Howie. Era stato condannato per aggressione,
"estorsione", non so bene cosa sia, una sorta di ricatto,
credo. Ma non aveva niente a che fare con quello che era accaduto
a Four Comers o con quello che aveva fatto a voi,
Rebecca. L'ultima volta che l'abbiamo visto  stato quando
venne a casa nostra come un pazzo, voleva sapere dove
eravate, gli abbiamo detto che non lo sapevamo! Era deciso
ad ammazzarti, avrebbe ucciso chiunque glielo avesse impedito,
era chiaro. Diceva che gli avevi rubato il figlio e la
macchina. Diceva che nessuna donna lo aveva insultato in
quel modo e che te l'avrebbe fatta pagare. Era fuori di s,
diceva che ti avrebbe ammazzato con le sue mani per quel
tradimento, avrebbe ammazzato anche noi se scopriva che
vi stavamo nascondendo. Howie ha un fucile da caccia,
non  tipo da tirarsi indietro, ma gli dissi di lasciar perdere,
di non esasperare ancora di pi quell'uomo. Be', Tignor
and via! And via, ecco com' andata, pi o meno. La signora
Meltzer fece una pausa per riprendere fiato. A Hazel
sembr di avere davanti agli occhi l'anziana donna infervorata
mentre rievocava quei momenti, eccitata e sorridente.
La voce era di nuovo quella di un tempo, non pi quella di
una donna anziana. Che brutto periodo fu! Ma adesso 
molto tranquillo qui. I nuovi vicini sono una famiglia simpatica,
con dei bambini, hanno sistemato un po' la casa.
Oh, devo dire che a Four Comers non c' mai stato nessuno
come Niles Tignor, n prima n dopo.
Hazel si era seduta. Era immersa in una pozza di luce
dalla luminosit corrosiva.
La signora Meltzer le stava chiedendo come stava Niley,
un bambino cos dolce, e Hazel riusc a rispondere che
stava bene, era in salute, aveva undici anni e suonava il
pianoforte, e la signora Meltzer disse che era meraviglioso,
era felicissima di sentirlo, per tutti quegli anni lei, Howie
e gli altri vicini di Four Corners nutrivano il terribile sospetto
che Tignor li avesse uccisi tutti e due e avesse gettato
i cadaveri nel canale e forse nessuno li avrebbe mai trovati,
ma adesso lui stesso era morto, probabilmente ucciso
da qualcuno della sua risma, a Attica si uccidono in continuazione
tra di loro e le guardie sono malvagie quanto i
prigionieri, grazie a Dio la prigione non era molto vicina,
ma Rebecca come stava? Dove viveva? Si era risposata,
aveva una famiglia?
Rebecca? Rebecca?
Era stata costretta a riagganciare. Si sentiva stordita, confusa,
come se lui l'avesse colpita alla testa appena qualche
minuto prima, il ronzio nell'orecchio era acuto come il verso
di una cicala impazzita.
Avrebbe richiamato un'altra volta la signora Meltzer.
Ma non adesso.


27.

"Hazel Jones." Un nome misterioso che viene dal passato.
L'anziano invalido si chin in avanti nella sua sedia a
rotelle per afferrare le mani di Hazel, in una stretta piuttosto
rude. Lei non aveva idea di cosa volesse dire: misterioso?
I grandi occhi vitrei dell'uomo dal colore del peltro la
fissavano con tale intensit che Hazel trovava snervante
ignorare se Thaddeus Gallagher intendesse semplicemente
essere galante o la stesse dileggiando. La stringeva con
mani mollicce, calde e inumidite, sembravano prive di ossa.
Eppure l'uomo era forte. Si capiva che Thaddeus Gallagher
aveva conservato tutta la sua forza nella parte superiore
del corpo, se non in quella inferiore, e si rallegrava
di quell'energia, mentre continuava a sorridere alla sbigottita
visitatrice con l'espressione cordiale dell'ospite benevolo.
Hazel avvert un brivido di paura che non l'avrebbe
abbandonata, Gallagher sarebbe intervenuto, sarebbe
seguita una scena spiacevole.
Non farti manipolare da mio padre, Hazel! Non appena gli
saremo davanti eserciter la sua volont su di te come un grosso
ragno al centro della sua ragnatela.
Lo shock dell'incontro con il padre di Gallagher! Non
solo l'uomo era costretto su una sedia a rotelle ma il corpo
appariva deformato, una massa informe come quella di
un mollusco nascosta in calzoncini a quadri scozzesi dai
colori bizzarramente chiassosi e una maglietta di cotone
bianca tesa come sul punto di strapparsi. Cosce massicce
e natiche erano pigiate contro i lati rigidi della carrozzella.
Thaddeus aveva braccia muscolose, mentre le gambe pendevano
inerti, pallide e atrofizzate. Ma i piedi erano grandi
come cunei, stavano immobili nudi sul poggiapiedi imbottito
della sedia a rotelle. Le dita nude si contorcevano
con disgustoso diletto.
Un invalido! Thaddeus Gallagher! Hazel lanci un'occhiata
sgomenta al suo compagno. Non si capacitava di
come avesse potuto lamentarsi per anni di suo padre con
lei senza menzionare il fatto che era un invalido costretto
su una sedia a rotelle.
Thaddeus ammicc a Hazel come se fra di loro ci fosse
una segreta intesa da cui Gallagher era escluso. Sembra
sorpresa, cara. Mi scuso per averla ricevuta in questa tenuta,
ma tutti i giorni a quest'ora nuoto, o cerco di farlo.
Confesso che avendo superato la settantina mi sento anche
meno condizionato dal decoro e dalle buone maniere
rispetto a quando avevo la sua et. Mio figlio "Chet Gallagher",
premiato giornalista nonch profeta, l'avr avvertita
di quello che doveva aspettarsi. Thaddeus rise, mordendosi
le labbra carnose. Non accennava a lasciare le mani
di Hazel, umide e intorpidite dalla stretta.
Nel frattempo Gallagher se ne stava impacciato dietro
Hazel, fissando il vecchio vagamente a disagio. Aveva mormorato
solo qualche parola. Sembrava confuso quanto lei.
Ritrovarsi davanti al padre che non vedeva da anni doveva
aver prodotto un certo turbamento. La circostanza che
fosse su una sedia a rotelle e loro in piedi sembrava metterli
in una posizione di svantaggio.
Thaddeus disse in tono cerimonioso: Prego, accomodatevi!
Avvicinate quelle sedie. Adesso beviamo qualcosa.
Dopo, spero che vogliate unirvi a me per una nuotata in
piscina.  una giornata molto calda, siete vestiti in modo
troppo pesante, non sembrate a vostro agio.
Thaddeus aveva accolto i suoi ospiti all'esterno, presso la
piscina. Era una grande vasca olimpionica, con splendide
maioliche d'un colore blu oltremare, che doveva dare l'idea,
come Gallagher aveva spiegato a Hazel, del Mediterraneo.
Ma emanava un caldo odore solforoso come di acqua stagnante.
Hazel arricci il naso. Non si sarebbe mai immersa
in quella piscina, alla sola idea si sentiva venir meno.
Gallagher aveva subito replicato: Non credo, pap. Non
abbiamo tempo. Noi....
L'hai gi detto. Dovete tornare nel Vermont per il "festival
musicale". Certo comment Thaddeus in tono grave,
ma con espressione sdegnosa. Spinse un pulsante sul
bracciolo della carrozzella e la sedia a motore si mosse in
avanti. Raggi di sole brillavano sulle gocce di sudore che
imperlavano la pelle olivastra e untuosa del viso largo. Almeno
tenetemi un po' compagnia. Facciamo finta aggiunse
con un sorriso, rivolto a Gallagher, di avere qualcosa
in comune a parte il nome.
Era l'agosto inoltrato del 1970. Alla fine Gallagher aveva
portato Hazel a Ardmoor Park per farle conoscere l'anziano
padre. L'anno precedente Thaddeus li aveva invitati
spesso, lasciando intendere che la sua salute stava "peggiorando";
aveva saputo che il figlio di Hazel, Zacharias
Jones, era uno dei giovani musicisti ospiti fissi del Festival
musicale del Vermont, a Manchester, a meno di un'ora di
macchina da Ardmoor Park. Gallagher aveva ceduto a malincuore.
Forse mio padre sta davvero male. Forse si  pentito.
Forse sono pazzo. Si era messo a scherzare nel suo
solito tono mordace, ma Hazel aveva capito che quella visita
in realt lo spaventava.
Durante gli anni Sessanta, i giornali di propriet della
famiglia Gallagher erano fedelmente schierati a favore
della guerra in Vietnam. Malgrado ci, la maggior parte
dei quotidiani aveva continuato a ospitare gli articoli di
Chet Gallagher, che aveva vinto dei premi nazionali e
adesso scriveva per oltre cinquanta testate. Gallagher pubblicava
anche editoriali su riviste popolari e occasionalmente
appariva in programmi televisivi dove si discuteva
di politica, etica, cultura americana. Hazel era diventata la
sua assistente; si dilettava a fare ricerche per lui nella biblioteca
dell'universit di Buffalo. Per Gallagher stava diventando
difficile mantenere le distanze dai mezzi di comunicazione
di propriet della sua famiglia e da Thaddeus.
Tramite degli intermediari, era venuto a sapere che suo
padre era "orgoglioso" di lui - "dannatamente orgoglioso"
- anche se non avrebbe mai sottoscritto le "fanatiche
posizioni politiche" del figlio pi giovane. Gli era stato
anche riferito che Thaddeus non vedeva l'ora di conoscere
la sua "seconda famiglia".
Gallagher avrebbe presentato Hazel a Thaddeus come
la sua amica e compagna, evitando il termine fidanzata.
Non avrebbe portato Zack a Ardmoor Park.
Aveva ammonito Hazel a non lasciarsi coinvolgere in
una conversazione con il padre, e ancora meno a rispondere
a domande che giudicava inopportune. So che lo incuriosisci.
Ti interrogher.  da sempre nel campo del
giornalismo, sa bene come funziona. Pungola, conficca,
infilza la lama fino a quando non trova un punto debole, e
allora la affonda.
Hazel aveva riso nervosamente. Gallagher stava certo
esagerando!
No. Con Thaddeus Gallagher non si esagera mai.
La rubrica che Gallagher teneva sul giornale era accompagnata
da una caricatura: un viso equino dall'espressione
comicamente beffarda, con profonde borse sotto gli occhi,
la bocca atteggiata a un ghigno, mento sporgente e
orecchie a sventola, la sommit della testa quasi calva e
una frangia ricciuta a mo' di corona tutt'intorno. La caricatura
 l'arte dell'esagerazione Gallagher aveva spiegato
a Hazel, eppure pu cogliere la verit. Di questi tempi
forse la caricatura  l'unica verit.
Tuttavia, durante il tragitto da Manchester a Ardmoor
Park, Gallagher perse poco a poco la calma e l'energia, come
un palloncino che si sgonfia. Fumava una sigaretta dopo
l'altra, con aria assente. Evit di menzionare il padre e
parl solamente di Zack, che si era esibito la sera prima al
Festival musicale. Zack adesso aveva tredici anni, non era
pi un bambino. Stava diventando un ragazzo magro e
dinoccolato. La carnagione aveva assunto un pallore olivastro.
Il naso e le sopracciglia marcati e gli occhi sporgenti
attiravano lo sguardo. In compagnia degli adulti si
mostrava introverso, piuttosto riservato, eppure le sue
esecuzioni al pianoforte venivano descritte come "appassionate",
"intense", "sorprendentemente mature". A differenza
di molti bambini prodigio che suonavano con precisione
meccanica e scarso sentimento, Zacharias Jones
interpretava i brani infondendovi un sottile afflato emotivo,
splendidamente riflesso in alcuni pezzi come la sonata
di Grieg che aveva presentato al festival. Gallagher non finiva
di stupirsi di quell'esecuzione.
Non  un bambino, Hazel, quando suona.  un mistero.
Hazel pens: Naturalmente non  un bambino! Non ne ha
avuto il tempo.
Ma non parleremo di Zack con mio padre, Hazel. Ti
chieder del tuo ragazzo "di talento". Ti lascer intendere
che le televisioni e i giornali di sua propriet potrebbero
"lanciarlo". Ti far delle domande. Affonder la lama se
glielo permetti. Non cadere nella trappola di rispondere
alle domande di Thaddeus. Quello che vuole sapere - tanto
per parlar chiaro -  se Zack pu diventare suo nipote.
Perch mio padre ha tutto fuorch dei nipoti. E quindi...
Hazel not che il viso del suo compagno era deformato
in una smorfia. Sembrava arrabbiato e addolorato al tempo
stesso, pareva una maschera. Stava guidando troppo
velocemente per la strada stretta e piena di curve che attraversava
la campagna collinosa.
Hazel disse: Ma noi ci siamo conosciuti quando Zack
andava a scuola a Malin Head Bay. Tuo padre come pu....
Pu. Pu pensare di tutto. Anche se ha incaricato un
investigatore privato di indagare sulla nostra storia, non
pu scoprire quando ci siamo incontrati per la prima volta.
Questo non pu saperlo. Quindi gli risponder io. Rimarremo
per un'ora, un'ora e mezza, questo gliel'ho gi
spiegato, ma ovviamente lui cercher di dissuaderci. Cercher
di dissuadere te.
Stavano sfilando tra vaste tenute simili alle dimore descritte
nei libri di fiabe. Grandi prati verdi in cui fugaci arcobaleni
brillavano nel riflesso dei getti d'acqua che li irrigavano.
Olmi e querce giganteschi. Pini e ginepri. C'erano
stagni, laghetti. Ruscelli pittoreschi. I possedimenti erano
recintati da rudimentali muri in pietra.
Gallagher aggiunse: E per favore, non te ne uscire che
la casa  "bellissima", Hazel. Non ti sentire in obbligo. Certo,
 bellissima. Tutte le dannate propriet di Ardmoor
Park lo sono. Ci puoi scommettere. Quando si spendono
milioni di dollari, tutto  bello.
Quando giunsero a casa di suo padre, dove aveva trascorso
l'infanzia, Gallagher era visibilmente nervoso. Era una
magione in stile normanno, edificata negli anni Ottanta
del Diciannovesimo secolo ma restaurata, riammodernata
e arredata con nuovi mobili negli anni Venti del Novecento.
Hazel non disse a Gallagher che era bellissima. I suoi
enormi tetti d'ardesia opaca e la facciata in pietra sbozzata
a mano le ricordavano gli elaborati mausolei del vasto
cimitero di Forest Lawn a Buffalo.
Gallagher parcheggi dietro la curva del vialetto a forma
di ferro di cavallo, come un adolescente pronto a fuggire.
Gett la sigaretta sulla ghiaia. Con l'aria spavalda di
un uomo afflitto che mostra il proprio disagio, si port ripetutamente
la mano alla bocca dello stomaco: ultimamente
aveva sofferto di gastrite, che aveva attribuito al
"nervosismo".
Ricorda, Hazel: non ci fermiamo per cena. Abbiamo
altri "programmi". Dobbiamo tornare nel Vermont.
Scoprirono che Thaddeus Gallagher non li stava aspettando
con impazienza nell'imponente magione, ma sul retro,
vicino alla piscina. Apr la porta una domestica che
Gallagher non aveva mai visto, la quale insist per accompagnarli
anche se Gallagher ovviamente conosceva la strada.
Abitavo qui, signora. Sono il figlio del suo datore di
lavoro.
Attraversarono un viale lastricato, sotto un pergolato di
glicine, che percorreva un roseto con i fiori per lo pi appassiti,
privi di petali. Hazel lanci un'occhiata alle alte finestre
dai vetri piombati. Scorse solo il riflesso evanescente
e incorporeo della propria immagine.
Ed ecco, sulla sua sedia a rotelle motorizzata, con una
maglietta bianca e calzoncini a quadri scozzesi, Thaddeus
Gallagher.
Un invalido! Anziano e obeso! Eppure appena vide Hazel
Jones la divor con gli occhi.
Sedevano accanto alla piscina, un'allegra combriccola! Un
domestico in livrea bianca port da bere. Thaddeus parlava,
parlava. Ne aveva di cose da dire. Gallagher aveva
spiegato a Hazel che il padre continuava a dirigere i mezzi
di comunicazione che facevano capo al suo gruppo, anche
se ufficialmente si era ritirato. Si alzava all'alba e passava
gran parte della giornata al telefono. Eppure adesso
conversava come se da lungo tempo non rivolgesse parola
ad anima viva.
Per quella visita a Ardmoor Park, Hazel aveva indossato
un vestitino estivo di organza giallina, con una fusciacca
legata sulla schiena, uno dei preferiti di Gallagher, e un
cappellino di paglia a tesa larga di foggia dmod. I piedi
sottili calzavano sandali di corda con il tacco alto e la punta
aperta. Euforica per la notizia che Zack avrebbe suonato
per tre settimane al Festival musicale del Vermont, si
era laccata le unghie di mani e piedi con uno smalto rosa
corallo, della stessa tonalit del rossetto.
Sul poggiapiedi della sedia a rotelle le dita di Thaddeus
Gallagher si contorcevano e si agitavano. Le unghie spesse
in maniera anomala erano scolorite come avorio invecchiato;
a Hazel, che non riusciva a distogliere lo sguardo,
fissandole disgustata, sembravano un abbozzo embrionale
di zoccoli.
Quel vecchio, Thaddeus Gallagher! Un miliardario. Un
rispettabile filantropo. Hazel si ricord delle fotografie
appese alla parete nella tenuta dell'isola di Grindstone:
un Thaddeus pi giovane e meno mostruoso con i suoi
amici politici.
L'ombra della morte  su di lui, pens Hazel. La vide, l'ombra
fugace, come quella dei falchi mentre lei e Gallagher
s'inerpicavano sulla ripida collina dell'isola di Grindstone.
Eppure il vecchio affrontava e sconcertava il giovane.
Ben presto Gallagher cominci a biascicare monosillabi
mentre Thaddeus maramaldeggiava con vivace animazione.
Gallagher si muoveva a disagio sulla sedia; sembrava
respirare a fatica. Di solito non beveva alcolici a quell'ora,
ma quella volta lo fece, molto probabilmente come sfida al
padre. Hazel not che evitava di guardarla. Si rifiutava di
riconoscerne il ruolo. Ma non guardava in volto nemmeno
Thaddeus Gallagher. Il suo sguardo sembrava vitreo: gli
occhi erano aperti, ma parevano non vedere. Hazel comprese
che lei, la femmina, era l per assistere allo scontro
tra padre e figlio, figlio e padre: il Gallagher pi anziano e
quello pi giovane. Doveva rendersi conto che il pi vecchio
era il pi forte quanto ad affermazione di volont maschile.
La scena era stata orchestrata da Thaddeus.
In un primo momento Hazel si sent solidale con Gallagher.
Cos come provava un istinto di protezione materna
verso Zack quand'era pi piccolo e si trovava alla merc
di ragazzi pi grandi. Ma si sentiva anche insofferente:
perch Gallagher non affrontava il suo prepotente genitore,
perch non sfoderava la consueta autorit? Dov'erano
finiti il suo caustico senso dell'umorismo, l'ironia di Chet
Gallagher? Aveva la voce di un annunciatore radiofonico,
che sapeva giocosamente modulare in maniera magistrale.
Faceva ridere la sua famigliola, era di una comicit irresistibile.
Eppure adesso, a casa del padre, quell'uomo
dalla parlantina inarrestabile si esprimeva timidamente,
in modo esitante, come un bambino che si sforzasse di
non balbettare. Era la prima volta che Gallagher tornava
nella casa dove aveva trascorso l'infanzia dalla morte della
madre, avvenuta anni prima. Era la prima volta da allora
che Gallagher incontrava il padre in quell'ambiente familiare.
Sta ricordando le ferite che gli sono state inferte.
Indifeso come un bambino di fronte a quei ricordi. Hazel prov
un moto di disprezzo per il suo compagno, privato della
sua virilit da quel dispotico invalido.
Hazel non avrebbe voluto assistere all'umiliazione di
Gallagher. Ma sapeva di essere, nelle intenzioni di Thaddeus,
la testimone chiave.
Oltre la terrazza lastricata e la piscina con le piastrelle
blu oltremare c'era un prato in leggera pendenza. Non era
curato, aveva zone di erba pi alta, giunchi e tife. Su una
sommit che sovrastava un laghetto baluginante c'era un
boschetto di betulle che al sole sembravano strisce di vernice
bianchissima. Hazel fu attraversata da un pensiero:
che sono gli alberi a risentire maggiormente della siccit
estiva. Come in un sogno a occhi aperti vide gli alberi
spezzati, caduti. Quando la bellezza  infranta, non la si
pu pi restaurare.
Notando la direzione dello sguardo di Hazel, Thaddeus
le rivel con fanciullesca vanit di aver disegnato lui stesso
il paesaggio. Aveva incaricato un famoso architetto, ma
poi aveva finito col licenziarlo. Alla fine si rimane soli con
il proprio "genio":  cos.
Poi aggiunse, in tono stizzito: Non che ai Gallagher
importi un accidente. La mia famiglia mi ha abbandonato.
Quasi nessuno viene mai a trovarmi.
Davvero? Mi dispiace, signor Gallagher.
Hazel dubitava che fosse vero. Nella zona di Albany
c'erano molti parenti e affini, e Hazel ignorava che gli altri
figli di Thaddeus, un maschio e una femmina, erano in
rotta con lui proprio come Gallagher.
Lei non ha famiglia, Hazel Jones?
Aveva messo una sottile enfasi sul "lei". Hazel avvert il
pericolo, l'uomo cominciava a farle domande dirette.
Ho mio figlio. E ho...
La voce le manc. Avvertiva un'improvvisa timidezza,
era restia a fare il nome di Chet Gallagher in presenza del
padre.
Ma lei e Chester non siete ancora sposati, eh?
La domanda era bruscamente diretta. Hazel si sent avvampare
per l'imbarazzo. Accanto a lei, riservato e all'apparenza
indifferente, Gallagher prese il bicchiere e bevve.
Hazel rispose: No, signor Gallagher. Non siamo sposati.
Per state insieme da sei anni. O forse sette? Che liberi
pensatori i giovani!  ammirevole, suppongo. Bohmien.
In questi anni Settanta in cui "va tutto". Thaddeus fece
una pausa muovendo impaziente il corpo massiccio sulla
sedia. Dentro i calzoncini attillati a quadri l'inguine appariva
gonfio come una vescica. Il cuoio capelluto arrossato
era madido sotto le ciocche ondulate di fini capelli argentei.
Anche se mio figlio non  pi giovane, vero? Non
pi.
Gallagher non colse l'osservazione. A Hazel non venne
in mente nessuna risposta che non sembrasse troppo
sciocca perfino per Hazel Jones.
Thaddeus insist gioviale:  ammirevole. Scrollarsi di
dosso i legami del passato. Solo noi, gli anziani, desideriamo
rimanere attaccati al passato per il terrore di finire
in un futuro dove ci aspetta la morte. Naturalmente una
generazione deve fare largo alla successiva! Io devo aver
offeso i miei figli in qualche modo. Si interruppe, pensando
a una frase arguta. Ovviamente bisogna distinguere
tra figli ed eredi. Io non ho pi "figli", ho solamente
"eredi".
Thaddeus rise. Gallagher non replic. Hazel sorrise, come
si potrebbe sorridere a un bambino malato.
Il vecchio poteva permettersi di scherzare in quel tono
amaro. Quel pomeriggio loro rappresentavano il pubblico
per le sue battute. Gallagher aveva stimato che Thaddeus
avrebbe lasciato un patrimonio valutato intorno ai cento
milioni di dollari. Il vecchio aveva il diritto di aspettarsi
di essere corteggiato, che lo si andasse a trovare. Un grasso
ragno avvizzito al centro della sua tremolante ragnatela.
Adesso desiderava accanirsi contro l'amato figlio pi
giovane, che per non amava lui. Lo avrebbe pungolato,
avrebbe conficcato, infilzato la lama, lo avrebbe scoraggiato,
cercando di mandarlo in bestia. Sperava che Gallagher si torcesse roso dai sensi di colpa come in preda a un
violento attacco di gastrite. Da tempo aveva pianificato
quell'appassionato incontro d'amore, che rappresentava
anche la sua rivincita.
Ammicc a Hazel: Noi due ci capiamo, eh? Quello stupido
di mio figlio non capisce niente.
Quell'accenno di complicit lasci Hazel scossa, incerta.
Aveva il viso accaldato. Si trovava davanti a un uomo
da sempre sicuro del fascino che esercitava sulle donne.
Emanava una palpitante energia vitale che nel figlio pareva
essersi prosciugata.
Naturalmente giovani non lo siamo pi. Neanche lui.
Non pi.
Thaddeus cominci a lamentarsi pi genericamente del
governo degli Stati Uniti, dei sabotatori del Partito repubblicano
e dei traditori dichiarati tra le file dei democratici,
dell'atteggiamento codardo dell'America che si rifiutava
di "impegnarsi a fondo" in Vietnam. E che dire poi della
"manipolazione dei media" da parte degli intellettuali di
sinistra del paese, il cui gioco era stato scoperto dal senatore
Joe McCarthy, che poveraccio era stato osteggiato e
minacciato di morte dai suoi nemici. Perch, si chiese
Thaddeus, gli ebrei erano sempre tra i pi accaniti oppositori
della guerra in Vietnam? Perch, alla fin fine, i comunisti,
o i loro simpatizzanti, erano quasi tutti ebrei? Perfino
i capitalisti ebrei, in cuor loro, erano comunisti! Come
diavolo poteva mai essere, se Stalin odiava gli ebrei, e i
russi li detestavano, in Russia c'erano stati pi pogrom
che in Germania, Polonia e Ungheria messe insieme? Eppure
li trovi a New York e a Los Angeles. Fra i giornalisti
della carta stampata e di radio e televisione. Il "giornale
dei record": il "Jew York Times". Chi ha fondato la
NAACP:(1) non la "gente di colore", appunto, ci puoi scommettere,
ma il "popolo eletto". E perch? Lo chiedo a lei,
Hazel Jones, perch?
Hazel ascolt quelle frasi biascicate e sempre pi incoerenti
in un crescendo del ronzio nelle orecchie. Insieme alle
strida frenetiche delle cicale.
Lo sa. Sa chi sono.
Ma... Come ha fatto?
Infine Gallagher si riscosse dal suo torpore.
E cos, Thaddeus? Tutti gli ebrei? Sono sempre d'accordo
fra di loro, su ogni cosa? Comunque?
Contro i nemici formano un fronte compatto. Il "popolo eletto"...
Nemici? Chi sono i nemici degli ebrei? I nazisti? Gli
antisemiti? Voi?
Con espressione indignata Thaddeus si ritrasse sulla sedia
a rotelle. La sottigliezza della sua interpretazione era
stata fraintesa! La sua spassionata posizione filosofica veniva
rozzamente personalizzata!
Intendevo i non ebrei. Loro ci chiamano goyim, figlio.
Non nemici di per s, a meno che non ci vedano come tali.
Sai benissimo cosa intendo, figlio, questa  storia.
Thaddeus aveva assunto un tono solenne, come se l'atteggiamento
provocatorio di prima fosse soltanto una
posa.
A quel punto Gallagher balz improvvisamente in piedi
e borbott che si assentava per qualche minuto.
Si allontan incespicando. Hazel temeva che gli fosse
venuto uno dei suoi attacchi di gastrite, che a volte gli
provocavano conati di vomito. Il viso aveva assunto un
pallore malsano. Gallagher aveva cominciato ad accusare
quei sintomi quando, diversi anni prima, a Buffalo, era
stato malmenato durante una manifestazione di pacifisti.
A volte, prima dei concerti di Zack, soffriva di attacchi pi
lievi.
Dannazione: Hazel ce l'aveva con lui che l'aveva lasciata
sola con il padre, quel vecchio grottesco seduto su una
sedia a rotelle, che la fissava.
Nel tono tipico di Hazel Jones, ansioso e contrito al tempo
stesso, gli occhi spalancati che ricambiavano lo sguardo
inquisitorio del vecchio, con espressione profondamente
addolorata, disse: Chet non intendeva essere
sgarbato, signor Gallagher.  un emotivo....
Oh, s,  vero. Ma anch'io lo sono.
Mi ha detto che manca da questa casa da...
So perfettamente da quanto tempo, signorina Jones.
Non c' bisogno che mi informi di fatti che riguardano la
mia dannata famiglia.
Hazel, sconvolta, si rese conto dell'umiliazione arrecatole.
Come se Thaddeus le avesse sputato sul vestito giallo di organza.
Dio ti sprofondi all'inferno, bastardo.
Vecchio bastardo con un piede nella fossa, avr il tuo cuore.
La figlia del becchino, ecco chi era Hazel Jones. Non c'era
un momento in cui non lo fosse. Sussurrando imbarazzata
per placare il nemico rispose: Oh, mi scusi, signor
Gallagher.
Il domestico in livrea bianca si trovava in fondo alla terrazza,
forse origliava. Thaddeus sorb rumorosamente il suo
drink, una mistura scarlatta dall'aspetto disgustoso corretta
con la vodka. Forse anche lui era imbarazzato per aver apostrofato
in modo cos brusco un'ospite. Soprattutto una persona
tanto candida e ingenua. Gli occhi vitrei fissavano assorti
la piscina, la sua livida acqua artificiale. La superficie
increspata rifletteva nubi sfilacciate simili a lunghe budella.
Thaddeus sbuff, grugn e si gratt sconciamente l'inguine.
Poi si strofin con lascivia l'ampio torace sotto la maglietta.
Hazel abbass lo sguardo davanti a quel gesto cos intimo.
Le fotografie che aveva visto di Thaddeus Gallagher
nello chalet dell'isola di Grindstone raffiguravano un uomo
robusto, corpulento ma non obeso, con la testa grossa
e un atteggiamento sicuro di s. Adesso il suo corpo appariva
enfio e dilatato. Le mascelle davano l'idea di una persona
abituata a digrignare i denti. Hazel si chiese per quale
crudele capriccio quel giorno si fosse vestito in quel
modo, ostentando quasi in maniera ridicola la sua mole.
Stronzate che  "emotivo".  un insensibile figlio di
puttana. Se ne accorger, Hazel Jones. Non ci si pu fidare
di Chester Gallagher. Sono io che mi scuso per lui, signorina
Jones. La sua idiota "politica"! Il jazz da negri! Ha fallito
con la musica seria e si  dato al jazz dei negri! Musica
da meticci. Ha fallito con il matrimonio e si mette con donne
che gli fanno pena.  uno svergognato. Un mitomane.
Quando era un marmocchio di quindici anni mi disse: "Il
capitalismo  condannato". Quella piccola spugna! In quei
suoi articoli inventa, distorce, esagera in nome della "verit
morale". Come se esistesse una "verit morale" che
confuti la verit storica. Quando era alcolizzato - e Chester
 stato alcolizzato, signorina Jones, per molto pi tempo di
quanto lei non immagini - viveva in una sorta di batisfera
di mitomania. Ne ha sparate tante su di me, sulla mia "etica
degli affari", ho rinunciato a spiegare come stavano le
cose. Sono anni che mi occupo di giornali, credo nei fatti.
Fatti e solo fatti! Sui giornali del mio gruppo non  mai stato
pubblicato un solo articolo che non fosse fondato sui
fatti! Non cazzate liberali, stronzate sentimentali sulla "pace
nel mondo", le "Nazioni Unite", il "disarmo globale",
ma fatti. Le basi del giornalismo. Chester Gallagher non ha
mai rispettato adeguatamente i fatti. Ha cercato di diventare
una specie di negro bianco, suonando la loro musica e
abbracciando le loro cause.
Hazel stringeva in mano il bicchiere appannato. Replic
in tono calmo, appena civettuolo: Suo figlio  un mitomane,
signor Gallagher, e lei no?.
Thaddeus la guard di traverso. Il doppio mento tremol.
Come se Hazel gli avesse toccato un ginocchio, s'illumin.
Mi chiami "Thaddeus", Hazel Jones. Anzi, "Thad". Signor
Gallagher lo usano i domestici e i subalterni.
Poich Hazel non rispose, Thaddeus si sporse verso di
lei, insinuante. Non vuole chiamarmi "Thad"?  come
"Chet"... eh? Quasi nessuno mi chiama pi cos, i miei
vecchi amici se ne stanno andando... uno dopo l'altro, come
foglie morte.
Hazel ripet come inebetita: "Thad".
Molto bene! Io da parte mia d'ora in poi la chiamer
"Hazel".
Thaddeus le si avvicin con la sedia a rotelle. Hazel avvert
il suo odore, di persona anziana, che ricordava l'aria
stantia della vecchia casa in pietra. Ma percepiva anche
un sentore dolciastro e penetrante, quello dell'acqua di
colonia. Un essere mostruoso, sprofondato in una carrozzella,
che tuttavia quella mattina si era rasato con cura e si
era spruzzato del profumo.
Cos da vicino era inquietante ravvisare il giovane Thaddeus
nel volto del vecchio, esultante.
"Hazel Jones." Un nome delizioso, con un che di nostalgico.
Chi gliel'ha dato, mia cara?
Io... non lo so.
Non lo sa? Com' possibile, Hazel?
Non ho mai conosciuto i miei genitori. Sono morti quando
ero bambina.
Davvero! E dov' accaduto, Hazel?
Gallagher l'aveva avvertita, il padre le avrebbe fatto
delle domande. Ma sembrava che Hazel non riuscisse a
prevenirle.
Non lo so, signor Gallagher.  successo tanto tempo
fa...
Non pu essere cos tanto, no? Lei  giovane.
Hazel scosse adagio il capo. Giovane?
"Hazel Jones." Questo nome non mi  nuovo, ma non
ricordo perch. Me lo sa spiegare, mia cara?
Hazel rispose in tono vago: Probabilmente ci sono altre
Hazel Jones, signor Gallagher. Non sono l'unica.
Bene! Non voglio turbarla, mia cara. Forse mi sento in
colpa. Sembra che abbia messo in crisi quel radicale dall'animo
ipersensibile di mio figlio, tanto da farlo scappare
via e lasciarci soli.
A quel punto Thaddeus premette energicamente uno
dei pulsanti sulla sua sedia a rotelle. Non si sent alcun
suono, ma nel giro di pochi secondi comparve un altro domestico,
in maglietta e calzoncini da bagno con accappatoi
e asciugamani di spugna. Il giovane si rivolse a Thaddeus
chiamandola "signor G." e il vecchio lo chiam con
un nomignolo che suonava come "Peppy". Era sui venticinque
anni, molto abbronzato, con un viso bonario e
scialbo da ragazzo; aveva un fisico da nuotatore, con lunghe
gambe e spalle larghe simili ad ali. Hazel not che il
suo sguardo scivolava su di lei, esaminandola rapidamente
con aria distratta. Sapeva stare al suo posto: era il fisioterapista
di un ricco invalido.
Fai un tuffo con me, Hazel? Dicono che devo nuotare
ogni giorno, per evitare di "peggiorare". Naturalmente
"peggioro" lo stesso.  la vita!
Hazel declin l'invito. Aiut Peppy a calare in acqua
Thaddeus, nella parte bassa della piscina: era il comportamento
tipico di Hazel Jones, spontaneo e amichevole.
Grazie, mia cara! Odio l'acqua, fin quando non ci sono
dentro.
Peppy infil dei braccioli di plastica rossa all'uomo obeso,
assicurandoli alle spalle grassocce e all'enorme petto
floscio. Poi aiut Thaddeus a entrare adagio nella piscina
con la stessa attenta premura di una madre verso il figlio
impacciato e alquanto timoroso di entrare nell'acqua baluginante
che gli ondeggia intorno. Hazel gli porse la mano.
E con quale gratitudine Thaddeus l'afferr. Scivolando in
acqua con tutto il suo peso come un sacco di cemento, le
strinse le dita sottili in un moto improvviso di panico,
sentendosi perso. Poi, come per miracolo, Thaddeus si ritrov
nella piscina, ansimando, sguazzando con entusiasmo
infantile. Peppy lo segu e poi si mise a nuotare al suo
fianco, lentamente. Thaddeus rideva, ammiccando a Hazel
che lo osservava muoversi adagio nell'acqua increspata,
camminando lungo i bordi della piscina.
Hazel! Venga anche lei. L'acqua  meravigliosa, vero,
Peppy?
Certo, signor G.
Hazel rise. L'acqua della piscina aveva schizzato il suo
bel vestito, che si sarebbe impregnato di cloro.
Davvero, Hazel insist Thaddeus, tenendo la testa alta
fuori dall'acqua, in posa ridicolmente dignitosa, si tuffi
anche lei. A questo punto... Agitava vigorosamente le
braccia pesanti, mentre le gambe atrofizzate si muovevano
appena.
Non ho un costume, signor Gallagher.
"Thad"! Ha promesso.
"Thad."
Thaddeus si era rianimato, dimostrava una vivacit frenetica.
Ci sono dei costumi da bagno da donna negli spogliatoi,
laggi. La prego, vada a vedere.
Hazel esitava. Era quasi tentata di fare un dispetto al
suo compagno.
Come se le avesse letto nel pensiero, Thaddeus disse
maliziosamente: Deve farlo, cara! Faccia fare una figuraccia
a quel codardo di mio figlio.  scappato, ha paura
del suo vecchio padre disabile che ha il cancro alla prostata,
oltre a un inizio di cancro al colon. Ce lo vede Thaddeus
a squagliarsela come un coniglio? No.
Hazel non seppe come reagire a quella rivelazione. Non
doveva fare alcun riferimento alla salute di Thaddeus Gallagher.
Avrebbe finto di non aver sentito. Si sfil con cura i
sandali a tacco alto e cammin a piedi nudi lungo il bordo
della piscina. Aveva gambe lunghe e tornite, lisce, depilate.
Era una sua fissazione radersi le gambe, le cosce, le ascelle
e altre parti del corpo per nascondere i peli che le spuntavano
scuri, ispidi, quasi arricciati. Ora che aveva assunto l'identit
di Hazel Jones mangiava in maniera frugale, per rimanere
snella, molto femminile e attraente. Nell'acqua maleodorante,
Thaddeus allungava il collo per guardarla.
Non si capiva bene quello che diceva, mentre sguazzava
e sciaguattava con i suoi ridicoli braccioli. Eppure continuava
a chiamare Hazel come avrebbe fatto con una
bambina capricciosa. Sa nuotare, vero, cara? Non le accadr
nulla con me e Peppy al suo fianco.
Hazel rise. No, grazie, Thad.
E se le facessi un regalo, cara? Mille dollari.
Thaddeus pronunci quella frase in modo che Hazel potesse
interpretarla come una battuta, senza offendersi. Ma
le parole risultarono goffe, gli occhi vitrei e ammiccanti la
fissavano con intensit.
Hazel scosse il capo, no.
Cinquemila! grid in tono allegro Thaddeus.
Un vecchio che la punzecchiava in maniera inoffensiva.
Si stava innamorando di Hazel Jones. Saltellava dentro
l'acqua, suscitando perfino l'ilarit di Peppy. Sguazzava,
sciaguattava, si agitava e sbuffava come un elefantino. Era
un comportamento cos assurdo, cos stranamente commovente
che Hazel non pot fare a meno di ridere.
Mia cara, non mi abbandoni. Per favore.
Pensava che Hazel se ne stesse andando. Invece si era
allontanata solo per guardare da vicino un graticcio di rose
rampicanti cremisi, che si inerpicava su un muro intonacato
color crema.
Dopo qualche minuto Thaddeus ordin all'improvviso
di farlo uscire dalla piscina. Hazel Jones si avvicin di nuovo
per aiutarlo: prese la grossa mano carnosa del vecchio,
che la afferr saldamente. Port anche degli asciugamani
e l'accappatoio per entrambi. Thaddeus si avvolse negli
enormi teli, strofinandosi con vigore. Asciug i capelli radi
attaccati all'ampio cranio con la stessa energia che avrebbe
usato in giovent, quando aveva una folta chioma. Proprio
come faceva Gallagher. Hazel lo not, provando una
certa tenerezza per Thaddeus.
Sulla sedia a rotelle, avvolto negli asciugamani grandi
come coperte, Thaddeus sbuffava e ansimava, sorridente,
elettrizzato. Il domestico in livrea bianca gli aveva portato
un'altra di quelle bevande scarlatte insieme a una scodella
d'argento con delle noccioline che sgranocchi rumorosamente.
Hazel Jones! Devo confessare di aver sentito certe voci
sul suo conto. Ma vedo che non corrispondono al vero.
Thaddeus parlava a bassa voce. Continuava a lanciare
occhiate alla casa, temendo che il figlio tornasse.
Si allung per prendere la mano di Hazel. Lei fu scossa
da un tremito ma non si ritrasse.
Mio figlio  un uomo integro, lo so. Ho motivi di contrasto
con lui ma a suo modo, s, certo,  una persona "retta".
Magari avessi saputo amarlo, Hazel! Vede, non mi ha
mai perdonato per cose accadute tanto tempo fa. Suppongo
che gliel'abbia detto. Thaddeus le lanci un furtivo
sguardo malinconico.
No, non me ne ha parlato,
Davvero?
No, mai.
Di certo si lamenta delle mie idee politiche, no? Delle
mie convinzioni, cos diverse dalle sue.
Chet si riferisce a lei sempre con rispetto. Le vuole bene,
signor Gallagher. Ma la teme.
Mi teme! E perch?
C'era un che di furtivo e malsano nell'espressione di
Thaddeus. Ma anche un barlume di speranza.
Dovrebbe chiederlo a Chet, signor Gallagher. Non posso
rispondere per lui.
S, s che pu rispondere per lui. Pu farlo molto meglio
di lui, Hazel Jones. Il vecchio adesso era completamente
serio, era sparita ogni traccia di giocosit. Stava
quasi implorando Hazel. Mi vuole bene? Mi rispetta?
 convinto che le sue idee politiche siano sbagliate.
Tutto qui.
Non ha mai detto qualcosa... su sua madre?
Solo che l'amava. E che gli manca.
Gli manca! Manca anche a me.
Thaddeus e Hazel erano soli sulla terrazza. Peppy e il
domestico in livrea bianca erano andati via. Thaddeus sedeva
avvolto nell'asciugamano di spugna bianco, sospirando.
Continuava a lanciare occhiate nervose alla casa.
Lei non ha famiglia, Hazel? Nessuno in vita?
Nessuno.
Solo suo figlio?
Solo mio figlio.
Lei e Chet vi siete sposati in segreto, cara?
No.
Ma perch? Perch non vi siete sposati?
Hazel sorrise evasiva. No, no! Non gliel'avrebbe detto.
Thaddeus le chiese in tono mesto: Non ama mio figlio?
Perch vive con lui, se non lo ama?.
Lui mi ama. E ama nostro figlio.
Si lasci sfuggire quelle parole come trasognata. Malgrado
la sua sagacia, non se l'era preparate.
Vide sul volto del vecchio un'espressione sorpresa, di
trionfo.
Lo sapevo! Sapevo che era cos!
Preoccupata, Hazel disse con l'aria di chi abbia detto
troppo: Non deve sapere che gliel'ho rivelato, signor
Gallagher. Non sopporta il pensiero che si parli di lui.
Thaddeus replic, affannato: Lo sapevo. In qualche
modo, appena l'ho vista l'ho capito. Hazel Jones, sar il
nostro segreto.
Un'espressione attonita, sbalordita si dipinse sul volto
del vecchio. Per qualche secondo rimase in silenzio, con il
respiro affannoso. Hazel sentiva il battito furioso del cuore
in quel corpo massiccio. Thaddeus era profondamente
appagato ma all'improvviso appariva esausto. Sguazzare
nella piscina l'aveva sfinito. Quella lunga conversazione
l'aveva sfinito. Hazel pens di chiamare uno dei domestici
per aiutarlo ma Thaddeus continuava a stringerle forte
la mano. La supplic: Perch non vi fermate a cena, Hazel?
Vuole parlare con Chet per fargli cambiare idea?.
Hazel rifiut cortesemente. Non credeva fosse possibile.
Mi mancher. Penser a lei, Hazel. E a... "Zacharias
Jones". Verr a sentirlo suonare, quando potr. Non vi assiller,
capisco che sarebbe una tattica sbagliata. Mio figlio
 un uomo sensibile, Hazel. Ed  anche geloso. Se...
Chester dovesse deluderla, cara, lei deve venire da me.
Me lo promette, Hazel?
Hazel rispose gentilmente di s. Lo prometteva.
In un improvviso gesto goffo Thaddeus port la sua
mano alle labbra e la baci. A lungo Hazel avrebbe sentito
l'impressione di quel bacio sulla pelle, l'inaspettata e sensuale
freschezza di quel contatto.
Il grosso ragno grinzoso, la figlia del becchino. Chi l'avrebbe
mai detto?

Note.
1. L'Associazione nazionale per la promozione delle persone di colore.
[NAT.]


28.

La ferita era tale che Gallagher per un po' non parl.
Fecero il tragitto verso il Vermont in silenzio. Il volto di
Gallagher era ancora innaturalmente pallido, tirato. Hazel
ipotizz che avesse avuto uno dei suoi attacchi di gastrite,
avesse dato di stomaco in uno dei bagni della casa paterna,
e si vergognasse profondamente.
Lo amava, o almeno cos credeva. Lo amava per quella
sua enorme debolezza, che la colmava di un disprezzo furioso
come un insetto intrappolato contro una zanzariera
che sbattesse follemente le ali.
Il resto della giornata trascorse come in un sogno. Si sentivano
a disagio, non parlavano, evitavano persino di toccarsi.
Cenarono con Zack e altre persone. Poco a poco Gallagher
si riprese dalla visita a Ardmoor Park. A cena e al
ricevimento che segu il concerto si comport normalmente.
Solo quando lui e Hazel si ritrovarono nella stanza
d'albergo Gallagher disse infine in tono gioviale, per far
capire a Hazel che non era arrabbiato ma perplesso: Tu e
mio padre ve la siete intesa, eh! Vi ho sentito ridere. Dalla
finestra della mia vecchia stanza l'ho visto sbuffare e sguazzare
nella piscina come un elefante impazzito. Formavate
una bella coppia: la Bella e la Bestia.
Gallagher si stava lavando i denti nel bagno, con la porta
socchiusa. Sput nel lavandino, producendo un suono
sgradevole. Pur senza vederlo Hazel sapeva che stava facendo
le smorfie davanti allo specchio.
Gli disse: Sembra triste, Chet. Un vecchio solo che ha
paura di morire.
E lo ! replic seccamente, pur volendo mantenere un
atteggiamento pacato.
Sembra che la vita l'abbia segnato.
Per colpa mia, vuoi dire?
Credi di rappresentare la "vita" per tuo padre, Chet?
Era una risposta inaspettata. Quando Hazel Jones se ne
usciva con frasi simili, spesso Gallagher fingeva di non
sentirla.
Poi lo abbracci. Tenendolo stretto, cantilen in tono
grave: "Mio figlio  un uomo integro, vorrei che mi permettesse
di amarlo".
Gallagher rise sorpreso, imbarazzato.
Vorresti farmi credere che mio padre ha detto questo,
Hazel?
S.
Stronzate, Hazel. Non  vero.
Ha un cancro alla prostata, Chet. E al colon.
Da quando?
Non vuole che tu lo sappia, credo. Ci ha scherzato su.
Non credo a una sola parola di quello che dice, Hazel.
 un burlone. Gallagher prese a camminare su e gi
per la stanza, a disagio, con aria assente. Il viso aveva assunto
il tipico sguardo vacuo, fisso. Quelle cazzate sul
"Jew York Times": ci ha costruito un impero, il "Times"
vince ogni anno il premio Pulitzer e il gruppo Gallagher
ne vince uno ogni cinque anni, se gli va bene. Ecco cosa
c' dietro. Gallagher era esasperato, prossimo alle lacrime.
Eppure ti vuole bene. Per qualche ragione prova vergogna
davanti a te.
Stronzate, Hazel.
Saranno stronzate, ma  vero.
A letto, tra le braccia smagrite di Gallagher, Hazel infine
cap che poteva ottenere qualsiasi cosa da lui. Avvertiva
il calore della sua pelle, giaceva immobile accanto a lui.
Adesso l'avrebbe perdonata. Adorava Hazel Jones, cercava
continuamente motivi validi per perdonarla.
Hazel gli mormor nell'orecchio lo shock che aveva
provato nello scoprire che Thaddeus Gallagher era un invalido
su una sedia a rotelle.
Davvero? Un invalido? Gallagher si mosse inquieto
sotto le lenzuola, lo sguardo fisso al soffitto. Cristo, hai
ragione.


29.

Hazel Jones: sar il nostro segreto.
Per il resto della sua vita le mand dei piccoli doni. Fiori.
Ogni quattro o cinque settimane, e spesso dopo un concerto
di Zack. In qualche modo veniva a sapere, faceva in
modo di saperlo, quando Gallagher non era in casa, e in
quelle occasioni glieli spediva.
I primi le furono recapitati subito dopo essere tornata a
Delaware Park, a Buffalo, nella casa che Gallagher aveva
comprato per loro vicino al conservatorio. Una cascata di
rose rosse rampicanti, dai minuscoli petali, un mazzo spinoso
difficile da sistemare anche in un vaso alto. Erano
accompagnate da un biglietto vergato frettolosamente a
mano.
22 agosto 1970
Carissima Hazel Jones,
 dalla scorsa settimana che non ho smesso di pensare a
lei un solo mommento. Mi sono procurato (di nascosto!!!)
una registrazione di un concerto di Zacharias. Suo figlio 
davvero un suberbo musicista!  difficile credere che abbia
solo tredici anni. Ho delle sue fotografie,  cos giovane.
Ovviamente in cuor suo non  pi un bambino! Anch'io a
tredici anni non ero pi un bambino. Perch il mio cuore si
 indurito presto, ho scoperto "come andava il mondo" sin
dall'adolescenza e non mi sono fatto illusioni sulla "bont
innata" dell'uomo eccetera. Cara Hazel, spero di non offenderla!
Suo marito non deve saperlo. Rimarr un segreto
tra noi! Comunque penso sempre a lei, ai suoi splendidi occhi
scuri che perdonano & non giudicano. Se vuole essere
cos gentile da chiamarmi qualche volta, le accludo il mio
numero.  la mia linea privata, Hazel, solo io rispondo.
Ma se decide di non farlo, non ci rimarr male. Lei ha messo
al mondo un ragazzo eccezionale. Che sia mio nipote  il
nostro segreto (!!!). & una volta o l'altra lo incontrer, ma
di nascosto. Non abbia paura di me. Lei mi ha dato una
gioia inaspettata e insperata. Non mi offender. Sar sempre
nei miei pensieri. Chester  un brav'uomo, lo so, ma 
debole e geloso come suo padre alla sua et. A la prossima,
cara.
Il suo affezionato ",suocero" Thad
Hazel lesse la lettera sbalordita, sconcertata dagli errori di
ortografia. E pazzo!  innamorato di lei. Non si aspettava
una reazione del genere. Prov un senso di colpa, al
pensiero che Gallagher lo scoprisse.
Gett la lettera, non aveva intenzione di rispondere. Hazel
Jones non avrebbe mai risposto alle lettere appassionate
di Thaddeus Gallagher, che con il tempo divennero sempre
pi incoerenti, n l'avrebbe mai ringraziato per i numerosi
regali. Hazel Jones era una donna piena di dignit, onesta.
Hazel Jones non avrebbe incoraggiato il vecchio, ma non
l'avrebbe nemmeno scoraggiato. Immaginava che avrebbe
tenuto fede alla sua parola, non avrebbe tentato un faccia a
faccia con lei o con Zack. Li avrebbe ammirati con discrezione,
da lontano. Gallagher sembrava non accorgersi dei
regali: vasi di fiori, un fermacarte di cristallo a forma di
cuore, un portaritratti d'ottone, una sciarpa di seta con motivi
a boccioli di rosa. Il vecchio era abbastanza discreto da
inviare a Hazel solo dei pensierini relativamente poco costosi
o poco appariscenti. E mai denaro.
Nel marzo del 1971 le venne recapitato un pacco raccomandato:
non si trattava di un dono, ma di una busta il
cui mittente era gallagher media spa. Conteneva delle fotocopie
di articoli di giornale e una delle lettere scribacchiate
frettolosamente da Thaddeus Gallagher.
Finalmente il mio assistente ha raccolto questo materiale, Hazel.
Perch ci abbia messo tanto francamente non lo so. Pensavo
la potesse interessare, Hazel Jones. Solo una coincidenza,
lo so. [grazie a dio grazie a dio questa povera Hazel non era
lei.
Seguivano numerose pagine, ma Hazel le gett via senza
leggerle.
In una stanza al piano superiore della casa di Delaware
Park, dove nessuno l'avrebbe disturbata, Hazel tir fuori
le fotocopie dalla busta e le dispose su un tavolo. I suoi
gesti erano lenti e misurati, eppure le tremavano lievemente
le mani, quasi presagisse che quello che Thaddeus
Gallagher aveva scoperto non era una buona notizia.
Gli articoli di giornale erano stati ordinati cronologicamente.
Hazel si sforz di non andare subito alla fine.
Eppure un titolo attir subito il suo sguardo:
MACABRA SCOPERTA a NEW FALLS
PORTA AL DOTTOR MORTE
Ritrovati scheletri femminili
E
DECEDUTO MEDICO DI NEW FALLS
SOSPETTATO DI CASI INSOLUTI DI RAPIMENTI
AVVENUTI NEGLI ANNI CINQUANTA
La polizia perquisisce la sua abitazione
Rinvenuti degli scheletri
Ai due ritagli erano accluse delle fotografie, che ritraevano
un uomo di mezz'et con un sorriso cordiale: il dottor
Byron Hendricks.
 lui! L'uomo con il panama.
Entrambi gli articoli, tratti dal "Port Oriskany Journal", recavano
la data del settembre 1964. New Falls era un piccolo
sobborgo, relativamente agiato, a nord di Port Oriskany, sul
lago Erie. Hazel si disse, in tono severo:  finita adesso. Qualunque
cosa fosse,  finita. Non ha pi niente a che fare con me.
Era cos. Doveva essere cos. Erano undici anni che non
pensava al dottor Byron Hendricks. In pratica il ricordo di
quell'uomo era svanito dalla sua coscienza.
Hazel torn al primo articolo, anch'esso desunto dal
"Journal", datato giugno 1956.
LA SPARIZIONE DELLA RAGAZZA DI NEW FALLS
POLIZIA E VOLONTARI AMPLIANO LE RICERCHE
Hazel Jones, 18 anni, "scomparsa"
Quella Hazel Jones aveva frequentato le superiori a New
Falls ma aveva abbandonato gli studi all'et di sedici anni.
Era vissuta con la famiglia nella zona rurale intorno a New
Falls e si era mantenuta con vari lavori, "babysitter, cameriera
e donna delle pulizie". Al momento della sua scomparsa,
aveva appena iniziato un lavoro estivo presso un ristorante
della catena Dairy Queen. Numerose persone
l'avevano vista il giorno della sparizione al Dairy Queen; all'imbrunire
era uscita per tornare a casa in bicicletta, a una
distanza di circa cinque chilometri, ma non vi era mai giunta.
In seguito la bicicletta era stata rinvenuta in un canale di
scolo accanto a un'autostrada, a circa tre chilometri da casa.
A quanto risultava non si trattava di un rapimento, non
era stato chiesto un riscatto. Non c'erano testimoni. Secondo
i suoi conoscenti, nessuno aveva motivo di farle del
male, Hazel Jones non conosceva nessuno che potesse
averla minacciata. Le ricerche erano proseguite per giorni,
settimane, infine per anni, ma n lei n il suo cadavere
erano mai stati ritrovati.
Hazel osserv la ragazza della fotografia. Aveva un volto
familiare.
All'epoca della foto Hazel Jones aveva diciassette anni,
capelli scuri ondulati e folti che le arrivavano alle spalle e
le scendevano sulla fronte. Le sopracciglia erano piuttosto
marcate e il naso lungo e dalla punta grossa. Non era carina
ma "colpiva", si sarebbe detto che avesse un che di "esotico".
Aveva la bocca carnosa, sensuale. Eppure c'era in lei
una sorta di pudicizia, perfino di scontrosit. Gli occhi
erano grandi, molto scuri, diffidenti. Cercava di sorridere
al fotografo, ma senza troppa convinzione.
Come assomigliava a Rebecca Schwart a quell'et, Hazel
Jones! Era inquietante. Perfino penoso.
Delle compagne di classe di New Falls dicevano che
Hazel Jones era un tipo "tranquillo", "riservato", "difficile
da avvicinare".
I genitori avevano dichiarato che "non aveva mai accettato
passaggi da sconosciuti, Hazel non era quel genere di
ragazza".
Un altro articolo riportava la foto dei Jones davanti alla
loro "modesta villetta" alla periferia di New Falls. Erano
una coppia di mezz'et, dalle sopracciglia marcate e la
carnagione scura come la figlia, e fissavano l'obiettivo con
sguardo torvo, come dei giocatori d'azzardo decisi a rischiare
pur aspettandosi di perdere.
Le mura perimetrali in finto laterizio della casa dei Jones
trasudavano acqua. Nel giardino brullo erano stati ammucchiati dei detriti.
Gli altri articoli risalivano al 1957, ed erano stati presi da
giornali di Port Oriskany, Buffalo, Rochester e Albany. (Casualmente,
i giornali di Rochester e Albany appartenevano
al gruppo Gallagher.) Nel giugno del 1957 era scomparsa
un'altra ragazza, questa volta di Gowanda, una cittadina a
una cinquantina di chilometri a sudest di Port Oriskany; a
ottobre una terza ragazza era sparita da Cableport, un paese
sul canale Erie Barge, nei pressi di Albany, a centinaia di
chilometri a est. La ragazza di Gowanda si chiamava Dorianne
Klinski, di vent'anni; quella di Cableport, Gloria
Loving, di diciannove anni. Dorianne era sposata, Gloria
fidanzata. Dorianne era "sparita nel nulla" mentre tornava
a casa a piedi dal negozio in cui lavorava come commessa.
Anche Gloria era scomparsa in circostanze simili, mentre
rientrava a casa da Cableport percorrendo l'alzaia del canale
dell'Erie, un tragitto di un chilometro e mezzo.
Come assomigliavano alla Hazel Jones di New Falls
quelle ragazze! Capelli scuri, non belle.
Nei numerosi articoli su Dorianne e Gloria non si faceva
riferimento alla Hazel Jones di New Falls. Ma negli articoli
su Gloria Loving si parlava di Dorianne Klinski. Solamente
negli ultimi, riguardanti ragazze scomparse nel
1959, 1962 e 1963, c'erano dei riferimenti alla "prima" ragazza
scomparsa, Hazel Jones. Le forze dell'ordine, sparse
per le diverse contee rurali e urbane dello Stato di New
York, avevano impiegato molto tempo per mettere in relazione
le scomparse.
Hazel leggeva con sempre maggiore difficolt. Piangeva
di dolore, di rabbia.
Quel bastardo! Ecco che voleva: ammazzarmi.
Che scherzo del destino. Era la rivelazione pi straordinaria
della sua vita.
"Hazel Jones": per tutto il tempo, sin dall'inizio, una ragazza
morta. Una ragazza assassinata. Una ragazza ingenua
e fiduciosa che, quando Byron Hendricks aveva avvicinato
Rebecca Schwart sull'alzaia fuori da Chautauqua
Falls, era morta da tre anni. Un cadavere decomposto!
Uno degli scheletri di donna che un giorno sarebbero stati
rinvenuti nell'abitazione di Byron Hendricks.
Hazel si sforz di continuare la lettura. Doveva conoscere
tutta la storia anche se non voleva ricordare. Gli ultimi
articoli riguardavano Byron Hendricks, perch nel settembre
del 1964 l'uomo era stato smascherato. L'articolo pi
corposo occupava un'intera pagina del "Port Oriskany
Journal", al cui centro campeggiava una foto ovale che ritraeva
il volto sorridente e cordiale del "dottor Hendricks"
circondato da altre foto, anch'esse ovali, delle sei vittime
"note".
Alla fine Hendricks era morto. Il bastardo non era stato
rinchiuso in qualche manicomio. Almeno rimaneva quella
soddisfazione.
Hendricks aveva cinquantadue anni al momento della
morte. Era vissuto solo per anni in una "spaziosa" casa in
mattoni a New Falls. Si era laureato alla facolt di Medicina
dell'Universit di Buffalo ma non aveva mai praticato
la professione, mentre il suo defunto padre aveva esercitato
per quasi cinquantanni; si definiva un "ricercatore medico".
I suoi vicini di New Falls lo descrivevano come "un
tipo cordiale ma riservato", "sempre gentile, allegro", "un
gentiluomo", "sempre elegante".
Secondo la ricostruzione della polizia, l'unica delle sue
vittime con cui Hendricks aveva avuto contatti era stata la
diciottenne Hazel Jones, che "occasionalmente aveva lavorato
come donna delle pulizie" a casa sua.
Hendricks era stato trovato morto in una stanza al piano
superiore della sua abitazione, il corpo in avanzato stato
di decomposizione dopo dieci o pi giorni dal decesso.
In un primo momento si era creduto che fosse morto per
cause naturali, ma l'autopsia aveva rivelato che si era trattato
di un'overdose di morfina. La polizia aveva rinvenuto
ritagli di giornale riguardanti le ragazze scomparse e
altre "prove schiaccianti". Una perquisizione della casa e
dell'ettaro di terreno incolto aveva portato alla scoperta di
scheletri femminili, "presumibilmente" appartenenti a sei
donne.
Sei. Si era portato via sei Hazel Jones.
Con quanto entusiasmo, con quanta ingenua speranza
lo avevano seguito si poteva solo immaginare.
Hazel non si era seduta dietro il lungo e stretto tavolo da
lavoro, nella stanza dove spesso si ritirava (lass, nell'arieggiato
terzo piano della casa che Gallagher le aveva comprato,
Hazel si sentiva pi a suo agio: seguiva dei corsi serali
presso il vicino Canisius College, e studiava su quel tavolo),
ma era chinata su di esso, appoggiata sulle palme delle mani.
Pian piano cominci ad avvertire un capogiro. Sentiva la
testa pulsarle, come sul punto di scoppiare. Non sarebbe
svenuta! Non si sarebbe arresa alla paura, al panico. Invece
si sorprese a ridere. Non la risata delicata e femminile di
Hazel Jones, ma una risata aspra, amara, tagliente.
Che scherzo! "Hazel Jones"  tutto uno scherzo.
Il senso di colpa le provoc un moto di nausea. Il sapore
di un intruglio nero e freddo in gola. Poi vide davanti
agli occhi lo spigolo del tavolo. Batt la fronte contro una
superficie affilata come la lama di un'accetta, e d'un tratto
croll a terra svenuta, e quando, dopo un po', forse cinque
minuti, forse venti, tent di rialzarsi, sanguinante e ignara
di dove diavolo fosse e di cosa fosse accaduto, stava ancora
ridendo o cercava di farlo per uno scherzo che non riusciva
a ricordare.
Quella notte, accanto a Gallagher. Pensava: Adesso lo sveglio.
Gli dico chi sono. Gli dico che la mia vita  stata tutta una
bugia, un brutto scherzo. Hazel Jones non esiste. Sono io, non
lei. Ma Gallagher dormiva come sempre, sprofondato nell'oblio
del sonno, il corpo accaldato, con il respiro pesante,
che si dimenava e scalciava tra le lenzuola, e nel dormiveglia
si lamentava come un bambino abbandonato e
allungava il braccio per cercare Hazel Jones, per sfiorarla,
toccarla, accarezzarla, stringerla, adorava Hazel Jones, e
cos non lo svegli, e alla fine, prima dell'alba, anche
Hazel Jones si addorment.


Parte terza.
Oltre la casa di pitra nel cimitero.


1.

Per tutta l'estate e l'autunno del 1974 la casa risuon dell'Appassionata
di Beethoven. Che musica!
Come in un sogno la madre del giovane pianista girava
per casa a occhi aperti ma senza vedere. Come un'innamorata
si ritrovava davanti alla porta chiusa della stanza
con il pianoforte, rapita.
Ce la far. La suoner.  il suo momento.
Non avendo orecchio per le sottigliezze dell'interpretazione
pianistica, non era in grado di valutare quanto la sonata
che udiva si discostasse dall'esecuzione di Arthur
Schnabel ascoltata venticinque anni prima nel salotto della
casa di pietra nel cimitero.
Dentro la stanza, il figlio, nel suo estremo rigore, attaccava
a suonare e si fermava. Ricominciava e si fermava. Prima
solo con la mano sinistra, poi con la destra. Quindi con
entrambe le mani, riprendendo da capo, fermandosi di
colpo e ripartendo dall'inizio come un bimbo che cominci
ansiosamente a camminare, incespicando e agitandosi per
mantenere l'equilibrio. Zack era in grado di eseguire la
sonata tutta di seguito: sapeva suonarla da cima a fondo,
ogni singola nota. Poteva farlo, aveva la capacit di esecuzione
del pianista prodigio. Ma ci voleva una risonanza
pi profonda. Una disperazione pi autentica.
La disperazione, supponeva Hazel, sottesa al brano stesso.
Quella del suo compositore, Beethoven. Era nell'anima
di quell'uomo che il giovane pianista doveva calarsi. L'ascoltava,
chiedendosi se la scelta di eseguire quella sonata
non fosse stata avventata. Suo figlio era troppo giovane:
quella non era musica adatta a un ragazzo. Ascoltava in
uno stato di eccitazione quasi febbrile. Si allontan barcollando,
esausta, per evitare che Zack si accorgesse che stava
origliando dietro la porta, lo avrebbe irritato ed esasperato,
visto che conosceva sua madre cos profondamente.
 gi tanto che non impazzisca io, mamma, non voglio essere
responsabile anche della tua pazzia.
Era inquieto! A quindici anni era arrivato secondo al concorso
per giovani pianisti di Montreal del 1972, e a sedici
anni, nel 1973, aveva vinto il concorso per giovani pianisti
di Philadelphia; adesso che stava per compiere diciotto
anni si preparava per il concorso internazionale di pianoforte
di San Francisco.
Ore intere. Ogni giorno seduto al pianoforte. Al conservatorio,
a casa. La sera e la notte, in preda agli spasimi della
musica che irrompeva nel suo cervello durante il sonno
con la spaventosa potenza di una cascata. Quella musica
non veniva da lui, non doveva essere ostacolata, soffocata.
Una gigantesca marea all'orizzonte! Una marea che racchiudeva
il tempo e lo spazio, chi era morto da lungo tempo
e chi era in vita. Soffocare una tale forza significava rimanere
asfissiati. A volte, chino sulla tastiera, avvertiva un
disperato bisogno di aria, di ossigeno. Il pianoforte odorava
di avorio invecchiato, di legno pregiato, lucidato, era
come un veleno. Eppure in altri momenti, lontano dallo
strumento, sapendo che doveva riposare se non voleva
smarrire la ragione, persino durante le passeggiate nel Delaware
Park e con qualcuno accanto (forse Zack era innamorato),
era sopraffatto da una sensazione di impotenza,
dalla paura di morire soffocato se non fosse riuscito a completare
un passaggio musicale che lottava per farsi strada
in lui, ma le sue dita erano impotenti senza una tastiera, e
cos per non soffocare tornava davanti al pianoforte.
Cerco di non impazzire, mamma. Aiutami.
In realt era lei che incolpava.
Ormai solo di rado le permetteva di toccarlo.
Perch Zack era innamorato (forse). Di una ragazza di
due anni pi grande di lui; l'aveva conosciuta a lezione di
tedesco, era una seria musicista, suonava il violoncello.
Anche se come violoncellista non sono brava come te con il
pianoforte, Zack! Grazie a Dio!
Era il modo schietto di esprimersi di quella ragazza, il
modo di ridere quando vedeva quell'espressione sul viso
di lui. Non erano ancora in rapporti intimi, non si erano
nemmeno sfiorati. Lei non poteva consolarlo con un bacio,
per la sorpresa che gli aveva causato con quella frase. Perch
per Zack la musica era sacra, non si doveva riderne,
cos come non si ride della morte.
Eppure si pu ridere della morte. Quando se ne  ancora molto
lontani, come lontana era l'alzaia, nel ricordo della sponda
erbosa del canale lungo la quale avevano passeggiato,
mentre loro camminavano nella parte pi vicina, erbosa e
ricoperta di vegetazione, dove non c'era nessuno eccetto
lui e la mamma (era cos piccolo che lei doveva tenerlo
per mano perch non cadesse!).
Ridere della morte quando se ne pu varcare la soglia, perch
diavolo no!
Lei lo sapeva. Una madre lo capisce.
Cominciava a essere guardinga, preoccupata. Suo figlio
si stava allontanando da lei.
Non era il pianoforte, lo studio rigoroso che richiedeva.
Hazel non era mai stata gelosa del pianoforte!
Quando lo sentiva suonare pensava:  la cosa migliore
per lui.  nato per quello. Trovava conforto nel pensiero che
lui le apparteneva. Piuttosto, quello che temeva era un rifiuto
del pianoforte.
Del proprio talento, del "successo". A volte lo sorprendeva
a studiarsi le mani, le esaminava con occhio clinico e
distaccato, con un lieve stupore. Sono le mie?
Temeva che si danneggiasse le mani. In qualche modo.
Zack era interessato alla storia europea: alla Seconda
guerra mondiale. Si era iscritto a un corso universitario.
Gli piacevano la filosofia, la religione. La sua voce aveva un
tono febbrile, un tremore ansioso. Come se i segreti del
mondo potessero svelarglisi, se solo avesse avuto la chiave.
Con grande sgomento di Hazel, Zack prese a parlare
delle cose pi assurde! Un giorno si trattava delle antiche
Upanishad indiane, un altro del filosofo tedesco del Diciottesimo
secolo Schopenhauer, un altro ancora della Bibbia
ebraica. Svilupp un atteggiamento polemico, aggressivo.
Una sera a cena, come se tra loro ci fosse una questione
che evitavano di affrontare, all'improvviso se ne usc: Tra
tutte le religioni, la pi antica non  quella pi vicina a
Dio? E chi  "Dio"? Cos' "Dio"? Dobbiamo conoscere questo
Dio, o solo il nostro prossimo? Il nostro posto  accanto
a Dio o siamo soli sulla terra?. Aveva un'espressione
beffarda, accalorata. Teneva i gomiti appoggiati sul tavolo,
curvo in avanti.
Gallagher cerc di ragionare con il figliastro, pi o meno
seriamente. Be', Zack! Mi fa piacere che ti poni queste domande.
La mia opinione  che tramite la religione l'umanit
cerca di venire a patti con una dimensione "altra" rispetto
all'uomo. Ogni religione fornisce delle risposte
diverse, prescritte da una casta di sacerdoti che si conferiscono
da s il potere, e ognuna, puoi esserne certo, afferma
di essere l'"unica" religione, quella consacrata da Dio.
Ma ci non significa che non esista una religione vera.
 come se ci fossero dodici risposte a un problema algebrico,
undici sbagliate ma una esatta.
Ma "Dio" non  un problema matematico dimostrabile,
Zack. "Dio"  solo un termine onnicomprensivo con cui
ammantiamo la nostra ignoranza.
Oppure, forse replic Zack tutto infervorato, le varie
forme del linguaggio umano sono rozze e inadeguate e
tendono tutte allo stesso fine, ma la diversit tra le lingue
crea confusione. Per dire, "Dio"  dietro le religioni, come
il sole che non puoi guardare direttamente se non vuoi accecarti,
ma se non ci fosse nessun sole, be', allora saresti
davvero cieco, perch non vedresti un accidente di niente.
Potrebbe essere cos?
Che Hazel sapesse, a parte la musica Zack non aveva
mai parlato cos appassionatamente di alcunch. Inclinava
goffamente i gomiti sul tavolo, come candele tremolanti,
contorcendo il viso in un modo che a Hazel ricordava
orribilmente Jacob Schwart.
Suo figlio! Lo fissava mortificata e addolorata.
Gallagher disse, cercando di stemperare i toni: Zack,
non lo so! Per, abbiamo un teologo in erba.
Zack replic piccato: Non assecondarmi, "pap", va
bene? Non sono il tuo zimbello.
Gallagher aveva adottato legalmente Zack, che a volte lo
chiamava "pap", di solito in tono allegro, affettuoso. Ma
in quell'occasione, come era gi capitato, con un certo sarcasmo
adolescenziale.
Gallagher ribatt prontamente: Non ti sto assecondando,
Zack. Il problema  che discussioni di questo tipo
turbano le persone senza approdare ad alcun risultato. Le
religioni si assomigliano tutte, no? Hanno una sorta di
scheletro in comune e, come gli esseri umani, con gli scheletri....
Gallagher s'interruppe, notando l'espressione insofferente
di Zack. Concluse, seccato: Credimi, ragazzo,
io lo so. Ci sono passato.
Zack ribatt in tono burbero: Non sono un ragazzo. Se
per ragazzo intendi un idiota, non sono un ragazzo, cazzo.
Con un sorriso forzato, determinato a ricondurre il figliastro
a un atteggiamento pi rispettoso servendosi del proprio
carisma, Gallagher argoment: Le persone intelligenti
disputano da millenni su tali questioni. Se trovano
un accordo,  per un'esigenza emotiva, non perch ci sia
qualcosa di autentico su cui "concordare". L'essere umano
desidera ardentemente credere in qualcosa, e finisce per
credere a tutto.  come morire di fame: mangeresti qualsiasi
cosa, giusto? Nella mia esperienza....
Senti, "pap", tu non sei me. Nessuno di voi  me. Capito?
Zack non gli si era mai rivolto cos sgarbatamente. Gli
occhi scintillavano rabbiosi, sul punto di scoppiare in lacrime.
Forse quel giorno aveva avuto una lezione di pianoforte
particolarmente faticosa con il suo insegnante. La sua vita
si era ingarbugliata seguendo percorsi ignoti a Hazel,
perch si teneva tutto dentro e lei non osava affrontarlo.
Gallagher tent ancora di ragionare con lui, con quel
suo modo affabilmente bonario cos efficace quando compariva
in televisione (ogni settimana partecipava a uno
show dell'emittente wben-tv di Buffalo, che apparteneva
al gruppo Gallagher Media), ma non fece alcuna presa sul
ragazzo, che si agitava insofferente, e alzava gli occhi al
cielo mentre Gallagher parlava. Hazel assisteva alla scena
sconsolata, smarrita. Capiva che Zack stava sfidando lei,
non Gallagher. Lei che sin dall'infanzia gli aveva insegnato
che la religione era roba per quegli altri, non per loro.
Povero Gallagher! Era rosso in viso e ansimante come
un atleta di mezza et soddisfatto delle proprie prestazioni
che sia appena stato sconfitto da un rivale pi giovane
che aveva preso sotto gamba.
Zack stava dicendo: La musica non  tutto! Occupa solo una parte del cervello. Io ho un cervello intero, Cristo
santo! Voglio sapere quello che sanno gli altri. Deglutiva
a fatica. Aveva cominciato a radersi, e le mandibole erano
pi scure, il piccolo labbro superiore ricoperto di una peluria
bruna. Passava con incredibile rapidit dall'irascibilit
infantile a una pacata serenit, a una gelida alterigia.
Non aveva lanciato nemmeno uno sguardo a Hazel durante
quella discussione con Gallagher, n lo fece quando,
in un impeto improvviso, afferm: Voglio conoscere il
giudaismo, da dove viene e cos'.
Giudaismo: quella parola non era mai stata pronunciata
tra lui e la madre. Nemmeno i vocaboli meno formali
ebreo, ebraico.
Gallagher stava dicendo: Certo, lo capisco. Vuoi sapere
tutto quello che  possibile, entro limiti ragionevoli. A cominciare
dalle antiche religioni. Anche per me era cos....
Cominciava a farfugliare, incerto. Era vagamente consapevole
della tensione esistente tra Hazel e Zack. Da uomo
di mondo che godeva di una certa notoriet, era abituato
a essere preso sul serio, con una certa deferenza, ma a casa
sua spesso non sapeva che pesci pigliare. S'incapon: Ma
il pianoforte, Zack! Deve venire prima di tutto.
Zack replic rabbiosamente: Viene per primo. Ma non
viene anche per secondo. O per terzo, o per ultimo, cazzo.
Zack gett il tovagliolo spiegazzato sul piatto. Aveva
appena toccato la cena come sempre preparata amorevolmente
da Hazel. Lei rimase scossa da quello scatto, come
dall'uso premeditato dell'imprecazione "cazzo", sapeva che
l'aveva pronunciata per ferirla. Tremante, con adolescenziale
dignit, Zack scost la sedia dal tavolo e usc dalla
stanza a grandi passi. Gli adulti lo osservarono sbalorditi.
Gallagher cerc a tentoni la mano di Hazel, per confortarla.
Mi sa che ha parlato con qualcuno, eh? All'universit.
Hazel sedeva in silenzio, immobile, sconvolta come se
qualcuno l'avesse schiaffeggiata.
Quella sonata lo mette eccessivamente sotto pressione.
Forse  troppo impegnativa per la sua et.  solo un ragazzo,
sta crescendo. Me lo ricordo bene, quella  un'et
tremenda, Cristo! Sesso sesso sesso. Sai, non riuscivo a
concentrarmi sulla tastiera. Non ti offendere, tesoro.
Per tormentarmi. Per abbandonarmi. Lui mi odia. Perch?
Evit il figlio e il marito. Non sopportava di sentirsi cos
messa a nudo. Come se ogni vertebra fosse visibile!
Non stava piangendo quando Gallagher le si avvicin
per recarle conforto. Era raro che Hazel Jones piangesse,
detestava quella debolezza.
Gallagher le parl, con tenerezza, in maniera persuasiva.
Nel letto lei se ne stava immobile tra le sue braccia. Voleva
proteggerla, adorava Hazel Jones. Desiderava difenderla
da quel villano adolescente del figlio. Comunque la
rassicur che ovviamente Zack non intendeva quello che
aveva detto, l'amava e non voleva farle del male, questo
doveva saperlo.
S, lo so.
E anch'io ti amo, Hazel. Darei la vita per te.
Parl a lungo: era il modo di Gallagher di amare una
donna, con le parole oltre che con il corpo. Non era come
l'altro, che ricorreva raramente alle parole. Tra lei e quell'uomo,
il padre di suo figlio, il legame era pi intimo, ma
ormai era finito, estinto. Non avrebbe pi potuto amare
un uomo in quel modo: la sua vita sessuale, cos erotica, si
era conclusa.
Era profondamente riconoscente a Gallagher, la stimava
come l'altro non aveva fatto. Eppure, proprio in quella
stima che nutriva nei suoi confronti, lei percepiva la sua
debolezza.
Non voleva essere rincuorata, anzi! Preferiva quasi sentire
l'insulto indirizzato al suo cuore.
Pensava sprezzante: Nel regno animale i deboli soccombono
presto. Questa  la religione: l'unica.
Eppure era tornata spesso di nascosto nel parco dove l'uomo
con la tuta da lavoro sporca l'aveva avvicinata e le aveva
rivolto la parola.
Mi chiamo Gus Schwart.
Lei assomiglia a una persona di mia conoscenza.
Ma non l'aveva pi rivisto. Gli occhi le si riempivano di
lacrime per l'indignazione e lo sgomento suscitati dalla
speranza che aveva di rivederlo, quell'uomo spuntato fuori
dal nulla.
Come le aveva trapassato il cuore quella voce! Aveva
pronunciato il suo nome, non lo sentiva da anni.
Mia sorella Rebecca, vivevamo a Milburn...
Aveva cercato il nome Schwart nell'elenco telefonico e
aveva chiamato tutti i numeri che vi comparivano, ma
invano.
Aveva fatto lo stesso anche a Montreal; a Toronto, quando,
negli ultimi anni, vi si erano recati, aveva fatto delle
inutili telefonate, perch nutriva la vaga convinzione che
Herschel vivesse da qualche parte in Canada, non aveva
forse detto che avrebbe attraversato la frontiera per sfuggire
ai suoi inseguitori?...
Se  vivo. Se c' ancora qualche Schwart in vita.
Era preoccupata come mai le era capitato in occasione dei
primi concorsi, quando si diceva:  giovane, ha tempo, perch
adesso suo figlio aveva quasi diciotto anni, stava maturando
rapidamente. Aveva un carattere nervoso, ansioso
e sensuale. Impulsivo, irascibile. Il nervosismo gli procurava
degli sfoghi che gli deturpavano la fronte. Non rivelava
ai genitori che soffriva di dispepsia, di stitichezza.
Ma Hazel lo sapeva.
Non sopportava l'idea che il suo dotato figlio potesse fallire.
Sarebbe morta se dopo essere giunto sino a quel punto
avesse fatto fiasco.
Il soffio di Dio.
Il caff lungo la strada a Apalachin, New York! Il bambino
accaldato sulle sue ginocchia, rannicchiato tra le braccia
della mamma mentre allungava bramoso le mani per
suonare la tastiera malridotta di un vecchio pianoforte
verticale. In un alone di fumo, con un pungente odore di
birra, tra schiamazzi di ubriachi e risa di sconosciuti.
Ges, come fa, un bambino cos piccolo?
Sorrise a quel ricordo, allora erano felici.
Era un affabile ubriacone con qualche anno pi del suo
amico Gallagher, ansioso di conoscere la sua famigliola.
Si present come "Zack Zacharias". Aveva saputo che il
figliastro di Gallagher era un pianista che portava il suo
stesso nome, "Zacharias".
Accadde al Grand Island Yacht Club, dove Gallagher
aveva portato la sua famigliola per festeggiare l'ingresso
di Zack fra i tredici finalisti del concorso pianistico di San
Francisco.
La filosofia di Gallagher era: Festeggia quando puoi,
potrebbe non esserci un'altra occasione.
L'affabile ubriacone con i capelli brizzolati tagliati a
spazzola, il viso bitorzoluto a patata e gli occhi dallo sguardo
allegro, arrossati come se li avesse stropicciati con le
nocche, faceva lo slalom fra i tavoli per avvicinarsi al loro,
sulla sponda del fiume.
Era venuto per salutare Gallagher, conoscere la sua signora,
ma soprattutto per parlare con il giovane Zacharias.
Che coincidenza, eh? Mi piace credere che le coincidenze
abbiano un qualche significato, anche se probabilmente
non  cos. Ma tu sei il non plus ultra, figliolo: un musicista.
Ho letto di te sui giornali. Io sono un vecchio e malridotto
DJ. Ventisei fottuti anni a Radio Meraviglia wben, che trasmette
il miglior jazz della notte inton con voce bassa in
una bellissima e lievemente ironica modulazione da annunciatore
radiofonico di pelle nera, e quei pidocchiosi figli
di puttana mi stanno cacciando dalla radio. Senza offesa,
Chet: lo so che non  colpa tua, ma del tuo fottuto vecchio
Thaddeus. Il mio vero nome, figliolo, a quel punto si
chin sul tavolo per stringere la mano al ragazzo intimidito,
 Alvin Block Jr. Non ha lo stesso swing, eh?
Con una risata ansimante dimen il bacino, mentre il
maitre in livrea bianca si avvicinava precipitosamente per
portarlo via.
(Il Grand Island Yacht Club! Gallagher aveva un'aria contrita,
persino un po' riluttante sull'argomento.
In quanto celebrit locale, Chet Gallagher era membro
onorario di quel circolo. Quel dannato club aveva una certa
reputazione - Gallagher la definiva invariabilmente una
"sporca reputazione" - di discriminazione verso gli ebrei, i
neri, le "minoranze etniche", e naturalmente le donne; era
un club privato sul fiume Niagara frequentato esclusivamente
da individui di razza bianca e di religione protestante.
Senza dubbio Gallagher disprezzava simili associazioni
in quanto antidemocratiche e antiamericane, ma a quel club
appartenevano parecchi suoi buoni amici, lo Yacht Club era
un locale di "antica veneranda tradizione" nella zona di
Buffalo, fondato negli anni Settanta dell'Ottocento, quindi
aveva deciso di accettare la loro ospitalit offerta con tanto
garbo, visto che Chet Gallagher non era regolarmente iscritto.
E la vista che da l si gode del fiume Niagara  spettacolare,
soprattutto al tramonto. Ti piacer, Hazel.
Hazel gli aveva chiesto se sarebbe stata ammessa nella
sala da pranzo del circolo.
Naturalmente, Hazel! Tu e Zack, in quanto miei ospiti.
Anche se sono una donna? I soci non faranno storie?
Le donne sono senz'altro ben accette allo Yacht Club.
Mogli, parenti e ospiti dei soci.  lo stesso dell'Athletic
Club di Buffalo, ci sei stata.
Perch?
Perch cosa?
Perch le donne sarebbero "ben accette" se non lo sono?
E gli ebrei e i ne-gri? Hazel confer alla parola ne-gro
una particolare inflessione.
Gallagher si rese conto che lo stava stuzzicando, e si
sent a disagio.
Ascolta, io non sono un socio con iscrizione regolare.
Ci sono stato solo qualche volta. Ho pensato che fosse un
bel posto dove cenare domenica per festeggiare la bella
notizia di Zack. Fece una pausa, grattandosi energicamente
il naso. Possiamo andare da qualche altra parte, Hazel.
Se preferisci.
Hazel rise, Gallagher sembrava cos imbarazzato.
No, Chet. Io non "preferisco" niente.)
A volte mi sento cos sola. Oh Cristo, cos sola se penso alla vita
da cui mi hai salvata, ma lui l'avrebbe fissata a occhi aperti,
sbalordito e incredulo.
Non tu, Hazel! Mai.
A Buffalo abitavano al numero 83 di Roscommon Circle, a
un chilometro e mezzo dal Conservatorio Delaware, la
Societ storica di Buffalo e la Galleria d'arte Albright-Knox.
Spesso erano invitati, i loro nomi comparivano sulla
lista degli ospiti di riguardo. Gallagher disprezzava la
vita mondana eppure ne era affascinato, lo riconosceva.
Dall'oggi al domani Hazel Jones era diventata la signora
Chet Gallagher, Hazel Gallagher.
Poich, da giovane, era stata una brava e paziente cameriera
di uno "storico" albergo, adesso che era diventata
una giovanile signora di mezza et era l'angelo del focolare
di un'abitazione vittoriana ristrutturata solo in parte, di
cinque stanze, tre piani e tetti spioventi di ardesia. Edificato
nel 1887, il villino era rivestito in legno color guscio
d'uovo con finiture violette. Avere cura della casa aveva
assunto una fondamentale importanza per Hazel, era come
una mania. Cos come suo figlio sarebbe diventato un
concertista, Hazel sarebbe stata la pi esigente delle casalinghe.
Gallagher, che era fuori gran parte del giorno, sembrava
non notare come Hazel stesse diventando fin troppo
scrupolosa riguardo alla casa, perch tutto quello che faceva
lo rallegrava; e naturalmente lui era del tutto negato
per gli aspetti pratici riguardanti la sfera domestica. Pian
piano, Hazel cominci a tenere la contabilit, poich era di
gran lunga pi semplice cos piuttosto che aspettare che
Gallagher se ne assumesse la responsabilit. Lui si curava
ancora meno dei soldi, era indifferente al denaro come solo il figlio di un miliardario pu esserlo.
Con l'istinto di chi non butta mai niente, Hazel conservava
le ricevute e gli scontrini relativi agli acquisti anche
irrisori. Era precisissima nel tenere i conti. Ogni trimestre
spediva con raccomandata le fotocopie delle ricevute a un
commercialista di Buffalo, per la dichiarazione dei redditi.
Gallagher fischiava ammirato. Hazel, sei eccezionale.
Com' che sei cos in gamba?
 di famiglia.
Cio?
Mio padre era un insegnante di matematica.
Gallagher la fiss perplesso. Tuo padre era un insegnante
di matematica?
Hazel rise. No, scherzavo.
Hai conosciuto tuo padre, Hazel? Mi hai detto di no.
Infatti, non l'ho conosciuto. Hazel si asciug gli occhi,
non riusciva a smettere di ridere. Gallagher, che aveva
superato da un pezzo la cinquantina, la fissava con l'aria
grave di un uomo cos innamorato da credere a qualsiasi
cosa gli dica la donna amata. Hazel aveva l'impressione di
avere accesso diretto al suo cuore. Stavo solo scherzando,
Chet.
Si alz sulle punte e gli diede un bacio. Oh, Gallagher
era alto anche se le spalle gli si erano incurvate. Not che i
nuovi occhiali con le lenti bifocali erano sporchi, glieli
sfil e con gesto rapido l pul con la gonna.
La signora Chester Gallagher.
Ogni volta che si firmava con il nuovo nome, le sembrava
che la sua grafia fosse cambiata.
Viaggiavano molto. Frequentavano parecchie persone. Alcune
appartenevano al mondo della musica, altre a quello
dei mezzi d'informazione. Hazel veniva presentata a sconosciuti
molto cordiali come Hazel Gallagher: un nome
che trovava vagamente comico, improbabile.
Eppure nessuno rideva! O almeno non in sua presenza.
Gallagher, che sapeva essere estremamente sentimentale
e sprezzante nella stessa misura, avrebbe preferito
un matrimonio pi formale, ma si persuase che era pi
adeguata una breve cerimonia civile, che si tenne in una
delle aule pi piccole del palazzo di giustizia della contea
di Erie. L'ultima cosa che vogliamo sono le telecamere,
giusto? Pubblicit. Se mio padre lo scoprisse... La cerimonia,
che dur appena dieci minuti, venne celebrata da
un giudice di pace in un uggioso sabato mattina di novembre
del 1972: il giorno esatto del decimo anniversario
del loro incontro al piano-bar di Malin Head Inn.
Zack, il figlio adolescente della sposa, in giacca e cravatta,
era l'unico testimone. Sembrava imbarazzato ma anche
contento.
Gallagher era convinto che fosse stato lui a indurre Hazel
Jones a sposarlo. Diceva scherzando che Hazel aveva
fatto di lui un uomo onesto.
Dieci anni!
Un giorno, tesoro, dovrai spiegarmi perch.
Perch cosa?
Perch per dieci lunghi anni non hai voluto sposarmi.
Sono stati dieci brevissimi anni.
Interminabili per me! Ogni giorno temevo che tu sparissi.
Svanissi nel nulla. Che avresti preso Zack e mi avresti
lasciato con il cuore infranto.
Hazel rimase stupita. Naturalmente Gallagher stava solo scherzando.
Forse non l'ho fatto perch non pensavo di essere degna
di sposarti. Forse  stato per questo.
Accompagn la frase con l'enigmatica, allegra risata di
Hazel Jones. L'intonava alla perfezione, come uno dei
passaggi musicali che Zack eseguiva con disinvoltura.
Degna di sposare me! Dai, Hazel.
Nello stesso palazzo di giustizia, Gallagher adott
Zack. Era cos orgoglioso! Cos felice! Era il coronamento
della sua vita di uomo.
L'adozione fu istruita in quattro e quattr'otto. Bast un
incontro con il suo avvocato e un altro con un giudice della
contea. Vennero redatti e firmati dei documenti legali, e
una fotocopia del certificato di nascita di Zack sgualcito e
recante macchie di umidit rilasciato in duplicato dalla
contea di Chemung, New York, fin negli archivi del palazzo
del consiglio di contea.
Zack assunse legalmente il nome di Zack Gallagher, ma
mantenne il nome d'arte di Zacharias Jones.
Zack scherzava dicendo di essere il ragazzo pi grande
mai adottato nella contea di Erie: aveva quindici anni. Ma
mentre stava per firmare l'atto volse bruscamente il capo
per non farsi vedere da Gallagher e da Hazel.
Ehi, piccolo. Ges.
Gallagher lo abbracci forte. Baci il ragazzo sulla bocca.
Gallagher, da uomo sentimentale qual era, non si cur
che lo vedessero piangere.
Sembravano due cospiratori, madre e figlio. Quando erano
soli scoppiavano a ridere, risa nervose, sfrenate, esplosive,
che avrebbero scandalizzato Gallagher.
Era cos divertente! Bastava un nulla per scatenare la loro
ilarit.
Zack era rimasto affascinato dal suo certificato di nascita.
Sembrava che non lo avesse mai visto prima. Era stato
nascosto da Hazel Jones insieme ai suoi segreti, un piccolo involto che si portava dietro dai tempi di Poor Farm
Road.
Zack volle sapere se il certificato fosse autentico, e Hazel
rispose seccamente di s. Lo era.
Mi chiamo "Zacharias August Jones" e il nome di mio
padre  "William Jones"? Chi diavolo  "William Jones"?
"Era."
"Era" cosa?
"Era", non "". Il signor Jones adesso  morto.
Segreti! Nel piccolo involto nascosto nel petto, l dove un
tempo c'era il cuore. Quanti segreti, a volte le impedivano
di respirare.
Thaddeus Gallagher, per esempio. I suoi regali e le appassionate
lettere d'amore alla Carissima Hazel Jones.
Nell'autunno del 1970, poco dopo che Hazel aveva ricevuto
la prima di quelle missive, un individuo che prefer
essere designato come un anonimo benefattore don una
considerevole somma di denaro al Conservatorio musicale
Delaware, destinata all'istituzione di borse di studio e di
fondi per i viaggi del giovane pianista Zacharias Jones. I
soldi sarebbero stati impiegati per i numerosi concorsi internazionali
ai quali partecipavano i giovani concertisti
nella speranza di vincere premi, acquisire notoriet, scritture
e contratti discografici, e la donazione dell'anonimo benefattore
avrebbe permesso a Zacharias di viaggiare a suo
piacimento. Gallagher, che aveva intenzione di gestire la
carriera di Zack, era ben consapevole di quelle possibilit.
Andr Watts aveva diciassette anni quando Lonard
Bernstein lo diresse nel Concerto in Mi bemolle di Liszt, che
fu trasmesso dalla televisione in tutto il paese. Una bomba.
E ovviamente c'era il precedente del leggendario concorso
Cajkovskij del 1958 nel quale il ventiquattrenne Van
Cliburn vinse il primo premio e torn in Unione Sovietica
assurto ormai a celebrit internazionale. Gallagher lo sapeva!
Ma nutriva dei forti sospetti riguardo all'identit di
quell'anonimo benefattore. Quando gli amministratori del
conservatorio rifiutarono di rivelargli l'identit del benefattore,
Gallagher reag con sospetto e sdegno. Mi sa che 
lui. Dannazione! si lament con Hazel.
Lui chi? domand ingenuamente la moglie.
Il mio dannato padre, chi altri! L'"anonimo benefattore"
ha donato tremila dollari al conservatorio, dev'essere
lui. Deve aver scoperto che Zack studia nel Vermont. Gallagher
era furioso ma impotente, come un uomo cui abbiano
segato le gambe. La voce assunse d'un tratto un tono
dolcemente implorante: Hazel, non posso tollerare
che Thaddeus interferisca ancora nella mia vita.
Hazel lo stette ad ascoltare, comprensiva. Non gli fece
notare: Non  la tua vita, ma quella di Zack.
Era l'istinto rapace di una madre. Notava come la pelle
del figlio irradiasse un calore sensuale. I suoi occhi, eccitati
e pieni di desiderio, eludevano colpevoli quelli di lei.
Era irrequieto! Trascorreva troppe ore al pianoforte. Intrappolato
in una gabbia di note scintillanti.
Quando usciva tornava tardi. A mezzanotte e oltre. Una
notte addirittura alle quattro. (Hazel lo aspett sveglia.
Immobile, non voleva disturbare Gallagher.) E una notte
di settembre, solo tre settimane prima del concorso di San
Francisco, rimase fuori fino all'alba, torn che puzzava di
birra, malfermo sulle gambe, tutto scompigliato e con l'aria
spavalda.
Zack! Buongiorno.
Hazel non lo rimprover. Gli parl in tono lieve, senza
redarguirlo. Sapeva che se avesse provato a toccarlo lui si
sarebbe ritratto. In preda a un improvviso attacco d'ira
avrebbe potuto colpirla, prenderla a pugni come aveva
fatto da piccolo. Ti odio, mamma! Dannazione ti odio ti odio ti
odio! Non doveva fissare in maniera troppo morbosa il viso
non rasato del figlio. Non doveva accusarlo di voler rovinare
le loro vite cos come non doveva implorarlo, pregarlo
o mettersi a piangere anche se quando gli apriva la
porta sul retro per farlo entrare non lo accoglieva mai con
il sorriso di Hazel Jones, pur permettendogli di sfilarle
davanti sgarbatamente nel corridoio con la luce ancora
accesa ansimando come se avesse corso, gli occhi che un
tempo le sembravano cos belli arrossati e gonfi e lo
sguardo velato e quell'odore di sudore, un afrore sensuale,
pungente, sotto l'acre sentore di birra, comunque riuscendo
a comunicargli: Ti amo e il mio amore  pi forte del
tuo odio.
Zack dorm quasi tutto il giorno. Hazel non lo disturb.
Nel tardo pomeriggio torn al pianoforte rigenerato, e
studi sino a sera inoltrata. Gallagher lo ascoltava dal corridoio
scuotendo la testa meravigliato.
Lei lo sapeva!
(Zack si chiese cosa intendesse lei quando gli aveva detto
con quel suo allegro tono scherzoso: Il signor Jones adesso 
morto. Significava che suo padre era morto? Quel padre
che tanto tempo prima gli aveva urlato in faccia e lo aveva
scosso come un pupazzo di pezza e picchiato e scagliato
contro un muro ma che lo aveva anche abbracciato, e baciato
dolcemente sulla bocca lasciandogli un rivolo di saliva
dal sapore di tabacco. Ehi: vi voglio bene! Se lo chiese
mentre le sue dita eseguivano le briose e acute semicrome
discendenti delle estatiche battute finali di una sonata di
Beethoven.)
Strano: Chet Gallagher stava perdendo interesse per la
sua carriera. L'aveva perduto. Dopo l'improvvisa e vergognosa
fine della guerra nel Vietnam, per ironia della
sorte, inopinatamente, la vita pubblica, la politica cominciavano
ad annoiarlo. Proprio quando la sua carriera di
personaggio pubblico era all'apice. (La rubrica che teneva
sul giornale, le trecentocinquanta parole che si vantava di
poter scrivere con la mano sinistra e a occhi chiusi, veniva
ripubblicata e diffusa a livello nazionale, riscuotendo successo.
Il programma televisivo di interviste di cui gli era
stata offerta la conduzione nel 1973 stava conquistandosi
sempre maggior seguito. Nello stesso anno una raccolta
di saggi assemblati alla meglio e fantasiosamente intitolati
Frammenti della (mia) mente divenne a sorpresa un bestseller.)
Perdeva sempre pi interesse per Chet Gallagher e proporzionalmente
diventava sempre pi ossessionato da
Zacharias Jones. Perch era stato proprio lui a scoprire quel
dotatissimo giovane pianista, un esecutore di raro talento,
una sera memorabile a Malin Head Bay...
E adesso  il mio figlio adottivo. Mio figlio.
Gallagher doveva ammettere che a suo padre quel destino
era stato precluso. Perch lui aveva deluso suo padre.
Aveva fallito come pianista classico. Forse per dispetto
verso il genitore, ma in ogni caso aveva fallito, era acqua
passata. Ormai suonava piano jazz solo occasionalmente,
concerti locali per la raccolta di fondi da destinare in beneficenza
e qualche volta alla Tv, ma non pi jazz serio,
Gallagher era diventato un classico borghese bianco, un
padre e marito di mezza et dannatamente noioso, ma felice.
Non c' limite alla felicit. Non c' cool jazz che tenga
al confronto. Era cos devoto alla sua famigliola che aveva
smesso di fumare.
Che strana la vita! Si sarebbe occupato della carriera del
ragazzo perch ne avvertiva la responsabilit.
Naturalmente non doveva forzarlo. Sin dall'inizio aveva
messo in guardia la madre da un simile errore.
Bisogna procedere per gradi. Una cosa per volta. Dobbiamo
essere realistici. Persino Andr Watts, dopo il suo
straordinario successo, si  bruciato. Come Van Cliburn.
Meteore. Gallagher non si aspettava che Zack vincesse il
primo premio al concorso di San Francisco: per un pianista
cos giovane e relativamente senza esperienza, era gi un
grande onore essere arrivato alla finale. La giuria era composta
da giudici appartenenti a varie etnie e non avrebbe
favorito un giovane maschio americano e per di pi bianco.
(O no? Zack avrebbe suonato l'Appassionata.) Zack si
sarebbe misurato con pianisti russi, cinesi, giapponesi, tedeschi,
gi vincitori di concorsi, che avevano studiato con
maestri ben pi illustri degli insegnanti del Conservatorio
Delaware. Bisognava essere realistici; per questo Gallagher
pianificava e progettava il successo al concorso internazionale
di Tokyo che si sarebbe tenuto nel maggio del 1975.
Si chiamava Frieda Bruegger.
Era studentessa al conservatorio, una violoncellista.
Una splendida ragazza dai morbidi lineamenti, con gli
occhi a mandorla, una folta chioma scura arruffata che
sembrava deflagrarle sulla testa, un corpo giovane ed esuberante
molto ben proporzionato. Aveva una penetrante
voce da soprano: Salve, signora Gallagher!.
Hazel sorrideva, perfettamente padrona di s, anche se
fissava alquanto distrattamente la ragazza che Zack aveva
portato a casa, presentandola come un'amica del conservatorio
con cui doveva preparare una sonata per un recital
che si sarebbe tenuto prossimamente. Hazel stava
ammirando lo splendido violoncello scintillante che la ragazza
si era portata dietro, voleva farle delle domande su
quello strumento, ma si accorse che qualcosa non andava;
perch i due ragazzi la stavano guardando in modo cos
strano? Poi si rese conto che non aveva risposto al saluto.
Con le labbra intorpidite articol: Ciao, Frieda.
Frieda! Quel nome risuonava in modo strano dentro di
lei, fu sul punto di svenire.
Si ricord di aver gi visto quella ragazza, al conservatorio.
Insieme a Zack, anche se non da soli. Seguivano un
recital, con un gruppo di giovani musicisti.
 proprio lei. Quella con cui va a letto. Vero?
E cos senza preavviso Zack l'aveva portata a casa, Hazel
non era preparata. Si aspettava da lui riservatezza e
circospezione. Invece ecco che la ragazza le stava davanti,
chiamandola "signora Gallagher". Era molto giovane,
aveva vent'anni. Al suo confronto Zack era solo un ragazzo,
anche se era pi alto di diversi centimetri. E goffo, insicuro.
Nelle relazioni personali Zack non aveva l'entusiasmante
agilit e la grazia che dimostrava al piano. Adesso
si stava grattando il naso, nervosamente. Evitava di guardare
negli occhi Hazel. Era agitato, spavaldo. Gallagher le
aveva detto che era la cosa pi naturale al mondo che un
ragazzo dell'et di Zack avesse una fidanzata, anche pi
d'una, probabilmente oggi i giovani avevano un'attivit
sessuale ben maggiore di quella che in genere aveva la generazione
di Hazel, diamine non c'era niente di male, bastava
che prendessero precauzioni e comunque lui aveva
parlato con Zack (quanto goffamente Hazel poteva solo
immaginarlo), non c'era niente di cui preoccuparsi.
E cos Zack aveva portato a casa quella ragazza decisamente
bella, dagli occhi a mandorla e le sopracciglia scure
non curate, con sorprendenti capelli che sembravano deflagrarle
sulla-testa: Frieda Bruegger.
La ragazza inform Hazel che avrebbero provato una
sonata di Faur per violoncello e pianoforte da eseguire al
recital che si sarebbe tenuto al conservatorio a met dicembre.
Era la prima volta che Hazel ne sentiva parlare, e
non seppe cosa rispondere. (E l'Appassionata? E il concorso
di San Francisco, tra otto giorni?) Ma nessuno aveva
chiesto la sua opinione. Era gi deciso.
Sar il mio primo recital di quella rassegna, signora
Gallagher. Sono molto emozionata!
Voleva renderla partecipe della sua emozione, il dramma
della sua giovane vita. E Hazel si tir indietro, opponendo
resistenza.
Eppure si ferm pi a lungo di quanto avesse supposto
nella stanza del pianoforte, indaffarata in piccole incombenze
domestiche: aggiust i cuscini sul divano sotto la finestra,
apr le veneziane. I due giovani discutevano animatamente
della sonata, esaminando le fotocopie degli
spartiti. Hazel not che la ragazza si teneva piuttosto vicina
a Zack. Sorrideva spesso, mostrava una dentatura robusta,
smagliante, con un piccolo grazioso spazio tra i due
incisivi. Aveva una bellissima pelle liscia, lievemente ambrata.
Il labbro superiore era ricoperto da una peluria appena
visibile. Era cos vivace! Zack si teneva impercettibilmente
discosto da lei. Ma ne era divertito. In diverse
occasioni aveva portato a casa altri giovani musicisti per
esercitarsi, al conservatorio riscuoteva grande considerazione
come accompagnatore al piano. Probabilmente la ragazza
era solo un'amica, una compagna di studi. Ma aveva
meno esperienza musicale di Zack, si affidava a lui in
fatto di musica. Brandiva il magnifico violoncello come se
fosse un simulacro di se stessa: del suo splendido corpo.
Hazel aveva dimenticato il nome della ragazza. Avvert
un vago e indistinto senso di panico, stava accadendo troppo
in fretta.
Per essere una studentessa del conservatorio, la giovane
sfoggiava un abbigliamento non certo castigato: un
maglioncino verde attillato che metteva in rilievo il seno
prosperoso, jeans con borchie di metallo altrettanto attillati
sulle natiche sode. Aveva il vizio di inumidirsi nervosamente
le labbra, respirando con la bocca. Ma non
sembrava davvero a disagio, piuttosto dava l'idea di un
atteggiamento teatrale, esibizionista. Era ricca? Qualcosa
nei suoi modi lo suggeriva. Era consapevole del suo fascino.
Dell'ammirazione che suscitava. Al polso della mano
destra sfoggiava un orologio dall'aria costosa. Le mani,
piuttosto piccole, tozze, non erano adatte a suonare il violoncello.
Non erano affusolate come quelle di Zack. Le unghie
corte non erano smaltate. Hazel si guard le proprie,
perfettamente curate, con smalto rosso corallo che si abbinava
al rossetto... Ma quella ragazza era cos giovane,
piena di vita! Hazel non riusciva a toglierle gli occhi di
dosso, meravigliata.
Quasi senza volerlo chiese loro se gradivano qualcosa
da bere. Coca-Cola, caff...
Rifiutarono cortesemente.
Le venne un pensiero tremendo: Aspettano che me ne vada
e li lasci soli.
Eppure chiese: Questa sonata com'? ... famosa? L'ho
gi sentita?.
Fu Frieda a rispondere, vivace ed entusiasta come una
scolaretta:  una bellissima sonata, signora Gallagher.
Ma probabilmente non la conosce. Le sonate di Faur sono
poco note. La scrisse quando era vecchio e malato, nel 1921;
 una delle sue ultime composizioni, ma non si direbbe!
Faur era un vero poeta, un musicista puro. Questa sonata
 sorprendente, per il modo in cui cambia carattere, il "tema
funebre" si trasforma inaspettatamente in un ritmo
quasi etereo, gioioso. Come se un vecchio malato prossimo
alla morte riuscisse ancora a sollevarsi mentre il corpo
lo sta abbandonando.... La ragazza parl con tale inattesa
intensit che Hazel rimase turbata.
Perch mi dice queste cose, mi considera vecchia? Malata?
Come un tempo aveva l'abitudine di porre un vaso di
fiori sullo Steinway gran coda esposto nel negozio dei fratelli
Zimmerman, Hazel era solita sistemare un mazzo di
fiori nella stanza del pianoforte. Naturalmente Zack non vi
faceva caso. Sembrava notare ben poco di quello che accadeva
tra le mura domestiche, era completamente assorbito
dalla musica. Ma la sua amica li aveva notati subito, come
aveva notato il lustro parquet di legno duro, i tappeti sparsi
ovunque, i guanciali dai colori luminosi sistemati sul divano
sotto il davanzale, le alte finestre che affacciavano sul
prato d'un verde vivido sul retro della casa, dove, con l'umidit
(adesso pioveva, una pioggerella sottile), l'aria riluceva
come un paesaggio sottomarino. Per arrivare in quella
stanza, la ragazza aveva attraversato il pianterreno, aveva
sicuramente notato gli arredi eleganti della casa dei Gallagher.
Sarebbe andata via pensando: La madre di Zack  cos...
Hazel se ne stava in piedi con aria sconsolata, incerta. Sapeva
di dover lasciare soli i ragazzi, dovevano esercitarsi,
ma si sorprese di nuovo a chiedere se avevano bisogno di
qualcosa, e anche quella volta ottenne un educato rifiuto.
Mentre usciva dalla stanza, Frieda le disse: Grazie, signora
Gallagher!  stato un piacere conoscerla.
Ma ci rivedremo, vero? Certo.
Hazel indugi fuori dalla porta, aspettando che cominciassero.
La violoncellista accord il suo strumento, Zack
sedette al piano. Hazel avvert una fitta di invidia a sentir
suonare quei giovani musicisti. Il violoncello produceva
un suono cos profondo, cos intenso. Dopo il pianoforte
era lo strumento che preferiva. Le piaceva di gran lunga
pi del violino. Dopo qualche battuta, smisero e ripresero
dall'inizio. Zack suon, la ragazza ascoltava. Zack disse
qualcosa. Ricominciarono insieme, si fermarono di nuovo.
Quindi ripresero... Hazel ascoltava, affascinata. Perch riusciva
a comprendere la bellezza che promanava da quella
musica, non le fragorose cascate di note del pianoforte che
lasciavano l'ascoltatore col fiato sospeso, non le martellanti
ripetizioni, la solitudine assoluta della grande sonata
di Beethoven, ma i suoni pi tenui, delicatamente intrecciati,
di due strumenti. Il violoncello era predominante, il
pianoforte piuttosto in sottofondo. O almeno cos Zack aveva
scelto di interpretare la sua parte. I due strumenti accoppiati,
pianoforte e violoncello. Hazel rimase ad ascoltare,
profondamente commossa.
Poi si allontan. Aveva del lavoro da sbrigare. Altrove,
in casa, le sue incombenze. Ma non riusciva a concentrarsi,
lontana dalla stanza del pianoforte. Torn, si sofferm nel
corridoio. I due giovani musicisti stavano parlando. Risuon
la risata squillante della ragazza. La voce bassa di
suo figlio. Avevano terminato per quel giorno? Erano quasi
le sei. E quando si sarebbero incontrati di nuovo per preparare
il brano? Dalla porta provenivano voci giovanili, animate,
melodiche. S'intrecciavano, era evidente che i due
ragazzi stavano bene insieme, erano abituati a parlare e
scherzare. Che strano: Zack era diventato diffidente verso
Hazel, guardingo e riservato. Lo stava perdendo. Lo aveva
perso. Ricordava come fosse ieri quando lui aveva cambiato
voce, quella che per cos tanto tempo era stata la voce
acuta di un bambino. Persino adesso ogni tanto tremava e
s'incrinava. Non era ancora un uomo ma neppure un ragazzo.
Naturalmente un giovane di diciassette anni  sessualmente
maturo. Una ragazza come Frieda, il corpo del
tutto formato, sensuale, si era sviluppata molto prima. Da
lungo tempo Hazel non vedeva suo figlio nudo n lo desiderava,
ma le era capitato di scorgere gli ispidi peli scuri
che spuntavano dalle ascelle, la peluria scura che gli ricopriva
gli avambracci e le gambe. Il corpo della ragazza le
sarebbe risultato pi familiare rispetto a quello di Zack,
come il suo di quand'era giovane, ormai perduto.
Probabilmente Frieda stava rispondendo a una domanda
di Zack, stava parlando della sua famiglia. Suo padre
era un chirurgo oculista a Buffalo, era originario di quella
citt. La madre era nata in un piccolo villaggio della Germania
vicino al confine con la Cecoslovacchia. Da ragazza
era stata deportata a Dachau con tutta la famiglia, i parenti
e i vicini ma in seguito era stata assegnata a un campo
di lavoro in Cecoslovacchia, aveva cercato di fuggire con
altre tre ragazze ebree, dopo la liberazione da "profuga"
era emigrata in Palestina, poi nel 1953, a venticinque anni,
negli Stati Uniti. I nazisti avevano sterminato l'intera famiglia:
non si era salvato nessuno. Ma lei aveva una convinzione:
Ci dev'essere una ragione per cui  sopravvissuta.
Ne  convinta!. Frieda rise, quasi a prendere le
distanze da quel convincimento della madre, che reputava
ingenuo. Zack disse: Ma c', Frieda. Cos puoi suonare
la seconda sonata di Faur e io posso accompagnarti.
Hazel si allontan dalla stanza del pianoforte, con la sensazione
che la sua anima fosse stata annientata, spenta.
Cos sola!
Non riusciva a piangere, lo trovava inutile. Senza nessuno
a vederti, era uno spreco di lacrime.
Hai voluto la bicicletta, adesso pedala.
Hai voluto la bicicletta, la bicicletta. Adesso pedala, tu!
Le voci sguaiate, rudi della sua infanzia. Le antiche voci
della saggezza.
L'attico scarsamente arredato al terzo piano della casa
era diventato il rifugio di Hazel, che vi si rintanava come
un animale ferito. Da quella distanza non poteva sentire se
la giovane coppia avesse ricominciato a esercitarsi. Non
sent nemmeno quando la ragazza and via, o se Zack usc
con lei. Se anche l'aveva chiamata non l'avrebbe sentito. Se
la ragazza l'aveva salutata con la sua voce calda e penetrante
- Arrivederci signora Gallagher! - non l'aveva sentita.
Non  vero quello che hai sempre pensato. Non sei riuscita a salvarti
da lui. Pa' era troppo intelligente, troppo veloce. Ed era
anche dannatamente forte. Ha puntato il fucile sul tuo scheletrico
petto di ragazza e ha premuto il grilletto. Ecco com'
andata. E dopo aver dato le spalle a quello che giaceva sanguinante
e maciullato sul pavimento della camera da letto come un
pezzo di carne macellata trionfante sui nemici che non l'avrebbero
pi sottomesso e umiliato, ricaric il fucile che come la radio
Motorola era uno degli straordinari acquisti della sua esperienza
americana, si punt contro goffamente le canne dell'arma
e spar, e dopo quella tremenda deflagrazione ci fu solo il silenzio
perch non era rimasto nessun testimone.
Ridere della morte. Perch no? Eppure non ci riusciva.
La terra era satura di sangue. Lo sapeva, prima di conoscere
Frieda Bruegger. Sapeva dei campi di sterminio nazisti,
della "soluzione finale". Sembrava gi sapere quello
che avrebbe potuto apprendere in anni di studio. Ridere
della morte non era possibile da questa parte della morte.
Come appariva frivola, effimera, insignificante la musica,
fra tutte le conquiste degli esseri umani. Si smorzava
nel silenzio persino mentre la si suonava. E per suonarla
bisognava impegnarsi duramente, e con ogni probabilit
comunque si falliva.
Gli ripugnava la sua vanit. La sua ridicola ambizione.
Sarebbe stato messo a nudo, su un palcoscenico dalle luci
sfolgoranti. Si sarebbe esibito come una scimmia ammaestrata.
Davanti a una giuria "internazionale". Avrebbe profanato
la musica, mostrando la propria vanit. Come se i
pianisti fossero cavalli da corsa da aizzare uno contro l'altro,
su cui scommettere. Naturalmente ci sarebbe stato un
"premio in denaro".
Sei giorni prima della partenza per San Francisco inform
gli adulti: Zacharias Jones non sarebbe andato.
Che trambusto! Per tutto il giorno squill il telefono, l'unico
a rispondere era Gallagher.
Il giovane pianista rifiut di ascoltare il suo insegnante
di pianoforte. Rifiut di ascoltare gli altri musicisti del conservatorio.
Rifiut persino di ascoltare il suo adorato patrigno
che lo supplic, lo implor, lo bland in ogni modo e
gli propose: Se ti fa stare cos male, sar l'ultimo concorso
a cui partecipi, Zack.
Ma la madre del giovane pianista non lo implor. Sapeva
essere discreta. Forse era troppo sconvolta, evitava di
parlare con chiunque. Oh, il ragazzo sapeva come ferire sua
madre! Se Hazel avesse provato a supplicarlo come aveva
fatto Gallagher, le avrebbe riso in faccia.
Vaffanculo. Vacci tu a suonare. Pensi che sia una fottuta scimmietta
ammaestrata; be', ti sbagli.
In quel modo passarono tre giorni. Zack si nascondeva,
cominciava a provare vergogna. La decisione iniziava ad
apparirgli come mera codardia. La ripugnanza morale che
avvertiva cominciava a sembrargli semplice nervosismo,
paura del pubblico. Aveva il viso infiammato. Gli venne
una diarrea acuta, come una cascata bruciante. Non sopportava
di vedere riflessa nello specchio la sua immagine
spiritata. Non riusciva a parlare nemmeno con Frieda, che
in un primo momento si era mostrata comprensiva con lui,
anche se adesso sembrava aver mutato atteggiamento.
Non l'aveva fatto per attirare l'attenzione su di s. Al contrario,
voleva sottrarsene. Aveva letto la Bibbia ebraica: tutto
 vanit. Aveva letto Schopenhauer: la morte  un sonno in
cui viene dimenticata l'individualit. Voleva mettersi al riparo
dalla possibilit dell'applauso e del "successo" come dall'eventualit
del fallimento. Ma stava cominciando a riconsiderare
la sua decisione. Aveva gettato alle ortiche una
preziosa opportunit, doveva cercare di recuperarla. Forse,
dopo tutto, sarebbe stato meglio ammazzarsi...
O poteva scappare via, attraversare la frontiera e scomparire
in Canada.
Il conservatorio non aveva ancora notificato agli organizzatori
del concorso che Zacharias Jones aveva deciso di
ritirarsi. E cos ci stava ripensando. E poi c'era Gallagher
che gli parlava in modo sensato, assicurandogli che nessuno
si aspettava la sua vittoria, era gi un grande onore
essere stato ammesso alle finali. Senti, per mesi hai suonato
qui la sonata di Beethoven, suonala anche l. In realt
che differenza c'? Nessuna. Beethoven ha composto la
sua musica perch la si sentisse, giusto? Aspetto prima di
pubblicare l'Appassionata perch era convinto che il pubblico
non fosse maturo, ma noi lo siamo, piccolo. E allora
suonala, e metticela tutta. E per amor di Dio, basta con
questa depressione.
Colto di sorpresa, Zack scoppi a ridere. Come al solito,
pap aveva ragione.


2.

A San Francisco le strade umide brillavano. Scoscese, come
per effetto di un antico cataclisma. L'aria era frizzante,
pungente, il vento soffiava dal mare oscurato dalla bruma.
E la nebbia! Fuori dalla finestra della suite al ventesimo
piano del San Francisco Pacific Hotel dove alloggiavano,
il mondo si era ridotto a pochi metri di visibilit.
Il mondo si era ridotto alla scintillante tastiera di un
pianoforte.
Il soffio di Dio.
Era cos. Non c'era altra spiegazione. Che a diciassette
anni fosse diventato un pianista di nome Zacharias Jones,
la sua foto formato francobollo che compariva nel programma
patinato del concorso internazionale di pianoforte
di San Francisco del 1974. E che lei fosse diventata Hazel
Gallagher.
Nella suite dell'albergo li attendeva una dozzina di rose
rosse. E una cesta di vimini avvolta nel cellophane, contenente
prelibatezze gastronomiche e bottiglie di vino
bianco e rosso. In altri tempi avrebbero riso sfrenatamente
come cospiratori, ma negli ultimi mesi diffidavano l'uno
dell'altra. Il figlio aveva mirato al cuore della madre, le
aveva sferrato un colpo micidiale.
Inconsapevolmente, Gallagher faceva da mediatore tra
di loro. Non aveva la minima consapevolezza della tensione
esistente tra madre e figlio. Sentendo Zack fischiettare
nella stanza accanto, Gallagher diede di gomito a Hazel
e disse: Senti!  buon segno.
Hazel non ne era cos sicura. Anche lei si sentiva stranamente
euforica a San Francisco, in quella nebbia. Una
citt dalle luccicanti strade umide con salite vertiginose
percorse da bizzarri tram rumorosi. Lei e Zack non avevano
mai visto una citt cos. Sembrava sopravvissuta a una
catastrofe, ispirava un senso di calma. Il soffio di Dio li
aveva capricciosamente spinti sin l, cos come aveva fatto
altrove.
Al negozio di souvenir dell'albergo Hazel compr un
mazzo di carte.
Sola nella suite apr il pacchetto e con gesti rapidi mischi
il mazzo e dispose le carte sul tavolino di vetro sistemato
davanti alla finestra, per un solitario.
Era cos felice di essere sola! Gallagher aveva cercato di
convincerla ad andare con lui e Zack al ricevimento organizzato
in onore dei pianisti. Ma Hazel era voluta rimanere
l. Sull'aeroplano aveva visto due ragazze, due sorelle,
che facevano insieme un solitario.
Era cos felice. Non essere Hazel Jones.
Hazel? Perch diamine ti sei vestita di nero?
Era un nuovo vestito di jersey morbidamente aderente,
con graziose pieghe sul corpetto, le maniche lunghe e la
vita bassa. La gonna arrivava al polpaccio. Vi avrebbe abbinato
un paio di scarpe dcollet nere di raso. Era una
fresca sera di ottobre, avrebbe indossato anche un elegante
scialle di lana nero.
Perch? Pensavo...
No, Hazel. E uno splendido vestito, ma un po' troppo
funereo per l'occasione. Lo sai come Zack interpreta le cose.
Soprattutto quelle che hanno a che fare con te. Mettiti
qualche colore pi vivace, Hazel, per favore!
Gallagher aveva un'espressione cos seria che Hazel si
arrese. Scelse un abito di lana leggera color crema con una
sciarpa di seta dalla tonalit porpora, uno dei regali pi
pratici di Thaddeus Gallagher. Era tutta una mascherata.
Fuori dalle alte finestre la nebbia si era diradata. San
Francisco apparve al crepuscolo, una citt di stalagmiti
baluginanti all'orizzonte. Era bellissima! A Hazel venne
da chiedersi se l'avrebbero mai perdonata qualora fosse
rimasta in albergo. Il cuore le si serrava in una morsa al
pensiero di quello che l'aspettava.
Ehi, pap. Dammi una mano.
Zack cincischiava con la cravatta nera. Entrava e usciva
dalla sua stanza, indugiava nella loro. Gallagher le aveva riferito
che per tutto il giorno era stato inquieto. Al ricevimento
e anche dopo. Gli altri pianisti erano pi grandi, avevano
molta pi esperienza. Parecchi di loro esibivano una
forte personalit. Zack aveva la tendenza a stare sulle sue, a
mostrarsi scontroso. Quel giorno aveva gi fatto due docce
e si era pettinato con maniacale accuratezza. La fronte
chiazzata di sfoghi era coperta da ciocche castane. Il giovane
viso ossuto risplendeva di una sorta di spaurita allegria.
Gli uomini erano tenuti a indossare lo smoking. Camicia
di cotone bianca inamidata, polsini elaborati. Gallagher
aiut Zack a fare il nodo alla cravatta e ad allacciarsi
i polsini.
Alza la testa, piccolo. Lo smoking  un'invenzione ridicola,
ma ci fa sembrare belli. Le signore cadono ai nostri
piedi. Gallagher fece una risatina a quella fiacca battuta.
Hazel li osservava da uno specchio. Le sembrava che la
famigliola si stesse preparando per un'esecuzione capitale:
chi di loro sarebbe stato giustiziato?
Gallagher si affann con la cravatta di Zack, sciolse il
nodo e lo rifece. Sembravano davvero padre e figlio: Gallagher
un genitore di mezza et calvo sulla sommit del
cranio, Zack, il figlio adolescente, alto quasi quanto lui,
l'espressione accigliata mentre gli sistemava quella dannata
cravatta. Hazel intu che Gallagher si dovette sforzare
per non dare a Zack un bacio sulla punta del naso in atteggiamento
clownesco.
Pi era nervoso, pi faceva il buffone. Almeno non era
afflitto dalla gastrite, costretto a vomitare come gli era
successo nel bagno della casa paterna. Di nascosto (Hazel
lo sapeva pur non avendolo visto) aveva aperto il frigo
del minibar per bere un paio di sorsate di Johnnie Walker
Black Label.
Si ritiene contro natura che un uomo possa amare il figlio
di un altro come fosse il proprio. Eppure cos Gallagher
amava Zack. Gallagher aveva trionfato.
Dei cinque pianisti in programma quella sera nella sala
concerti del San Francisco Arts Center, Zacharias Jones
era il terzo. Il giorno seguente si sarebbero esibiti gli altri
otto. L'annuncio dell'assegnazione dei premi per i primi
tre classificati sarebbe avvenuto dopo l'esibizione dell'ultimo
partecipante. I Gallagher furono sollevati nell'apprendere
che Zack avrebbe suonato subito, quella dura
prova per lui sarebbe finita prima. Ma Gallagher temeva
che i giudici sarebbero stati inclini a favorire i pianisti che
si esibivano per ultimi.
A ogni modo, come abbiamo detto, non importa come
andr Zack tranquillizz Hazel, accarezzandosi il mento
con aria assorta. Avevano posti centrali, in terza fila. Da l si
godeva un'ottima vista della tastiera su cui si libravano le
mani dei pianisti. Mentre ascoltavano i primi due concorrenti,
Gallagher tenne stretta la mano di Hazel, tutto proteso
verso di lei. Aveva il fiato corto e affannoso, e l'alito aveva
un sentore disgustoso di whisky misto a collutorio.
Al termine di ogni esibizione Gallagher applaudiva con
entusiasmo, da buon ex pianista. Hazel aveva le braccia di
piombo, la bocca secca. Non aveva seguito quasi per niente
le esecuzioni dei due pianisti, non voleva rendersi conto
di quanto fossero capaci i rivali di suo figlio.
D'un tratto venne annunciato il nome di Zack. Il ragazzo
entr in scena con sorprendente rapidit, riusc persino
a sorridere al pubblico. Era accecato dalle luci, che lo facevano
sembrare ancora pi giovane di quanto fosse, rispetto
ai pianisti che lo avevano preceduto, entrambi sopra la
trentina. Sedette al piano, si chin in avanti, e senza preamboli
cominci a suonare le familiari note d'apertura della
sonata di Beethoven. Sebbene Hazel avesse seguito numerosi
recital del figlio, quegli attacchi cos improvvisi le facevano
sempre una forte impressione. E, una volta cominciato,
il pezzo andava eseguito sino al termine.
La complessa sonata consta solo di tre movimenti sottilmente
contrastanti, che si susseguirono con una snervante
rapidit. Sembrava che Zack la stesse suonando pi velocemente
che a casa. Una preparazione di mesi, per un'esecuzione
di meno di mezz'ora! Era pura follia.
Gallagher si appoggiava cos pesantemente su Hazel,
che lei temeva l'avrebbe schiacciata. Ma non os scostarlo.
Era in uno stato di sospensione, in preda al panico. Non
riusciva a respirare, il cuore batteva all'impazzata. Si era
ripetuta in continuazione che Zack difficilmente avrebbe
vinto quel concorso, era gi un successo esservi stato ammesso.
Ma temeva che commettesse un errore, prendesse
un qualche abbaglio, si sarebbe sentito umiliato, avrebbe
fallito. Era convinta che non sarebbe accaduto, nutriva una
cieca fiducia in lui, cionondimeno temeva una catastrofe.
Vivide note cristalline deflagrarono nell'aria a volume quasi
insostenibile, eppure sembravano svanire subito, di nuovo
in crescendo prima di dissolversi ancora. Hazel era sul
punto di svenire, aveva inconsciamente trattenuto il respiro.
La mano di Gallagher poggiava pesante sulle sue ginocchia,
le stringeva a tal punto le dita che lei temeva gliele
potesse spezzare. Non riconosceva pi la melodia da
mesi familiare, era sconcertante. Non riusciva a ricordare a
che punto fosse arrivato, come si sviluppasse. C'era qualcosa
di sconvolgente, di demoniaco in quell'esecuzione.
La rapidit con cui le dita del pianista balzavano sulla tastiera...
Gli occhi di Hazel s'inumidirono, non riusciva a
guardare. Non riusciva a immaginare come uno spettacolo
cos tortuoso potesse risultare gradevole, "piacevole". Era
un autentico inferno, lo detestava. Solo nei passaggi pi
lenti, di incomparabile bellezza, Hazel riusciva a rilassarsi
e a respirare normalmente. Solo in quei momenti, in cui
l'intensit demoniaca si dissolveva. Erano davvero di una
bellezza struggente. Nelle ultime settimane l'interpretazione
di Zack dell'Appassionata era mutata. Adesso la stava
eseguendo con meno sentimento, con maggior precisione,
pi percussiva, con una sorta di furia rattenuta. Le aspre
note artigliate dalla tastiera le scuotevano i nervi. L'insegnante
di piano di Zack non condivideva la nuova direzione
imboccata dal ragazzo, e nemmeno Gallagher. Adesso
Hazel si rendeva conto di quel furore. Zach sembrava quasi
sdegnato per il fatto di dover eseguire quella sonata. Per
lo "spettacolo" in s. Hazel not le mascelle contratte, il viso
contorto, di Zack. Una chiazza untuosa riluceva sulla
fronte madida. Hazel distolse lo sguardo, con un brivido.
Not che l'uditorio fissava il pianista, affascinato. File intere
di gente che ascoltava rapita. La sala, che conteneva cinquecento
spettatori tra posti in platea e sulle balconate, era
gremita. Era un pubblico d'intenditori, che conoscevano i
brani interpretati dai pianisti. Tra loro c'erano pianisti, insegnanti
di pianoforte. Era anche presente un gruppo di
sostenitori del conservatorio, tra cui Frieda Bruegger: Hazel
si era guardata intorno, ma non era riuscita a individuarla.
Qui e l, nella sala da concerti elegantemente arredata,
con le poltroncine felpate e le pareti a mosaico, si
notavano volti che non ci si aspettava in un luogo del genere.
Presumibilmente si trattava di parenti degli esecutori,
a disagio tra gli altri ascoltatori pi raffinati. Le si apr
una fessura nella memoria, aguzza come un frammento di
vetro. Herschel che le raccontava di come i loro genitori
cantavano insieme arie, tanto tempo prima in Europa. A
Monaco, probabilmente. Quella che Anna Schwart chiamava
la madrepatria.
Sfocati per la lontananza e per il tempo, i loro visi volteggiavano
in fondo alla sala. Gli Schwart!
Erano incantati, increduli. Immensamente fieri.
Abbiamo sempre avuto fiducia in te, Rebecca.
No. Non  vero.
Ti abbiamo sempre amato, Rebecca.
No, non credo.
Per noi era difficile parlare. Non ci fidavamo di quella lingua
nuova. E tuo padre, lo sai com'era pa'...
Lo so!
Pa' ti amava, Rebecca. Diceva sempre che ti amava pi degli
altri, eri quella che pi gli assomigliava.
Il volto teso di Hazel era come quello di una bambola di
porcellana, solcato da crepe. Voleva disperatamente nasconderlo,
nessuno doveva accorgersene. Le lacrime le
sgorgavano dagli occhi. Cerc di coprirsi parzialmente il
viso, con una mano. Aveva davanti a s il cimitero incolto,
ricoperto di erbacce. Il cimitero era come impresso sulle
palpebre, bastava chiudere gli occhi per vederlo. Le lapidi
rovesciate sull'erba, divelte e in pezzi. Alcune tombe erano
state danneggiate. I nomi dei defunti cancellati. Non importava
quanto accuratamente incisi nella pietra, i nomi
erano scomparsi. Hazel sorrise a quella vista: la terra era
un luogo di anonimi sepolcri, ogni tomba era sconosciuta.
Riapr gli occhi gonfi di lacrime. Sul palcoscenico il pianista
stava portando a termine il finale, il movimento tumultuoso
della sonata di Beethoven. Tutta la sua giovane
esistenza confluiva in quel momento. Stava gettando l'anima
in quell'esecuzione, era evidente. Il viso di Hazel, contratto
e indurito cos a lungo, risplendeva di gioia. Quindi
risuon l'ultimo accordo, con il pedale premuto. E poi rilasciato.
All'improvviso l'applauso deflagr nella sala.
Con infantile entusiasmo il pianista balz dallo sgabello e si inchin davanti al pubblico. Il giovane, vulnerabile
volto riluceva di sudore. C'era un che di fiero, fanatico negli
occhi. Ma sorrideva, un sorriso che sembrava sbalordito,
si inchin come in uno slancio di umilt, come una fitta
improvvisa.
Gallagher era in piedi, ad applaudire come tutti.
Hazel, ce l'ha fatta! Nostro figlio.
Doveva esserci una ragione perch era sopravvissuta.
Lei lo sapeva. Era un fatto. Ma non conosceva la ragione,
nemmeno adesso.
Cos irrequieta!
Erano le 2,46 del mattino. Malgrado fosse esausta non
riusciva a prendere sonno. Malgrado fosse stremata per le
emozioni vissute, non riusciva a dormire. Gli occhi bruciavano
come se li avesse stropicciati con della sabbia.
Accanto a lei Gallagher dormiva, profondamente. Nel
sonno era come un bambino, docile in modo singolare.
Era proteso verso di lei, il corpo caldo, umido, le si aggrappava
come una creatura cieca avida di affetto. Ma respirava
forte, a fatica. La gola produceva un suono come di
ghiaia umida che venga spalata, raschiata. In quel respiro
present la sua morte: allora avrebbe scoperto quanto profondamente
amava quell'uomo, lei che adesso non riusciva
a esprimere a parole quell'amore.
Le avevano sottratto il linguaggio dell'infanzia, l'unico
che conosce il cuore.
Doveva uscire! Scivol fuori dal letto, si lasci alle spalle
la stanza buia e l'uomo che dormiva. L'insonnia la trascinava
come se il suo corpo nudo fosse invaso da un brulichio
di formiche rosse.
Ma non era nuda, indossava una camicia da notte. Un
capo sexy di seta color champagne con il corpetto di pizzo,
un regalo di Gallagher.
Nel salottino accese la luce. Erano le 2,48. La vita poteva
trascorrere anche a intervalli cos lenti. Erano passate cinque
ore da quando Zack aveva suonato l'Appassionata. Al
ricevimento tenuto al termine della manifestazione la ragazza
con lo splendido viso dai morbidi lineamenti aveva
abbracciato Hazel come fossero vecchie amiche, o parenti.
Hazel si era irrigidita, senza osare ricambiarne l'abbraccio.
Zack era andato via con lei e gli altri. Aveva pregato Gallagher
e sua madre di non aspettarlo, e loro avevano promesso.
La pioggia scrosciava sulle finestre. Al mattino sarebbe
ricomparsa la nebbia. A Hazel la citt di notte appariva
bellissima, ma quasi irreale. Dal ventesimo piano niente
sembrava reale. Non troppo lontano si ergeva un edificio
alto e affusolato come una torre. Sulla sommit ruotava
una luce rossa sfocata dalla pioggia.
L'occhio di Dio.
Era una frase strana. Le parole sembravano essersi articolate
da sole.
Non avrebbe perso tempo a vestirsi, si sentiva troppo
irrequieta. Sarebbe bastato l'impermeabile. Era un indumento
elegante verde oliva, scampanato e con la cintura.
Era ancora umido di pioggia. Ma lo indoss come una vestaglia
sulla camicia da notte. Infil anche le scarpe: non
poteva uscire scalza.
Mentre cercava le scarpe basse, sul tappeto trov una
lucida scarpa nera di Gallagher, l dove se l'era tolta. La
raccolse e la mise in un armadietto accanto all'altra.
Quando erano tornati in albergo avevano festeggiato.
Gallagher aveva ordinato lo champagne in camera. Sul tavolino
con il ripiano di marmo c'era un vassoio d'argento
con sopra involti di cibi, bottiglie e bicchieri. Avanzi di
brie, cracker, kiwi e acini di una squisita uva nera di Concord.
Mandorle e noci del Brasile. Dopo la grande tensione
emotiva della serata, Gallagher moriva di fame ma era
troppo eccitato per rimanere seduto, aveva mangiato mentre
misurava a grandi passi il salottino, parlando per tutto
il tempo.
Forse non si aspettava che Zack suonasse cos bene. Anche
lui temeva una qualche catastrofe.
A maggio si erano presi un bello spavento. Gli attacchi
di gastrite continuavano a tormentarlo, una radiografia
aveva evidenziato una massa opaca ma non di natura maligna.
Si trattava di un'ulcera, curabile. Avevano deciso di
non dirlo a Zack, sarebbe stato un loro segreto.
Zack si era unito agli amici del conservatorio e ad altri
giovani musicisti conosciuti a San Francisco. Dopo la sua
discussa esibizione era diventato una sorta di eroe, almeno
tra i pianisti della sua generazione.
Hazel non si avvicin alla porta della stanza di Zack.
Non prov a girare piano la maniglia: sapeva che era
chiusa.
Comunque di certo non aveva portato l la ragazza. In
quel letto. Cos vicino ai suoi genitori. Lei aveva una stanza
in quell'albergo, era venuta sola a San Francisco, e se
anche fossero stati a letto, esausti dopo l'amore, erano nella
stanza di lei. Probabilmente.
Non ci voleva pensare. Adesso non era pi figlia n madre
di nessuno. Era tutto finito.
Si sarebbe detta:  venuto il momento di vivere la tua vita.
 nelle tue mani, devi solo viverla.
Aveva portato con s a San Francisco l'ultima lettera di
Thaddeus. Erano missive d'amore, di crescente passione,
o di demenza. Apr il foglio di carta rigida, pi volte ripiegato,
e lo lesse alla luce della lampada mentre il marito
dormiva immerso nell'oblio nella stanza accanto. La
lettera conteneva diversi errori di battitura, come se fosse
stata scritta in fretta, al buio, o da qualcuno con problemi
di vista.
Carissima Hazel Jones,
avrebe lusingato la vanit di un vecchio se avesse risposto
alle mie suppliche, ma adesso mi rendo conto che lei 
Hazel Jones, una brava moglie e una degna madre per suo
figlio. Quindi le fa onore che non mi abia risposto. Imagino
che non le scriver pi dall'oltretomba. Lei e suo figlio riceverete
una cospicua ricompensa per la vostra fedelt e
bont. Il suo superficiale marito Voce della Cosienza Liberale
non capisce niente!  uno stupido indegno di lei & del
suo ragazzo, questo  il nostro segreto, vero? Lo vedrete
nelle mie ultime volont. Qualcuno aprir gli occhi. Dio
benedica lei Hazel Jones & il ragazzo la cui belissima musica
sopravviver a tutti noi.
Hazel sorrise, ripieg la lettera e la ripose nella borsa. Una
voce echeggi flebile nella pioggia che batteva sui vetri:
Tu... Tu sei nata qui. Non ti faranno del male.
Infil l'impermeabile ancora umido e leg la cintura. Non
c'era bisogno di guardarsi allo specchio: sapeva di avere i
capelli arruffati, le pupille degli occhi dilatate. La pelle ardeva
per una sorta di calore sensuale. Era eccitata, esultante.
Prese del denaro dalla borsa, diversi biglietti da venti,
e delle bottigliette dal minibar: whisky, gin, vodka. Poi
afferr il mazzo di carte e lo fece scivolare nella tasca dell'impermeabile.
E non doveva dimenticare la chiave della
stanza 2006.
Usc nel corridoio deserto. Si chiuse la porta alle spalle,
aspettando che scattasse la serratura.
Il corridoio che portava agli ascensori sembrava pi lungo
di quanto ricordasse. Era ricoperto da una spessa moquette
color porpora e alle pareti aveva carta da parati di
seta beige con motivi orientaleggianti. Spinse il pulsante
dell'ascensore, e dal ventesimo piano scese rapidamente al
pianterreno. Sorrise ricordando come erano lenti gli ascensori
di una volta. Si aveva un mucchio di tempo per pensare
mentre si scendeva.
A quell'ora l'albergo appariva deserto. Il pianterreno
era immerso nel silenzio. La musica di sottofondo diffusa
durante il giorno, quel cinguettio di passeri spastici, come
lo chiamava Gallagher, ora taceva. Pur non essendo mai
stata in quell'albergo, Hazel sfilava con passo sicuro davanti
a porte senza vetri con la scritta riservato al personale
e privato: vietato l'ingresso. Alla fine del lungo corridoio
impregnato degli odori di cibo c'erano due porte,
con le scritte cucina: riservato al personale e servizio in
camera: riservato al personale. Il San Francisco Pacific
Hotel assicurava il servizio in camera ventiquattr'ore su
ventiquattro. Hazel ud delle voci al di l della porta, rumori
di piatti accatastati. Una radio che trasmetteva musica
latina. Spinse la porta ed entr.
Come la fissarono sbigottiti tutti quegli occhi! Ma lei
sorrideva.
C'erano addetti alla cucina in uniformi bianche piene di
macchie, e un uomo con una divisa scura accuratamente
stirata che era appena rientrato spingendo un carrello carico
di vassoi con piatti sporchi, bicchieri e bottiglie. La cucina
era illuminata a giorno, l'aria molto pi calda rispetto al
corridoio. Tra gli intensi olezzi di grasso e di detersivo si
percepiva un acre odore di immondizia. E anche di birra,
perch alcuni inservienti ne stavano bevendo. L'uomo in
uniforme scura, lo sguardo allarmato, cominci a dire: Signora,
mi scusi ma.... Hazel lo interruppe subito: Mi scusi,
ho fame. Posso pagare. Ho portato da bere ma non voglio
farlo da sola. Non volevo il servizio in camera, c' da
aspettare troppo. Rise, avrebbero capito che era in vena di
festeggiare e non l'avrebbero mandata via.
In seguito Hazel non avrebbe ricordato la sequenza degli
eventi. Non avrebbe ricordato quanti uomini c'erano, perch
almeno due continuarono a lavorare, ai lavelli; un altro
giunse pi tardi da una porta sul retro, sbadigliando e
stiracchiandosi. Molti l'accolsero, le fecero spazio sgomberando
il tavolo da giornali scandalistici, una raccolta di
parole crociate, lattine vuote di 7-Up, Coca-Cola e birra.
Le furono grati per aver portato le bottigliette di alcolici
prese in camera. Non accettarono il denaro che voleva offrire,
i biglietti da venti dollari. Erano: Csar, un ispanico
dall'aspetto giovanile con la pelle butterata e gli occhi lucenti;
Marvell, un nero con la pelle color melanzana e un
viso carnoso dall'espressione dolce; Drake, un bianco sulla
quarantina, con una faccia grassoccia che ricordava un
pesce e occhiali dalla luccicante montatura di metallo, che
gli conferiva l'aspetto di un ragioniere, non lo si sarebbe
mai preso per un cuoco che fa il turno di notte. E poi c'era
McIntyre, sulle prime sospettoso, ma che ben presto accolse
Hazel come un'amica, un uomo sulla cinquantina,
con l'uniforme dell'albergo, che si occupava del servizio
notturno in camera. Erano cos curiosi di Hazel! Si present
solo con quel nome, che a loro suon assai strano:
"Ha-zel", pronunciato come se fosse una parola esotica.
Le chiesero di dov'era e lei glielo disse. Vollero sapere se
era sposata, suo marito stava dormendo in camera? E se si
fosse svegliato e non l'avesse trovata?
Non si sveglier. Quando lo far mi trover l. Ma adesso
non riesco a dormire. A quest'ora della notte. Dicono
che c' gente che va negli alberghi per suicidarsi. Perch?
Cos  pi facile? Io ho lavorato in un albergo. Da ragazza.
Facevo le pulizie nelle stanze. A est, nella parte settentrionale
dello Stato di New York. Non era un albergo grande
e lussuoso come questo. Ero felice allora. Mi piacevano i
colleghi, quelli che lavoravano nelle cucine. Eccetto...
Gli uomini ascoltavano avidamente, gli occhi fissi su di
lei. Dalla radio si diffondeva una musica latina. Hazel
not che la cucina era molto grande, come non ne aveva
mai viste. Le pareti in fondo erano immerse nell'oscurit.
C'erano un sacco di cucine a gas, gigantesche, con una dozzina
di fornelli ognuna. E capienti frigoriferi incassati nel
muro. Celle frigorifere, lavastoviglie. L'ambiente era diviso
in aree di lavoro, di cui al momento solo una era illuminata
e popolata. Il pavimento di linoleum brillava umido,
era stato passato lo straccio da poco. I carrelli venivano
svuotati dei piatti e l'immondizia raccolta in buste di plastica,
che venivano chiuse e poste in un voluminoso contenitore
di alluminio. I cuochi erano di ottimo umore, gioviali.
Hazel si chiese se ci fosse dovuto alla sua presenza.
Pesc dalla tasca il mazzo di carte e cominci a mischiarle.
Sapevano giocare a gin rummy? Gli andava di fare una
partita? S, s! Benissimo. Gin rummy. Hazel mescolava le
carte. Le maneggiava con destrezza, le dita affusolate e le
unghie dipinte d'un rosso porpora. Con gesti abili distribu
le carte. Gli uomini ridevano, esuberanti. Adesso sapevano
che Hazel era una di loro, potevano rilassarsi.
Giocarono a gin rummy ridendo insieme come vecchi
amici. Bevevano fresche birre Coors, e le bottigliette di alcolici
che aveva offerto Hazel. Le accompagnavano con
patatine fritte e noccioline salate. Come quelle che Gallagher
aveva divorato nella stanza. Squill un telefono, un
ospite aveva richiesto il servizio in camera. McIntyre dovette
indossare la giacca e portare l'ordinazione. Torn
dopo pochi minuti. Hazel not come fosse contento di trovarla
ancora l.
Le carte erano tutte sul tavolo, la partita era finita. Chi
aveva vinto? Hazel? Gli uomini non la lasciavano andar
via, erano solo le 3,35 e loro sarebbero stati in servizio fino
alle 6. Hazel prese le carte, diede una mischiata, fece alzare
il mazzo e le distribu per un'altra partita. L'impermeabile
si era aperto sul davanti, gli uomini sbirciarono i seni
pallidi che ballonzolavano nella camicia da notte color
champagne. Sapeva di avere i capelli scarmigliati e la bocca
sbaffata di rossetto. E un'unghia con lo smalto scheggiato.
Il suo corpo emanava un sentore stantio di panico
represso. Malgrado ci si riteneva ancora una donna attraente,
i suoi nuovi amici non l'avrebbero giudicata troppo
severamente. Sapete giocare a "gipsy gin rummy"? Se
riesco a ricordarmelo ve lo insegno.


Epilogo.

1998-1999
Lake Forth, Florida
14 settembre 1998
Gentile professoressa Morgenstern,
come mi piacerebbe poterla chiamare "Freyda"! Ma non
ho il diritto a una tale confidenza. Ho appena terminato di
leggere la sua autobiografia. Ho ragione di credere che siamo
cugine. Il mio nome da nubile  "Schwart" (non  il vero
nome di mio padre, credo sia stato cambiato a Ellis Island
nel 1936), ma il nome da nubile di mia madre era "Morgenstern"
e tutta la sua famiglia era originaria di Kaufbeuren
come la sua. Avremmo dovuto conoscerci nel 1941 quando
eravamo bambini. Lei, i suoi genitori, sua sorella e suo fratello dovevate venire a vivere con i miei genitori, me e i miei due
fratelli a Milburn, New York. Ma la nave con cui eravate
giunti insieme ad altri profughi, la Marea, fu respinta dalle
autorit dell'immigrazione degli Stati Uniti al porto di New
York.
(Nella sua autobiografia lei vi fa un fugace accenno. Dice
di ricordare un nome diverso da Marea. Ma io sono certa
che fosse quello il nome della nave, lo rammento bene perch
lo trovavo cos bello e musicale. Ovviamente lei era
una bambina. Dopo tutto quello che ha passato in seguito 
naturale averlo dimenticato. Secondo i miei calcoli lei aveva
sei anni, e io cinque.)
In tutti questi anni ho ignorato che lei fosse viva! Non sapevo
che vi fossero dei sopravvissuti nella sua famiglia.
Mio padre mi disse che non ce nerano. Sono cos contenta
per lei e per il successo che ha avuto. Pensare che lei vive
negli Stati Uniti dal 1956  stato uno shock per me. Che lei
abbia studiato a New York mentre io vivevo (all'epoca del
mio primo matrimonio, non certo felice) nella parte settentrionale
dello Stato di New York! Mi perdoni, non ho letto
gli altri suoi libri, anche se credo che l'"antropologia biologica"
sarebbe una lettura interessante per me! (Non posso
vantare la sua istruzione universitaria, me ne vergogno.
Non ho preso nemmeno il diploma.)
Bene, le scrivo nella speranza di poterla conoscere. Oh, al
pi presto, Freyda! Prima che sia troppo tardi.
Non sono pi la sua cuginetta di cinque anni che sogna
una nuova "sorella" (come mi aveva promesso mia madre)
che avrebbe dormito nel mio letto e sarebbe sempre stata
con me.
Gentile professoressa Morgenstern,
le ho scritto ieri ma con mio imbarazzo mi sono resa conto
di aver spedito la lettera all'indirizzo sbagliato, visto che
lei  "in congedo sabbatico" dall'Universit di Chicago, come
recita la sovraccoperta del suo libro. Prover con l'indirizzo
del suo editore.
La sua cugina "perduta
Lake Worth, Florida
15 settembre 1998
Accluder la stessa lettera. Pur sapendo che non riesce a
esprimere quello che sento nel cuore.
P.S. Naturalmente la raggiunger dove e quando vorr,
Freyda!
Gentile professoressa Morgenstern,
le ho scritto il mese scorso ma temo che le mie lettere siano
state spedite a un indirizzo sbagliato. Gliele accludo qui,
ho saputo che adesso si trova all'"Istituto di ricerca avanzata"
dell'Universit di Stanford, Palo Alto, California.
 anche possibile che abbia letto le mie lettere e ne sia rimasta
offesa. Lo so, non so scrivere bene. Non avrei dovuto
parlare della traversata atlantica del 1941, come se lei non
conoscesse quei fatti. Non intendevo correggerla, professoressa
Morgenstern, riguardo al nome della nave su cui ha
viaggiato con la sua famiglia in quell'epoca da incubo.
In un'intervista ristampata sul giornale di Miami ho letto
con un certo imbarazzo che lei ha ricevuto montagne di
posta dai suoi "parenti" dopo la pubblicazione del libro. Ho
sorriso nel leggere il passo in cui si chiede: "Dov'erano tutti
i parenti che avevo in America nel momento del bisogno?".
Noi eravamo veramente qui, Freyda! A Milburn, New York,
sul canale Erie.
La sua cugina "perduta"
Lake Worth, Florida
2 ottobre 1998
Sua cugina
Palo Alto ca
1 novembre 1998
Gentile Rebecca Schward,
la ringrazio per la sua lettera e per l'attenzione che ha
voluto dimostrare nei confronti della mia autobiografia.
Sono rimasta profondamente commossa dalle numerose
lettere ricevute dalla pubblicazione del mio libro Ritorno
dai morti: l'adolescenza di una ragazza, sia dagli Stati
Uniti che dall'estero, e vorrei tanto avere tempo per rispondere
diffusamente a tutti.
Cordiali saluti
Freyda Morgenstern
Julius K. Tracey' 48 Distinguished Professor,
Universit di Chicago
Lake Worth, Florida
5 novembre 1998
Gentile professoressa Morgenstern,
sono molto sollevata nell'apprendere che il suo indirizzo
era giusto. Spero che legger questa lettera. Immagino che
lei abbia una segretaria che si occupa della sua posta e risponde
alle lettere. Lo so, la diverte (o irrita?) che tutte queste
persone affermino di essere parenti di "Freyda Morgenstern".
Soprattutto dopo le interviste che ha concesso in
televisione. Ma io sono davvero convinta di essere sua cugina.
Perch sono la (unica) figlia di Anna Morgenstern.
Credo che Anna Morgenstern fosse la (unica) sorella di
sua madre Dora, pi giovane. Per molte settimane mia madre
ci disse che sua sorella Dora sarebbe venuta a vivere
con noi, insieme a suo padre, Freyda, a sua sorella Elzbieta,
pi grande di lei di tre o quattro anni, e a suo fratello Joel,
anche lui pi grande di lei, ma non di molto. Avevamo una
vostra fotografia, ricordo chiaramente che lei portava i capelli
intrecciati ed era molto carina, una "ragazza accigliata"
diceva mia madre, proprio come me. All'epoca ci assomigliavamo,
Freyda, anche se lei naturalmente era molto
pi bella. Elzbieta era bionda, con una faccia paffuta. In
quella foto Joel, un ragazzo sugli otto anni, aveva un'espressione
felice e dolce. Per me  stato molto triste apprendere
che sua sorella e suo fratello sono morti in circostanze
cos tragiche a "Theresienstadt". Credo che mia madre non
si sia mai ripresa dallo shock di quel periodo. Sperava tanto
di rivedere la sorella. Quando la Marea fu rispedita indietro,
abbandon ogni speranza. Mio padre le proibiva di
parlare tedesco, bisognava esprimersi solo in inglese, ma
lei non conosceva bene questa lingua, se qualcuno veniva a
trovarci a casa lei si nascondeva. Dopo di allora non parl
mai molto con nessuno di noi, e spesso stava male. Mor
nel maggio del 1949.
Rileggendo questa lettera mi rendo conto di aver parlato
troppo, davvero! Non rievoco mai questi eventi accaduti
cos tanto tempo fa.
Ricordo quando vidi la sua fotografia sul giornale, Freyda!
Mio marito stava leggendo il "New York Times"
mi chiam dicendomi che strano che quella donna assomigliava
a sua moglie come una sorella, anche se in effetti
io & lei non ci somigliamo molto, secondo me, non pi,
ma sono rimasta molto colpita nel constatare che il suo
viso assomiglia cos tanto a quello di mia madre, come lo
ricordo.
E poi il suo nome, Freyda Morgenstern.
Andai immediatamente a comprare Ritorno dai morti:
l'adolescenza di una ragazza. Non avevo mai letto autobiografie
di sopravvissuti all'Olocausto per paura di quello
che avrei scoperto. La lessi seduta in macchina nel parcheggio
della libreria, avevo perso la cognizione del tempo,
non sapevo che ora si era fatta sin quando non cal l'oscurit
e non riuscii pi a vedere le pagine. Pensai: " Frey-
da!  lei! La sorellina che mi era stata promessa". Adesso
ho sessantadue anni, mi sento cos sola in questo posto dove
si ritirano a vivere persone agiate che mi guardano e
pensano che sia una di loro.
Non piango mai. Ma molte pagine della sua autobiografia
mi hanno commosso fino alle lacrime anche se so (l'ho appreso
dalle sue interviste) che a lei non piace che i suoi
lettori glielo dicano & prova solo disprezzo per la "meschina
piet degli americani". Lo capisco, anch'io mi sentirei
cos. Ha ragione a provare quei sentimenti. A Milburn
non sopportavo le persone che mi compativano
perch ero la "figlia del becchino" (il lavoro di mio padre)
molto pi di quelli a cui non importava un accidente degli
Schwart.
Le accludo una mia fotografia di quando avevo sedici anni.
 l'unica cosa che mi rimane di quell'epoca. (Purtroppo sono
molto diversa oggi!) Quanto mi piacerebbe poterle fare
avere una fotografia di mia madre Anna Morgenstern, ma
 andato tutto distrutto nel 1949.
Sua cugina
Palo Alto ca
16 novembre 1998
Cara Rebecca Schwart,
mi scuso per non aver risposto prima. S, credo sia possibile
che siamo cugine, ma dopo tutto questo tempo  solo
un'astrazione, non crede?
Quest'anno non sto viaggiando molto, sto cercando di completare
un libro prima della fine dell'anno sabbatico. Partecipo
a un minor numero di conferenze e il tour di presentazione
del mio libro  finito, grazie a Dio. (L'avventura
dell'autobiografia  stata la prima e ultima occasione in cui
mi sono cimentata in un testo non accademico.  stato sin
troppo facile. Come recidere una vena.) Per cui al momento
non vedo come sia possibile incontrarci.
Grazie per la fotografia. Gliela rimando.
Cordiali saluti,
Lake Worth, Florida
20 novembre 1998
Cara Freyda,
s, sono certa che siamo "cugine"! Anche se, come lei,
posso dire di non conoscere il significato di questa parola.
Non credo di avere pi parenti in vita. I miei genitori sono
morti nel 1949 & non ho pi visto i miei fratelli di cui non
ho nessuna notizia.
Credo che lei mi disprezzi considerandomi la sua "cugina
americana". Vorrei che mi perdonasse per questo. Non sono
sicura di quanto americana" sia, anche se non sono
nata a Kaufbeuren come lei, ma nel porto di New York nel
maggio del 1936. (Non conosco la data precisa. Non  stato
redatto alcun certificato di nascita oppure  andato perduto.)
Cio, sono nata su una nave di profughi! In condizioni
igieniche disastrose, come mi  stato riferito.
Era un'altra epoca, nel 1936. Non era ancora scoppiata la
guerra e alle persone come lei era permesso di "emigrare"
se avevano i soldi.
I miei fratelli Herschel e August sono nati a Kaufbeuren
come ovviamente i nostri genitori. Mio padre assunse il
nome di "Jacob Schwart" in questo paese. (Non ho mai
parlato di lui a nessuno. Nemmeno a mio marito, naturalmente.)
So poco di lui, salvo che era un tipografo nel vecchio
mondo (come lo chiamava con disprezzo) e ancora prima
un insegnante di matematica di scuola media. Prima
che i nazisti proibissero a quelle persone di insegnare. Mia
madre Anna Morgenstern si spos molto giovane. Da ragazza
suonava il pianoforte. A volte ascoltavamo musica
alla radio se pa non era in casa (la radio era sua).
Mi perdoni, so che lei non  interessata a queste cose. Nella
sua autobiografia dice che sua madre lavorava come archivista
per i nazisti, uno di quegli "impiegati" ebrei che aiutavano
nella deportazione della loro gente. Non  tenera con la sua famiglia.
C' un che di vile in questo, non crede? Rispetto la sua
scelta di aver scritto un libro come Ritorno dai morti, cos
critico verso la sua famiglia, gli ebrei, la storia e la fede ebraica
come anche verso l'"amnesia" postbellica. Non desidero certo
dissuaderla da un sentimento cos vero, Freyda!
Io non nutro dei veri sentimenti, intendo che possa rivelare
ad altri.
Pa' disse che eravate tutti spacciati. Come bestiame rispedito
a Hitler, disse. Ricordo la sua voce che gridava novecento
profughi, sto male ancora quando la risento.
Pa' mi disse che non dovevo pi pensare alle mie cugine!
Non sarebbero venute. Erano spacciate.
Ho imparato a memoria molte pagine del suo libro, Freyda.
E le lettere che mi ha mandato. Nelle sue parole sento la
sua voce. Mi piace questa voce come fosse la mia. La mia
voce interiore, voglio dire, che nessuno conosce.
Verr in California, Freyda. Mi d il permesso? "Di' soltanto
una parola e io sar salvato."
Cara Freyda,
sono cos mortificata di aver scritto male una parola nella
lettera che le ho spedito ieri: "dissuaderla". E quando dico
di non avere parenti in vita intendo della famiglia
Schwart. (Ho un figlio dal mio primo matrimonio,  sposato
con due bambini.)
Ho comprato altri suoi libri. Storia della biologia, Storia
della razza e del razzismo. Come sarebbe sorpreso Jacob
Schwart, non solo la bambina della fotografia non era spacciata
ma gli  sopravvissuta, e di quanto!
Sua cugina
Lake Worth, Florida
21 novembre 1998
Mi permetter di venire a Palo Alto, Freyda? Mi fermerei
un giorno, potremmo cenare insieme e ripartirei il giorno
dopo. Glielo prometto.
Cara Freyda,
forse  troppo chiedere una sera del suo tempo. Un'ora?
Potrebbe concedermela, vero? Magari mi parler del suo
lavoro, qualsiasi cosa mi dir la sua voce per me sar preziosa.
Non desidero farla infognare nel passato, visto che lei
ne parla cos duramente. Una donna come lei, capace di tali opere intellettuali e tenuta in cos alta considerazione nel
suo campo, non ha tempo per sdolcinati sentimentalismi,
ne convengo.
Ho letto i suoi libri. Ho sottolineato frasi e cercato parole
nel dizionario. (Amo il dizionario,  come un amico.)  eccitante
riflettere sulla domanda In che modo la scienza
dimostra i fondamenti genetici del comportamento?
Accludo una cartolina per la sua risposta. Mi perdoni se
non ci ho pensato prima.
Sua cugina (che si sente cos sola)
Lake Worth, Florida
24 novembre 1998
Sua cugina
Palo Alto CA
24 novembre 1998
Cara Rebecca Schwart,
le sue lettere del 20 & del 21 nov. sono interessanti. Ma
il nome "Jacob Schwart" non mi dice niente, mi dispiace.
Molti "Morgenstern" sono sopravvissuti. Forse anche alcuni
di loro sono suoi cugini. Pu cercarli, se si sente sola.
Credo di averle spiegato che sono molto indaffarata in questo
periodo. Lavoro per gran parte del giorno e la sera non
sono molto propensa alla socievolezza. La "solitudine" 
un problema causato principalmente dall'eccessiva vicinanza
con gli altri. Il lavoro  un rimedio eccellente.
Cordiali saluti
P.S. Credo che abbia lasciato un messaggio telefonico per
me all'istituto. Come le avr spiegato la mia assistente,
non ho tempo per rispondere a chiamate del genere.
Lake Worth, Florida
27 novembre 1998
Cara Freyda,
le nostre lettere si sono incrociate! Abbiamo scritto entrambe
il 24 nov., forse  un segno.
Ho telefonato d'impulso. Mi sono detta: "Se potessi sentire
la sua voce".
Ha indurito il cuore nei confronti della sua "cugina americana".
 stato un atto di coraggio affermare cos chiaramente
nella sua autobiografia quanto ha dovuto indurire il
cuore per sopravvivere a tutto quello che ha dovuto affrontare.
Gli americani credono che le sofferenze ci santifichino,
ma  ridicolo. In ogni modo ho capito che lei in questo
momento della sua vita non ha tempo da dedicarmi. Non
mi prefiggo alcuno "scopo".
Se anche per il momento non ci incontreremo, mi permette
di scriverle? Considerer il suo silenzio come un assenso.
Mi accontenter che lei legga quello che le scrivo, mi farebbe
cos felice (s, meno sola!) perch cos potrei immaginare
di parlarle come facevo quando eravamo bambine.
P.S. Nei suoi lavori accademici lei si riferisce spesso all'"adattamento
delle specie all'ambiente". Se mi vedesse, sua cugina,
a Lake Worth, Florida, sull'oceano poco pi a sud di
Palm Beach, cos lontana da Milburn, N.Y., e dal "vecchio
mondo", le verrebbe da ridere.
Cara Rebecca Schwart,
mia tenace cugina americana! Ahim, non credo nei segni,
nemmeno nella coincidenza" che le nostre lettere siano
state scritte lo stesso giorno e che si siano "incrociate".
Sua cugina,
Palo Alto ca
1 dicembre 1998
Questa cartolina. Ammetto che la scelta mi ha incuriosito.
Deve sapere che tengo appesa nel mio studio la stessa illustrazione.
(Non credo di averne fatto menzione nella mia
autobiografia.) Come  venuta in possesso di questa riproduzione
di Sturzacker, del pittore Caspar David Friedrich?
Non  stata al museo di Amburgo, vero?  raro che un
americano conosca anche solo di nome questo artista molto
stimato in Germania.
Cordiali saluti
Lake Worth, Florida
4 dicembre 1998
Cara Freyda,
la cartolina di Caspar David Friedrich mi  stata data,
insieme ad altre provenienti dal museo di Amburgo, da chi
vi  stato. (In effetti si tratta di mio figlio, un pianista. Il
suo nome le sar noto, non ha niente a che vedere con il
mio.)
Ho scelto quella cartolina pensando che riflettesse la sua
anima. Cos come la scorgo dalle sue parole. Forse riflette
anche la mia. Mi chiedo cosa penser di quest'altra cartolina,
anch'essa di un pittore tedesco ma pi brutta.
Sua cugina
Palo Alto ca
10 dicembre 1998
Cara Rebecca,
s, mi piace questo brutto Nolde. Fumo nero come pece e
l'Elba come lava fusa. Sai leggere nella mia anima, davvero!
Non che abbia voluto mascherarmi.
Cos restituisco Rimorchiatore sull'Elba alla mia tenace
cugina americana. GRAZIE ma per favore non scrivermi
pi. E non chiamarmi. Ne ho abbastanza di te.
Palo Alto ca
11 dicembre 1998, due del mattino
Cara "cugina"!
Ho fatto una copia della tua foto di quando avevi sedici
anni. Mi piacciono quell'ispida criniera e le mascelle cos
volitive. Forse gli occhi appaiono spaventati, ma sappiamo
come nasconderlo, vero, cugina? ,
Nel campo di concentramento ho imparato a mostrarmi
forte. Ho imparato ad apparire grande. Come gli animali
che fanno in modo di sembrare pi grossi, pu essere uno
stratagemma valido. Immagino che anche tu fossi una ragazza
"grande".
Ho sempre detto la verit. Non vedo ragioni per i sotterfugi".
Detesto perdermi in fantasticherie. Mi sono fatta dei nemici
"tra la mia gente", puoi starne certa. Quando sei "scampata
alla morte" non ti importa un accidente delle opinioni
altrui &, credimi, questo mi  costato nella cosiddetta professione,
dove gli avanzamenti di carriera dipendono da quanto
sai leccare il culo, con le relative varianti sessuali, in maniera
non molto diversa dai primati, nostri parenti prossimi.
Purtroppo non sono mai riuscita a comportarmi da donna
supplichevole nella mia carriera. Nell'autobiografia mantengo
un tono umoristico quando parlo dei miei studi universitari
alla Columbia sul finire degli anni Cinquanta. Ma all'epoca
ridevo ben poco. Incontrai i miei vecchi nemici, che avevano
voluto schiacciare una reproba all'inizio della sua carriera, e
non solo donna, ma ebrea e profuga scampata ai campi di
sterminio, li ho sempre guardati negli occhi, non mi sono mai
tirata indietro, sono stati loro a farlo, i bastardi. Mi sono vendicata
dove e quando ho potuto. Adesso quelle generazioni
stanno scomparendo, non sono devota alla loro memoria. Alle
conferenze organizzate in loro onore, Freyda Morgenstern 
colei che con la sua arguzia caustica dice a tutti la verit.
In Germania, dove la storia  stata lungamente negata, Ritorno
dai morti  stato un bestseller per cinque mesi.  in
lizza per due premi importanti. Che ironia, vero?
In questo paese non  stato accolto cos. Forse hai letto le
recensioni "positive". O la pagina che quello spilorcio del
mio editore  infine riuscito a far pubblicare sulla "New
York Review of Books". Ci sono stati numerosi attacchi.
Persino peggiori di quegli stupidi attacchi a cui sono abituata
nella mia "professione".
Le pubblicazioni ebraiche e filoebraiche trasudano shock/sbigottimento/disgusto
nei miei confronti. Una donna ebrea che
scrive con quella freddezza della madre e dei suoi parenti "periti"
a Theresienstadt. Una donna ebrea che parla cos asetticamente
& "scientificamente" del suo "retaggio". Come se il
cosiddetto Olocausto fosse un "retaggio". Come se non mi
fossi guadagnata il diritto a dire la verit cos come la vedo,
cosa che continuer a fare perch non ho intenzione di smettere
di scrivere, di ritirarmi dalla ricerca e dall'insegnamento,
di occuparmi dei miei studenti specializzandi, lo far ancora
a lungo. (Accetter il prepensionamento a Chicago, approfitter
di quei vantaggi, & metter su bottega da qualche parte.)
Questa compassione per l'Olocausto! Ho riso quando hai
usato con grande reverenza la parola in una delle tue lettere.
Io non mi sono mai servita di questo vocabolo di cui oggigiorno
la lingua americana trasuda come grasso. Uno dei recensori
prezzolati ha definito la Morgenstern una traditrice che
concede un'attenuante al nemico (quale nemico? Ce ne sono
molti) solo perch afferma e riafferma, cosa che far ogniqualvolta
me lo si chieder, che l'Olocausto"  stato un accidente
nella storia come lo sono tutti gli eventi storici. Non c' alcun
fine nella storia cos come non c' nell'evoluzione, non esiste
scopo o progresso. Evoluzione  il termine dato a quello che .
Ai pii sognatori piace affermare che la campagna di genocidio
dei nazisti  stata un evento straordinario nella storia, che ci
ha elevati al di sopra di essa.  una cazzata, l'ho detto e continuer
ad affermarlo. I genocidi ci sono sempre stati, da quando
esiste l'uomo. La storia  invenzione dei libri. Nella biologia
antropologica notiamo che il desiderio di ravvisare un
"significato"  uno dei tratti distintivi della nostra specie.
Ma ci non presuppone che la realt abbia un ",significato".
Se la storia esiste  un grande fiume/pozzo nero nel quale
confluiscono innumerevoli ruscelli e affluenti. In un'unica
direzione. Al contrario delle acque di scolo, non pu rifluire.
Non pu essere "esaminata", "dimostrata". Semplicemente
. Se i singoli ruscelli si seccano, il fiume scompare. Non esiste
un "fiume-destino". Solo accidenti nel tempo. Lo scienziato
lo nota senza sentimentalismi o rimpianti.
Forse ti mander queste farneticazioni, mia tenace cugina
americana. Sono abbastanza ubriaca, d'umore allegro!
La tua cugina (traditrice)
Lake Worth, Florida
15 dicembre 1998
Cara Freyda,
sapessi quanto mi  piaciuta la tua lettera, mi tremavano
le mani mentre la leggevo. Era tanto che non ridevo cos,
voglio dire, in quel modo che abbiamo noi di ridere.
 una forma di odio. Mi piace. Anche se ti divora dentro.
(Credo.)
 una notte fredda, il vento spira dall'Atlantico. Spesso il
clima della Florida  freddo umido. Lake Worth/Palm Beach
sono tanto belle quanto noiose. Vorrei che venissi a trovarmi,
potresti passare qui il resto dell'inverno perch da queste
parti naturalmente c' spesso il sole.
Porto la tua lettera con me nelle mie passeggiate di primo
mattino sulla spiaggia. Anche se l'ho imparata a memoria.
Fino all'anno scorso correvo, correvo, correvo per chilometri!
Sferzata dalla pioggia, in prossimit di un uragano,
correvo. Se mi avessi vista, le gambe muscolose e la schiena
dritta, mi avresti scambiata per una ragazza.
Che strano che abbiamo superato i sessant'anni, Freyda!
Le nostre bambole non sono invecchiate di un giorno.
(Detesti invecchiare? Dalle fotografie sembri una donna
energica. Ti dici: Ogni giorno che vivo  un regalo", &
gi solo questo ti rende felice.)
Freyda, nella nostra casa piena di finestre che si affacciano
sull'oceano avresti la tua "ala". Abbiamo parecchie automobili,
ne avresti una tutta per te. Non dovresti dare conto a
nessuno. Non dovresti conoscere mio marito, saresti il mio
prezioso segreto.
Dimmi che verrai, Freyda! Dopo Capodanno il tempo sar
bello. Ogni giorno, quando finisci di lavorare, potremmo
andare a passeggio sulla spiaggia. Ti prometto che non
parleremo.
Cara Freyda,
perdonami per la lettera dell'altro giorno, cos spinta e
confidenziale. Naturalmente non desideri andare a trovare
una sconosciuta.
Non devo dimenticare che, per quanto cugine, siamo delle
estranee.
Ho riletto Ritorno dai morti. L'ultima sezione, in America.
I tuoi tre matrimoni: "sconsiderati esperimenti di intimit/follia".
Sei tanto dura quanto divertente, Freyda!
Spietata con gli altri come con te stessa.
Anche il mio primo matrimonio fu un atto sconsiderato
dettato dall'amore & suppongo dalla "follia". Eppure se
non mi fossi sposata non avrei mio figlio.
Nell'autobiografia non manifesti rimpianti per i "feti malconcepiti" ma per
il "dolore e le umiliazioni" degli aborti
all'epoca illegali. Povera Freyda! Nel 1957 in una sudicia
stanza a Manhattan sei quasi morta dissanguata, a quel
tempo ero una giovane madre innamorata della vita.
La tua devota cugina
Lake Worth, Florida
17 dicembre 1998
Eppure sarei venuta da te se avessi saputo. Anche se so che
non verrai qui, continuo a sperare che un giorno all'improvviso
mi raggiungerai! Per rimanere il tempo che vorrai.
La tua privacy sar salvaguardata.
Cara Freyda,
non ho pi tue notizie, sei partita? Forse ti arriver questa
lettera. "Se Freyda la vede, anche se la getta via... "
Sono felice e fiduciosa. Sei una scienziata e ovviamente 
giusto che disprezzi quello che reputi "magico" e "primitivo"
ma io credo che questo nuovo anno ci porti delle novit.
Spero che sia cos.
Mio padre Jacob Schwart era convinto che nel regno animale
i deboli soccombono presto, e che non bisogna mai
mostrare la propria debolezza. Tu e io lo abbiamo imparato
da bambine. Ma in noi c' molto di pi che la sola dimensione
animale, sappiamo anche questo.
Rimango la tua tenace cugina
Lake Worth, Florida
Capodanno 1999
La tua devota cugina
Palo Alto CA
19 gennaio 1999
Rebecca:
s, sono stata via. E sto per ripartire. E a te cosa importa?
Iniziavo a pensare che tu fossi una mia invenzione. La mia
peggior debolezza. Ma qui appoggiata sul davanzale c' "Rebecca,
1952" che mi fissa. Con la criniera e gli occhi bramosi.
Cugina, sei cos fedele! La tua devozione mi sta stancando.
So che dovrei esserne lusingata, pochi altri desiderano seguire
la "complicata" professoressa Morgenstern ora che sono
vecchia. Getto le tue lettere in un cassetto, poi, per debolezza,
le apro. Una volta, rovistando nel cestino dei rifiuti,
ne ho recuperata una. Per debolezza l'ho aperta. Sai bene
quanto detesti la debolezza!
Cara Freyda,
lo so! Scusami.
Non dovrei essere cos ingorda. Non ne ho il diritto. Quando
ho scoperto che eri viva, lo scorso settembre, l'unico pensiero
 stato: "Mia cugina Freyda Morgenstern, la mia perduta sorella,
 viva! Non c' bisogno che mi ami e nemmeno che mi
conosca o pensi a me. Mi basta sapere che non  perita e ha
vissuto la sua vita".
Cugina, basta cos
Lake Worth, Florida
23 gennaio 1999
La tua devota cugina
Palo Alto CA
30 gennaio 1999
Cara Rebecca,
alla nostra et le emozioni ci rendono ridicole, come se
mostrassimo i seni. Risparmiamocelo, te ne prego!
Non desidero conoscerti, cos come non desidero conoscere
me stessa. Perch pensi che vorrei avere una "cugina", una
"sorella", alla mia et? Sono contenta di non avere pi parenti
in vita perch non sono tenuta a pensare:  ancora
vivo/viva?
A ogni modo, partir. Sar in giro per tutta la primavera.
Detesto questo posto. La California suburbana  noiosa e
senz'anima. I miei "colleghi/amici" sono vuoti opportunisti
per i quali io rappresento un'occasione.
Odio parole come "perire". Una mosca "perisce", le creature
in putrefazione "periscono", i nostri "nemici" periscono?
Ne ho le tasche piene di espressioni solenni.
Nessuno  "perito" nei campi di sterminio. Molti "morirono":
"furono uccisi". Questo  quanto.
Vorrei poterti proibire di riverirmi cos. Come la tua buona,
cara cugina. Vedo che anch'io per te rappresento la tua
debolezza. Forse voglio risparmiarti.
Se fossi una mia studentessa, allora s! Ti metterei a posto
con un bel calcio nel sedere.
All'improvviso vengono tributati riconoscimenti e onori a
Freyda Morgenstern. Non solo in quanto memorialista ma
anche in quanto "distinta antropologa". E cos mi metto in
viaggio per riceverli. Naturalmente tutto ci accade troppo
tardi. Eppure proprio come te sono una persona ingorda,
Rebecca. A volte penso di avere l'anima nelle budella! Sono
una che si ingozza senza provare piacere, che trae nutrimento
dagli altri.
Lascia perdere. Basta emozioni. Basta lettere!
Chicago IL
29 marzo 1999
Cara Rebecca Schwart,
ho pensato a te ultimamente.  un po' che non ti sento.
Disfacendo le valigie ho trovato le tue lettere e la fotografia.
Come sembravano duri i nostri occhi nelle foto in bianco
e nero! Come radiografie dell'anima. I miei capelli non
sono mai stati folti e splendidi come i tuoi, mia cugina
americana.
Credo di averti scoraggiato. Be', a essere sincera, mi manchi.
Sono quasi due mesi che non mi scrivi. I premi e gli
onori non sono cos importanti se non hai nessuno a cui
interessano. Se nessuno ti abbraccia per congratularsi con
te. Non  questione di modestia, ho troppo orgoglio per
vantarmi con gli estranei.
Naturalmente dovrei essere soddisfatta: mi sono liberata di
te. Lo so, sono una donna "complicata". Non starei nemmeno
un attimo con una come me. Non mi tollererei. Credo
di aver perso una o due delle tue lettere, non so bene, ricordo
vagamente che mi hai detto che con la tua famiglia
vivevi nella parte settentrionale dello Stato di New York e
che i miei genitori avevano deciso di stabilirsi da voi,  cos?
Nel 1941? Sono fatti di cui non serbo memoria. Ma ricordo
mia madre che parlava con tanto amore della sorella
minore Anna. Come si chiamava tuo padre prima di cambiare
il nome in "Schwart"? Era un insegnante di matematica
a Kaufbeuren? Mio padre era un dottore stimato.
Aveva molti pazienti non ebrei che lo veneravano. Da giovane
aveva servito nell'esercito tedesco durante la Prima
guerra mondiale, aveva ricevuto la medaglia d'oro al valore
e gli venne assicurato che una tale distinzione gli avrebbe
garantito di non essere deportato come gli altri ebrei.
Mio padre scomparve all'improvviso dalle nostre vite,
fummo immediatamente deportati al campo, per anni ho
creduto che fosse scappato e fosse vivo da qualche parte e ci
avrebbe contattato. Ero convinta che mia madre avesse delle
informazioni che non mi rivelava. Non era per niente la
madre amazzone di Ritorno dai morti... Be', ne ho abbastanza
di queste cose! Anche se l'antropologia evolutiva
deve implacabilmente perlustrare il passato, gli esseri
umani non sono obbligati a farlo.
 una giornata luminosa e accecante qui a Chicago, dal
mio nido d'aquila al cinquantesimo piano di questo nuovissimo
appartamento da cui si gode la vista del vasto lago
Michigan. L'ho comprato anche grazie ai diritti d'autore
della mia autobiografia, un libro meno "controverso" non
avrebbe venduto cos tanto. Non mi manca niente, eh?
Tua cugina
Lake Worth, Florida
13 aprile 1999
Cara Freyda,
la tua lettera ha significato molto per me. Mi dispiace di
non averti risposto prima. Non cerco scuse. Quando ho visto
questa cartolina, ho pensato: "Per Freyda!".
La prossima volta ti scriver di pi. Presto, te lo prometto.
Cara Rebecca,
ricevuta la cartolina. Non so bene cosa pensarne. Gli
americani per Joseph Cornell sono degli idioti come lo sono
per Edward Hopper. Cos' il Lanner Waltzes? Due bamboline
che cavalcano la cresta di un'onda e sullo sfondo
una vecchia nave con le vele gonfie al vento? Un collage?
Detesto l'arte ermetica. L'arte deve mostrare, non far
pensare.
Qualcosa non va, Rebecca? Dal tono della tua lettera ho
l'impressione che qualcosa sia cambiato. Spero che non
stia giocando a fare la misteriosa, per vendicarti della
strigliata che ti ho dato nella mia lettera di gennaio. Ho
una specializzanda, una giovane donna intelligente, anche
se non come lei immagina di essere, che in questo periodo
fa simili giochetti con me, a suo rischio! Detesto anche
i giochi.
(A meno che non sia io a farli.)
Tua cugina
Chicago il
22 aprile 1999
Tua cugina
Chicago il
6 maggio 1999
Cara cugina
s, credo proprio che tu sia arrabbiata con me! O forse non
stai bene?
Preferisco pensare che sei arrabbiata. Che abbia offeso il tuo
tenero cuore americano. Se  cos, perdonami. Non ho le copie
delle lettere che ti ho mandato e non ricordo cosa ti ho
scritto. Forse ho sbagliato. Quando sono freddamente sobria,
 facile che sbagli. Quando bevo sbaglio di meno.
Ti accludo una cartolina gi affrancata e con l'indirizzo. Devi
solo barrare una delle due caselle: arrabbiata o indisposta.
Tua cugina
P.S. Questo quadro di Joseph Cornell, Pond, mi ricorda te,
Rebecca. Una ragazza simile a una bambola che suona il
violino e sullo sfondo una tenebrosa piccola baia.
Cara Freyda,
com'eri forte e bella alla cerimonia di premiazione di
Washington! Ero l, tra il pubblico della Folger Library.
Ho fatto tanta strada solo per te.
Lake Worth, Florida
19 settembre 1999
Tutti gli scrittori premiati hanno fatto dei bei discorsi. Ma
nessuno in modo cos arguto e inaspettato come "Freyda
Morgenstern" che ha causato tanto scompiglio.
Mi vergogno di confessare che non sono riuscita a parlarti.
Ho aspettato in fila, insieme a molti altri, per farmi autografare
da te Ritorno dai morti, e quando  venuto il mio
turno ne avevi abbastanza. Non mi hai nemmeno guardata,
eri irritata dalla tua assistente che armeggiava col libro. Mi
sono limitata a mormorare un "grazie" e sono scappata via.
Mi sono fermata solo una notte a Washington, poi sono tornata
a casa. Mi stanco subito,  stata una pazzia. Mio marito
me lo avrebbe impedito se avesse saputo dove andavo.
Durante i discorsi di premiazione eri inquieta sul palco,
vedevo i tuoi occhi vagare per la sala. Mi hai guardata. Ero
in terza fila. In quella vecchia, deliziosa saletta nella Folger
Library. Credo che nel mondo ci siano tante bellezze che
non abbiamo mai visto. E quando  troppo tardi aneliamo
di vederle.
Ero la donna magra con i capelli rasati a zero. Un paio di
pesanti occhiali scuri a coprire la faccia. Altre nelle mie
condizioni indossano dei vistosi turbanti o parrucche
splendenti. Si truccano il viso impavide.
A Lake WorthfPalm Beach siamo in molte. Con il caldo e
con gli estranei non mi preoccupo della mia testa calva,
perch mi guardano come se fossi invisibile. Tu mi hai
guardata e hai subito distolto lo sguardo e poi non sono pi
riuscita ad attirare la tua attenzione. Non era il momento
opportuno, non ti avevo preparata alla mia vista. Rifuggo
dalla piet e per alcuni persino la compassione  un peso.
Non sapevo di imbarcarmi in quel viaggio temerario sino a
quella mattina, perch molto dipende da come mi sento
giorno dopo giorno,  imprevedibile.
Ti avevo portato un regalo, ma ho cambiato idea e me lo sono
riportato indietro sentendomi una stupida. Per il viaggio
 stato bellissimo, ho visto mia cugina cos da vicino!
Naturalmente adesso che  troppo tardi rimpiango la mia
codardia.
Mi chiedi di mio padre. Non posso aggiungere molto pi
di quanto ti ho gi detto, non conosco il suo vero nome.
Scelse il nome "Jacob Schwart" e cos io ero "Rebecca
Schwart", ma il nome and perduto tanto tempo fa. Adesso
ho un nome ben pi americano, oltre a portare il cognome
di mio marito; solo per te, mia cugina, sono "Rebecca
Schwart".
Be', devo dirti ancora una cosa: nel maggio del 1949 mio
padre il becchino assassin tua zia Anna e cerc di ammazzare
anche me, ma non ci riusc, volse il fucile contro di s
e si uccise. Avevo tredici anni, lottai con lui e il ricordo pi
vivido che ho  la sua faccia negli ultimi istanti di vita e
quello che rimase di quella faccia, le ossa, il cervello e il suo
sangue caldo che schizzarono su di me.
Non ho mai raccontato a nessuno queste cose, Freyda. Ti
prego, non farne menzione se mi scrivi ancora.
(Non intendevo raccontarti una storia cos brutta, quando
ho cominciato la lettera.)
Tua cugina
Chicago il
23 settembre 1999
Cara Rebecca,
sono sbalordita. Eri cos vicina a me... e non ti sei fatta
riconoscere.
E per quello che mi hai detto di... quello che accadde quando
avevi tredici anni.
Sono senza parole. Posso solo dire che, s, sono sbalordita.
Sono arrabbiata e offesa. Non con te. Non credo, sono arrabbiata
con me stessa.
Ho provato a chiamarti. Non c' nessuna "Rebecca Schwart"
sull'elenco telefonico di Lake Worth. Certo, me l'avevi detto
che non esiste nessuna ''Rebecca Schwart". Perch diavolo
non mi hai mai rivelato il tuo nome da sposata? Perch
sei cos misteriosa? Detesto i giochetti, non ho tempo
per giocare.
S, sono arrabbiata con te. Sono sconvolta e arrabbiata perch
non stai bene. (Non mi hai mai rispedito la mia cartolina.
Ho aspettato & aspettato ma non l'hai fatto.)
Certo che ti credo a proposito di "Jacob Schwart"! Le cose
pi terribili probabilmente sono vere, lo sappiamo.
Nella mia autobiografia non  cos. Quando ho scritto quel
testo, quarantacinque anni dopo, ho usato delle parole studiate
per creare un "effetto". Ovviamente i fatti raccontati
in Ritorno dai morti sono veri. Ma i fatti non sono veri"
a meno che non siano spiegati. I miei ricordi dovevano
competere con quelli di altri di quel tipo, e quindi dovevano
essere originali". Sono avvezza alle polemiche, so dove
colpire. L'autobiografia fa luce sulle sofferenze & le umiliazioni
subite dall'autrice.  vero, non credevo di far parte
di quelli che sarebbero morti; ero troppo giovane & ignorante,
e a confronto con gli altri venivo da una famiglia
agiata. La mia bionda sorella maggiore Elzbieta, cos ammirata
dai parenti, sembrava una bambola tedesca, perse
presto i suoi capelli e le sue budella divennero sugna sanguinolenta.
Joel mor calpestato, l'ho saputo solo in seguito.
Quello che ho detto di mia madre Dora Morgenstern 
vero solo in parte. Non era una kap ma una donna che
sperava di salvare la famiglia (ovviamente) e aiutare altri
ebrei cooperando con i nazisti. Era un'ottima organizzatrice
e una persona fidata, ma non era cos forte come l'ho
descritta nel libro. Non ha detto quelle cose crudeli, non
ricordo niente di quello che mi si diceva se non ordini urlati
dalle autorit. I discorsi tranquilli in famiglia, la nostra
intimit, sono andati perduti. Ma in un'autobiografia
ci devono essere dei dialoghi, bisogna dare un'impressione
di vita vissuta.
Adesso ho conosciuto la fama... l'infamia! In Francia questo
mese il mio libro  il pi venduto. In Gran Bretagna (dove
sono apertamente antisemiti, cosa piacevole!) dubitano
della mia parola ma il libro vende.
Rebecca, devo parlarti. Ti accludo il mio numero. Aspetto
che mi chiami. Meglio se dopo le dieci di sera, a quell'ora
non sono freddamente sobria e irascibile.
P.S. Continui a fare la chemioterapia? Quali sono le tue
condizioni? Per favore rispondi.
Tua cugina
Lake Worth, Florida
8 ottobre
Cara Freyda,
non essere arrabbiata con me, volevo chiamarti. Non ho
potuto farlo, ma spero di star meglio e prometto che ti
chiamer.
Per me  stato molto importante vederti e ascoltarti. Sono
cos orgogliosa di te. Mi fa male quando dici quelle brutte
cose su di te, vorrei che non lo facessi. "Risparmiamocelo"...
D'accordo?
Mi capita spesso di sognare e di essere felice. In questo momento
sto annusando della serpentaria. Forse non sai cos'
la serpentaria, hai sempre vissuto in citt. Dietro la casa in
pietra del becchino di Milburn c'era un terreno paludoso dove
cresceva questa pianta alta. Le infiorescenze selvatiche
misuravano quasi quindici centimetri. Avevano tanti fiorellini
bianchi che sembravano brina. Molto farinosa, con un
odore particolare, intenso. I fiori erano pieni di api che ronzavano
cos forte che la pianta sembrava una creatura vivente.
Ricordo che mentre aspettavo il tuo arrivo al di l dell'oceano
avevo due bambole, Maggie, la pi carina, per te, e la
mia, Minnie, bruttina e malconcia, ma l'amavo tanto. (Mio
fratello Herschel le aveva trovate alla discarica di Milburn.
Scoprivamo un sacco di oggetti utili in quella discarica!)
Giocavo per ore con Maggie, Minnie e te, Freyda. Schiamazzavamo
un sacco. I miei fratelli ridevano di me. La scorsa
notte ho sognato le bambole, un sogno cos vivido, non le vedevo
da cinquantasette anni. Ma  strano, tu nel sogno non
c'eri, Freyda. E nemmeno io.
Ti scriver ancora. Ti voglio bene.
Tua cugina
Chicago il
12 ottobre
Cara Rebecca,
adesso sono davvero arrabbiata! Non mi hai chiamata e
non mi hai dato il tuo numero di telefono: come posso rintracciarti?
Ho l'indirizzo della tua abitazione, ma solo il
nome "Rebecca Schwart". Sono cos impegnata,  un periodo
terribile. Mi sembra quasi che un maglio mi abbia frantumato
la testa. Oh, sono molto arrabbiata con te, cugina!
Per penso che verr a trovarti a Lake Worth.
Dovrei?
...
.
...
FINE.